Nei paesi si festeggia, tavolate, cibo e musichette, le voci scivolano tra dialetti e cori: specialità tipiche del posto, ma appena fuori non c’è più nessuno, a sera solo voci da finestre illuminate, luce di lampioni, perimetri di case.
Segni d’una notte che non mente che non avvolge e non rassicura. il tramonto s’è riempito di nubi gialle e grigie, la città lontana proietta voglie in cielo, ma le stelle cadenti si nascondono e neppure un desiderio durerà a lungo.
Vicini lampi annunciano la pioggia. che verrà, presto, grigia, e sporca d’abitudini, pur di non lavare il mondo, s’infilerà tra gli steli e bagnerà i fiori del campo, gorgoglierà in grondaie di rame rosso verde, si getterà tra scacchiere di chiusini giocando con polvere e lamiere, ma non con noi che abbiamo chiuso il cuore,
Non con noi che circondiamo l’amore di rifiuti, non con noi che non ci stendiamo più sull’erba e non guardiamo chi è vicino, chi è lontano, ma ancora ha forza di collocare un desiderio in cielo.
La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola sul balcone è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le pleiadi faranno fatica a mandare messaggi, così i desideri s’accucciano nel fresco della sera. È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. I ricordi si presentano e dicono di altre età, come eravamo, cos’è rimasto e il molto lasciato da parte. Puntuali le Pleiadi tornano a stupire, come ogni cosa che mai si ripete ma torna ed evoca. Il tempo corre su specchi deformati, se con attenzione si decifra una immagine essa è già connessa ad altro e diviene un preciso oscuro generatore di emozioni. L’orologio scandisce il suo tempo, una continuità che rassicura e sovrappone contenuti. È il contributo di ciascuno al tempo, non a quello biologico. Mi interessa molto più la meccanica che muove gli orologi che non ciò che segnano. Un po’ di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa, dalla radio, ha evocato la Barbagia, così sono tornate alla mente le notti in cui il cielo risucchiava ogni luce verso l’infinito e splendeva di galassie, stelle, pianeti, come osservasse la meraviglia di chi lo guardava. Attorno i rumori degli animali e delle cose che aggiustavano se stessi al freddo, dentro il buio denso che toglieva ogni orientamento.
L’esperienza del buio è l’immersione nel sé senza più logica e ragione ed è un cammino immobile trovare la quiete che rassicura mentre tutto attorno e dentro si amplifica. Cacciare la paura per non dipendere da essa. Nei notiziari si genera timore, si alterano le carte, non si dice ciò che non c’è nel porto di questa realtà manipolata, ma si mostra in filigrana l’insensatezza di chi non pensa che tutto abbia una conseguenza. Così si occulta l’evidenza delle precarietà, con la paura che rende inani e incapaci di modificare le cose. Cosa indispensabile a chi ha il potere.
Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte. Il passato è già stato, ha donato e ha rimescolato i tarocchi. Emergono i luoghi, le emozioni, le persone che riconnetto o i fili in me e questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta. Nell’andare c’era tutto, la malinconia e l’ansia di vedere e provare, la misura e l’eccesso, ciò che rassicura a era il tornare. Una emozione antica dove l’allegria era avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni. Sta a noi governare il tempo e lo scoprir se stessi, mutando e accumulando la ricchezza del vivere e della meraviglia di veder oltre: che i vostri desideri siano esauditi.
