non so che dirti di un addio

Non so che dirti di un addio,
se non che sempre scorda di ben chiudere la porta
e tutte le stagioni poi spiffereranno dentro, ciarliere di possibili passati,
e di futuri scintillanti di colori.
È la potenza di ciò che si perde,
immaginando ciò che si avrà dalla vita.
Quella stessa vita che ricorda
ma non è uguale, mentre ricostruisce, stanze, passioni, baci e petali da rimettere nei fiori.
E non basta,
come non bastava allora
che ad ogni traboccare d’amore la mano raccoglieva
e lo portava al cuore.
Bisogna render grazie per la bellezza triste che ogni andare ci dona,
grazie dire all’amore che non si consuma e gioire del bello
che sa essere dolce e sorridente,
mentre s’inerpica,
baciando con le lacrime, il cielo.

eppure ad amare s’impara

eppure ad amare s’impara,
così ci sembra oppure ci vien detto
ma poi è come a guidare un carro senza freni
da cui a tempo s’intuisce il scendere
prima che la velocità provochi disastri,
eppure si rimane tra schegge che volano,
e occhi pieni d’acqua che si rifiuta di non scendere.
E il dolore del dopo, è quello rosso
che si spalma ovunque e non si scioglie,
storia che ripassa e si scrive sulla pelle,
tracciando svolazzi, macchie e parole senza limite
prima d’un punto in cui tutto s’oscura
e precipita nella notte del ricordo.
Eppure ad amare s’impara, dicono,
ma è il disarmare che non s’apprende.

ritardi dell’anima

Sei sostanza e pensiero,
desiderio tenuto a bada, l’immaginazione sfrenata.
Sei la negazione educata,
la storia mai iniziata e presto finita.
Sei il non detto a tempo,
l’intuito sbagliato,
il sogno sognato, cercato
non a modo voluto.
Sei tu sconosciuta e mostrata,
indagata, appena rivelata
già scomparsa, sciolta nel ritardo dell’anima
che fa sentire la stupidità d’un sé
in ritardo negato.

del tuo amore asimmetrico

Del tuo amore asimmetrico la brioche s’è inzuppata,
quasi traboccava il cappuccino dalla tazza
e lacrime e briciole si sistemavano attorno.
È solo una faccenda di sesso, hai detto,
la voce era appena sussurrata
ma tutti si sono fermati
come attendessero il resto,
ed era evidente che l’amore tuo non aveva confine
Mi chiedevi che fare, ora che è inutile scappare,
ma da te non saresti mai fuggita
neppure quando avresti potuto.
Ti ho dato affetto, parole e silenzi
mentre tu, con la punta del dito alle briciole davi ordine
e cercavi il tuo cuore.

precari equilibri

Ogni cosa trova equilibrio,
la disattenzione è ripagata,
il bello offerto viene corroso
e nulla serve riordinare le cose.
Se di ciò che serviva si è stati poco generosi,
e l’inutile invece si è profuso,
cosa resta dei nostri baricentri instabili,
delle attese violate,
di ogni parola non detta.
E dei sogni, delle convinzioni, che resterà
se anche il silenzio mente al desiderio,
e ogni cosa possibile è stata messa da parte:
resta solo il coraggio dell’addio,
il rimpianto di non essere stato.
E sono il punto che chiude la parola e genera il silenzio greve,
del come non fosse mai stato,
ciò che invece è stato.

la speranza

Questa mattina mi sono lasciato invadere dalla speranza,
è pericoloso di questi tempi in cui sembra tutto fatto,
e deciso nel peggio che non è proprio peggio,
eppure ti toglie il colore,
semina grigio nelle parole,
distribuisce i forse che sono già dei no,
ma stamattina le parole erano colorate,
il rosso della piccola passione da spendere ogni giorno,
il verde che non accetta l’ asfalto,
il giallo, cosi difficile con la pioggia sui vetri,
eppure c’era colore e
il viola sposava il blu e parlava arancio.
Sembravano parole ed erano finestre
in un tempo di muri
mostravano che c’è aria da respirare
e quel sentimento insensato che si chiama speranza,
e spesso non ha un’ attesa precisa
ma si muove e tu sai che è vita.

12 variazioni sul tema

Il cuore ha una sintassi che si muove e sempre qualcosa sposta.
Scrive con pennini grossi o sottili
ciò che sente.
Lo mette in fila con i gesti e sorride per come conduce la vita.
Sorride anche quando piange,
e se si dispera lascia sempre un battito che apre un pertugio,
o una finestra non chiusa in cui s’ insinua luce.

