la coda

La coda di auto ha tetti che riflettono la luce. Dall’alto non ci sono colori solo specchi argento che celano al loro interno vibrazioni, così la coda diventa corpo di luce che si snoda, come quei serpenti giocattolo di un tempo fatti di tanti pezzetti collegati tra loro. A guardar bene non sono collegati, ognuno dei pezzi si muove covando uova di rancore, mescola la musica che esce dalle radio con le sue paure, frulla con fruste di tempo, ne esce una fretta senza misura, l’ansia, la voglia di essere altrove, quell’altrove che l’auto davanti non gli concede e che ormai occupa l’intero campo visivo. Così non vede i boschi fitti, non sente il fresco che odora di resina., non immagina elfi tra le fronde. L’aria odora solo di scappamenti, si spande sui primi abeti il sentore acuto e acido delle miscele incombuste. Dentro le auto si aspira e respira, si mette la marcia, si fanno due metri, poi si rimette la folle e si preme il freno. A volte il motore si spegne per lo stop and go, altre volte non accade, miracoli dell’elettronica che non eliminano i desideri comuni, che non allargano le strade e che portano sempre negli stessi posti. Partono le ventole di raffreddamento e un pensiero di prigionia, c’è bisogno di vuotare la vescica. Perché non si è provveduto al bar, forse per la brioche di cartone e il cappuccino con il latte a lunga conservazione ? Prima incazzatura, qui ci sono solo mucche e vitelli e latte a lunga conservazione, chi lo beve il latte delle mucche? Le mani stringono il volante, sudano, bisogna soffiare tra le dita, imprecare, togliere le mani e vederle gonfie.
Ognuno di questi pezzi di serpente, ha una storia, una vita vissuta, la nebbia su ciò che vivrà oltre i desideri. Ciò che unisce le vite è ignoranza e disperazione, l’incapacità di determinare un presente che sia madre di un futuro. Dove sei libertà che ora manchi, sei un nome che contiene solo desideri, nulla che costruisce identità profonde, bisogni inesausti, con la tua essenza intuita frutto di disinganno, di scelte, di pazienza portata oltre il limite delle vite, sembri vivere e muori in una coda, in un pensiero, in un guardare nello specchio e vedere la realtà riflessa.
Dall’alto il serpente si snoda, accelera, decelera, si ferma. Quando è fermo vorrebbe azzannare.

Ci sono 12 branchi di lupi che percorrono l’altopiano, di notte fanno anche 30 chilometri, poi attaccano un vitello o un asino, mangiano il necessario e spariscono. Adesso dormono.

scompaginate riflessioni senza contesto

La menta di assuan sta facendo effetto: sbadigli a raffica. Prima di dormire racconto cosa ho pensato leggendo (cosa, chi, dove?) :
1. il testo era scritto bene e aveva un ritmo interiore, ho cercato di adeguarmi,
non era un tango, qualcosa di più ritmato come quei balli irlandesi e greci.
2. il sentimento del cambio dell’età così contestualizzato è una mia
autoanalisi, non c’è nel testo. Si tratta di capire la cesura del mutamento.
3. la lettura non ti prende per mano, le parole, le frasi corrono avanti e poi oscillano indietro, trattenute da qualcosa che non è stato e non potrà più essere.
4. c’è il tema del procedere del tempo, il suo trattenere e lasciare, gli amici che a volte se ne vanno, ma per fortuna si vedono reali. Nel ricordo comune c’è un prima e un dopo, come le sciocchezze fatte assieme allora. Tutto era buono, forse l’età, poi in un divergere è mutato. Si spera sia presupposto del buono che ci sarà.
5. il buono che ci sarà, si farà fatica a sentirlo tra le dita, questione di artrosi.

distratto, indovino

Non ho più strumenti d’analisi del presente. Quelli della mia formazione scientifica sono arrugginiti, inattuali, difficili da usare dopo tanto tempo e comunque mi lascerebbero vaste pozze di buio. Mi resta la letteratura e la poesia, un poco l’immagine fotografica per analizzare la realtà, come io sono in essa. Consequenzialità determineranno il futuro, sempre più ricco di mistero come s’usa nei tempi in cui correnti e flussi di fatti s’incontrano e si mischiano
Ciò che adopero, distratto indovino, sarebbe sufficiente per un analista ma per un dilettante di auto analisi è il regno del pressapoco e del dubbio. Non disprezzo nessuno dei due, ben conosco il loro limite, eppure contengono molta più verità della manipolazione materiale e immateriale in cui, come tutti, sono immerso.

ti parlo della vita sobria

Il cuore degli uomini, dev’essere in continuazione costruito e confermato.