Il pensionato è appoggiato sul banco posta e si protende verso il cassiere rassegnato. Terribile nella sua calma inquisitoria, il pensionato, vuole sapere, conoscere, capire. E dietro la coda si allunga. I “giovani”, gli occupati, hanno dischi orari che scadono, appuntamenti che evaporano, sequenze di tempo che saltano come tappi di champagne a capodanno. Soffrono ciascuno per sé, e collettivamente per sguardi e sospiri, consultano orologi inadatti, collegati ad altri tempi che qui corrono troppo. Avete mai osservato come l’orologio, soprattutto nell’uomo rappresenti il suo modo di vedere e di essere nel mondo? Ecco, il mio vicino ha un bellissimo Piaget, non è abituato alla fenomenologia del pensionato, consulta due volte e chiede del direttore. Ci abbandona e scompare negli uffici, seguito da una nuvola di terre di Hermes. Il pensionato è curioso, fa ancora domande e annuisce. Caspita capiscono tutto questi pensionati, tutti laureati alla London school of Economics, ma intanto ho guadagnato un posto, quello del Piaget. Guardo i vicini che allacciano rapporti silenti alla Desmond Morris, comunicano attraverso microgesti di stizza e rassegnazione, meta sorrisi, smorfie coordinate allo scuotimento del capo. Tracciano grafie d’aria, esprimono frette incoercibili con piccole rotazioni di polso, tamburellare di dita su carte, gesti che si polverizzano nei pensieri convulsi.
Il pensionato ruota di un quarto il bacino, sposta verso l’esterno una gamba, un brivido percorre la fila: ha finito. Falsa speranza, era il femoredolente: riappoggia il gomito, si continua.
La fenomenologia del pensionato non prevede che questo si presenti agli sportelli bancari alle 8.35 del mattino, a quell’ora sta facendo colazione, oppure affolla qualche ambulatorio; no, in banco posta va prima di pranzo e si porta il libretto di risparmio ben avvolto in carta di giornale. Così se il pensionato deve aspettare, ha cosa leggere, non noi. Non nobis domine, non siamo adeguati per tutto questo. Il pensionato ha riconquistato il suo tempo, invece, la fila disorientata e disperata che si allunga, che vede defezioni, che teme deiezioni, alza gli occhi al cielo, s’innervosisce, se la prende, scopre che non ha il dominio del tempo ed è destinata al naufragio delle priorità, all’incapacità di relativizzare, al precipitare nelle ultimative urgenze. Vorrebbero tutti occuparsi d’altro dislocando pensieri e coscienza, ma non si riusce, il pensionato ci ha nel pugno del suo tempo.
La posta risparmia personale e coercisce i clienti, la fila è ormai di dieci persone ciascuno con un biglietto numerato: inutile è la posta il nemico. Non il cassiere che vorrebbe scomparire sotto il bancone, ma la posta che non dà il servizio, che si atteggia ad istituzione mentre taglieggia e dispone, dispone di tutto, delle nostre possibilità, dei soldi e, adesso, anche delle nostre vite attraverso il tempo.
La fila ondeggia e spera, pare che adesso il pensionato abbia finito. Sta contando con attenzione il denaro che gli è stato dato, lo mette nel libretto, avvolge con il giornale ed allunga la mano sotto il vetro che lo separa dall’impiegato. Un brivido percorre la coda, se s’impiglia nella fessura siamo definitivamente fritti, invece con abilità estrae le dita, incurante d’artrosi, ringrazia e si volta.
E ci guarda. Tutti. Stanchi e nervosi, ci guarda con due stupendi occhi azzurri e ci libera, noi prigionieri del suo tempo quantico, della posta, degli appuntamenti, del parcheggio scaduto, della multa probabile, del telefonino brandito come chiave per riordinare la vita, ci libera consegnandoci al nostro destino. E lentamente, ma mi pare di cogliere un lampo di commiserazione, se ne va, lasciandoci alla speranza che improvvisamente il tempo, compresso come una molla, possa farci riconquistare la vita giornaliera perduta.
Il tempo si è ulteriormente accorciato, tutti uccideremmo se qualcuno passasse davanti. Forse ci siamo un po’ stretti per sembrare in meno, ma mi pare d’aver già finito e ho cinque persone davanti.
Una ragazza, con una mazzetta di versamenti si precipita dal cassiere, enuncia le operazioni, il cassiere, che non deve più spiegare, chiede a sua volta, manca un codice. La ragazza telefona, cerca, aspetta, è nervosa e in silenzio. Ci guardiamo. Subentra la disperazione, mentre attraverso le finestre, si vede passare il pensionato nel sole.
