una lettera almeno

La parola scritta e la calligrafia sono importanti per me, do anche attenzione a come le singole lettere si esprimono, all’andamento della sequenza nella pagina. Cerco di intuire cosa ci sia dietro il muoversi di quella mano che ha tracciato con intenzione di lettura e di comunicazione. Ma di lui, del nonno, non è rimasto nulla. Di certo scrisse più volte, in molte occasioni. Chi è distante scrive, e lui fu spesso distante, eppoi a quei tempi non c’era altro mezzo. Però si è perduto tutto. Credo in quei tre anni bui tra il ’18 e il ’20 o forse negli innumerevoli, successivi, passaggi di casa, migrazioni, comunque le carte si persero o furono guastate.

C’è una fotografia, da cui fu ricavato il suo ritratto che mostra un gruppo di fanti con le baionette innestate. I fucili, così, sono alti come loro, un po’ ridicoli a vederli ora, ma c’è un ordine, come in una foto di classe. Di sicuro il fotografo di reggimento li dispose secondo un’ iconografia consolidata che doveva fornire più idee a chi vedeva: l’ordine e la forza, la solidarietà di gruppo, la familiarità, la certezza di un ritorno. Una sorta di famiglia al fronte che doveva rassicurare chi era a casa. Non so cosa pensò mia nonna nel vedere la fotografia, di certo sperava e attendeva, aveva i bambini piccoli di cui occuparsi, doveva tenere assieme e sostenere la famiglia visto il rimpatrio affrettato, avere una casa. Se giunse la fotografia di sicuro era accompagnata da uno scritto, ma questo non si trova nel retro, così penso che la nonna tenne più cara l’immagine delle parole.

Il 233° reggimento fanteria “Lario” fu formato nel gennaio del 1917, il ruolino del battaglione fornisce ampie notizie sui periodi al fronte, sulle località di combattimento, sulle perdite subite. Il battaglione prima del definitivo scioglimento dopo la fine della guerra nel ’18, venne più volte ricostituito, segno che le perdite in combattimento erano tali da metterne in discussione l’operatività e l’esistenza. Un battaglione di morti, carne da macello. A maggio 1917 in tre giorni perdeva 1806 effettivi e 30 ufficiali, a luglio nuovamente perdeva moltissimi uomini e ad agosto in due giorni tra il 18 e il 20, le perdite erano di 1594 uomini e 67 ufficiali. Moltissimi, gran parte, sono i dispersi, cioè i non identificati. Il nonno, muore e  viene identificato il 19 agosto. Ho cercato la località: dolina delle bottiglie, riportata sia sullo stato matricolare che sui bollettini di reggimento, non sono riuscito a trovarne traccia geografica, di certo è nella zona di Redipuglia e colle di Sant’Elia.

Di quest’uomo resta il nome su un sacrario, mancano le testimonianze scritte. Perché mi soffermo su queste? Perché ho pensato spesso alla memoria orale, a ciò che mi raccontava mia nonna, che era molto poco di quello che accadde in quegli anni. Un riserbo sdegnato circondava le vicende delle famiglie dei maschi, tutti morti nella prima guerra mondiale, e su quello che ne seguì in termini di divisioni di proprietà, tutele, che non fu un capitolo edificante. La sua indipendenza e libertà le impedivano di dire. Era andata così, aveva provveduto a sé e ai figli. Ma a me interessava il rapporto tra lei e il nonno, e dalle parole pudiche emergeva un amore forte, una devozione alla memoria, collegata alla tangibilità, all’immagine, e all’uomo. L’uomo nel suo provvedere e nell’esserci, c’era stato e Lei era innamorata di quell’uomo. Finché aveva potuto c’era stata la cura, l’espressione dell’amore.

