il cielo consola

Le case nelle città medie sono basse, tre, quattro piani e basta alzare lo sguardo perché il cielo entri negli occhi. Nella testa. Nubi grigie, bianche o azzurro. Oppure quei rossi aranciati, impossibili, che solo qui si vedono e che il Tiepolo a lungo ha inseguito e guardava, arretrava, insisteva sugli azzurri, li rendeva trasparenti, si portava sulla pennellata, scuoteva la testa e riprovava. Ma non tentava gli aranciati, meglio i visi, le persone del cielo, quel cielo che lo attirava, ma diventava protagonista, inglobava le persone, ne sapeva qualcosa Jacopo Tintoretto che quasi vedeva le persone risucchiate nell’infinito, tenute solo da quelle nuvole, da quegli azzurri e rossi, che avrebbero divorato ogni espressione e così chiudeva i cieli, li stipava di angeli e santi. Cose di colori, pensieri da città.

L’abbiamo sempre saputo senza impararlo: il cielo consola. E’ un sapere innato nel nascere, ovunque. E nella città o nella campagna, ancor più consola, finito, infinito, in un’oscillare dentro, fuori, che porta a noi con gli occhi persi nelle nuvole, che fantastichiamo, meditiamo, e siamo qui e altrove.

Con sé, mentre sbiadiscono le nostre tracce lievi di ricordo, il cielo porta un senso di equilibrio, di spersa serenità che si diffonde e prende. Certo esistono i cieli di battaglia, cieli collettivi, cieli che fanno paura, ma per noi, fortunati, il cielo domestico riporta a noi. A noi come persona, non più collettività, tanti, a noi singoli, nudi di intenti urgenti in un rimboccare materno che avvolge e permette di crescere.

Nelle città medie il cielo c’è ancora e gli uomini costruiscono, rispettosi senza sapere, ma in qualche fondo c’è memoria della Babele, ovvero del “confondere” le menti, del differenziare e del dividere contrario all’ abitare con della città. Forse per questo, qui, più che altrove, il cielo non è indifferente e fa la parte degli uomini, racconta loro d’un rapporto con sé che non isola; li differenzia in un meditare quieto sulle grandi domande.

E li lascia senza risposte, ricchi di speranza: domani è un altro giorno. E’ una certezza così forte che permette d’addormentarsi, mentre la coscienza lascia il posto ad altre realtà, in attesa d’una nuova luce.

crocchiare tra luce pallida e compresa

Parlerò poco di foglie, forse solo questa volta. In autunno bisogna pur trattenersi, anche perché la consistenza della foglia secca sulle dita non interessa a nessuno e quindi in realtà si parla del colore e del calpestare. Per il primo sarebbe più semplice parlare del pantone, ne avremmo per tutta la vita e anche di più. Quindi trionfi di gialli, rossi, aranciati (che bella questa parola da bere) stagliati contro un verde che brunisce e s’impacca, insomma una gioia transeunte per gli occhi che se la bevono felici, ma oltre al colore che sfuma, muta e vira inevitabilmente al marrone come punto finale ( che sia per questo che il marrone è colore da vecchi ? ), un classico è il rapporto tra piedi e foglia, un misto di udito e tatto dove il tatto è pur sempre mediato da una scarpa, eppure si sente una sensazione positiva oltre la suola. Potrebbe essere una pubblicità di scarpe: il benessere oltre la suola. La parola che definisce questo suono di calpestio spesso è crocchiare, le foglie bagnate sono molto meno interessanti, afone e pure scivolose. Crocchiare evoca qualcosa da mettere sotto i denti, qualcosa che risuona nel cervello e nel carnivoro che ci portiamo dietro da sempre, quello che si mangiava tutto, ossi compresi. Magari in testa si associa  il crocchiare al croccante ed una dolcezza autunnale trova il suo corrispondente di stagione nella natura, tutto un consonare piacevole, acqualinoso che fa dell’autunno una stagione saporosa e odorosa.

