al solitario viene chiesto

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Al solitario, senza genere, in fondo viene chiesto di vivere nel presente. Di apprezzarne il gusto forte e le sfumature, di essere nelle situazioni adattandosi, e restando se stesso.  Di passare dalla tecnologia all’assenza di essa, dalla presenza travolgente dell’amore alla sua carenza, dall’equilibrio ordinato al disordine noncurante. Gli si chiede passione e tranquillità, forza e gentilezza. E chi gli chiede tutto questo? Una indole, una natura che lo porta a cercare la compagnia e il luogo in cui isolarsi, il rumore e il silenzio. Un capolavoro di ossimori, insomma, e siccome un equilibrio vitale è dinamico o non è, il suo controllore non sarà mai pienamente soddisfatto, al più ogni tanto gli ripeterà che è stato bravo e che si è sterili senza l’imperfezione. E che questo vale ovunque. Quindi sia felice e continui.

righe e fantasie

Guardo con attenzione, conosco, e vedo nei volti, la traccia della vestizione prima di un concerto, di una serata particolare. Conosco la camicia che scivola sulla pelle, il colletto aperto, le mani che frugano nell’armadio, indecise tra abiti che apparentemente si somigliano. Pensieri di accordo e di armonia, poi la scelta. La stoffa che non ha l’abitudine usata del corpo. I calzoni indossati e l’insieme che inizia a comporsi. Una cravatta, il nodo. No, non va bene, serve morbidezza. La stessa pretesa dai tessuti che si deve sposare con il sentirsi. La giacca, uno sguardo alla combinazione con la cravatta. Un ripensamento e un cercare tra i colori, le righe o i disegni: trovare il tono proprio nella serata. Sarò così, quel colore, quelle righe, quella punta di contraddizione e differenza, non voglio essere scontato o ripetitivo.

Infine tutto ha forma e si accorda con lo star bene. Che non è ciò che vedranno gli altri, ma come ci si sente. E guardando poi chi sta attorno, si vedrà, oltre i visi, i gesti, ciò che ha preceduto questo mostrarsi. Si riveleranno i caratteri sommari, la generosità o la taccagneria del sentire, il conformismo e la voglia di stupire, l’affermazione che non ascolta e la disponibilità al dialogo. Tutte variazioni sul tema della morbidezza, dal ruvido all’estenuato. Emergerà il gusto, la sicurezza e il suo contrario, la sensualità delle donne, il ritegno, il voler dimostrare degli uomini, la richiesta di approvazione esplicita. Il risultato della vestizione rivela molto più di quanto voglia sembrare, di rado è una maschera. Di rado non lascia trasparire, indica e suggerisce ciò che si è, e si è pensato, per comunicare ciò che pensiamo di noi stessi. 

La prova di un concerto e il concerto sono una metafora e assieme la rappresentazione di ciò che significa armonia, accordo, vestizione e comunicazione. Chi ascolta, al tempo stesso mostra sé e omaggia ciò che gli viene donato.

ci doveva essere del bello

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Gli uomini cercano il bello, perché la bellezza ricorda loro vagamente il buono. L’arte racchiude una bontà che rischia altrimenti di sparire.” Ulf Peter Hallberg: Trash europeo.

E’ più facile cercare la bellezza nelle cose, nei ragionamenti scritti, piuttosto che nelle persone o nelle situazioni. Anche la razionalità solo nell’attimo acuto della dimostrazione del vero oggettivo ha una sua bellezza assoluta, ma poi degrada nelle singole verità e nella competizione. Diventa brusio del vero. C’è molta più bellezza in dialoghi che evocano e che all’apparenza sono sconclusionati piuttosto che in ragionamenti che cercano di portare la ragione da una parte per interesse, arroganza, intrinseca debolezza.

E ci doveva essere del bello in ciò che accadeva, nelle cose che venivano dette, nel succedersi di parole così piene di umori gettati contro qualcuno, contro un’idea, contro le pareti, il soffitto, visto che anziché guardare negli occhi spesso veniva fissato ciò che stava oltre. Doveva da qualche parte esistere una bellezza che ricomponeva uomini, parole, conseguenze. Se si fosse fermato il momento in una fotografia si sarebbero guardati i visi, i gesti, la noia, la tensione di alcuni, il disinteresse di altri. Ciò che portava quelle persone in quel luogo, e le teneva assieme, era uno scopo comune. Solo che ciascuno aveva una propria idea dello scopo, idee e obbiettivi, anche personali, differenti. Il legante era che altrove la possibilità di un successo, di un riconoscimento della giustezza del proprio sentire, si sarebbe affievolita, sarebbero tutti diventati singoli e soli.

