Edifici dismessi: la tipografia

La macchina è un corpo piegato,
sinuoso nello spazio ristretto,
funziona nella sera, sola, gioca in curve veloci, pagine e dorsi.
Oltre è buio e silenzio,
attendono le pile, i pallets pronti ad essere inforcati,
sono libri or fuor d’interesse.
Un’altra sera, eravamo in due,
si sentivano i passi,
rimbalzavano su scaffali e soffitti,
su tubi d’aspirazione, sulle condotte colorate di rosso e di blu,
sui fasci di cavi e sulle macchine ferme.
Nel disfarsi d’un progetto ci sono catene d’eventi,
e i muri ricordano tutto,
le macchine una ad una si fermano,
le dita e le voci non accarezzano più i quadri di luci,
tutto si spegne un poco per volta.
C’erano cento persone ora trenta eran troppe
e nel rumore dei passi si sentiva l’attesa,
il fermarsi che voleva spiegare,
discutere,
mettere evidenze a compensare gli errori.
Prima che tutto fallisse,
prima che una vita
diventasse indifferente,
nessuno sembrava percepire il tracollo,
governava la speranza a dare un senso all’evolvere.
Questione di soldi, d’interessi, impazienze,
poi sulle macchine la polvere ha iniziato a cadere,
si sono chiusi i portoni
e il freddo ha investito ciò che di silente restava,
Ora dagli alti lucernari, a entrare fatica la luce,
non illumina più, inutile essa, ascolta i passi,
e cerca nel suono che qualcosa muti l’attesa.

Autunno palindromo

oggi è San Martino

In questo giorno i carri dei fittavoli e dei mezzadri, se l’annata non era stata soddisfacente, venivano sfrattati e andavano in cerca di una nuova casa sperando in migliore fortuna. Perché di fortuna e non di diritto si trattava e se la mezzadria era già un passo avanti rispetto alla servitù, la vita di quelle persone era consegnata comunque all’indigenza, alla fatica, alla malattia, all’interminabile sequela di disgrazie che accompagnavano la miseria.

Beppe Fenoglio ne parla in un racconto: la malora, cupo come la sorte che si accanisce, ma proprio l’etimo del titolo è sbagliato perché non si trattava di una condizione momentanea, ma di una vita di stenti e di insulti, di angherie che toglieva dignità alla persona. Le vite si chiudevano in silenzi cupi, con scoppi improvvisi di rabbia. E fece scalpore nei primi anni del ‘900 l’ omicidio della contessa Onigo compiuto da parte di uno di questi quasi servi della gleba di fronte all’ennesima angheria subita.

Solo emigrare sembrava dare una alternativa, ma anche in quel caso i pochi che ce la facevano erano accompagnati dai tanti che soccombevano oppure proseguivano altrove vite di stenti. Ebbene queste persone desideravano gli stenti e l’arbitrio di casa quando furono in guerra. Perché è bene ricordarlo, la guerra fu soprattutto di contadini contro altri contadini. Persone che guardavano il terreno e ne vedevano i pregi e i difetti oltre a scavarlo di trincee. Persone che conoscevano i nomi delle piante, ed erano in grado di usare gli attrezzi e di farli. Persone messe assieme in una accettazione del destino che sempre investe chi non si ribella, ma che pensavano ai campi e ai lavori da fare a casa, alla miseria che cresceva finché loro erano al fronte.

Le lettere dei soldati dovrebbero essere lette e spiegate ai ragazzi nelle scuole. Credo che non sia rimasta alcuna percezione di cosa avvenne e quanto esso fu disastroso per le famiglie. Piccole prosperità distrutte assieme alle vite, orfani a non finire accanto a non pochi figli nati fuori dal matrimonio. Tutto venne occultato in una propaganda che parlava di santità della guerra e di una sua giustizia che non c’era e non ci poteva essere.

Penso ai comandanti e ai non tanti di essi che vedevano gli uomini prima dei soldati, alla razionalità, anche nel combattere, contrapposta al puntiglio; erano ufficiali in minoranza che ragionavano di fronte all’inutilità di posizioni da raggiungere e abbandonare subito dopo, che obiettavano nella pianificazione di attacchi fatti di ondate dove gli ultimi dovevano camminare sui morti che li avevano preceduti. Cosa avranno pensato nel giorno di san Martino quei contadini già immersi nel freddo, nella paura di un ordine.

Ungaretti si guarda attorno e usa le parole scabre e definitive della poesia.

Eppure, lo dico per esperienza, se andate a san Martino del Carso non c’è traccia di queste persone. Se andate sulle doline del san Michele, non c’è la presenza di queste vite. Ci sono i monumenti, lacerti di trincea, ma non gli uomini, o meglio non la loro umanità.