Cerco di non pensare troppo ai proclami di guerra, alle previsioni dissennate e fosche. Mi illudo che ci siano reazioni di popolo, che ci si rifiuti di diventare tizzoni in un gioco di fiaccole vicino alla polveriera. Sconcerto. Parola colma di evocazioni. Disarmonia, impotenza, incapacità di comprendere, consequenzialità scisse dalla logica che si alimenta nel buono e nell’utile. Disagio crescente da affrontare. Le alternative oltre al dovuto possibile opporsi alla pazzia, cercano uno scartare a lato. Un riflettere sui tempi che sono radicati negli animi. Noi siamo ormai zuppi di un tempo servo di necessità non nostre, né vitali, altrove hanno altri tempi e percezioni. Che vi sia in questo una salvezza possibile? Esco. Faccio cose.
Percorro la città a passi lunghi e veloci, un’andatura da studente per raggiungere un tempo che non è il mio. Il tempo personale viaggia con me, mi accompagna, accelera o rallenta secondo i miei segreti, che borbotto e reciprocamente condivido. Sapere che ci sono molti tempi, che se possiede più d’uno, aiuta non poco a sistemarmi nel mondo in cui vivo. Ne ho esperienza.
In Ucraina, in Moldova, in Russia, nei paesi dell’est che ho frequentato, il tempo scimmiotta il correre dell’occidente. Spesso gli interlocutori hanno i colori giusti nei vestiti, ma tagli sempre un po’ sbagliati, l’orologio è troppo evidente, le ventiquattrottore che andavano di moda venti anni fa, hanno dentro tre fogli, il parlare è urgente e serrato. Quando si discute, il tempo e la sua presunta immanenza, irrompono, diventano parte concreta nell’alzare il prezzo di qualunque cosa e non si capisce perché, visto che attorno c’è il deserto, ma non importa, se il tempo ha un valore dovrà essere pagato. Si tratta dell’uso appreso dai tempi d’occidente, appreso chissà dove, forse nei film, oppure nei libri o nelle rimasticature di chi l’ha frequentato, ne è stato irretito e lo propone assieme all’inglese farcito di tecnicismi. Basta concludere e poi il tempo vero, riprenderà il suo corso. Mi ricordavano, queste persone, i commessi viaggiatori d’un tempo, le riunioni dei venditori di enciclopedie, dove non occorreva conoscere ciò che contenevano i libri, bastava usare il linguaggio giusto con le persone che dovevano comprare, la stessa aggressività e la stessa tristezza mescolata alle barzellette. L’Occidente ha alterato tempi e anime, l’attesa non è più parte della vita, ma spreco. Ne risente la conversazione, i gesti, l’uso delle cose. Quando viene imposta la gara e le regole non è detto che chi lo fa vinca, ma modifica il modo di vivere, di vedere se stessi e il mondo. Cambia la poesia è la musica assieme alla pittura. Sono barometric fedeli dell’anima e si legge il compromesso, ossia l’equilibrio tra il perduto e il nuovo. Un latente sconcerto nell’adeguarsi che sente una perdita di profondità acquisita e di identità comune a favore dell’indistinta superficie. Colorata e luccicante, da consumare in tempi brevi, poi inutile e da buttare.