Se c’era una bellezza in quell’esile tenere assieme era difficile farla emergere. Forse per questo sentivo l’ineluttabilità del decidere l’altrimenti da ciò che pensavo, e così speravo finisse presto. Perché comunque la fine è un inizio, comunque è una consapevolezza maggiore, comunque se non insegna, almeno riporta ordine alla possibilità e riapre al sogno. Perché prima di ogni cosa che contenga bellezza c’è un sogno, e nel farsi quel sogno deciderà se contenere ancora il bello oppure attraverso la delusione, puntare oltre. Sognare di nuovo e riprendere il bisogno di una bellezza che si vorrebbe tenere, ma sfugge, com’è giusto sia, perché non c’appartiene. Non appartiene. Il massimo a cui possiamo aspirare è condividere la bellezza. Nulla di più, il resto è al suo servizio. 

voglia di Barbagia

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Magari resterei due giorni per paese, ma ho un’improvvisa voglia di Sardegna, e di Barbagia in particolare. Di fermarmi a Tonara o a Teti, in quell’agriturismo dove la sera devi mettere un limite ai colungiones, al porceddu, al cinghiale. Alle ondate di sapori che arrivano dopo un antipasto, che a casa ti avrebbe saziato per un giorno. E siccome sembra non ci sia fine alla bontà, è difficile smettere, perché la gentilezza di chi cucina ti travolge, così vorresti che il tempo fosse lunghissimo davanti al camino acceso, spezzettare il pane guttiau, parlare ancora un poco, sorseggiando cannonau di Oliena, perché andare a letto sembra uno spreco di tempo e poi mica dormiresti. E fuori c’è un cielo di una limpidezza incredibile, dove hai avuto un’esperienza del buio, incredibile e mai più ripetuta. Poi il mattino proseguire per Austis, andare a trovare un’amica, che è in campagna elettorale, e che stimi oltre ogni amicizia, salire verso il convento restaurato, camminare sino a sa Grabanissa e guardare tutt’attorno, Verso il lago Omodeo e oltre verso il mare, finché lo sguardo si perda e senti di essere non al centro della Sardegna, ma al centro del mondo. Fermarsi nei bar a bere un vermentino o una Ichnusa, ascoltando il barbaricino. Senza capire. Solo per il suono. E guardare i gesti ora lenti, ora veloci. Lasciando che il pensiero trattenga l’impressione di una enorme pila di vite sovrapposte e incastrate, come le pietre a secco dei nuraghe, che ora si depositano attraverso le parole che ascolti.  E pensi che c’è un filo grosso che cuce tutto, che ritrovi nelle case in cui il fuoco è abitudine dall’autunno sino a Pasqua, come lo sgabello in sughero vicino al camino; pensi che è un refe fatto di tradizioni senza apparente motivo, di gentilezze mute, di abitudini che scendono giù, giù, attraverso le parole, i nomi, i gesti, il tagliare un pane, l’offrire un dolce o una fetta di formaggio, verso la luce delle giornate, i lavori, e le pietre, i luoghi che hanno spirito e significato, gli ovili, le sughere rosse di vergogna per aver perso il loro mantello prezioso. Giù in un’arcadia fatta di luce e di regole ancestrali. E questo ti rassicura, come scendere dentro il tuo calore interno, com’essere nel mondo e dentro il suo significato.

Ho la strada in mente, l’ho percorsa tante volte da solo, scandendo i nomi: Mamoiada, Fonni, Ovodda, Tiana, Teti, Austis, Sorgono, Tonara e poi indietro. Due volte, Aritzo e poi il Gennargentu. Oppure da Ottana verso Sarule, Ollolai, Gavoi, Lodine, aspettando apparisse il lago Gusana. E ricordo le svolte in cui mi sono perso e i punti di riferimento che mi dicevano che ero sulla strada giusta, la sensazione di solitudine e di natura che avvolgeva totalmente, la voglia di guardare e di andare assieme, perché la natura alla fine ti fa desiderare un riparo, una casa dove riconoscerti.