Dal ritratto che ho, si vede un bell’uomo, giovane, con folti baffi, il viso deciso e dolce. In quel viso ho ritrovato tratti di mio padre. Mi mancano i pensieri, posso immaginare una sofferenza mantenuta propria e un rassicurare chi era a casa. Ne sono sicuro, ma avrei voluto leggere le parole perdute. Noi che viviamo nell’epoca in cui le memorie digitali conservano tutto e quindi lo rendono di fatto inaccessibile, la memoria diventa un rumore di fondo, e nuovamente dobbiamo affidarci al tangibile: le parole, i sentimenti, i gesti concreti. Il significato è in ciò che si fa e si vorrebbe fortemente fare, per questo le calligrafie sono segni di qualcosa che avviene ed avverrà. Annuncio e traccia. Mi manca la traccia che era sottesa, come ci fosse un indefinibile precluso. E forse è giusto così, si ama per intuito e si vive l’amore, per gesti: c’erano entrambi. Riguardavano loro.

10.53

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Il caffè, un biscotto caramellato, il cielo si scurisce e poi, inopinatamente, lascia sfuggire un raggio di sole, come una contentezza, una ilarità improvvisa tra pensieri cupi. Inopinatamente è la parola della giornata, bisogna lasciare che faccia, bambina allegra si nasconde, trova da ridire dove non te l’aspetti, sembra sonnecchiare in momenti importanti. Di topico non c’è niente da queste parti, il topicida ha sterminato le parole ratto, tutto sembra scorre come il tram che s’incrocia sempre allo stesso punto con il suo omologo in senso avverso. Anche l’avverso del tram mi piace, include un incontro, due parallele che possono al più salutarsi, scontrarsi verbalmente ma fisicamente mai. E nella fermata di scambio dall’una e l’altra parte scendono passeggeri, mamme con carrozzina, extracomunitari, anziani con bastone, studenti che hanno”bruciato” e ora non sanno che fare del tempo, donne con le borse della spesa, sfaccendati che si guardano attorno perplessi, badanti moldave che parlano al telefono. Vengono dall’una e dall’altra parte della città, e ciascuno ha un motivo per scendere o salire. Qui ed ora. Hic et nunc, come un amore che urge, un desiderio da soddisfare subito. Come l’amica che andò in chiesa e disse chiaramente: caro santo, voglio un innamorato, qui, subito, adesso. E il bello è che questo arrivò sul serio, poco dopo essere uscita. Era sposato, quasi separato, abitava lontano, avrebbe sistemato presto la situazione, cosa che non accadde. Però era innamorato e furono mesi di passione assoluta, prima di stemperarsi nell’abitudine. Il santo aveva fatto il possibile, con quello che offriva il mercato attorno alla chiesa, eppoi lei mica era stata così chiara. L’ inopinato era accaduto, un miracoletto di serie b. Ecco la definizione di inopinatamente: uno stupore per qualcosa di possibile che non ci si aspettava, e invece era tra le cose che potevano accadere. Un miracolo tascabile che magari non dura, ma che serve per dirci che la vita è anche sorpresa, non solo abitudine e routine. 

Le persone scendono e salgono alle due fermate contrapposte, guardano attorno, come fosse un appuntamento, uno dei tanti, con la piccola storia personale, la storiella giornaliera. E infatti sembra non accadere nulla, le teste sono immerse in pensieri propri, però il raggio di sole alza gli sguardi al cielo, qualcuno nota i buffi campanili della chiesa, altri le nubi squarciate, qualcuno vede la ragazza alla finestra che parla al telefono e si liscia i capelli. E’ un momento, poi tutti sciamano, seguendo pensieri differenti: supermercato, farmacia, bar, tabaccaio, pasticceria, portici, chiese. Solo l’ucraino si ferma vicino al supermercato e s’appoggia al bidone cilindrico delle piccole spazzature da passeggio. E’ curioso quel bidone, sembra un’ ogiva di missile, con la punta a cono per evitare che qualcuno si sieda sopra, lui appoggia il gomito, sorride e neppure stende la mano, attende, qualcuno qualcosa gli darà.  

Gloria all’inopinato e alla fiducia.

fuori, il semaforo

Il sapore di caffè satura il gusto. Rimane un amaro temperato, un preannuncio di dolce.