Diverso è il tempo dell’Africa, di quella meno occidentale almeno. Qui gli avverbi cambiano significato: adesso può essere tra un’ora, un giorno, un mese, di sicuro non è tra un minuto. Presto ha lo stesso tempo e significato, in realtà vuol dire che accadrà quando si può. Credo affondi nell’animismo e che la religione musulmana abbia trovato un accordo pacifico. Il clima aiuta, è congruo a una diversa concezione del tempo. Il bidello della scuola dell’Asmara, quando gli chiedevo quando m’avrebbe portato i soldi cambiati, mi diceva: dopo. E se io gli chiedevo: dopo, quando? Lui rispondeva stizzito: dopo, più tardi, presto. Ecco che torna presto, come tornava in Senegal: quando arriviamo che siamo stanchi? Presto. Ma alle sei ci siamo? Probabilmente. E arrivavamo alle nove. Basta sapere come funzionano i rapporti tra parole e tempo, adattarsi al tempo del luogo. Poi subentra la consapevolezza che tutto accadrà quando è ora, che solo il muezzin ha un orario vero, che il resto segue una sequenza in cui ciascuna cosa matura e succede quando può. Succede è conseguenza di qualcos’altro, perché affrettarlo? Non è una sola consequenzialità, queste sono le nostre logiche, è un addensarsi di probabilità, molte sconosciute e non misurabile con le stesse unità di misura. Un tempo dell’accadere quantistico, reale e impalpabile, che dialoga splendidamente con la luce: ciò che non accade prima del buio è destinato al domani. Quasi tutto, la notte 6riservata al dominio dei corpi e ai loro tempi.
Quello che ad un osservatore disattento potrebbe sembrare imprecisione, scarsa valutazione, in realtà è rispetto per il flusso delle cose: bisogna salire sul tempo comune, lasciarsi trasportare, non guidare il convoglio, lasciare che i fatti si incontrino con noi. Questo tempo accelera e rallenta, ma non dipende da noi, è nell’aria spessa di calore, nelle buche della strada, nell’aprire e chiudere di finestre perché l’aria circoli fresca, nei problemi risolti momento per momento. Si direbbe che tutto è provvisorio rispetto al tempo d’occidente, ma in realtà è il modo, un modo alternativo per risolvere le cose. Diverso e reale, il cui effetto è principalmente economico, impedisce il controllo delle prestazioni secondo i nostri parametri di guadagno, si negozia volta per volta, dal taxi all’albergo, e anche il venditore se dorme appoggiato al bancone, bisogna svegliarlo se si vuole comprare, ma è davvero un problema quando si sa che funziona così ?
Quello che accade in Europa è lontano, il tempo è la possibilità di avere un futuro, adesso. Bisogna saperlo e sentire che per avere tempo bisogna vivere. E imparare che i tempi sono nella vita, la ibridano in conoscenze nuove e assolute, non serve correre, sono le stagioni che regolano tutto e quindi il ruotare del pianeta, il sole, il giorno, la notte. Urgenza è ristabilire le condizioni per capirsi, per avere tempo da riassettare, riportare a noi, a me.
Chi sarà il nostro Steinbeck, il Dos Passo, il Mc Carthy o il John Fante di questo paese che frana? Chi sarà il Volponi, il Levi, il Pasolini o l’Ottieri?
Oggi, in sovrappiù rispetto al ’29, agli anni ’50, anche lo Stato è in crisi. Tutti in depressione, senza orizzonte a breve. Solo le banche ballano mentre oscilla il mondo sull’orlo del vulcano.
Chi descriverà tutto questo, se abbiamo perso gli operai e non ne ha parlato nessuno. Chi parlerà, illuminerà, lascerà traccia d’un mondo che si è sbriciolato senza domande? Senza troppe domande, perché la classe media aveva troppo orgoglio per accorgersi che ne prendeva il posto e diventava proletariato. Ma proprio da quella classe media venivano, vengono gli scrittori che parlano d’altro. Forse non sanno e non vedono, oppure non sentono. Neppure dei loro vicini parlano e raccontano di un mondo di pochi, di un sogno che dovrebbe essere di molti.
E allora chi parlerà dei giorni uguali? Del lusso della noia, dei residui d’una generazione di reduci travolti dai ricordi e privi di voraci sogni. Mancano le strade di periferia, lì dove si staccavano gli operai dagli impiegati, tace la solidarietà trasformata in solitudine, mentre si è spenta la voglia di riscatto nella meritocrazia.