Ho voglia di quella pace che ti accoglie, quando non hai più il tempo che ti sta attorno, ma solo il tuo, quando condividere è importante più della meta, quando le cose ti parlano per metafore, di te. E la notte ti addormenti sentendo gli ultimi belati, qualche uccello che non conosci, il maestrale che scuote le sughere e le lamiere dei ricoveri e la mattina ti svegli con gli stessi suoni. Ma il giorno dopo non c’è una meta vera, solo da ascoltare, vedere, sentire, per capire dove sei. Non qui, ma altrove. Un punto nave, insomma, senza alcuna utilità che non sia tu stesso.

anziano pensionato

La locandina del giornale locale riporta: nei guai anziano pensionato disturbava commessa. Rivedo il titolo al bar e , incuriosito, cerco l’età del vegliardo: 62 anni. L’articolo non spiega molto, pare che l’anziano pensionato cercasse di conquistare la commessa, avendo male interpretato la sua gentilezza.

Mi colpiscono tre cose: l’età, il pensiero dell’eterna giovinezza del fascino, il bisogno di attenzione.

Per i giornali l’anziano comincia ben prima dell’età Fornero, sono rimasti a due generazioni fa quando uomini e donne sessantenni erano ormai vecchi. Ospiziabili. Non è necessario correggere nulla, anche se è più difficile leggere: anziana pensionata disturbava commesso. Le donne sono effettivamente differenti, ma per gli uomini la società contiene una generazione che a 60 anni non esce dal lavoro, e neppure da vita e sentire. Le donne, pur avendo analoga vita e sentire, hanno uno stile differente, e questo ancora una volta fa pensare. 

Il pensiero di essere attraenti è una gran cosa, fosse solo in termini di autostima. Don Giovanni non muore mai e sulle panchine ha sempre imperversato, oggi di più. Solo che non si limita ad esercitare sulle panchine, ma ovunque. Diciamo che c’è un po’ di confusione tra teste che, giustamente si sentono attive, e questa giovinezza protratta che sembra non finire. Pare esista solo il biasimo sociale nei comportamenti fastidiosi, e néanche tanto, visto che i modelli divistici e culturali, infrangono in continuazione i vincoli di età, a far da discrimine. Mentre credo che la cosa dovrebbe ritornare nei canoni della consapevolezza e dell’educazione sentimentale, magari fondando sulla gentilezza i rapporti e lasciando ai singoli il compito di dire se la cosa è opportuna oppure no. Forse il problema vero è che in tutti i rapporti bisogna essere in due e che questa percezione non è sempre presente, e naturalmente nella parte più debole si preferisce confondere qualunque attenzione, fosse solo per un narcisismo persistente che ha bisogno continuo di verifiche. La cosa in realtà comincia presto, e continua, e si rinfocola secondo un ciclo, è mia opinione, dove ad ogni età sociale, subentra, dopo una prima paura, la consapevolezza di non corrisponderle perché i segnali che arrivano dal corpo e da ciò che si fa sono differenti. Insomma ci si sente più giovani e attraenti di quanto si è.

Il bisogno di attenzione è comune a tutte le età dell’uomo, ma con gli anni aumenta e fa perdere la cognizione reale di sé. Per cognizione reale, intendo quella legata all’età vera, al proprio corpo com’è, che cose come lo star bene e la vigoria fisica sembrano invece confondere. Dovrebbe essere una cosa bella, un godersi la vita più a lungo. Le età hanno bellezze proprie, e non poco intense, se si riesce a coglierle. Una donna nell’età di mezzo, ha una bellezza particolare, lo stesso vale per l’uomo, ciò che dovrebbe essere un piacere è un peccato diventi un problema.

