mi piace

Le felicità, personali o collettive, si nutrono di sollievo, di una prospettiva che si riapre dopo che c’era stato uno scemare delle alternative. Siamo animali di scelta, abbiamo bisogno di essere posti di fronte a un piacere che si sdoppia e che in un caso o nell’altro ci mette al centro di un futuro. Se scelgo in un certo modo avrò una possibilità nuova, potrò essere diverso e insieme realizzare un desiderio. Le scelte aprono delle porte, conducono a una vita che sia pure poco sarà differente. Quando non scegliamo più, siamo immoti, decadiamo, ci sfaldiamo nell’abitudine. In questo periodo in cui le scelte si riducono, in cui molto è imposto dall’esterno, lo spazio per riflettere sulla libertà personale e collettiva, sul modellare il tempo in modo che esso risponda in maniera soddisfacente a ciò che possiamo essere per diventare qualcosa di differente, si chiama progetto. Qual’è il nostro progetto di vita? Nessuno può giudicarlo se non noi, ma esso è la condizione del dialogo con noi stessi e per estensione del dialogo con gli altri.

Nella difficoltà cosa posso fare? E come voglio essere dopo di questa?

Una sorta di salmo interiore, potente e umile che implica chiedere un aiuto per capire e al tempo stesso la forza per essere. La concezione del proprio limite come confine in cui permanere per andare oltre. È nel limes che si genera il nuovo e il diverso, ciò che si contamina di realtà e al tempo stesso la supera.

Nell’ordinarietà dei giorni, pensa a te,

pensa a come sei davvero,

pensa che ciò che non hai vissuto è più importante di tutte le scelte che hai già fatto.

Sii folle se la follia rompe la logica del consueto,

se ti permette di vedere ciò che non hai mai visto,

se ti consente di cambiare il rapporto con ciò che consideri prevedibile, usuale, consumato nel significato.

Esplora il significato delle parole che ti attribuisci,

non accontentarti di come ti descrivono, descriviti con onestà, con l’umiltà di non sapere chi sei,

e usa la pazienza e il coraggio per scoprirti,

per andare là dove non sei mai andato.

E non dipendere se non dal tuo dare,

solo così sei vicino a te e ti puoi guardare. 

Adesso è la sera di un giorno qualunque, ma i giorni sono noi e non siamo mai qualunque, c’è sempre qualcosa che avrebbe potuto essere scelto e ancora attende. È questa attesa paziente che ci riguarda come risposta potente alla nostra irrequietezza. Siamo insoddisfatti perché non ci siamo costruiti, non abbiamo scelto un piacere possibile, non ci siamo visti e quindi non siamo stati noi stessi.

In questi giorni viene molto citato De Maistre e il suo viaggio intorno alla mia camera. Non era un romanziere, era un ufficiale, in punizione, che ha scelto di fare qualcosa di inusuale: scrivere e non essere prigioniero. Entrambe le cose per sé. Così può uscire dal consueto, dall’abitudine guardando ciò che non ha mai visto, ossia se stesso e ciò che lo attornia. Le persone con cui vive, la sua collocazione nel mondo e nel tempo. Una pausa che gli permette di vedere ciò che usualmente non ha tempo di guardare. E non è uno scrittore, ma le sue riflessioni messe sulla carta lo riguardano profondamente, come riguardano il mondo. Quel libro verrà pubblicato da suo fratello che lo leggerà dopo molto tempo, nel frattempo la sua vita sarà continuata, le scelte si saranno sommate alle scelte, ma quante di esse avranno avuto radici in quel limes in cui non si era mai trovato e che ha usato nel modo e nel tempo per vedere e vedersi.