Comunque sia le foglie crocchiano perché sono secche, non perché abbiano un’attitudine al crocchiare, loro preferivano trasudare fotosintesi, ma tant’è, si adattano anche ai nostri piedi calpestanti, trituranti, scalcianti. Ecco tre azioni che ci riportano al bambino che abbiamo dentro, quello che sente i piedini solleticati dalle foglie, che ha un oggetto soffice e rumoroso che può essere preso a calci e scatenare energia, è per questo che ride, modifica il mondo, lo frantuma ed al tempo stesso lo sente alla sua portata. Un senso di dominio delle cose che non può che rendere allegri. Ecco, quel bambino che si nutre di suoni e di colori in autunno può ancora espandersi, correre, sentire che il mondo muta eppure è sempre bello. Il senso dell’autunno e delle foglie non è forse questo? Il mondo muta e ci stupisce e ci consente di vivere nel giorno. Il bambino che abbiamo dentro non pensa alla primavera, alla prossima estate, ogni sera, quando va a dormire, ha una sottile paura del buio perché ha paura che la luce non torni ai suoi occhi, per questo ha bisogno di vivere ciò che ha, di consumarlo.

Così adesso mi godo assieme al bambino che m’accompagna, il colore e il suono delle foglie, lascio che entrino dentro, provochino felicità di esistere. Sapete da dove deriva la felicità di esistere, dalla meraviglia, dall’inatteso, le foglie che mutano sono inattese, il bambino ci trasmette il sorriso e l’autunno comincia a promettere nuove meraviglie.

pronomi personali

L’io sembra essere il pronome prevalente della nuova comunicazione. Sono stato educato a non usarlo pubblicamente, ai miei tempi lo stile coincideva con il non apparire e anche la modestia veniva considerata un tratto positivo del porsi, ma adesso lo scrivere (anche mio, meno per fortuna il parlare) è zeppo di identità. Su fb si chiede cosa stai pensando, non cosa pensi di… , e la risposta non può che parlare di sé, o direttamente o attraverso il sentire.

Non so se ci faccia bene tutto questo centrare su di noi; da un lato siamo più consapevoli (forse), cresce l’autostima, dall’altro siamo più soli, abbiamo una misura di noi stessi e del mondo forzatamente limitata. Entrare ed uscire da noi stessi ci porta a vederci, e ad essere assieme agli altri, ovvero a pensare in termini di noi. Non è una minore considerazione o libertà, anzi direi che entrambe sono maggiori con questa modalità. Basti pensare a quanto ci stupisce trovare le consonanze con gli altri, proprio mentre ci sentiamo unici ed irripetibili. Proviamo sensazioni comuni, viviamo vite simili, usiamo oggetti ed abitudini allo stesso modo, eppure ce ne meravigliamo, mentre bene lo sanno gli esperti di marketing e di psicologia sociale.

L’unicità, l’io, è in quel 5%, forse, che ci portiamo dietro come dna, educazione personale, cultura, appartenenza per scelta, mescolati assieme alle qualità ed ai difetti di ognuno ( che, gioverebbe pensarlo, neppure questi ultimi sono così singolari), eppure quel 5% ci fa sentire molto parte di noi e poco parte degli altri. 

Come si dovesse dimostrare qualcosa, mentre non c’è nulla da dimostrare e già sentire questa necessità ci rende meno liberi. 

non ho parole

Non parlo del modo di dire, ormai privo di senso, che da tempo infarcisce non pochi discorsi, ma dell’assenza di parole per descrivere qualcosa di inusuale. Che sia un’emozione forte, un perdono, una gioia inattesa, oppure un sentire sottile che sfiora la percezione, spesso il vocabolario a disposizione diventa insufficiente. Anche i modi del comunicare ci paiono inadeguati, per cui si affrontano giri di parole, similitudini che lasciano larghi laghi d’insoddisfazione, così subentra la paura di non essere davvero compresi e ci si sente diventare strani o ridicoli. Allora la volta successiva si tace.