Ai ragazzi di adesso cosa viene trasmesso di quanto accaduto in quei luoghi, come si riesce a far parlare le vite per non disperderle nel nulla? Credo che l’identità di un popolo sia fatta non tanto della storia, ma della sua umanità. Che se dovessi parlare in una scuola a dei ragazzi delle medie direi loro della sofferenza del non avere identità, dignità. Gli racconterei non dei generali, quelli verrebbero dopo, nella sequela infinita di errori, ma di cosa pensavano e scrivevano quelle persone a casa, perché noi siamo cresciuti sulle loro vite. Gli direi che molti di loro conoscevano la famiglia e la fatica e molto meno l’Italia e che essere liberi, poter scegliere, era un privilegio.

E partirei da san Martino e dai traslochi per dire che un tempo la stragrande maggioranza di chi lavorava la terra e quindi del Paese, era precaria, ma che ci fu un momento in cui anche questa precarietà sembrò una felicità perché le stesse persone stavano peggio. E che san Martino era un militare che tagliò il mantello per darne metà a una persona che non aveva nulla. Era un militare che capiva la miseria e rispettava la dignità.

Sì partirei da questo.

Buon san Martino a tutti.

quasi amoroso il tempo

Ci fu un tempo che amai ciò che era perfetto.
Poi mi conquistò l’imperfezione nascosta. Infine il disordine apparente,
la falla beffarda nell’ordine.

Degli infiniti nomi di dio che diamo a ciascun amore,
riconoscendo altrove l’impossibile definire,
troviamo noi
e la diversità che gli appartiene:
lì, c’è un definitivo stupore.
e quella chiara differenza, così perfetta e desiderabile.

È noi non ancora avvenuto,
assurdo nella sua fragilità
e forte d’ansia d’essere,
definitivamente appartenente e parallela,
che metterla nell’ordine sarebbe una bestemmia.

Tu non eri ordine, ma l’ infinita pazienza della contraddizione.
Eri l’abbandono e l’abbraccio,
il trovare col barlume del conosciuto,
la certezza del diverso.
Eri l’impossibile che non si racconta,
la paura che si spegne nella pozzanghera di luce.
Cuore forsennato di tutti i passati possibili, fuso in quell’unico reale che ti conteneva,
eri parola che arrossiva la voce,
che rendeva dubbioso l’accento,
silenzio mormorante, desideroso d’ombra.

Eri la solitudine cercata,
il corpo riunito
in tutto ciò che ti era accaduto,
e nulla sembrava più naturale della spinta di un caso
che ricomprendeva tempo .
Eri l’incontro che gettava reti
forse per non nascondere la luce che scoccava ad ogni tocco,
ad ogni carezza.

Se la tua pelle non fosse stata un’infinita emozione, sarebbe stato solo un piacere,
e dei piaceri non si ha memoria,
ma solo rimpianto del possibile
di ciò che non hanno generato.

Così accoglievo il tuo disordine in me,
lo mescolavo al mio,
ne vedevo l’infinita forza
e il porre ogni cosa nella sua importanza.
E il disegno appariva, nitido e naturale,
finché si scriveva, graffiando, indelebilmente l’anima.

quelli che

per chiudere l’estate

quasi sera

Un pomeriggio d’autunno,
come tanti d’allora,
nell’adolescenza piena d’indecise voglie.
Tra riottose stanchezze,
si formavano furori,
passioni, proterve libertà,
bisogni d’amor nuovo.
Il prima era casa,
vincolo e certezza,
ma c’era dubbio, rossori e vampe al viso.
Pomeriggi percorsi di febbre,
d’inutile pensare e di rimorsi a sera.
A noi spesso vengono dati
ripetuti segni,
non li riconosciamo
per creare speranze prive di volontà.

Ora come allora, la luce spegne rami e cose,
liquida attraversa i vetri,
costruisce il ricordo su tracce di ferite.
Ciò che non è stato detto
nessuna memoria aiuta.
Restano lembi di sentimenti lacerati,
a sventolare nello scirocco della sera,
orifiamma dei tempi sciupati,
delle sequenze dei giorni
d’insoddisfazione eguali.
Nella sera incauti uccelli,
cercano briciole nell’erba,
suonano nel tepore della casa
voci amorevoli
e nel cuore le malinconie d’allora.

singolare e plurale

Singolare e plurale,
continuità che sciolgono gomitoli di fato,
eppure ognuna resta a suo modo eguale.
Segno d’un armistizio che sa,
quali strade frequentare,
o le abitudini ch’è fatica lasciare.

scrivere con malinconia

linee di frattura