Lo scrittore inventa la sua storia e la spezzetta, come uno specchio che gli è caduto dentro, in tante vite, il tramite sono le parole, il loro ordine e il significato che esse hanno per lui. È un giudice severo, solitamente, e tanto meno è scrittore, tanto più ciò che lo attornia diventa parte di lui, di una realtà che quando posa la penna apre un mondo. Per questo a volte è soddisfatto, perché ha capito di più se stesso attraverso il racconto di ciò che gli è sembrato vero, conforme a sé. Vedete, nello scrivere non c’è nulla da insegnare, ma s’impara molto, come in altre attività che implicano una relazione tra ciò che si fa e ciò che si è. Per questo, inconsciamente, a chi scrive può scappare un mi piace. Che non è riferito a lui, ma a ciò che ha fatto, a ciò che ha compreso, a come quel suo chiedere aiuto e poi scegliere si è attuato, aprendo una porta, una finestra. Un varco che mostra altro e che è il luogo in cui il futuro può svolgersi, essere fonte di piacere e di vita.

sabato di vigilia

Nel sabato pomeriggio è già accaduto tutto, una parabola conosciuta è stata consumata e conclusa. Questo riguarda la vita. Ovvero riguarda la parte biologica di ciò che è senziente, che interpreta e interagisce per volontà. Che sceglie e in questo caso ha ripetutamente scelto e non si è sottratto. Altra cosa riguarda ciò che è presente in chi lo ha conosciuto, sentito, amato, condiviso, rifiutato. Chi ha un ricordo. Questo accadere che sembra ineluttabile è davvero così? È naturale sia così? Sembra non ci siano alternative se non quell’elaborazione personale che rifiuta il perdersi e che usa quello strumento potente che riallinea, elabora, rimette in ordine il non compreso. Che elimina ciò che non torna nel conto, compreso il rapporto con le sue infingardaggini, le paure, i nascosti atti di coraggio, i sacrifici silenti a deità distratte. Tutto questo e molto altro è il ricordo e il suo farsi motore accanto alla realtà di un presente che è sempre slancio verso qualcosa. Un motore appaiato che consiglia, accelera, fornisce ciò che sempre manca a una guida: la direzione. Che il presente sia avanti o indietro dipende da noi, ma i suoi consumatori in realtà trasformano il desiderio in polvere e lo aspirano e se ne inebriano scordando di essere parte di qualcosa che muta e insieme resta. Dimenticano come fossero in una eternità che non chiede il conto.

Allora, il sabato pomeriggio, tutto era accaduto e intorno c’erano parole stentate, silenzi, impressioni di un annuncio disatteso, dolore per alcuni. Neppure tanti, oltre i familiari e i discepoli, e chi aveva avuto vincoli di amicizia e amore. Nessuno dei miracolati si era opposto, aveva mostrato alla folla il dono ricevuto. Per timore di essere essi stessi accusati. Le prove che temevano di essere reità. E così tutto si era compiuto in un succedersi di eventi che era un linciaggio con la connivenza di un giudice e con l’esecuzione della forza pubblica.

Se lo inquadriamo nel tempo e nella vastità di quello che accadeva nel mondo conosciuto, era un fatto locale, una delle tante esecuzioni che si susseguivano ovunque. Non poche anche senza avallo dell’autorità, le lapidazioni ad esempio erano prassi comune, ma accettate in forza di consuetudine. Nel caso in specie c’era stato un di più, il procedere della legge che riguardava un perturbatore delle regole locali. Non della legge romana, ma di quelle norme che venivano guardate con sufficienza e tollerate purché amministrate con il riconoscimento dell’autorità. Fare giustizia sulla perturbazione dell’ordine religioso, della credenza comune non su un reato contro la persona era sufficiente. Oppure la convinzione comune quando si scagliava contro l’evidenza dell’assenza di un male verso l’altro, era un reato collettivo? La domanda del Procuratore di Giudea, se mai fu formulata, aveva una risposta molto attuale: la real politik implicava che venisse accettato anche l’abbaglio collettivo, l’abuso, purché questo non mettesse in discussione l’autorità. Meglio Barabba, l’evidenza della colpa, se questa serviva a tacitare la folla.

Non so se quella frase sia mai stata pronunciata: ricada il suo sangue su noi e sui nostri figli. Non credo si sia arrivati a tanto anche perché quanti lo conoscevano per davvero? Sembra un antisemitismo ante litteram, la scissione di un’identità mai perseguita dal Cristo, che era e rimase ebreo sino alla fine, ma essa divenne giustificazione di infinite malvagità seguenti, di uccisioni senza colpa, di pogrom, di stermini. Un delitto originario che investe un popolo. Inaudito per qualsiasi ragione attuale, consuetudine per secoli indipendentemente da credenza e fede. Quindi nell’uomo questo male c’è ed è con questo che bisogna lottare appena esso s’affaccia.

