Pare che di ciò che siamo, restino a noi le cose importanti. Che sia ciò che vive in noi, che siamo noi: difficile chiamarli ricordi. Così il bello che ci è stato dato cresce e diventa parte di ciò che si è, porta verso un sorriso, oppure a un moto di malinconia, ma vive e mai lascia indifferenti.
Pare, ma non ne sono sicuro, che mentre ci preoccupiamo del momento, chi ci ama si preoccupi di noi. Senta la notte come assenza e il giorno come possibilità quando non ci siamo.
Pare, che se mettessimo in fila i pensieri, le gioie, e tutte le piccole conquiste che abbiamo fatto sin da quando ci siamo fermati per la prima volta su quel sorriso che ci sorrideva, queste e molto d’altro, annullerebbero ogni peso, ogni fallimento, ogni sconfitta che abbiamo subito restando noi stessi. In fondo non ci perdoniamo il tradimento di quel noi che abbiamo dentro, e che è l’unica cosa che possiamo donare.
Pare, ma non ne sono sicuro, che qualche volta ci vogliamo bene, che ci curiamo non degli altri, ma di noi e che quando succede si riesca a ritrovare, tutti assieme, il bambino, il ragazzo, l’uomo che siamo stati e ancora siamo. E pare che tutto questo dia una grande forza e contentezza, e aiuti non poco, a vedere che si può andare avanti, perché è bello farlo. Magari solo a volte, magari per poco, ma è bello e si ripete.
Avevo 20 anni e non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.
Paul Nizan
Sul vivere gli aforismi si sprecano. Una parte non piccola delle riflessioni incastonate tra facebook e altri media web sono perle di saggezza che ruotano sull’insoddisfazione generalizzata che sembra le vite si portino dietro. Hanno successo. Fanno bene per qualche nanosecondo, ma non insegnano niente perché ogni insegnamento è fatto di fatica, pelle tagliata, di scelte. Fanno bene perché ci fanno sentire in compagnia nell’insoddisfatto brusio delle vite attorno. E sono variazioni sul tema: vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, salvo poi sperare che la vita duri indefinitamente.
Ed io su questo vorrei proporre una piccola riflessione che non sia un proverbio, ossia il mettere da parte, il rimandare non è sbagliato in sé, è un posporre qualcosa che non s’intende affrontare. Ciascuno di noi sa perché non vuole affrontare nel momento ciò che sarebbe possibile. Anche una cosa piacevole si rimanda, questo vorrà pur dire qualcosa. Credo dipenda da una concezione del vivere che vuole avere tutto, che non si accontenta, e che però lo senta riprovevole. Ma questo non basta perché lo stimolo rimane e imporrebbe una scelta e quando questa si rifiuta, allora si rifà su altro, prende quello che ha a disposizione, lo muta e tramuta in simulacro, cerca di rivivere un tempo che non ha più. Ciò comporta la necessità di una giovinezza, cioè di una disponibilità infinita di tempo e la si colloca indipendentemente dall’età, nel presente, al posto del tempo proprio, delle proprie scelte nel momento, come si potesse riparare ciò che non è stato e rivivere anziché vivere.
Però non esiste una ricetta, ciascuno fa quello che gli viene meglio, attraverso oscuri meandri che scomodano il sado masochismo, che vivacchiano nella facilità delle abitudini, che colgono la contraddizione di ciò che è perbenismo, ma si adattano ad esso. In fondo è sempre più facile dire un sì piuttosto che un no, mentre vivere nel momento dà un significato univoco ai no e ai sì. Consoliamoci, anche il rivoluzionario ha una vita fatta di abitudini e fisiologie del corpo. Volendo dare la colpa a qualcuno, cioè togliendosene un poca sulle proprie scelte rimandate, possiamo dire che l’educazione gioca forte e il condizionamento sociale pure, in questa idea che il piacere si possa rimandare, che la vita sia dovere. E questo non distingue tra il pubblico e il privato, così ciò che è socialmente dovuto irrompe nella vita personale. Questo prescinde dall’età. Ma allora il processo di liberazione interiore è personale, solo noi possiamo decidere ciò che vogliamo fare di noi. Se tenerci un piacere, se vivere quando la vita accade oppure se rimandare ciò che vorremmo a un indefinito futuro, quando ci sarà il tempo delle decisioni e tutto sarà più libero e semplice. Non c’è giudizio in tutto ciò, ciascuno vive a suo modo; importante è che si capisca che vivere bene è meglio che vivere male e che questo vale a 20 anni come a 80.