Chi parlerà delle case al mare che hanno illuso sul benessere crescente e infinito, chi si occuperà delle aziende che chiudono in silenzio, degli appartamenti dove si vive, venduti per pagare i conti? Chi scriverà per gli e book e per gli editori di carta, sapendo che il mondo accelera, si scinde, precipita e ci si immerge nelle menzogne fuori della realtà?
Meglio il fantasy, meglio il ricordo, meglio la thriller story, meglio il relativo, i lustrini, lo sport, l’intimismo. Meglio tutto ciò che non induce tristezza. Passerà. Meglio parlar d’altro.
Non resterà traccia. Solo la poesia resiste, ma quella è Cassandra e illusione dei romantici, letta da pochi, vissuta da meno. Non abbiamo Steinbeck, e neppure Fante, certamente non Tondelli, Levi, Calvino, Pasolini o Pavese. Forse non va troppo male. Non ancora.
Ci sono momenti in cui la grazia, la tenerezza o la bontà d’un momento, sembrano sospendere l’ordine usuale delle cose. L’idea di un’umanità perduta nel potere, che sopraffà gli altri privandoli di diritti e vita, condiziona così tanto le nostre vite da renderle infelici.
In questi momenti di crisi in cui il buio toglie nettezza alle cose, emerge la possibilità che il mondo sia altro, come quando una consapevolezza improvvisa, una stanchezza da troppo tempo ricacciata, fa emergere il basta, quel basta che e’ riconquista di noi, di un futuro che irrompe nel presente. Una rottura che per una volta, non piega noi, ma spezza una sequenza che sembrava incoercibile di logica, di necessità, di rassegnato star male.
Insomma qualcosa che spiazza il consueto nell’esistenza ed apre uno squarcio da cui si intravvedono colori: l’azzurro di un cielo che fa alzare il capo, il bianco d’una nuvola che porta altrove il pensiero, il nero che torna ad essere pavimento su cui camminare, la lieve vibrazione dell’aria chiara. Ci sono improvvise, inspiegabili felicità che aprono una finestra su un’altra realtà possibile. La musica, un libro ben scritto, una equazione matematica portano l’anima a cantare. Ho una immagine di una strada di buon mattino, la bicicletta e la gioia di pedalare, i profumi freschi, la luce nuova che gli scarichi delle auto non hanno ancora toccato, una cantata di Bach negli auricolari e la bocca che vuol cantare. Un’ improvvisa felicità che riporta a un assolo di Chet Baker ascoltato nell’oscurità, come una scia di bellezza che ci viene donata. È l’inatteso che si manifesta e ci dice che è in noi.
Attendere l’inatteso procura soddisfazioni e piccole svolte che non si narrano, ma esso, è condizione d’animo oppure un regalo che non si dovrebbe rifiutare. E bisogna pur sapere che dopo ch’esso è accaduto, la mano è più leggera, prende con gli occhi quello che vede, se ne ciba nei pensieri e canticchia musiche speciali. E il potere del mondo perde consistenza, la speranza di cambiare riappare in una volontà di essere diversi, con il giusto che si confonde con il buono.
Il mare ha sovrapposto acqua ad acqua tutta la notte e al mattino la spiaggia era piena di restituzioni. Rami ancora verdi, alberi interi, radici, tanta plastica assieme alle sue cose; quelle che non gli servivano più. Cose leggere, depositate con delicatezza sull’esile contorno della riva , conchiglie, peschi morti, grovigli d’alghe, qualche medusa.
Ciò che il mare dona, compresi i resti dei naufragi, diventerà capanno per l’estate, gli abitanti non gettano nulla di ciò che il mare dona a loro. E quel donare lo sentono proprio solo loro, come la lunghissima spiaggia che viene popolata di queste costruzioni. Il mare d’autunno si riprenderà tutto, farà i suoi scambi nel profondo e redistribuirà in inverno. Il mare è un grande riciclatore e pratica gli equilibri che nessun umano riesce a fare davvero per conservare il pianeta.