Mi sto chiedendo se mi sto consolando: sono più vecchio dell’anziano pensionato e guardo pure le donne, per strada, al bar, ovunque. Sorrido. Per fortuna non hanno scritto, un vecchio pensionato, o peggio hanno puntato sul laido individuo, che a una cert’ora, è sempre in agguato sulle scrivanie dei giornali per fare un titolo da locandina. Insomma è andata bene.

p.s. magari ridiamoci un po’ su, ma Leporello racconta i sogni maschili come fece Fellini in 8 1/2

i grandi davvero

La grandezza di una persona si vede dalla sua consapevolezza del limite. Gli altri non si accorgeranno di questa fatica del superarsi, vedendo il risultato, presi dalla meraviglia, dal nuovo e l’ inaudito e parleranno con le parole dell’agiografia, del tutto eccellente, ma non è stato sempre così e la grandezza è passata attraverso errori, scontentezza di sé, instancabile rifarsi. Ciò che è grande si ripete, ma non è mai eguale ed esso stesso addita chi lo affianca nella grandezza, chi lo seguirà. Sono i nani che strepitano per farsi notare, chi è grande può frequentare il silenzio. A chi ha la fortuna di vivere quando ci sono grandi uomini, dovrebbe essere dato discernimento, giusta distanza, compartecipazione nel comprendere ciò che accade. Perché non è facile partecipare della grandezza, esserne mutati, sentire che essa ci parla oltre le opere e spinge anche noi a superarci. 

occidente europeo

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Prima ascoltavo Schumann, poi una musica yogi. E’ la radio. Le differenze dei mondi che si sovrappongono sono in noi, fuori sono ben nette. Pennellate rugose, laccate, tenui di acquerello. Le gamme del sentire. L’arte ne è specchio. Le nostre nevrosi generano suoni e pennellate. Anticipo o fine di amori. L’urlo di Munch non ci sarebbe nell’India dei maestri yogi. Freud non avrebbe grande attrazione in Africa. Un continente che non è tale, l’europeo ha maturato i suoi secoli. Era incinto della sua storia e per necessità ha generato il romanticismo e così ha tolto il coperchio di sensazioni prima deviate altrove. Ha fornito la base per ciò che è stato vissuto e si vive. Guerre e opere d’arte comprese, puntando sull’individuo dentro grandi contenitori di passioni. Un sogno, è stato un sogno che doveva essere sognato e dura ancora. E genera realtà.

Sentire individuale e collettivo, dal fuori, dentro, in profondità. E poi l’abitudine che insegna a vedere, estrarre, capire a volte, sempre stupita di ciò che si contiene. Le civiltà sono gli uomini che le costruiscono in un sentire comune, un flusso che accompagna, imbeve, coercisce fornendo gli strumenti del liberare.

Chissà a che serve l’occidente europeo in un mondo globalizzato, ma si può essere davvero altro da ciò che ci ha generato?

passaggi senza rete

Ci sono passaggi, momenti, in cui tutto, o quasi, sembra senza sovrastruttura. Emerge allora il fiume carsico che ci scorre dentro: era ricoperto prima da tutto quello che avevamo messo in disparte per la fatica di scegliere e il troppo ragionare. E’ il tempo della chiarezza, dove si mostra il vero nostro fluire, con le sue urgenze vere. E qualche domanda ricacciata a fondo, chiederà risposta con insistenza, perché è tutto chiaro finalmente.

C’ è un tempo delle risposte semplici, delle scelte, del cosa significa voler bene. C’è un momento per capire come evolve la vita e come essa, ci faccia, adulti e piccoli assieme.

Quindi c’è pure un tempo per capire quanto bravi siamo ad accudire il bambino che è in noi, lasciandolo parlare. E magari allora sceglieremo che sia lui a rispondere ai bisogni d’amore e alle domande, con le sue risposte nette.

mi manca Altman

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Prendetelo per uno sfogo, quindi con tutti i limiti che hanno le cose che vogliono uscire e che trascinano tutto, malmostosità comprese. Mi manca Altman, Fellini, Monicelli, mi mancano molto Calvino, la Morante, Carlos Kleiber, anche Moretti mi manca, assieme a Flaiano, Roth. Mi manca tantissimo Borges, adesso Abbado, prima Sinopoli, ma mi manca anche la produzione di musica leggera degli anni ’60 e ’70 e qui mi fermo perché non è un elenco e neppure un amarcord. E non è neppure una mancanza vera, nel senso che questi autori sono disponibili e rileggibili, ascoltabili, vedibili, ma è la temperie culturale che rappresentano che non c’è più. C’è un vago color di lillà, nessun colore deciso, il pensiero che qualcosa sia successo e che la mia generazione ne sia in qualche modo responsabile.