I mucchi di paglia s’allineano in file parallele. La macchina sferragliante ha tagliato, separato le spighe ed è sparita assieme ai trattori carichi di grano. Non tutto però, non tutti i grani che ora luccicano nella terra e satollano gli uccelli e i loro piccoli che appena volano.
Il sole cocente e torrido delle ultime settimane ha caricato l’oro degli steli. L’ha persino stancato nella lucentezza, prosciugandolo d’ogni residua umidità. E’ oro antico, quello che giace tra i solchi, ed emerge da un’arcaica classicità. Com’è antico lasciare l’accesso agli uccelli e ai topolini di campagna. Un tempo avevano la concorrenza dei bambini, che raccoglievano i grani uno ad uno, ma comunque lasciavano quello che manteneva uno stato, un ambiente, un equilibrio d’assieme.
Mishima rappresentava una continuazione del fascismo e del nazionalismo. Così ce l’avevano rappresentato. Chissà se quelli che stroncavano persone e libri, leggevano poi davvero i libri di cui parlavano oppure guardavano solo le vite. L’ideologia era anche questo: da quello che dici e fai nasce un giudizio sulla tua opera. Nella politica militante, che conforma le vite ad un ideale, il bianco e il nero non mutano colore anche quando trattano tra loro per necessità o per generare il possibile. Allora, parlo di un’epoca in cui non c’erano troppe confusioni, tutto veniva più facile. Celine era fascista, ma scriveva bene, anche Pound era fascista e antisemita ed era nonostante un grande poeta. Heidegger era un filosofo importante ed era pure lui nazista e così Richard Strauss che pure era un grande musicista. Si scartava e basta. Con l’ideologia la parte scelta diventava consustanziale al genio, lo accresceva o sminuiva. Dimenticava l’ideologia, ma non era una discolpa, che chi vive nel pensiero è presbite del reale, spesso insensibile agli altri, perso alla capacità di sentire chi frequenta i propri simili, come se cogliere i moti dell’anima, il dolori di alcuni lo mettesse oltre la morale, e, per lui, i rapporti umani fossero cosa noiosa di regole sociali.
L’errore s’annida nell’uomo e nello scegliere il giusto si sottovaluta ciò che davvero lo è. Accade a tutti ma all’uomo di genio non si perdona. Così accadde a Mishima, che pur essendo da tutt’altra parte continuo a leggere.
« La vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre » biglietto d’addio prima del suicidio rituale del 25 novembre 1970 (seppuku) effettuato durante l’occupazione simbolica del ministero della difesa giapponese e dopo aver arringato soldati distratti e vocianti.
Semplice non è buono, ma fa bene. E quindi aiuta. Sulla terrazzetta il verde aumenta, chiede acqua e una piccola attenzione. Le aromatiche ringraziano. L’elicriso, la menta, il basilico si sporgono arditi e curiosi verso la piazza d’aria tra le case. Lavanda e timo, più contenuti, osservano. Il ribes nero cresce lentamente, le sue foglie verdi e forti, partecipano alla confusione di profumi. Eppure sono distinti, quando la notte, nell’innaffiare, passo la mano e me ne viene una nuvola intensa, che penso amica. Non come la seppia che schizza il suo nero, ma la risposta a una carezza col buono che si ha.
Il pomodoro cresce nei frutti, lascia sulle mani un odore forte, di verde sapore selvatico; l’ultimo cespo d’insalata si nasconde tra due piante di peperoncini piccanti, ciliegini, ora provocanti nel frutto rosso che avvampa. Oltre, i due girasoli crescono, il rosmarino per suo conto, il rafano potente, i piccoli garofani e qualche pianta grassa. I bulbi sonnecchiano assieme a due cespuglietti un po’ stenti di lantana.
La vita semplice è verde, l’avete mai notato? Ed è pure generosa perché restituisce molto più di quanto riceve.