E’ il limite delle parole, oggetti vivi quando si estraggono dai loro involucri di significato comune, ma cagionevoli e pronte a morire sulle nostre labbra, quando la pregnanza nuova che hanno acquisito per noi, resta confinata nella necessità di spiegare troppo. In realtà avremmo bisogno di parole nostre per dire ciò che sentiamo, di oggetti leggeri e grondanti significato, mentre ci troviamo sul limite del fraintendere. E considerato l’oggetto del comunicare, è un fraintendere che fa particolarmente male.  Avremmo bisogno di significati che colmino un silenzio che non vorrebbe essere tale, e quindi anche di orecchie amorose e incoraggianti che accolgano e vibrino assieme.

Questo è il ponte instabile su cui passano dei pressapoco che si lasciano trasformare in suoni, via via, più netti e definiti, un sovrapporre ciò che si sente a ciò che si dice, finché si trova qualcosa a cui ancorarsi e sapere che è quello che cercavamo.  Allora  il non ho parole per dirlo scompare, e un passo innanzi nel nostro dizionario dei sentimenti è stato fatto.

Dizionario personale:la raccomandata

Tra le cose d’altri tempi, vagamente circonfusa di minaccia, vive ancora la raccomandata. Già nel nome è fastidiosa e melliflua, nasconde qualcosa che chi scrive vuole gettarci addosso, ma essendo un’anticaglia da molto ormai ha perduta quella potenza inquisitoria che il postino esercitava in conto terzi: c’è una raccomandata, bisogna firmare! Adesso il postino suona (forse) e mette direttamente l’avviso in buca. La raccomandata è un articolo del tempo in cui c’era qualcuno in casa, scendeva una signora asciugandosi le mani nel grembiule, firmava e poi aspettava che arrivasse il destinatario per sapere cos’era accaduto, adesso in casa non c’è nessuno, tutti sono al lavoro e poiché i postini si ostinano a non venire di notte, la probabilità che qualcuno risponda al citofono è estremamente bassa.

Credo che il postino soffra di solitudine, che mediti molto su sé stesso e che sopratutto abbia coscienza del suo decadimento sociale. Nei tempi in cui la letteratura, le canzoni, l’immaginario collettivo gli assegnavano  il ruolo che già fu di Mercurio, la sua fatica era un canto collettivo, un inno alla circolazione delle notizie e degli affetti, ora suona campanelli senza risposta, recapita pubblicità e riviste che sono esse stesse pubblicità con qualche articolo. Resta la raccomandata e il telegramma, ma né l’uno né l’altro hanno ormai un interlocutore, quindi credo che i postini siano ormai dediti alla meditazione e al filosofare sulla solitudine umana e sull’estraniamento da sé con un carico notevole di melanconia esistenziale.

Il gestore vero delle raccomandate è l’ufficio postale centrale dove queste tornano in giacenza e così ogni volta mi armo di pazienza e di tempo, prendo un numero, aspetto un tempo variabile tra mezz’ora e un’ora e dopo essere stato identificato da un impiegato, che non può amare quel lavoro in conto terzi e quindi è annoiato e vagamente inquisitorio nel suo scrutarmi : ma lei dov’è la mattina, dove va?, finalmente mi consegnano la raccomandata.

Solitamente è un nostalgico malfidente del servizio postale che mi scrive, che notifica qualcosa e spesso impone di pagare. Questo non aiuta la mia opinione sul mezzo anzi mi verrebbe da non ritirarle più le raccomandate, lasciare che macerino nel loro livore perché non m’hanno trovato. Tanto chi conta davvero sa dove raggiungermi, mi scrive, telefona, incontra, gli altri sono solo anonimi minacciosi che si firmano: agenzia delle entrate, corpo dei vigili urbani, ente di qua, ufficio di là, tutti uniti dal fatto che qualcosa gli devo.

La raccomandata insomma è un oggetto poco gentile, adatto a tempi e toni differenti in cui l’autorità pesava davvero e sparirà la raccomandata, oh sì che sparirà, ed io non la rimpiangerò affatto. Se devo pagare o vogliono chiedermi qualcosa, lo farnno in altro modo ed io vorrei lo facessero con gentilezza, senza alzare la voce, sorridendo, tanto pagherei lo stesso e tutti saremmo più contenti.