Le parole sono saltellate da una bocca all’altra, hanno screziato di lampi divertiti gli occhi, prima disteso e poi tirato il viso, e i sorrisi non sono mancati.

Le mani hanno manipolato l’aria, fornendole contenuti e forse lei s’è stupita di ciò. Un tono di voce ha fatto girare una testa, l’altra già guardava, e per un attimo, sono stati stupiti e curiosi, gli sguardi, poi sono tornati estranei, distratti da uno scroscio improvviso di tazze.

Un guaio? Forse no. Ma tutti, per un attimo, siamo diventati un po’ vergognosi d’innocenze immeritate, prima di tornare a guardare gli occhi e le mani.

E le parole e i silenzi sono ripresi, gli argomenti rimessi in moto, come le auto ferme al semaforo, oltre la vetrina schermata agli sguardi.

Il rosso, il verde, il giallo, si vedono. Basta alzare gli occhi verso il cielo e sono li che schermano le stelle e contengono, in quello scorrere di piccoli minuti, pensieri che portano a luoghi, idee, obbiettivi. 

C’è un senso di ripetitività nell’aria, che mescola, con la luce, i gas di scarico. Radicali d’azoto e carbonio, liberi di fluttuare verso abitacoli e ciclisti.

Cambiamo discorso? Ma no, mi piace parlare, non ti accorgi che…non c’è noia, c’è solo il tempo che scorre troppo in fretta e s’illumina di verde, di rosso, di giallo, nella sera che viene.

fantasmi

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Nessuno è in grado di vincere i fantasmi che albergano in noi se non guardandoli a fondo.

Mi torna spesso questo pensiero, come quello di un equilibrio impossibile. E invece l’equilibrio si può perseguire attraverso la consapevolezza, che non è un immoto contemplare ciò che accade in noi, come fossimo agiti da qualcosa che alberga nel profondo e che ci conduce ( paradossalmente più verso la rovina che la felicità ), ma la comprensione di cosa siamo nel flusso del vivere. Quindi la consapevolezza contiene la comprensione del sé e del moto e accetta il dolore che esiste nello iato tra realtà e desiderio, non volgendo il capo altrove.

Così si vedono i fantasmi: con lo sguardo che prende e trattiene e guarda nel viso. E si vincono poi nel rialzare gli occhi, nel guardarsi attorno, capendo che ciò che ci lega (il fantasma), è la paura del disamore che infine lo provoca.