Torniamo a quei giorni, tutto avviene in un regno dappoco, quello di Giudea, vassallo di Roma e utile solo per le tasse e per tenere a bada i riottosi popoli che si mescolavano in esso. Senza Flavio Giuseppe le cronache dell’Impero avrebbero ignorato ogni traccia dell’accaduto. Un fatto come tanti che accadevano quotidianamente nelle Province e che neppure i fatti naturali descritti dai, molto posteriori, vangeli lasciano traccia nel ricordo comune. Il velo del tempio squarciato, il pomeriggio che diventa notte, il cielo percorso da lampi. Cose che non sono così gravi da diventare racconto scritto successivo, e nel momento, da influenzare il sabato che precede il Pesach. Quindi tutto finisce in burocrazia, in ordinarietà perché viene chiesto un permesso, c’è un sepolcro, mai usato prima. Curiosa ed esplicativa questa nota posta ad evidenziare che la morte nuova non si mescola con una precedente, prassi invece usata per molte altre morti. Quasi una nota stonata perché il mescolarsi con l’umanità era ben presente nell’ordinarietà della vita del Cristo: mangiava, dormiva, era ospite, camminava, con e assieme ad altri uomini. Ottenuto il permesso, lasciato spazio al dolore attonito, immediato, subentra il rito, la preparazione del corpo, la deposizione e la chiusura del sepolcro con una pietra che ne impedisca l’accesso. Quindi la parabola della vita si chiude nel sabato, e ora resta chi l’ha conosciuto e il dolore di chi l’ha amato. È tutto così umano, terribile per ciò che è accaduto e per la morte che ha chiuso quella vita, che senza la resurrezione, l’atto di fede successivo e fondativo per chi crede, quel morire si riassume in un grido troppe volte ripetuto nella storia dell’uomo. La storia del Cristo è la storia dell’ingiustizia subita e dell’incapacità di chi non si oppone, di vedere la sofferenza degli altri.

Mi rendo conto che è davvero poco quello che scrivo e inutile per chi crede: non è questo il messaggio che è stato lasciato all’uomo. Il messaggio del Cristo non ha alternative perché distingue ciò che è giusto da ciò che non lo è. Ma mi fermo sulla soglia di quello che segue quel sabato. Mi fermo nel silenzio che circonda il dolore dei pochi che l’hanno amato. Mi fermo e penso che se la resurrezione è la speranza donata ad alcuni, la consapevolezza della necessità di giustizia, di eguaglianza, di amore e di pace, è stata donata a tutti, indipendentemente da ciò che si crede o meno. E capire perché è accaduto e accade in continuazione che quest’ordine di pace e giustizia sia così alterato, esige che ci sia il silenzio, la risposta personale, il rispetto di ciò che è giusto e il suo attuarsi.

E mi accorgo che nulla ho da dire se non che il dolore sparso nel mondo non è tutto determinato da ciò che deve accadere, ma che viene fatto accadere e che non posso pensare che questa sia la natura dell’uomo perché allora quel silenzio non si solleverebbe mai e non ci sarebbe riscatto per questa umanità ma solo la disperazione.

 

tentativi di riordino

Nel tentativo di riordinare quanto ho scritto in passato in questo blog, ne uso un altro per trasferirvi cose che avevo dimenticato. Una parte degli scritti sui giorni che precedono la Pasqua li ho trascritti in questo luogo della memoria. Si chiama cafèoulivre.wordpress.com.

Una riflessione su queste giornate la farò domani, intanto cerchiamo nella musica il sentire che oltrepassa la parola.

 

mantra della centrale (e mantra della vita)

Nel pericolo bisogna avere pazienza,

quando sembra tutto perduto, bisogna fare ed avere pazienza.

La forza della pazienza e del bene comune.

E quando tutto crolla bisogna avere la speranza della pazienza

solo attraverso la pazienza, qualcuno si salverà.

Lo penso per chi vive nella centrale,

ma anche per quelli fuori della centrale,

lo pensavo per i tecnici ed i pompieri di Chernobyl,

per tutti quelli che si lasciavano contaminare anziché fuggire.