E’ una verità ambivalente, ostica al desiderio di certezze e d’immutabilità che ci percorre. Da essa è inutile trarre subito dinieghi, basti pensare a quanto dei nostri giorni è rete di consuetudine e quanto si misura con tempi che non sono nostri per desiderio e che neppure, forse, vorremmo. Basta guardare quanto di noi è paziente costruzione, per capire che il rifarsi del cuore è un impegno costante e necessario. Ci si rende conto che l’educarsi al sentimento, all’affetto, alla percezione dell’altro, è l’opera nostra di costruzione del sé. Che questa s’affianca all’opera che altri, ben più forti ed arroganti, mettono in campo: la famiglia, la società che c’attornia, le convenienze, le regole, sino ai limiti fisici nostri confrontati con quanto si giudica forte, bello, adeguato. Chi non è bello secondo i parametri altrui dovrà scoprire la propria bellezza e di questa convincere il cuore per evitare l’infelicità. Come pure varrà, per la forza e l’adeguatezza, il mediare con l’esterno il proprio benessere, sottoporlo, anche quando questo sia precario, a una serie infinita di aggiustamenti che ne consentano l’equilibrio. E ciò vale per le conseguenze della ricerca al ben stare, ovvero il benessere economico, oppure quello affettivo, od ancora quello sessuale, ciascuno di questi esigendo un compromesso tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è davvero. E quanto l’essere sia esso stesso un mescolarsi di evidenza e di parti celate, lo sa il cuore che trova in suo punto d’equilibrio nel parlare con sé, mostrandoci ciò che siamo davvero. Superata l’età della sfida, della ribellione senza pensiero di conseguenza, ciò che viene dopo è un’intrecciarsi di forze, di fili che collegano e tengono, ma che se s’ingarbugliano portano verso nuove, intollerabili, prigioni. In questo c’è un dipanare, un pensiero d’ ordine che cerca di plasmare il tempo e darsi priorità, un prima e un dopo, una valenza nelle persone e nelle cose. In questo ordinare interiore c’è molto del fare e dell’educare il proprio cuore. Usare la parola cuore per ciò che sta nel cervello, significa mitigare la lama della razionalità dalla propria insensatezza, il vincolo che ci metterebbe costantemente in decisioni che, proprio per la loro nettezza, prescinderebbero da noi e non sarebbero parte di quella educazione al vivere bene che in fondo fa parte di tutte le aspirazioni e di tutti gli eccessi che comprendano la vita e il vivere. Ma questo cuore, costantemente rifatto e confermato, è quanto di più nostro abbiamo, quanto possiamo mostrarci per riconoscere il nostro tempo e ciò che siamo e da esso partire per riconoscere come abbiamo vissuto e vivremo.

Se un pensiero mi attrae con maggiore forza, è quello che per scelta, semplifica, riporta a sobrietà il ribollire barocco delle vite, l’uso interiore degli aggettivi (ci sono aggettivi interiori che c’illudono, danno la sensazione d’onnipotenza, portano a crederci eterni) che scatenano la meraviglia fugace e la disperdono in infiniti rivoli di senso, tanto che alla fine, d’esso non resta traccia, inghiottito com’è dal predominare delle abitudini e dei condizionamenti, cancellato dalle pulsioni soddisfatte e subito dimenticate, riportato in una perenne eccitazione al fare confuso con l’essere.

La vita sobria è una vita complessa che si scioglie in pensieri forti senza dominio, che si conforma al proprio tempo interiore e c’accompagna in stanze che si liberano di pesi, in archivi virtuali che s’ordinano ed in scelte che quietano.