seconda vita

28 anni fa, in questi giorni, mi fu regalata una seconda vita. Non è stata l’unica volta, ma è stata certamente la più importante. Un banale incidente, come si dice per esemplificare la precarietà in cui si vive e l’eccessiva sicurezza su cui ci appoggiamo, ma il cui esito poteva essere conclusivo. Bastava un centimetro più indietro. Ci furono 4 mesi di immobilità, qualche conseguenza che resta ancora, ma andò bene. Cosa ne ho fatto di questa seconda vita? Perché è indubbio che tale è stata. Certamente molte cose accadute poi sono proprie di una seconda vita. E per diversità, obbiettivi, risultati è cambiato il mio approccio nel vivere. Altre condizioni preesistenti sono continuate e hanno proseguito il loro cammino con me, vuol dire che erano importanti davvero. Ho pensato, anche, a quello che mi sarebbe stato negato e credo che la cosa più pesante sarebbe stata non vedere mio figlio crescere e non godere dell’amore che ho avuto e ho. In alcune tribù centro africane quando una persona si ammala e sembra non avere possibilità di guarigione, quando risana, gli viene mutato il nome, la sua famiglia precedente dev’essere nuovamente scelta, ma gli si concede, se vuole, di farne una nuova. Cambia lavoro e spesso anche ruolo nella comunità. Credo che quando ci viene data una seconda vita le scelte, sia confermate che nuove, dovrebbero essere discontinue rispetto a un passato in cui è subentrata l’abitudine. Perché magari non socialmente, ma interiormente qualcosa è accaduto e l’idea della fine che viene allontanata, esorcizzata, è diventata concreta, reale nel senso di possibile in quel momento. Ci sono persone che riempiono libri sulle esperienze post mortem e sul ritorno alla vita, ci sono molti articoli scientifici che spiegano, ipotizzano, giustificano, razionalizzano, ciascuno sceglie ciò che gli è più consono e gli piace, ma ragionare sulla vita significa anche considerarla una esperienza che si proietta in avanti e che dovrebbe farci considerare come si è vissuto sino a quel momento. Devo dire che sono stato un pessimo allievo, che dopo aver ripetutamente sognato il momento, il dolore successivo, rivissuti i momenti, ho messo il tutto in un luogo che è più angolo di riflessione che di cambiamento continuo. Ho anche smesso da molto di fare i bilanci di fine anno e i buoni propositi per il prossimo, ma una sensazione cresce da un po’ di tempo, ossia che le possibilità dobbiamo un po’ sfruttarle e meritarcele, che la fortuna coincida spesso con l’ottimismo e con la volontà gioiosa di essere, che lamentarci sia un modo per nascondere il dolore e trasformarlo in abitudine. Credo valga molto anche nei sentimenti, che il renderci conto che siamo vivi ha molto di positivo nelle scelte che si compiranno e che non sia necessario un incidente perché ciò avvenga, basta che sia qualcosa che ci muta davvero dentro. Ricominciare dai no per arrivare ai sì che contano sul serio. Se posso trarre qualche insegnamento da ciò che mi è accaduto dopo l’incidente, di certo sono diventato meno saggio, più combattivo, più determinato a capire cosa contenevo dentro e più ascoltante nei confronti degli altri. Sarebbe accaduto lo stesso, immagino, ma quando il pensiero torna a quel momento avverto uno spartiacque, un prima e un dopo, e fatti e cose sono accaduti, e mutamenti, e discontinuità, che prefigurano, nell’interpretarli, una diversa fase della vita, più giovane e meno connotata di passato. E allora mi penso davvero fortunato perché non solo mi è stata regalata una seconda vita, ma me ne rendo conto.  

 

scene da un matrimonio

Un film che colpì molto nel ’73, parlo di chi allora aveva 20 anni o giù di lì, fu “Scene da un matrimonio” di Bergman. Vivevamo in un Paese in cui, pur con il ’68 appena passato,  era meglio sottacere, far finta di nulla. Si discuteva di divorzio, ma il divorzio ancora non c’era, si parlava e si tentava l’amore libero, ma i sentimenti erano gli stessi di prima. Allora vedere che un matrimonio normale si rompeva perché lui s’innamorava di una sua allieva, ma poi le cose continuavano, i sentimenti evolvevano, si intrecciavano di nuovo, restava la sensazione che la vita era normale, dolorosa, difficile e civile. Un bel bagno di realtà, rispetto al ribollire di idee e di confusione che avevamo dentro e attorno. 

Di tutto quel film mi restarono in testa due scene. La prima era quella in cui Liv Ullmann-Marianne parla degli anziani zii, (vicini ai 70, ma allora era già vecchiaia) che la sera si ritrovavano nel grande lettone e la vita sembrava ormai pacifica per loro e invece la zia chiede il divorzio perché i figli sono grandi e non c’è più motivo per stare assieme, non c’è più amore. La seconda scena era il ritorno assieme dei protagonisti per una notte, entrambi si sono risposati, si dicono felici, si ritrovano assieme per un anniversario. Stanno cercando una traccia importante di loro nel presente, forse un futuro, anche se non lo dicono. Fuori c’è silenzio, freddo e buio. Che sia la solitudine il motivo?