 

Aleppo

Poco più d’un anno fa ero ad Aleppo. Arrivavo dopo aver attraversato la Giordania e la Siria. Arrivare m’aveva dato la sensazione della prossimità d’un porto dalla parte del mare, un’onda calda e dolce che portava a terra, dopo tanto vedere, sentire, ammirare. Era un luogo che accoglieva, prima che una città bellissima, come aveva accolto per migliaia d’anni pellegrini, conquistatori, religioni, lingue, civiltà.

Nei luoghi ricchi di passato le civiltà si sovrappongono, ad Aleppo si incastrano e la tolleranza diventa un modo d’essere inclusivo. Ebrei, cristiani, musulmani vivono secondo le loro regole eppure accanto, lavorano nel souk in botteghe vicine, ti parlano tutti nello stesso italiano stereotipato, hanno la stessa gentilezza: sono tutti siriani.

E’ la sensazione che si respira nelle case di pietre squadrate e scolpite, nei patii interni rivestiti di cedro del Libano, sotto le tende dei negozi che riempiono l’aria di profumo di fiori essicati, sapone, spezia. Ne parlo al presente perché la mia testa si rifiuta di pensare che sia tutto distrutto e cerco di riconoscere i luoghi che ho conosciuto dai telegiornali, ma vedo cumuli di pietre, corpi, uomini che sparano. Il non riconoscere mi dà speranza che non tutto sia perduto, che finisca presto e la vita ritorni ad essere consueta, lenta, come l’ho vista nei caffè, nelle strade, tra le case. Ho letto che il quartiere antico è stato risparmiato dai bombardamenti, che forse anche il castello non era stato bombardato, mi ha preso una sensazione  di sollievo, perché se erano risparmiate le case anche le persone erano risparmiate, ma è stato un attimo, cosa stia avvenendo nella città lo si legge negli scontri casa per casa, negli eccidi e nelle esecuzioni sommarie.

La Siria è l’ennesimo fallimento dell’ Onu e dell’enunciazione pomposa dei diritti dell’uomo, in fondo Sebrenitza è stato lo spartiacque tra verità e convenienze politiche. Da allora si è visto con maggiore chiarezza l’inadeguatezza, ma anche disegni, strategie contrapposte che fanno emergere i cinismi delle cancellerie. La parte del Mediterraneo che contiene la Siria è una polveriera, basti pensare che i confinanti della Siria sono la Turchia, Israele, il Libano, la Giordania, l’Iraq e poi i curdi, hezbollah, ecc. ecc. Forse per questo Hassad si sente sicuro e massacra il suo popolo, perché toccare la Siria è aprire il vaso di Pandora, ma altri, l’Arabia Saudita ad esempio, giocano partite pseudo religiose di rivalsa Sunnita su correnti Scite, aprono ferite. Francamente mi riesce difficile pensare che tutto sia uno scontro tra ortodossie islamiche, che le benedizioni e l’appoggio delle cancellerie, fornitura d’armi compresa, non siano in realtà una guerra combattuta in conto terzi, una specie di gioco a somma zero in cui alla fine si avrà un nuovo equilibrio che prescinde dal popolo, dalle persone, dalle aspirazioni. Se la Siria avesse il petrolio della Libia la questione sarebbe diversa, qui si giocano altre strategicità, quella degli oleodotti e dei gasdotti ad esempio, ma anche la partita infinita di Israele e dei suoi nemici, la vera questione medio orientale che non è mai voluto risolvere. 

Il cuore mi si stringe in questi ragionamenti, quando si pensa in termini di strategie gli uomini scompaiono e invece ho visto, conosciuto persone, sperimentato una tolleranza religiosa inconsueta, uno spirito levantino allegro, ospitale, pervaso di gentilezza. Se penso ad Aleppo sento il silenzio lugubre dell’occidente, sento il silenzio dei molti come me, che si sentono cosa, impotenti nel fare e quindi nel dire. La tristezza è poco in questi anni, la tristezza è impotenza bisognerebbe ricordarlo.

la notte di san Lorenzo

L’acquazzone di stanotte ha regolato il caldo. Non dentro le case, prigioniere di muri arroventati, ma fuori, tra marciapiedi e portici, nel verde giallo dei prati di città, nelle strade dove l’ombra è più fresca tra aliti di vento. Il cielo stanotte sarà terso e le luci della città non basteranno ad offuscarlo.