Il mio rappresentare le vite come poligoni di forze, sempre mutanti in relazione a ciò che improvvisamente diviene importante e tira in una direzione, non è quello che vorrei, perché è un equilibrio che ferma il movimento e trova un compromesso statico in attesa d’una nuova tensione che rimodelli il tutto, ma vorrei piuttosto il conformarsi ad una vibrazione d’onda che percorra il dentro e il fuori, faccia sentire che si è parte dell’universo e di se stessi assieme e che questo vibrare, talvolta, all’unisono, non è solo la felicità, ma la consapevolezza d’essere all’interno d’un mondo al quale ci conformiamo senza subirlo e continuando a crescere. 

Insomma l’uno che prosegue la sua infinita corsa e ricerca che mai non avrà fine ed il tutto che si disvela mostrandosi per pezzetti di scoperta e meraviglia, includendoci e fluttuando assieme a noi.

Non si esaurisce nulla, il processo (il vivere) continua e sapere d’esserne parte rimodella in continuazione il cuore.

parlare di lavoro

Parlare di lavoro oggi quando, pensando fosse altro, ci è mutato tra le mani e ora la capacità di capirlo costringe a rincorrere i dati più che a quello che essi contengono, ci porta a ipotizzare mondi possibili ed economie alternative che per la loro difficoltà diventano di immane difficoltà realizzati va. A questo si aggiunge la crisi climatica e ambientale che le aziende non hanno capito e non capiscono, ma essa muta il lavoro e la sua condizione oltre che la vita comune.
Deaglio analizza da tempo il lavoro com’è e dice che bisogna partire da come esso è diventato oggi e su questo esercitare una comprensione e una guida che lo muti o almeno ne attenui gli effetti più impattanti in termini di precarietà.
Ad esempio se la competenza diventa rapidamente obsoleta bisogna avere percorsi pagati di formazione continua che siano a carico di chi lucra su queste forme di innovazione e quest’ultima dovrebbe diventare una componente del ciclo lavorativo.
Portare il sostegno a chi perde il lavoro non verso la pensione ma verso un nuovo lavoro dovrebbe essere la caratteristica assistenziale di questo mercato mutato che non si basa più sul lavoro fisso e la competenza acquisita. Mutare in questo modo il mercato tra domanda e offerta di lavoro non può prescindere dalla constatazione che gran parte di esso è ormai concentrato nei servizi e che la manifattura in Italia produce un quarto del PIL.
Tutto questo e molto d’altro giustificherebbe una comprensione della situazione e un intervento da parte dello Stato che progetti un nuovo futuro e non lo subisca. Difficile che lo faccia un solo Stato con successo, diventa più semplice se questo è un problema europeo.
Quello di cui si parla senza soluzioni è che il lavoro, anche quando c’è, spesso non è sufficiente nella sua retribuzione per assicurare una esistenza libera e decorosa. Questa esistenza tutelata solo a parole dalla Costituzione e di fatto negata, anche ora, dai governi, avviene solo per una parte dei lavoratori e segmenta chi è attivo nella popolazione tra chi ha troppo (minoranza) e chi ha troppo poco.
Troppo o poco, in a una società che impone livelli di consumo insostenibili e funzionali a una produzione globalizzata, è che comunque retribuisce troppo poco gran parte del lavoro che impiega. Una via d’uscita sarebbe quella di aumentare costantemente il valore di ciò che si produce attraverso la ricerca e l’innovazione, ma questo è il settore in cui l’Italia spende meno. Altra consapevolezza da acquisire sarebbe quella che il lavoro senza limite a cui viene soggetto chi ha un contratto precario e non solo, isola ulteriormente la persona dal contesto lavorativo e sociale, non diviene parte di un gruppo che produce qualcosa di cui sentirsi protagonista ma è solo un fornitore senza identità collettiva. Questa parcellizzazione della persona che segue le tante altre presenti nella società della realtà digitale, impedisce una crescita comune. Si guarda il PIL ovvero quanti beni e servizi vengono prodotti ma non la società che li produce e così una nazione di schiavi potrebbe avere un pil elevato ma nessun diritto per chi lo ha prodotto. Ebbene una nazione di schiavi ha ancora la possibilità di un senso collettivo dell’identità derivante da una funzione, può socializzare l’ingiustizia e il sopruso e ribellarsi, una nazione di individui in competizione tra loro, con retribuzioni al limite della sopravvivenza non percepisce più l’ingiustizia come fatto collettivo, anzi la ingloba nella percezione normale della realtà. Questo è il campo in cui un nuovo umanesimo socialista dovrebbe esercitarsi.