Sei ore sale, sei ore scende la marea, dipende dalla luna e quanto alta essa sarà. Quanta spiaggia porterà con sé, lo diranno tra le righe gli esperti che compilano le tabelle, le stesse che i venti e il cielo renderanno infedeli. Non ascoltano anche se il mare, a volte, parla con gli uomini, ma solo ad alcuni e di rado. Un tempo lo faceva di più perché si sentiva capito da chi conosce il tempo e sa che il mare ha tempi lunghi e brevi, incomparabili con le vite di chi guarda mentre è amoroso e pieno di cura per quelle che contiene.
Pescatori e marinai seduti sul muretto al sole, parlano con fiotti di parole, saluti e silenzi: aspettano la cena e un altro giorno uguale a questo. C’è poco da fare, poca pesca, poco lavoro, solo spazio per ricordi recenti, famiglie. Tra poco arriveranno i villeggianti, saranno soldi e confusione per l’estate, case che crescono ogni anno di valore e poi inverni freddi e solitari, con la nebbia che avvolge le barche e i vaporetti nella notte.
In quest’isola reclutava la marina imperiale austro veneta, ed un timoniere di qui, Vincenzo Vianello, ricevette la medaglia d’oro dell’imperatore per aver affondato a Lissa, la corazzata re d’Italia. I piemontesi, che, per molti, ancora non erano italiani, forse sentirono i viva san Marco dalle navi nemiche. Quando vincevano sul mare, fossero veneti, istriani, o dalmati, vinceva san Marco, e sui ponti di comando delle navi imperiali, in Adriatico si davano ordini in veneziano. Anche l’ammiraglio Tegetthoff lo faceva, i suoi ufficiali avevano studiato al collegio navale di Venezia, il Morosini, il mare di casa era l’Adriatico. Ma di tutto questo ribollire non è rimasto più nulla, neppure la fatica di diventare italiani è stata davvero celebrata.
Anziani bruciati dal sole, caparosolanti (pescatori di cozze) in fermo pesca, reti ripassate perché non si sa che fare. Si sale in barca si pulisce, si mette in moto, e si ri-ormeggia. Qui tutto attende qualcosa che rovesci un senso di fine. Un matrimonio, un battesimo, i bambini alla comunione, qualcosa che porti fuori da un tempo che s’è spezzato. Si incrina il tempo degli uomini, in qualsiasi cosa che finisce mentre nulla ricomincia. In un passo del contributo alla critica dell’economia politica, Marx diceva qualcosa che allora mi sembrava ovvio, ossia che il nuovo, nasce nel vecchio che fa i conti con le sue contraddizioni, e quest’ultimo lo alimenta finché il nuovo prenderà il sopravvento. Marx era un positivista prima del positivismo, pensava che alla fine le cose si sarebbero messe in ordine. Mi pareva che bisognasse cercare, per capire, il filo rosso che lega le cose, e i fatti, e le vite nel sociale. Solo il filo che si riconosce quando ha già cucito ed occlude la vista dei tanti futuri possibili ed abortiti, delle possibilità spazzate dal reale. Ma qui, mica lo sanno che bisogna trovare un senso alla storia, in quest’isola di vecchi, il senso della storia è nell’orgoglio dì essere il terminale di una catena ininterrotta.
La stessa sensazione si prova nei paesi di montagna dove il turismo non ha costruito troppe case vuote, e tra gli abitanti, la nascita di un bimbo, un matrimonio, una persona che sceglie di restare, è un fatto collettivo, una speranza per tutti. In questi luoghi, sacche di memoria, il legante e il motore, è la tradizione, fatta più di abitudini che di principi. La tradizione era un principio, costruito dai saperi di vite sovrapposte, dal saper fare trasmesso immutabile, che ora si sgretola perché non si trova menti, dita, luoghi in cui esercitare l’imperio del sapere antico. Ed è proprio questo imperio che si smarrisce, qui come altrove, che perde la nozione di forza comune, finché il legante si scioglie e sulla riva, davanti a una casa, una donna si siede accanto ad un’altra. Parlano sapendo che il futuro è così vicino da confondersi con il presente, e il passato, un amante a cui attingere per riempire i discorsi, anche se alla fine, opprime un po’, come tutti i vecchi amanti. Parlano e guardano per pensieri brevi, quasi informazioni e sentenze.