Con gli occhi rivolti ad un mio intimo cielo, seguo presenze care che vanno e tornano, in rotte d’estate. Ciascuno ha una traiettoria, ciascuno percorre la stessa volta celeste, tutti c’incrociamo, pensandoci, nei vincoli d’una nostra gravità. Le libertà sono questo rammentarsi del limite, nel percorrere strade nuove sapendo che ci sono nostre armoniose scie che portano dall’uno all’altro lato del nostro cielo. E così, è bello pensare in queste notti, che per la scia di luce, e l’attenzione partecipe, i desideri s’avverino.

Il bagliore delle Perseidi nella notte, cercato, imprevisto, ed atteso, val più d’ogni fuoco d’artificio destinato a riempire gli occhi di luce e la bocca di meraviglia, ma a spegnersi nella meccanicità d’un fatto previsto. Stanotte, invece, guardando il cielo, gli occhi saranno pieni d’attesa e di buio, in una notte magica di desideri di cui conosciamo già la forma perché sono in noi da molto, prima d’essere pensati.

I nostri desideri siamo noi. Loro c’interpretano, così domestici nel loro ripetersi, così tenuti al riparo dalle paure che, a ben vedere, li motivano, così lasciati fluttuare nel cielo perché siano silenziosi di sorridenti segreti. Se ci soffermassimo, oltre il nostro ridiventare bambini, troveremmo in questi pensieri senza parole, il riassunto del nostro vivere: le gioie che non si dicono perché non svaniscano, le presenze su cui contiamo. Non è questa la magia del sapere chi si è ? Per una notte siamo più vicini a noi, a ciò che davvero vorremmo essere.

Buoni desideri per voi, che amate la meraviglia ed alzate gli occhi al cielo. 

 

prima del viaggio

Non mi piace partire la domenica pomeriggio, mi sembra un giorno rubato, anche la preparazione è un giorno di festa rubato. Ma accade non di rado, anche se poi passa: partire e’ un lavoro, e resta un lavoro, per questo non si dovrebbe partire la domenica. La sensazione resta finche’ non ci si avvia alla stazione, all’aeroporto. Allora, sono già in viaggio, e mi piace l’idea del viaggiare, non sapere cosa troverò, l’impressione del primo trasbordo, le prime difficoltà facili, la lingua, la registrazione alla concierge, l’ ispezione della stanza dell’albergo, gli asciugamani del bagno (se c’è un bagno), la valigia da aprire, i canali stranieri della tv (se c’è una tv). Mi sento già in una vita diversa e la diversità continuerà fino alla valigia che si rinchiude nuovamente, però si potrà ripetere, finché avrò voglia, forza, spirito di andare.

Ho atteggiamenti diversi nel preparare le valigie, anche se sto diventando essenziale. Me lo dico, disponendo le cose e pensandone l’utilizzo: tolgo, lascio a casa. Il mio obbiettivo è arrivare allo zaino anche per le trasferte formali. Ad ogni inizio del viaggio mi chiedo, se la prossima volta non riuscirò a trovare l’equilibrio perfetto, il bagaglio che ha tutto ed ancora più leggero del precedente.  Solo al ritorno vedrò le cose che non sono state usate, che hanno semplicemente viaggiato con me, vorrei vederle prima.

Intanto mi rendo conto che con la previsione della partenza, e’ sparita la settimana, il giorno con le sue abitudini è mutato. Ogni giorno ha sue abitudini, ha abitudini generali buone per tutti i giorni ed abitudini particolari che ti fanno dire: oggi e’ domenica, oppure e’ giovedì. In viaggio quasi tutte queste abitudini scompaiono.

 Anche le gratificazioni mutano: ci sono cibi che mangio solo in viaggio, che a casa non compro,  i tuc, ad esempio, oppure i biscotti con la cioccolata farcita, o la coca cola di pomeriggio, sono cose che nei rituali giornalieri non ci stanno.