Lo pensavo di Rigoni Stern che parlava della vita con voce paziente

mentre in Russia, nella ritirata, c’era quasi solo morte.

Lo penso per le piccole difficoltà che riducono l’orizzonte ad un angolo acuto,

lo penso quando non c’è pazienza per capire,

quando l’immagine impedisce di vedere.

Lo penso quando l’ amor proprio toglie la pazienza di costruirsi,

lo penso quando non si capisce e si continua lo stesso.

Quando c’è paura occorre pazienza,

quando è notte, senza conto d’ore, occorre la pazienza della luce,

quando si è soli, nella centrale o nel cuore dell’universo, occorre pazienza.

 

 

 

bellezza e difficoltà dell’amore

Di rado, ma succede, ci prende un’ indeterminata inquietudine che, come accade ai crocicchi dove il maligno attende, può sfociare in rabbia. O anche no, dipende da scelte impalpabili e apparentemente prive di relazione. Quando accade non è nulla che non si possa trattenere, ma  come sempre fanno le cose senza oggetto, scuotono e scavano nella roccia. Ci si chiede cosa sia che agita la serenità, la scompiglia  e non la muta nel riso che dovrebbe accompagnare il non prendersi troppo sul serio. Evidentemente c’è qualcosa che non è banale, oppure se lo è, si maschera bene. Spesso è la sensazione di un torto rimosso come tale. Una scarsa considerazione che è poca cura ricevuta. In definitiva una crepa nell’amore. Quella cosa il cui bisogno mai s’esaurisce e che pur frequentando lo stesso legame, analogo tempo e luogo, s’interpreta in modo sempre nuovo e differente. Secondo bisogno e occorrenza. Ebbene quella rabbia senza nome è misura e segno, miei lettori, della difficoltà e bellezza dell’amore e del suo mai essere eguale.

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libri


Si sono accumulati. Per loro conto, fascinosi e pieni di misteri da svelare. Cosa avrà sentito nello scrivere l’autore? Che ne sarà rimasto dell’intenzione, dei ricordi altrui mutati in storia, nel distillato in parole scelte, passati per il crivello di chi rimaneggia lo scrivere per farne oggetto? Eppure le righe sono ancora fresche e vive, dopo tanto manipolare, hanno richiamato l’attenzione, si sono fatte prendere per fascino, ed ora dialogano con il pensiero. 

Pazienti, i libri, educati, magari un po’ arroganti nel loro prendere l’anima per la coda. O forse si trattava della nostra curiosità che pensa? E che dire delle vite confrontate, o insegnate, com’essi fossero guide infallibili almeno per un poco. Dipanatori di grovigli, misericordiosi medici delle amorose sorti, sembrano attenti mentre ci colgono i pensieri. E non tradiscono tradendo, come chi ha l’inatteso da offrire, il giorno da mutare, un ghiribizzo e un’emozione da mescolare in noi.  I libri sono sovrabbondanti alle vite dei mortali che li raccolgono, come per gli amori che davvero prendono, non bastano mai e neppure si lasciano davvero. Loro così diversi sanno stare assieme per sempre, mentre il peggio scivola verso il fondo e poi scompare, il meglio emerge piano, non di rado si nasconde nel ricordo, si lascia pilluccare, tiene il senso per piccole dosi di letture parallele o per l’intero svolgersi che prende. 

Cos’hai capito? E sorridono, i libri, ben sapendo che ti muteranno dentro, fertili semineranno e accresceranno il raccolto dei pensieri nuovi. È questo uno degli scopi loro, che s’attua anche solo al vederli, pazienti, attendere attenzione, tempo loro, anse di calma e gote rosse d’eccitazione. Tutti assieme in pile sorridenti di precario equilibrio o nascosti dietro le ordinate file. C’è tempo sembrano dire, c’è sempre tempo, torna.

bora a settembre

La bora ha reso farfalla la foglia,
e a lungo, per spirali d’aria, l’ha fatta volare,
l’ha vista stanca e allora, posata, 
barchetta per occhi di bimbo,
sull’acqua,
ora la spinge e lei corre
nella tenerezza d’una attenzione, felice.