Ho letto un paio di settimane fa, l’ultimo libro di Andrea Scanzi: non è tempo per noi quarantenni. Mi è sembrato utile all’autore, quindi poco utile a me, come fosse una serie di post che, cuciti da un filo temporale di senso, si sommavano e si rappresentavano in quella rassegna di miti generazionali deboli che testimoniavano (per lui) più indolenza che spinta a fare, a essere. Poi c’ho ripensato, non tanto sul giudizio sul libro, ma sulla descrizione di una stagione in cui c’è stata l’ eclisse di qualcosa.  Scanzi ha ragione quando dice che il prodotto massimo della generazione degli anni ’70, forse è Sorrentino, e pur piacendomi Sorrentino come autore di libri e di film, mi pare sia un po’ poco per provvedere a coprire tutto il bisogno di cultura di una stagione.

Adesso a molti di voi verranno in testa altri nomi: confutatis maledictis, che non riescono a vedere il buono che hanno attorno. Disperdete il mio ragionare leggero, che vede sfumare i colori e le passioni. Perdonate ma a me impressionano gli elenchi delle Book Rewiew americane o inglesi dei libri dell’anno, con ai primi posti molti titoli che qui non ci sono ancora e tutti definiti capolavori. Quando li leggeremo ci saranno già altri capolavori in circolazione e così via all’infinito, come si fosse abbassata l’asticella e che il capolavoro fosse un prodotto di consumo. E’ la generazione del ’68, la mia, ad aver prodotto questa indolenza ? In fondo ha risucchiato tutto all’interno di un narcisismo che guardava l’immagine di sé e se ne beava, piuttosto che spingere ad osare, a cercare, e insegnare il rigore e la fatica ai propri figli. E non è che per far vivere meglio abbiamo creato una serie di rimandi e poi di vuoti? L’inadeguatezza che si respira è anche frutto della mancanza di maestri veri, di persone e idee di cui discutere per gli anni, non per un paio di settimane. E’ la sensazione che il giovanilismo sessantottino si sia combinato con una maturazione ritardata perché troppo protetta. Faceva comodo ad entrambi, i padri e i figli, solo che ora il terreno su cui camminare è fragile, ci sono vuoti che si colmeranno da soli, ma non gratuitamente.

Eccolo, le solite previsioni catastrofiche E’ solo la tua incapacità di vedere, ma il buono c’è, la stagione culturale ribolle, sei tu che ormai sei miope e perso nella cultura lenta da cui provieni. Adesso è tutto veloce, è la velocità, non la lentezza Calviniana, a dettare il tempo. La gassosità e la pervasività, la cultura e il tempo, si respirano, si è superata la leggerezza. Oggi il giorno contiene già il mattino successivo e tanto dovrebbe bastarti per capire che non capisci. Sei perso altrove, la tua generazione sfuma.

Già, forse. Avevo preso il libro di Scanzi per capire la generazione dei figli, quello che non ho capito in corso d’opera illudendomi di capire e ora scopro che sono vecchio: bastava guardare la data di nascita. O quella di scadenza? Come uno youghurt. 

 

p.s. Vedo che Repubblica da domani venderà una serie di cd di Abbado, neanche a basso prezzo, e sono sicuro che tra poco la Deutsche Grammophon farà un cofanetto, magari con tutta l’attività registrata con i Berliner e questo mi lascia un sapore strano, come ci fosse qualcosa di sbagliato in tutto ciò, che il nuovo viva su ciò che non ha prodotto e quindi non si consolidi.

Se in politica ha funzionato prima Berlusconi, poi Renzi e Grillo, come se al posto della nave per andare in crociera si usasse la zattera, un motivo ci sarà. E magari Scanzi ha pure ragione, la sua generazione non ha mai perso perché non ha mai giocato, ma adesso cosa vincerà? Continuano a mancarmi Altman e gli altri. 

dire al limite del dire

In quest’epoca,

dove il t’amo rarefà

o si spreca, virtuale anch’esso,

spesso è solitudine gradita il pudore trattenuto

nei sentimenti preziosi,

celati nel dire al limite del dire.

Via via, fuori dal tempo:

in ben serrate scatole, 

c’è purezza racchiusa in timidezze démodé,

e le reticenze non si confondono col timore di sentire.