il racconto unifica i ricordi

Ognuno di noi ha ricordi differenti degli stessi fatti, concatena cause ed effetti sulla base di tesi più che di domande. Forse dipenderà dalle opinioni che si consolidano anche sotto la spinta del pensiero dei media che vorrebbe diventare pensiero comune. E questo pensiero procede per assoluti. Abbiamo vissuto fatti comuni ma ciascuno di noi era diverso e spesso sono le nostre ragioni a prevalere nel giudizio.
Si tende all’elegia di ciò che si è maturato prima di un’epoca senza ideali e con il sé come riferimento. Delle piccole miserie si toglie traccia: disperse all’aria dopo aver ben battuto i tappeti sotto cui erano state messe.
Siamo ottimisti o pessimisti e la realtà è indifferente a ciò che pensiamo, se non per quanto ci riguarda e così nascono i nostri ricordi. Forse per questo servono gli storici e un uso confacente a noi del presente e del futuro. La narrazione è altra cosa e non fa neppure bene, perché il racconto politico sociale unifica i ricordi, fa un fascio delle vite, le sterilizza di ciò che hanno provato e fanno prevalere il più forte, non la verità o la ragione.

accompagnando il tempo

Accompagnando il tempo,
ho appreso del vetro la nascosta natura,
il suo prefigurare la vita,
indifferente al distratto sguardo,
forte nell’essere, dapprima, liquida e splendente,
poi cristallo che piano muta verso l’opaca luce.
Così il secolo feroce che non finisce, rovista nelle vite immemori,
mostra bagliori che non si ripetono
e domanda, chiede,
con impetuosa insistenza di non esser solo testimoni.
Fragile e duro, sono, nel tener racchiusa
la piccola consapevolezza d’essere,
d’esser stato altro e di voler essere futuro. E alzo lo sguardo alla realtà,
al presagire inutile
capendo che nella fragile paura
s’annida il coraggio del vivere e lo sperare trasparente.

la tua estate

L’estate la desideravi negli acquazzoni di giugno, la trovavi nell’odore di cloro dell’acqua della piscina, nella sera quando i muri emettevano calore e ci si sedeva sugli scalini di fresca trachite, a parlare di ciò che mancava nelle nostre vite. L’estate era nei pranzi che facevi da solo, nelle scatolette di tonno con salsa e piselli, nel loro pessimo sapore di unto e di latta, nella fame che s’era accumulata in una infinita nuotata. L’estate era l’ombra dei portici alle quattro del pomeriggio, era l’alito di muffa e di fresco che veniva dalle grate delle cantine, era suonare un campanello per cercare qualcuno che era già andato via.

L’estate ti prendeva a tradimento, sembrava che fosse lenta ed era un fulmine di caldo, ti faceva domande a cui non sapevi rispondere. I giorni correvano pregni di sudore, desiderando il buio, le camminate nella notte, le sedie di legno dei bar già chiusi, da solo o in compagnia, ad attendere qualcosa che doveva farsi esatto, una scia nel cielo, un segno, un presagio. Era estate e non s’era sentito il suo passo lento, il vestito leggero, il profumo di pelle sudata, la sequenza d’ombre e sole che spingeva verso i muri sotto i portici.

Sarebbe arrivato agosto, il mare, la pelle ancora più scura, esposta, nuda nel giorno e nella notte, il salso che si screpolava, che tirava e poi prudeva, i giorni già più corti, pieni d’una luce che non finiva mai, con la sabbia tra le dita, poi nelle lenzuola di lino fresco, e un prendere a calci il tempo per gettarlo innanzi, oltre una duna, un casotto, una pianta arsa e feroce di spini, un richiamo a cui non badare.
Il giorno iniziava presto, il sonno scioglieva nella notte e nel fresco la stanchezza, poi c’era il profumo del caffè, la luce che premeva sugli scuri accostati. Sentivi il suo richiamo ad uscire nel profumo del sole, violento, possessivo, privo di pudore. Il sentiero tra le dune già scottava, attendevano giochi ormai adulti, e presto la sabbia ricopriva la pelle, c’era l’urgenza del mare, anch’esso gioco e indiscreta bellezza, le corse, il gettarsi nell’acqua, il riemergere con gli occhi pieni d’acqua e di luce.