E’ la stessa donna che ho fotografato un anno fa, oppure un’altra? In fondo non importa, è il gesto che scosta la tenda, la mano che ripara gli occhi dal sole, il guardarmi, io foresto, eppure con lo stesso dialetto. I foresti ora restano poco, arrivano e vanno, prendono il sole, il mare, la spiaggia, l’aria, l’azzurro del cielo. Prendono, lasciano dei soldi e se ne vanno. Un tempo il foresto restava, raccontava di sé, imparava la lingua, aggiungeva parole e significati, lasciava le cose com’erano e, se pur restava foresto, diventava uno di noi. Così sembra pensare la donna finché mi parla, e così pensa il pescatore che aveva il bisnonno nella imperiale marina Austro Veneta, così penso io che sono foresto e so che quel mondo è finito nelle sue gerarchie e priorità, lasciando le persone sui muretti e sulle soglie di casa. E so che questa generazione, sarà l’ultima, con memoria di oltre due secoli, poi sparirà anche quella. I ragazzi ricorderanno a breve, perché nessuno gli racconterà, e così sarà la scuola, i genitori, qualche amore, il bar, a farla da padrone in un passato così breve che sembra antico già in un pezzo di vita.
Parlando di queste cose con un’amico indigeno, alla fine è sbottato: a furia de pensar el çerveo te va in acqua (a furia di pensare il cervello ti va in acqua). Memoria d’acqua, per l’appunto.
Tornando ho visto l’insegna della antica trattoria La fazenda, è del 1973: un’eternità.
L’erba tagliata di fresco, riempie l’aria di profumo. La primavera eccita gli amanti dei prati rasati, i taglia margherite, che ammucchiano in piccoli grumi masticati. Sacchi d’erba messi davanti ai giardini in attesa della nettezza urbana che li trasformerà in compost. Nessuno lascia crescere l’erba, forse ne abbiamo paura e sembra che l’ordine sia nei piccoli fili ad altezza composta ed eguale. Così il verde tenero e nuovo trascolora nel nero i succhi dei tagli slabbrata.
Il buon giardiniere ha lame taglienti, ora fanno le macchine che non hanno bisogno di cote, anche quelle che con un pannello solare e quattro sensori si muovono instancabili a rasare il rasato. Perduto è il tempo della fatica con la falciatrice a rulli che non lasciava imputridire il taglio, il fai da te non ammette troppa fatica e chi lo rifiuta ricorre ai giardinieri che hanno fretta e uniformità di idee. Anche le cooperative sociali fanno quello che possono, i carcerati in affido non sono amorevoli giardinieri e i portatori d’handicap badano a non travolgere i fiori con i tagliaerba a filo che all’erba.
Questo ronzio delle macchine è una frenesia primaverile privata, nella città pubblica, a parte i grandi giardini, le aiuole sono i ritagli dell’urbanistica a metro cubo, trasformate in arredo urbano che da troppo tempo aborrisce gli alberi, che confina l’altezza dei cespugli. Il comune pianta bulbi per stupire ma l’idea di un verde comune si perde tra scarichi d’auto. Chissà se anche il russo steso sotto il cedro è arredo urbano.