Il matrimonio veniva visto come contenitore di sentimenti: l’amore si era svolto, poi l’affetto non bastava più e la soluzione risiedeva nella razionalità del divorzio. Ma pure questo non bastava per rimettere assieme vite e sentimenti. Come se il lasciarsi fosse comunque una ferita che non rimarginava perché l’amore era una risposta alla solitudine e questa permaneva per sempre, al più si attenuava. Così mi pareva che la tesi fosse che le vite procedono e includono i sentimenti, ma l’esito può essere lo stare assieme oppure lasciarsi e che l’una o l’altra cosa dipendesse dalle scelte contingenti e che alla fine tutto ciò dipendesse dalla solitudine.

C’era una logica stringente nella meccanica delle cose, gli amori nascono, crescono, finiscono e pensavo che questa idea era così naturale che la sapevamo tutti, ma lì funzionava e qui no. Forse perché in Svezia c’era la razionalità protestante mentre da noi diventava persino arduo pensare l’idea che i sentimenti evolvono, e così il bene delle persone veniva spostato verso una loro relativizzazione. Una sorta di utilitarismo legato alla famiglia come entità socio economica prima che come insieme di affetti e siccome non si era trovata una buona soluzione economica tutto veniva tenuto assieme, si derubricava la paura del disamore, la solitudine. Certo gli amori per una vita esistevano, e si dicevano, ma non erano la norma, erano una conquista delle persone, non del matrimonio, però quello che ci stava dietro non si indagava. Per noi che eravamo giovani, già il poter esibire l’amore, sperimentare, discutere era rivoluzionario. Bastava, e sembrava che alla fine il cambiamento avrebbe risolto tutto toccando motu proprio la radice del bisogno di stare assieme. 

Cosa e quanto è mutato da allora? Perché non si indaga abbastanza su questa solitudine che si insinua tra di noi e che nessun contratto riesce a sciogliere?

La domanda che si fa Marianne-Liv Ullmann, anche oggi pare abbia solo risposte personali e che in fondo non sia mutata:

“Credi che viviamo in una totale confusione? Credi che dentro di noi si abbia paura perché non sappiamo dove aggrapparci? Non si è perso qualcosa di importante? Credo che in fondo c’è il rimpianto di non aver amato nessuno e che nessuno mi abbia amato?”

Ecco questa forse era una radice del problema, ma esisteva il cambiamento, la psicoanalisi, gli psicofarmaci, e tutto venne semplicemente rinviato.

ritorno di sera

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Scendiamo per prati innevati, la luce è azzurra di freddo e di sera. Oltre il bosco, verso occidente, il tramonto arrossa le nubi e scrive la linea dei monti. Come nel ritorno dalla caccia di Jan Brueghel, torniamo, stagliati sulla neve che riflette un chiarore grigio. Le case sparse hanno i camini che fumano. La sera è meno triste se si ha un posto dove andare. Non distante c’è il ribollire delle luci della piccola città, il corso, la piazza, i negozi pieni di persone, i saluti, i discorsi vacui e leggeri. Bollicine nell’aria e nei bicchieri. Colori accesi e soprabiti imbottiti di piume. Scendiamo a lato, al limite delle luci e delle auto. Guardando verso Orione si dovrebbe vedere una cometa, ma è la luna, grande e piena a dominare il cielo. C’è un freddo che non si placa, ottunde i pensieri, per questo i sogni tornano indietro e ripercorrono gli infiniti ritorni. Quelli nostri e quelli che sono diventati nostri nel vedere, leggere, raccontare. Ciò che si ripercorre è avvenuto e non può più far male. Qual’è la differenza tra calma e quiete? Noi, io, che scendo sento la quiete che si fa strada nel muoversi, come se ciò che si è vissuto, oltre il suo carico emotivo, avesse distolto una paura. Quella del futuro, così prossimo da essere nei passi che si succedono. Non siamo calmi, siamo quieti. Per consapevolezza e per obiettivi vicini. Semplici. Del calore, accendere un fuoco, gesti lenti, ascoltare, mentre una corda ben tesa dentro, a volte per simpatia, risuona. Come animali entriamo nella notte, spinti dal silenzio che ci avvolge, da un grido di rapace, dal piccolo frangere della neve sotto i passi. Torniamo da una caccia che non c’è più, e neppure nessun successo, una preda da spennare e arrostire, un vino che ci arrossisca le guance e alzi il tono della voce e le risate. Noi siamo preda se usciamo da questa quiete che ci guida dentro la notte. Senza di essa cadremmo in una solitudine senz’ argini, in un cercare orgoglioso nelle tasche perché qualcosa da mostrare ci definisca: un sigaro, un portachiavi, un fazzoletto, un telefono. Qualsiasi cosa per dire che siamo noi e invece non lo siamo più. 