La città paziente, attendeva i ritorni. Scompariva dal ricordo, lo sapeva. Si consolava con il brivido delle lucertole che uscivano dalle crepe degli intonaci roventi, guardava con gli occhi dei vecchi dietro le imposte accostate, il giorno che scorreva nel sudore dei pochi rimasti. La sera le rondini davano spettacolo, pochi le vedevano attendendo il cielo della notte per uscire, poi una spuma fresca, una fetta di anguria, i semi sputati, rimandando il riposo difficile nelle case. La città strascicava il tempo, lo offriva lento a chi era rimasto, sapeva distrarre gli amanti tra schiocchi di vecchi mobili e lo scorrere d’aria delle finestre “in corrente”.


Tu, assieme agli altri, i lontani, saresti tornato con l’estate non ancora finita, le piazze si sarebbero di nuovo riempite la sera e i portici cercati per l’ombra nei pomeriggi infuocati. Avevi storie da raccontare, pensieri nuovi da fare, silenzi da imparare, la notte veniva prima ed era più fresca. Odori e profumi si mescolavano, andavi a letto sempre tardi, l’estate non finiva mai.

un paese di vecchi

Diciamo la verità, questi vecchi che bazzicano la politica e le televisioni, non solo hanno stancato ma non sono mai piaciuti. Sono ridicoli quando cercano di fare i giovani, hanno ricette per tutto, ma soprattutto non mollano il potere reale che gestiscono. Ostentano saggezze che i loro gesti contraddicono, raccontano storie che non sono la loro vita, si ammantano di conoscenze che non hanno previsto nulla di quanto accade. Sono pervasivi, occupano i posti nella comunicazione, nella narrazione della politica, non vanno in pensione, casomai fanno finta di farlo e cambiano lavoro togliendo spazio a chi vorrebbe averlo. Ex direttori di giornali ora fanno gli storici, ex giudici sono ministri di giustizia, deputati e senatori, ex imprenditrici fallite dovrebbero rilanciare il fascino italiano, vecchi industriali hanno ricette per governare il paese dopo aver ceduto le loro imprese, tutti sanno tutto e non stanno zitti.

Pensate alla funzione di Vespa e dei tanti sosia da lui generati, in questa realtà così composita, difficile, divisiva, pensate al ruolo che hanno avuto, a come è stata raccontata la realtà del potente di turno, quanto posto gli è stato dato per le sue narrazioni sino a confondere gli spettatori nel percepire il futuro come un apocrifo del presente. Nessuno di questi ha migliorato il paese, non c’è più solidarietà, più senso critico, una percezione equilibrata della realtà.

Il grande imbroglio è cresciuto con gli anni, e ha fatto danni ovunque a partire dalla politica sino a far scordare cosa sia il senso del potere come servizio. Nella sinistra ha cancellato la diversità, l’orgoglio di essere tale, annacquando la sua identità e facendole desiderare di essere ciò che doveva combattere. Il vecchio per restare al potere fa scegliere il nuovo per il nuovo, in specie se disgiunto dalle vite e dai bisogni concreti.