ninfee e pesci

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Sotto le ninfee s’aggirano i pesci. Grossi, color fango, pasciuti dagli avanzi degli aperitivi che si consumano nella terrazza sovrastante. Un anno in cui l’acqua era particolarmente bassa e i Burchielli pescavano fango e plastica, proprio sotto le ninfee emersero ruote e manubri di biciclette gettate nel rito che chiudeva gli studi. Poi hanno ripescato, ripulito e chissà cosa nasconde ora il fondo. I pesci non dicono ma proprio in quest’acqua si infransero due sogni. Quello della città che ritrovava la libertà dopo un secolo di dominio della Serenissima e quello della lega di Cambrai e degli imperiali di stroncare le ambizioni veneziane sul dominio “da tera”.
Sudditi veneziani no, ma neppure soggetti all’austriaco, insomma figli di nessuno, come mi raccontava mio Padre che crebbe e abitò da queste parti e non sopportava, come chi gli stava attorno, quelli che si prendevano la libertà altrui. In quel caso erano i fascisti.
Le ninfee si estendono, i pesci prosperano nel divieto di pesca, i Burchielli rovesciano a sera frotte di spaesati turisti, cotti dal sole e abbagliati dai marmi delle ville sul Brenta. Scendono, si fermano ad ascoltare i canti goliardici e poi salgono sui pulmann. Nessuno gli spiega dove sono e forse va bene così.
La notte scende lenta sul fiume, il tramonto corre a perdifiato sull’acqua, illumina bricole, platani e di sguincio accarezza ninfee. Si sofferma sui marmi bianchissimi della porta e compita le lettere capitali che indicano in Marco Antonio Lauredano il prefetto della Serenissima. Era un Loredana, uno dei tanti generati da una delle dodici famiglie originarie che si erano trovate dalle parti di San Pietro in Torcello o a Malamocco. Gente di terra portata in acqua e poi quando erano già pesci, riportata in terra.
Una cronaca del tempo della lega di Cambrai parla delle riunioni “segrete” che si tenevano a casa dell’uno o dell’altro nobile, del notaio onnipresente, del tramare vacuo dei signori spodestati dal potere. Il Consiglio dei Dieci sapeva, avvertiva con discrezione e con la stessa pazienza tagliava qualche testa riottosa o mandava “ramengo” il malcapitato di turno. Ma di solito taceva, controllare e guidare senza parere era il motto non scritto per le baruffe di provincia.
Dopo qualche anno, le stesse famiglie turbolente, avrebbero pagato somme enormi per essere iscritte nell’albo d’oro della nobiltà veneziana. Intanto, attorno, pullulava un popolo di pescatori, tessitori, facchini e barcaroli. Carne buona per le eterne guerre del Ruzzante, per i suoi Miles traditi e affamati che tanto facevano ridere con la loro lingua risonante e grassa, i nobili e i cardinali nelle sere come questa, tiepide e ancora piene di luce.
Tener da conto il popolo, ch’el serve come El governar barche e acque e mettar da parte i bezzi, così ninfee e pesci nascondono ancora le palle di pietra sparate dalle bombarde dell’assedio. E i pesci giocano con gli steli verdi e le radici, saltano in superficie e s’abbuffano di patatine e mentre ricadono guardano la luce che colora di rosso la città. Beffardi con gli umani ma non col cielo.

zelig

Come i buoni romanzi, letti e riletti,

con le parole da ripetere lente

nel bisogno d’entrare dentro davvero,

altrimenti non s’aprono, e si perde il profumo

geloso, e goloso degli anfratti di senso.

Così le mani lavate due volte:

la prima per lo sporco, la seconda per l’innocenza.

Non sono stato io,

non sono stato. 

Si confondono i visi, mentre cala la luce

prima le rughe, poi le bocche

e senza rumore, i sorrisi,

camminando nell’aria dispersi.

A chi era destinata un piega, un bacio,

chi è ancora in attesa del suono d’una emozione,

capita, disciolta e bevuta.

È l’ora dell’aperitivo, un televisore parla per persona interposta,

sono notizie eppure fan male,

non come a chi le ha generate,

non come a chi è davvero coinvolto,

ma tutti siamo per un attimo, innocenti,

poi confusi, sovrapposti, indecenti

e ci scambieremo l’uno per l’altro.

Così unici

e così poco necessari per molti.