E per prati punteggiati di bianco,

bagnati di neve e di buio,

preghiamo la terra e il cielo,

perché s’uniscano nel cuore.

E magari la quiete non reggerà la luce,

l’abitudine, il calore,

le parole, gli odori conosciuti e familiari,

così forse un equilibrio sarà infranto.

Oppure no e appena oltre i vetri,

basterà lasciarsi andare,

camminare fino al dolore

e poi ancora nella quiete

lasciarsi andare. 

 

Confusamente si vive

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Scrivo come penso, confusamente. Senza rabbia e ben pochi giudizi. Servirebbero entrambi per mettersi su un piccolo sopralzo e dire chi ha ragione e chi no. E a me dire, non ho colpa, ma non è vero. Se mi sento troppo solo, m’ accontento di mettermi con una parte che ha un capo, ma non un’anima, né una coda. M’ ingegno a spingere senza guidare, cerco di accompagnare qualcuno che m’assomiglia. O almeno così mi pare. Discernere ancora mi riesce, di rado ho ragione. Sembra ci sia sempre qualcosa che non è stato considerato. E spesso ho l’impressione di qualche oscuro animale che nel suo sotto muoversi, impone volontà e poteri fuori della mia portata.  Allora cerco di scavare, capire meglio, ma è tutto così agito che sembra d’essere burattini mossi da mani che non si toccheranno mai. E allora mi dico che forse mi sbaglio, che è una scusa per non fare qualcosa di buono. Buono per chi? Per me e per qualcun altro che la pensa più o meno allo stesso modo, ma anche per gli altri, solo che a questi sembra non importare poi molto..

Appartengo a una generazione che sembrava volesse cambiare il mondo e non è riuscita a cambiare le parti peggiori di sé. Oggi è più facile che qualcuno si chieda: ma quanto vali? O quanto vale, se parla d’altri. E non fa altro che applicare quel concetto di valore che dovevamo eradicare come fosse malattia infettiva, sapendo che è costruito sul nulla e compra cose e uomini, ma non compra ciò che si sente. Questo lo sapevamo bene, l’avevamo capito. Non avendolo fatto, la differenza oggi è rimasta la stessa, tra chi sente e chi non sente più. E ai primi resta un entusiasmo, una logica che illumina, un amore per sempre. Poca cosa, sembra, e così quelli che sentono si rintanano, non contano, a volte si trovano ai concerti, oppure si commuovono leggendo una pagina, guardando un quadro, dicendo a una donna che è così bella che gli toglie il pensiero e il fiato e davanti a uno sguardo stupito, gli spiace per un attimo di non essere come gli altri, ma solo per un attimo.