Se ogni giorno e ogni notte, la moglie (ma vale allo stesso modo per chiunque, marito, amico, amante) avesse ricordato a Rigoletto che era gobbo, questi non avrebbe fatto con lei una bella figlia. Questo per dire che non basta dire agli altri dove sbagliano, quali sono le loro carenze, come li vorremmo: lo sanno. Quello che invece ci si scorda spesso, è come capire l’errore, come riparare ad una carenza, come vedere oltre l’apparenza e dare una speranza. Insomma come condividere una strada da percorrere più che guardare a quella già percorsa.
Gran parte del nostro tempo cosciente lo cediamo ad altri. Per fortuna siamo fatti talmente bene (o male per l’economia di rapina) che il sonno e il sogno ci sono dovuti. E questa felice incoscienza dei ruoli e delle necessità ci riporta a noi. Ma oltre a questa necessità, ognuno sceglie dei momenti che contengono l’amore per sé. Se posso regalare, scialacquare il tempo del giorno, il risveglio e la notte devono essere miei. E sono due momenti diversi in cui mi conformo alle mie nature.
Per alcuni il dire d’avere più nature adombra la duplicità, l’essere più persone, insomma l’essere infidi per la prevedibile normalità. Per altri nature ricorda la nudità dell’assenza di obblighi. Preferisco la seconda anche se potrei vantare l’ esser nato sotto il segno dei gemelli, ma per me, sono i gemelli che mi rincorrono nei loro oroscopi, non io che ascolto loro. Il vaticinare individua la nostra natura, non il nostro futuro, esso è conseguenza d’ essa. Cioè noi siamo i nostri bisogni e desideri e quale momento migliore del mattino, quando il sogno ha ceduto alla luce per trovare l’attimo lungo della sospensione e della libertà?
Al mattino sono il profumo del mio caffè, il pane che si tosta, la luce che invade la stanza, i tetti che non cessano di piacermi, le rondini che volteggiano e riempiono la piazza d’aria tra le case. E sono i miei tempi lenti, la mezz’ora prima del necessario perché necessario è non avere fretta e così dev’essere la cura della mente e del corpo. Sono la prima musica e le prime parole, il pensiero che vaga e si sofferma, sono il preannuncio della giornata senza assillo. Sono l’attesa senza fretta, l’accadere nuovo, il boccone di pane imburrato che mi stupisce per la sua pienezza. Sono una parola scritta per non dimenticarla, sono tutto quello che ancora non è preso da altro. Insomma sono. Poi verrà la giornata, le corse, le telefonate, i chilometri, la stanchezza del ripetere, i problemi che se fossero facili non te li darebbero da affrontare.
Te li darebbe chi? Questo chi in realtà contiene anche me, la mia volontà, nel contratto in cui si presuppone la responsabilità, ma questo è un altro discorso. Farebbe parte della libertà, del contrarre tra eguali, e spesso si sceglie di non essere eguali. Voglio dire che la dignità nel lavorare, nel fare, è una educazione severa di sé, faticosa perché presuppone una serenità interiore che semplicemente fa dire di no quando serve. Ma questo è l’altra natura e al mattino non ci pensa.
E neppure la sera ci pensa. Passa la giornata e arriva la notte e si ripete la magia del ritrovarmi intero. Intero significa corpo, sentire, anima, pensiero, tempo proprio e libertà di non avere obblighi. E’ il raccogliersi per la notte. E anche quando si veglia, la notte ci possiede e la possediamo, ciò significa che essa è uno spazio in cui siamo. La notte esalta ciò che manca e ciò che si ha, mette a confronto i desideri con la quiete, il bisogno con la regola interiore.
Siamo tutto questo: ossimori. Solo la parola sente la contraddizione dell’ossimoro, non noi, che abbiamo più nature, più età, più generi se non c’accontentiamo. La notte con i suoi silenzi, i rumori lontani, le abitudini che preparano il sonno (meglio sarebbe pensare che preparino il sogno ovvero l’altro da noi) ha per ognuno i suoi codici. Sfortunato colui che dorme e basta, sfortunato chi non conosce la zona tenue in cui si addensa il pensiero della saudade, sfortunato chi non conosce la soddisfazione dell’ultima riga letta e ripetuta prima che gli occhi si chiudano, sfortunato chi non ha un desiderio dolce, un pensiero che prende, una mancanza che attende. Poi il sonno e il sogno e di nuovo un mattino. Mai lo stesso, se lo si vuole, come il tempo. Il proprio tempo. Non quello ceduto espropriato, regalato, rubato, il proprio tempo, la propria possibilità, quella che nessuno potrà mai prenderci se noi non vogliamo. E ciò che di più alto possiamo donare senza alcun eroismo è proprio questa nostra quiete dedicata: un me per te.