Una parola m’è venuta d’ un tempo che c’è stato: unisono,
ed era un battere che coincideva con te,
illuminando angoli sconosciuti
in cui l’anima rideva.

leggere come viene

C’è chi ha una posa poltrona, bracciolo, avambraccio, mano che inforca il libro e chi mette il libro sul tavolo. C’è chi legge steso e s’addormenta con soddisfazione, chi ha bisogno di seguire con il dito l’evolvere della vicenda. C’è chi legge la frase e non capisce. La rilegge e ancora non capisce ma non rinuncia e cerca un senso che non è nel testo ma nella sua testa. C’è chi legge tra le righe, chi ha bisogno di finire e chi vorrebbe non finisse mai. C’è chi legge in treno, in piedi in libreria, in auto mentre attende qualcosa o qualcuno. Leggere è un fatto personale, come si legge è un fatto che modifica ciò che si legge, cambia il testo, il suo effetto, la vita di chi crede di aver capito e in effetti ha compreso ciò che voleva. Leggere non precede lo scrivere, un libro è un magazzino di parole ma ben presto si capisce che la merce non è tutta uguale nelle preferenze dell’autore, che ha i suoi modi di dire, i pensieri (si spera) contorti il giusto tanto da assomigliare a quelli del lettore. Leggere è una attività romantica o rabbiosa, un’amaca dello spirito o una lotta furiosa e in mezzo a queste disposizioni ci sta tutto quello che ciascuno mette in campo per arrivare alla fine.

Del libro accarezzo il dorso, individuo la parola che resterà tatuata nella mente, lo apro a mezzo, poi a un quarto, colgo una frase. E’ disgiunta da qualsiasi contesto, eppure è l’autore, in essa c’è un pezzo della voglia, del pensiero e del momento in cui è stata scritta. Non c’è storia è solo una frase che esprime un pensiero conseguente quel tanto da stare in quella parte di pagina. Se dal libro estraessi a caso 20 frasi, condotte solo dall’aprirsi e dal puntare il dito che ne verrebbe fuori? C’era chi lo faceva con i libri sacri per trovare un senso alla propria vita, comunque iniziava un dialogo interiore che portava fuori qualcosa. E allora, miei signori, credo che le frasi di qualunque libro, con  le parole così messe in fila, con le loro sintassi e stacchi, delineerebbero un qualche discorso profondo, cioè ci sarebbe qualcosa in noi che cercherebbe di rimettere un senso e un ordine e lo troverebbe riempiendo spazi vuoti con pezzi di proprie storie, oppure immaginandole e collegandole tra vero e verosimile, perché il lettore è questo: un assemblatore che indaga nel suo profondo in cerca di corrispondenze e senso. Senso proprio, ma senso.

Tutto ciò è fatica, impresa oziosa e per lettori incalliti che mai s’accontentano e allora lasciamola agli arditi, che oltre a leggere, vogliono lasciarsi travolgere dalla pagina com’essa fosse un dipinto, una foto che muta leggermente nel guardarla, che si lascia scoprire in un riflesso, nel particolare trascurato, come un film che si vede entrando a metà spettacolo, come si faceva un tempo e non era scandaloso, era solo un esercizio utile per l’intelligenza che ricostruiva ciò che non aveva visto e poi lo verificava allo spettacolo successivo.

I lettori a salti sono una specie rara che maltratta lo scrittore, ed è piena di mite arroganza che interpreta, dà pacche sulle spalle di chi non conosce e s’innamora. A volte s’innamora proprio di quell’unica frase letta e da questa nella sua testa ne fa un romanzo. Cosa per raffinati iconoclasti.

 

cuore d’intendimento

Cuore di intendimento, quasi comprensione, paludata sintesi per mettere una conclusione ad un sentire aperto. Un pertugio spalancato come una bocca che cerca parole anziché aria e le sente offese perché inesatte.

Non vengono, viene luce ed evidenza, pulviscolo e acari. S’inghiottisce il pulviscolo? E cercando a ritroso la mente qualcosa ritrova; non è esattamente ciò che accadrà. E’ accaduto, un po’ c’assomiglia a questo presente/presentire/presumere e così anche il capire s’assomiglia, si confonde e scioglie nella luce di un desiderio. Come se ciò ch’è avvenuto bussasse, chiedesse educatamente udienza e poi, poco a poco, diventasse arrogante. Ecco, le parole sbagliate sono arroganti, ma non ciò che si sente ed è incompiuto, no, quello ha una gentilezza che viene dalla propria incapacità. Può chiedere e non essere esaudito e comunque non sarebbe ciò che aveva sognato.

traballanti comprensioni

Chi capisce male forse ha necessità di ulteriori spiegazioni, ma non è sempre vero, più spesso gli basta dare l’impressione che ciò sia avvenuto.

Dipende, non si deve capire tutto, qualcosa si recupera poi, A volte. .

Troppo spesso spiegare è un prevalere sul capire, un’aggiunta comunicativa che si ingarbuglia in esempi. Quasi un giudizio su chi ascolta. Meglio tacere e lasciar correre se a chi non ha compreso non interessa davvero.

Ci sono molti livelli d’importanza e ciò che ciascuno rappresenta ha nella nostra mente un accesso di attenzione. Non si può amare ognuno, ma rispettarne la dignità, questo sì. E lì ci si ferma.

Tra tutte le persone che questi mesi di cattività hanno gratuitamente selezionato, è utile capire chi è rimasto, degli altri basta il ricordo allegro e lieve d’un incontro.

Saremo tutti più moderati? Meno mobili? Più attenti ai particolari? Forse.

Gli interessi si nutrono di molte piccole attenzioni e a volte capire è quasi superfluo, basta sentire. Anzi dagli equivoci, se c’è fiducia reciproca, nasce ilarità posticipata. Oppure ricordi traballanti che attendono più voci per diventare comuni.

Degli amplessi desiderati non resta memoria, ma una sensazione di aver vissuto, questo è solo strano oppure contiene qualcosa di non capito?