Alcune cose mi seguono sempre, ad esempio, in viaggio ho sempre troppo da leggere. Penso che restare senza lettura sarebbe una sofferenza, per questo mi carico di giornali e libri, ma anche la scrittura fa la sua parte, con la carta, i taccuini, quello in uso ed uno intonso, le penne a inchiostro liquido, una stilo, le matite, come il viaggio durasse molto più di quanto durerà davvero, ci fosse un tempo infinito ed occasioni giuste per stare con me. Poi non accadrà, lo so anche prima di partire, ma è bello pensare che ci sia un tempo infinito per il nuovo e anche per me. Cioè essere io con le mie predilezioni e al tempo stesso cambiato, stupito da ciò che mi accade attorno. Trascurerò le abitudini e sarà un bene, eppoi  non metto in conto la stanchezza, ma come per i cibi da viaggio, metto assieme voglie nuove, pagine che a casa farei fatica a leggere, come se il viaggio mi rendesse diverso e più forte.

Non manca mai la macchina fotografica, anzi due, la piccola, che è il mio notes, e la reflex con un paio di obbiettivi. Anche qui bisognerebbe ridurre e in fondo l’ho fatto in questi anni, rispetto al momento in cui avevo troppa attrezzatura con me, adesso c’è un migliore equilibrio tra vedere con gli occhi e con la testa e vedere attraverso il mirino. Non è cosa da poco, altrimenti l’intero viaggio passerà attraverso la macchina fotografica, sarà ridotto da questa. Mi devo ricordare che è un mezzo, che quello che ricordo è molto più importante di quello che si fissa con uno scatto. Diventare multimediale, come del resto siamo tutti fin dalla nascita.

Avrò poche guide, le leggo solo il necessario, per il resto mi piacciono le persone, perdere qualcosa e trovare qualcos’altro che sarebbe sfuggito è il mio ideale del viaggiare.

Penso al bagaglio mentale e materiale e non ho ancora una meta, ma mi serve: il viaggio è sempre più una vita parallela. Lo era anche quando il lavoro mi ha occupato troppo, adesso è un piacere che fatica a diventare tale finché si prepara, ed è una condizione positiva, rafforza l’idea di andare: so che andrò e sarà bello.

la vita sobria

Il cuore degli uomini, temo, dev’essere in continuazione fatto, confermato. E’ una verità ambivalente, ostica al desiderio di certezze e d’immutabilità che ci percorre, ma senza trarre subito dinieghi, pensate a quanto dei nostri giorni è rete di consuetudine, quanto si misura con tempi che non sono nostri e che neppure, forse, vorremmo, e quanto di noi è paziente costruzione, per capire che il rifarsi del cuore è un impegno necessario e costante. Ci si rende conto che l’educarsi al sentimento, all’affetto, alla percezione dell’altro, è l’opera nostra di costruzione del sé. Che questa s’affianca all’opera che altri, ben più forti ed arroganti, mettono in campo: la famiglia, la società che c’attornia, le convenienze, le regole, sino ai limiti fisici nostri confrontati con quanto si giudica forte, bello, adeguato. Chi non è bello secondo i parametri altrui dovrà scoprire la propria bellezza e di questa convincere il cuore per evitare l’infelicità. Come pure varrà per la forza e l’adeguatezza, il mediare con l’esterno il proprio benessere, sottoporlo, anche quando questo sia arrogante, ad una serie infinita di aggiustamenti che ne consentano l’equilibrio. E ciò vale per le conseguenze di questa ricerca al ben stare, ovvero il benessere economico, oppure quello affettivo, od ancora quello sessuale, ciascuno di questi esigendo un compromesso tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è davvero. E quanto l’essere, sia esso stesso un mescolarsi di evidenza e di parti celate, lo sa il cuore che trova in suo punto d’equilibrio nel parlare con sé, mostrandoci ciò che siamo davvero. Superata l’età della sfida, della ribellione senza pensiero di conseguenza, ciò che viene dopo è un’intrecciarsi di forze, di fili che collegano e tengono, ma che se s’ingarbugliano portano verso nuove, intollerabili, prigioni. In questo c’è un dipanare, un pensiero d’ ordine che mette priorità, un prima e un dopo, valenza nelle persone e nelle cose. Ed in questo ordinare interiore c’è molto del fare e dell’educare il proprio cuore. Usare la parola cuore per ciò che sta nel cervello, significa mitigare la lama della razionalità dalla propria insensatezza, il vincolo che ci metterebbe costantemente in decisioni che, proprio per la loro nettezza, prescinderebbero da noi e non sarebbero parte di quella educazione al vivere bene che in fondo fa parte di tutte le aspirazioni e di tutti gli eccessi che comprendano la vita e il vivere. Ma questo cuore, costantemente rifatto e confermato, è quanto di più nostro abbiamo, quanto possiamo mostrarci per riconoscere ciò che siamo e da esso partire per riconoscere come abbiamo vissuto.