Sposto di poco un quadro; si vede la linea grigia del tempo. Segni in una stanza dove le pareti sono impregnate di me eppure indecise sul da farsi. Tentano e si guardano chiedendo se va bene. L’indecisione fa parte delle cose che non sanno mai che fare, dove stare, con chi stare. Quasi tutte sarebbero superflue, ma è quel superfluo necessario. Almeno un poco perché le nostre vite semplici non sono monacali, vogliono la semplicità ma anche l’essere libere da regole troppo severe. C’è già il super io con cui fare i conti, il resto dovrebbe essere un continuo spogliarsi degli abiti ricevuti.
Pulisco il muro, allineo le cornici. Ovunque guardi questi muri mi parlano; sono conseguenza di un immaginare coniugato all’essere, alla realtà. Quindi approssimano. Accade a tutti, o almeno a quelli che rifiutano un ordine esteriore imposto. Per questo sposto quadri e oggetti, tolgo e aggiungo. La casa è uno spazio quieto. Quasi sempre lo è. Però è uno spazio mobile. Le corse e il nuovo vi arrivano filtrati; sarà perché nella casa a propria immagine si può depositare l’inermità della stanchezza? La stanchezza viene da fuori, la distendo sulla chaise longue, la faccio sciogliere in un libro scelto a caso, la svuoto in una musica che conosce la battuta che segue. Insomma la tratto bene e col giusto tempo.
Tra le tante stanchezze, quella del dover fare, del ruolo, del dover essere è tra le peggiori. Puzza di libertà decomposta, di ragioni trovate per farsene, appunto, una ragione. Non ha la limpidezza del sudore, ma l’unto di ciò che non era nostro. E non basta una dormita e via, bisogna toglierla dall’anima. A questo servono i luoghi propri, a togliersi quegli abiti imposti e sentire la pelle.
Almeno assumere l’impegno di non aggiungere ingiustizia a rapina. I paesi europei hanno rubato le materie prime e le popolazioni di tutti quelli che non erano in grado di difendersi. Ovunque. Fosse Africa, Americhe, Asia. E fa specie che oggi la Francia (e non solo essa, perché Inghilterra, Cina e tutti gli europei e gli Stati Uniti) continui a lucrare sui paesi francofoni, con accordi privilegiati sulle materie prime e sul commercio, condizionandone la vita nei consumi imponendo prodotti e stili di vita. E così dopo aver imposto la lingua e illuso sulla cultura di libertà, oggi un ministro francese, si occupi più della nutella e dell’olio di palma che degli immigrati fermi a Ventimiglia. Almeno entrambe le cose, almeno tirare una linea per dire: prima siamo stati rapinatori e oppressori ma oggi siamo cambiati, c’è un problema che durerà nel tempo, cerchiamo di risolverlo con intelligenza, giustizia, equità. Almeno quello.
C’è un piccolo cuore di stagnola che attende nel vicolo. Luccica nel buio, si sta attenti a non pestarlo e nessuno lo raccoglie. Neppure gli spazzini l’hanno toccato: chi sposterebbe un cuore?
E’ un notturno urbano, molto italiano e poco americano, con le finestre che guardano la notte e un alito di vento incostante che muove gli oleandri, tra scrosci brevi di pioggia. Fuori dalle case il buio si separa da quello delle stanze. Luci diverse, piccole quelle di casa, grandi e sguaiate quelle di strada, ma pozzanghere di nero mostrano la forza della notte. Quella che solo i sogni rendono giorno. Assieme a quel piccolo cuore di stagnola.
Tutto dorme fino al canto dell’allodola, poi ci sarà lo stridio del nibbio che cerca nella luce ciò che può ghermire.
E ciò sembra dimostrare che non è nei sogni che alberga la violenza.