chissà cosa mi piace

Solo il politically correct americano ha potuto inventare una dichiarazione di amicizia facile –e l’amicizia vera è ardua non facile- e il mi piace che può essere tolto dal contesto di un giudizio etico, limitandolo al ghiribizzo, o all’ estetica, o anche alla sola emersione momentanea dalla noia. E’ un modo ipocrita di far emergere le parti peggiori dell’individuo, senza pagare dazio, togliendole a qualsiasi riflessione. Così emergono i mi piace per sventure, tristezze, sfighe e porcherie varie, dove il mi piace forse vuol dire ti sono vicino, ma può significare anche molto altro: sei la realtà, è accaduto a te, posso guardare cosa si prova e non essere nella tua condizione. Tutto ben diverso dal con-patire, dal vivere assieme il dolore oppure la gioia, dal partecipare profondamente dell’altro, in questo caso sì amico. La rete, il virtuale, tolgono freni ed educazione alla riservatezza nel condividere. Tutto negativo? No, ma è un palliativo perché finiti gli aggettivi e contati i followers, la solitudine riemerge piena. Parlavo di ipocrisia perché non esistono i bottoni dei sentimenti forti, non c’è il ti amo, né il ti odio o il ti detesto, per questi sentimenti vengono lasciati lo spazio dei commenti dove potranno essere sfumati o meno. Quello che mi colpisce è la carica di aggressività che comunque esiste in questa società 2.0 , la trasposizione sul virtuale dei meccanismi azione/reazione che fanno così tanta parte della società economica e lo scivolamento di essi nella sfera emotiva è pieno e forse addirittura più forte, mancando il controllo sociale. Non è una novità, e neppure è nuovo che esso diventi fenomeno di massa, in tre anni Hitler mutò un paese che aveva una cultura imponente, classica, musicale, filosofica, che amava il greco e il bello, che aveva prodotto le principali invenzioni di fine ‘800, in un popolo che era disponibile a qualsiasi cosa, compreso perdere la vita per un concetto di superiorità che non c’era in nessuno dei parametri prima osannati come parte della propria cultura. Per questo non mi stupisco, ma mi preoccupo che non ci sia un argine, che al più si veli di ipocrisia l’emergere del superficiale come schema di pensiero, che non si analizzi e non si vedano le ragioni. Potrei consolarmi meditando sulla sublime inconsistenza del mi piace, del perché esso generi dipendenza. Magari ricordare che in una mostra d’arte raramente dopo tre bello, due bellissimo, un meraviglioso e un unico, resta ancora qualcosa da dire e si resta vuoti e ci sono ancora quadri da vedere, con l’annessa angoscia del mi piace reale. Quindi l’aggettivo è di per sé fallace e restrittivo, ma mi rattrista che in fondo si cannibalizzi il sentire e lo si trasformi in qualcosa che serve a sé, mentre l’altro ha l’illusione dell’essere al centro di una attenzione che in realtà è talmente labile da non avere consistenza. In fondo questa è la dimostrazione che il male della modernità è la solitudine e il disamore, ma parlar di questo non porterebbe molti mi piace.

primo giorno

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Lama nuova, primo taglietto rituale dell’anno. Aspergo una goccia di sangue come un principe inca in omaggio all’esistenza.

Leggo i segni e ho colto una runa nuova sul viso: si è scritto un insistente pensiero. E’ bifronte, piacevole e doloroso. Consistente. Leggere il viso è leggersi dentro. Lietamente, per rispetto del passato proprio e degli apporti altrui. Ha segnato l’amore? E la delusione come s’è vendicata prima di dissolversi in consapevolezza? Sarà parola guida dell’anno: consapevolezza. Che sia lei che ha generato quell’ombra accennata? Era una scelta non fatta, forse? Nella geografia del viso le armate dei successi si sono infrante sul confine dei fallimenti. Accade così anche negli atlanti che il limite contenga un’ambizione e al tempo stesso ne abbia riempito di consapevolezza e cultura il territorio. Nel rito maschile del farsi la barba c’è una delle attenzioni permesse dall’ ego assegnato, in fondo giocare con una lama induce forza e tenerezza verso sé, ma è anche un momento necessario per guardarsi con attenzione. Vedersi. Se penso a una corrispondenza femminile, cosa di cui so poco, mi viene a mente lo stendere la crema o il togliere il trucco. Un fare e pensare raccolto: questione personale.

La lama scorre, liscia la pelle, il dorso della mano apprezzerà alla fine con un gesto rapido e un mezzo sorriso. Dei pensieri intimi davanti allo specchio, ben poco uscirà in parole, troppo personali per essere racconto di sé. In fondo ci si vede sempre in terza persona davanti agli altri. Ma in quella goccia di sangue c’è una consapevolezza in più e una riga tirata. Un prima e un dopo.

AUGURI.