Se un pensiero mi attrae con maggiore forza, è quello che per scelta, semplifica, riporta a sobrietà il ribollire barocco delle vite, l’uso interiore degli aggettivi (ci sono aggettivi interiori che c’illudono, danno la sensazione d’onnipotenza, portano a crederci eterni) che scatenano la meraviglia fugace e la disperdono in infiniti rivoli di senso, tanto che alla fine, d’esso non resta traccia, inghiottito com’è dal predominare delle abitudini e dei condizionamenti, cancellato dalle pulsioni soddisfatte e subito dimenticate, riportato in una perenne eccitazione al fare confuso con l’essere.

La vita sobria è una vita complessa che si scioglie in pensieri forti senza dominio, che c’accompagna in stanze che si liberano di pesi, in archivi virtuali che s’ordinano ed in scelte che quietano. Forse il mio rappresentare le vite come poligoni di forze, sempre mutanti in relazione a ciò che improvvisamente diviene importante e tira in una direzione, non è quello che vorrei, perché è un equilibrio che ferma il movimento e trova un compromesso statico in attesa d’una nuova tensione che rimodelli il tutto, ma vorrei piuttosto il conformarsi ad una vibrazione d’onda che percorra il dentro e il fuori, faccia sentire che s’è parte dell’universo e di se stessi assieme e che questo vibrare, talvolta, all’unisono, non è solo la felicità, ma la consapevolezza d’essere all’interno d’un mondo al quale ci conformiamo senza subirlo, e continuando a crescere. 

Insomma l’uno che prosegue la sua infinita corsa e ricerca che mai non avrà fine ed il tutto che si disvela mostrandosi per pezzetti di scoperta e meraviglia, includendoci e fluttuando assieme a noi.

Non si esaurisce nulla, il processo (il vivere) continua, e sapere d’esserne parte rimodella in continuazione il cuore.

l’età dell’immagine

Questione d’attrezzatura e di reticenza, un tempo le foto, si facevano nei momenti memorabili del vivere, il matrimonio, il militare, appena nati, o da vecchi, erano patrimonio di famiglia, un legame di persone più che uno scorrere di tempo. Quasi sempre i visi, le espressioni e le idee che esprimevano, erano così paradigmatici che la giovinezza, la funzione, e l’esserci venivano privati del contesto, per cui non c’era confronto di modi d’essere. Uno non poteva dire: cosa pensavo, chi ero? Perché quando articolava il pensiero era esattamente, o quasi, come nel momento in cui era stato fotografato. Le foto venivano fatte per lasciare una traccia del soggetto, una testimonianza che non si sarebbe perso nel gorgo dell’anonimato: lui, per sé e per gli altri, c’era stato.

Guardo una mia foto da giovane, la barba nera, folta, i capelli ricci, l’espressione, il sorriso è di quegli anni, così diversi e aperti. Forse aperti perché molto sembrava possibile, quasi tutto. Non sono anni confrontabili con gli attuali e non solo per motivi di età, ho la sensazione che il mondo nel frattempo si sia chiuso. O forse sono io che mi chiudo? Il mondo cambia e mi cambia. Mia nonna aveva vissuto in un’epoca in cui era nata l’automobile e l’aereo, con una grande guerra mondiale poi seguita da un’altra ancora più immane, eppure chi non moriva, chi tornava a casa, era, sì, segnato dall’esperienza, però aveva un cielo di stelle fisse che mutava lentamente: il lavoro, la sua organizzazione, gli oggetti, le abitudini, lo stesso svago, lo sport erano delle costanti. Quindi la società rassicurava e permetteva di assimilare, di crescere assieme. La cosa assomigliva al moto lamellare dei liquidi o meglio al Mediterraneo che cambia le sue acque in oltre un secolo e quindi si modifica con lentezza verso l’esterno.