Questo è un paese di vecchi, lo dice la demografia, con pensieri vecchi e amnesie frequenti, che rifiutano di essere tali e di analizzare ciò che accade davvero, dovrebbero essere saggi, donare il sapere accumulato, ma in una società dove vale il singolo, l’io che non si cura del prima e del dopo, i vecchi sono un peso o una minaccia. Chi è forte e ha potere, glorifica se stesso, stipula alleanze senza limiti di età purché funzionali ad eccellere sugli altri, ad usarli finché servono. Questo ha un curioso effetto che genera un’eugenetica surrettizia esercitata in modi diversi a partire dalla solitudine dell’io. Per chi non ha potere, c’è la coscienza di essere parte di un mondo che gli diminuisce la sua comprensibilità e in cui è difficile trovare un ruolo. Chi possiede affetti veri ha la possibilità di sentire l’età come possibilità di un nuovo sconosciuto, se c’è chi si prende cura di lui prosegue una indipendenza di pensiero e azione, trasmette cultura sociale, è tramite per una continuità di valori. Altri, invece, e non sono pochi, vengono travolti da un sistema burocratico che medicalizza la solitudine, diventano incapaci di tenere un ritmo che enfatizza la quantità sulla qualità, si isolano da un mondo di finti giovani e popolato da vecchi abbienti e determinati a fare i propri comodi e dimenticarsi degli altri. Assentono ai vecchi che non si pensano tali per il potere detenuto, diventano inermi, attendono, si lasciano andare rassegnati. Questa è l’eugenetica che viene praticata e non è poco crudele, ma insensata e inutile. Generatrice di anomia e di decadenza sociale.

lo stato che predica bene e razzola male

Nella solita ripartizione tra trasgressivi e benpensanti, in particolare nei governi che mettono la famiglia come centro del loro interesse si sorvola comunque su un fatto, che in questo paese ci sono più sepolcri imbiancati che chiese, che abbiamo tristi primati di turismo sessuale, che non esiste una educazione ai sentimenti che faccia bene all’amore e ai rapporti di coppia. Tra poco mi aspetto che torni alla ribalta il tema della prostituzione, perché non solo esiste, ma riguarda almeno 6 milioni di clienti, e un numero che si avvicina alle 100.000 prostitute, con un fatturato di almeno 90 milioni/mese esentasse ma rilevato in parte nel Pil. Quindi affrontare temi etici, portando alla luce la realtà non è una caratteristica della politica che ha sempre un doppio binario tra le virtù civili e morali e il laissez faire della pratica comune. Questi ultimi 30 anni non hanno chiarito la vita sociale, se non per il fatto che l’etica si basa sul potere e così hanno glorificato il furbo, il potente, colui a cui tutto è permesso perché neppure l’infrangere la legge alla luce del sole è un limite se si hanno buoni avvocati e prescrizioni favorevoli. A volte basta chiudere un occhio, a volte entrambi per non cogliere le contraddizioni, come tutti fossero conniventi e nulla di ciò che viene detto avesse un qualche valore civile. Siamo lo stato dell’etilometro che impone la tassa sull’alcool, che lucra sul fumo, che guadagna sui carburanti inquinanti, che ha un tasso di corruzione elevato e diminuisce i controlli, che respinge in mare gli emigranti e non controlla le disumane condizioni di lavoro di molti di essi nell’agricoltura, nella logistica, nei servizi. Un sentire comune si è fatto strada ovvero che la legalità sia un optional, che la sicurezza riguardi solo alcuni e alcune parti del paese, che i servizi pubblici che rendono eguali i cittadini possano diventare accessibili solo per chi può pagarli.

Viene da chiedersi se l’unico discrimine non sia etico o civile (qual è il grado di civiltà di un paese che dice una cosa e ne ne permette un’altra), ma basato sull’utile che può essere tratto da una pratica di massa, da un sentire comune che rende prioritario il proprio desiderio o tornaconto e neppure esamina come evolve la libertà individuale e quella collettiva secondo regole che devono essere comuni. Non si può discutere di suicidio assistito ma si può rendere la sanità e il sociale così impervio per i 10 milioni di poveri o quasi tali, da non poter accedere in tempo alle cure o vivere una vita dignitosa. In questo pervertirsi del bene comune, della politica come servizio ci sono le deviazioni di una intera comunità fatta di eccezioni e non di regole. Anche in passato ci sono stati tempi terribili e bui, ma ciò che mi sorprende è che l’indignazione si sia smarrita, che comunque tutto diventi normale e sparisca il legante sociale. Nelle fiabe si dice la verità, il re è nudo, nelle nostre fiabe, la realtà scompare e con essa ciò che ha valore e può far crescere un popolo, una comunità.