Guardo i calzoni nocciola a zampa d’elefante, li ricordo bene, erano senza tasche, non sapevo dove mettere le cose ed avevo un borsello di pelle che mi sembrava ridicolo, dovevo farmi violenza per portarlo. Anche la camicia a disegni serpeggianti, attillata, la ricordo bene. Nello sguardo c’è il sentore del cambiamento: lo so che il mondo sta mutando, mi sento dentro al flusso e un protagonista. Non è solo questione di moda, noi tutti, ci sentiamo attori di qualcosa che interpretiamo. Interpretare è la parola giusta perché non si capisce bene cosa stia accadendo davvero, ci sono sogni, lotte, consuetudini nuove. Si usa molto la parola rivoluzione, ma ha un significato sociale, si riferisce alle persone e ai rapporti, non agli oggetti. Forse la cosa più innovativa che ho è un’auto, una ‘500, e un calcolatore Texas che riesce a fare calcoli complicati per il regolo. Il resto è consolidato, la tv diventa a colori, ma è più o meno la stessa minestra. Il consumo non è ancora un problema, l’ambiente sì è un problema, ma nessuno se ne accorge che sia una priorità.

A lato c’è, posato, un cappello rosso, texano, che mi ha seguito per moltissimi anni e che anche mio figlio ha poi conosciuto e adoperato, finito non tanti anni fa in una stagione di tuffi e nuotate a Pantelleria. Quel cappello è del ’67, ha un significato di liberazione. L’ho portato nel primo lungo viaggio in auto in centro europa, alla frontiera tedesca mi hanno fermato per un’ora e mezza per capire chi ero davvero. Mi pare una medaglia questo essere oggetto di curiosità, in realtà è espressione di quel vivere in un limite educato, dove la trasgressione non è violenza esplicita, neppure cambiamento radicale o liberazione integrale del corpo e del sé, piuttosto mediazione tra il nuovo di cui mi pare di essere parte e quello che vedo, sento e interpreto, con gli strumenti che ho a disposizione.

La novità vera è che quella foto non è confrontabile con le precedenti, non è una testimonianza per qualcuno, è solamente un immagine, adesso sopravissuta con poche altre. Il vero mutamento di civiltà è la gratuità di quell’immagine, che non ha un fine o un uso, può essere semplicemente una merce di scambio che parla di un momento. Ecco in questo, pur fotografando molto già allora, non riesco a cogliere se non un dato documentale privato, mentre in realtà la rivoluzione è già avvenuta e l’immagine è diventata pubblica, non contestualizzabile nel privato solamente, neppure più proprietà del soggetto. E’ un certain régard sulla realtà, e lo sguardo si sposta dai simboli a ciò che questi significano all’esterno. Da allora, dall’epoca Instamatic e Polaroid, l’immagine diventerà essa stessa civiltà fino al dilagare incivile e ridondante del digitale che esclude il vedere per la gran parte di ciò che fissa e vede, accumula e getta in una fornace archivistica priva di sbocchi. Non è il mezzo sotto accusa, ma manca l’interrogativo sul significato sociale della nuova civiltà dell’immagine, sul suo dirci: cosa, come, a chi serva. E parli del suo utilizzo sociale, di come esso muti e ci muta, come tutta la tecnologia che facilita e non si assorbe, ma ci cambia e riserva ad altri il compito di stabilre cosa e come potremo fare delle nostre vite.

Era solo una foto sopravissuta, non aveva altri significati, i colori tendono tutti all’ocra e al marrone, solo il cappello rosso sta a fianco come un punto fermo di pensiero.