Un tempo, non distante da qui, nel giardino dell’ospedale tisiatrico, s’erano formate grandi comunità di conigli che saltavano tra pazienti, fiori e visitatori. Poi in parte erano esondati verso aree verdi vicine, e di verde in verde avevano incontrato la fame che aveva arrestato le migrazioni. La fame degli umani, intendo. Dal lato della Specola, la Torlonga, si erano formate grandi colonie di anatre e altri uccelli d’acqua che uscivano rabbrividendo dall’acqua e andavano ondeggiando incontro al pane vecchio o all’erba tagliata. Gli appassionati umarel mai erano mancati. Era bello questo crescere d’animali oltre il domestico. Indisciplinati, non ascoltavano, non avevano memoria di crocchette e divani, però banchettavano allegramente alle spese della pubblica bellezza. Quella stessa bellezza pubblica che ora traccia file ordinate di fiori omogenei per colore, genere, fioritura. E ci si accontenta delle forme dei fiori, dell’esigua caducità del fiorire, mentre si potrebbe avere una città wild, con animali a spasso nei parchi, pronti a crescere secondo le loro regole di compatibilità. Un poco è già così e mentre falchetti e uccelli rapaci si annidano nei campanili e nelle torri, ora guardo le anatre e un coniglio disperso che saltella tra i grumi d’erba. Ai tempi di Beethoven, gli animali erano nelle città, chissà se ci pensava nella fantasia op. 80, che ho ascoltato ieri sera, con loro al parco. Li immaginavo seduti a sgranocchiare erba, cantare in coro o dirigere con un tulipano, incantati che la primavera si riempisse di suono.
…Inseguire le intuizioni, è questo che faccio io. E’ così che ho organizzato la mia vita: inseguendo le intuizioni, comprese quelle che a tutta prima non so decifrare. Soprattutto quelle che a tutta prima non so decifrare.
J.M.Coetzee Slow man Einaudi 2005
Nel cielo azzurro si è inserita una nuvola che ha oscurato il sole, lo sguardo si è spostato verso l’alto e ha sostato. Indeciso se seguire un pensiero o perdersi in un particolare. Le decisioni si accumulano per aggiunta di materiale differente, concause, e per sottrazione. Una sorta di dilavamento del non necessario che porta a una conclusione. Difficile che vi sia la folgorante luce della comprensione profonda, del vedere la consequenzialità degli atti, essa viene sostituita dalla speranza che le cose si raddrizzeranno strada facendo, che tutto troverà un suo posto. E sarà così, ma se questo sia o meno ciò che si pensava inizialmente è difficile che accada. a questo serve l’intuito, l’imponderabile che mette insieme un fine con un inizio, ma parte dal primo e traccia una strada, genera una scelta. la razionalità si mette in mezzo, non ama l’imprevedibile, tanto meno nei sentimenti perché si arroga la presunzione di come andrà a finire. Senza intuizione non ci sarebbe che una sequela di amori ragionati, senza follia, solo convenienza sequenziale. Neppure i tradimenti ci sarebbero, e sarebbe esclusa quell’interpretazione che questi siano un’ espressione dell’amare e del futuro immaginato diverso, diverrebbero solo negazione e rottura di un patto infrangibile. Cocci che nessun kintsugi sarebbe in grado di riparare.
Ho immaginato di rompere una piastrella quadrata con un taglio verticale che già indica il suo destino e di incollarla su un supporto con la frattura non ricomposta, nel taglio converge la decisione, il tempo si è fermato, ha preso una sequenza e uno scandire nuovo. Da una parte e dall’altra c’è l’immutato scisso. L’istinto sana la frattura, la considera parte del decidere e la porta in sé come momento positivo, tutto si ricomporrà e si apre alla fiducia dell’essere e dell’esistere. Nulla è più ripiegato su se stesso, la spirale si svolge e genera una linea che sarà pronta a ridiventare spirale ma come momento del riflettere interiore, del tornare a guardare dal presente il passato mentre esso si muta in futuro.
Soffermarsi e ascoltare, il corpo ci parla attraverso circuiti neurale, trasmettitori chimici ed elettrici, energia che si trasforma e ricombina, ha il quadro di ciò che siamo e propone una scelta. E’ un dialogo, nulla è obbligato ma si è generata una possibilità che dovrebbe essere considerata. Non è ondivago l’intuito, ha una sapienza che si radica nel profondo e arriva al sauro che ciascuno conserva oltre il percepibile, quell’ondata di inconscio che ogni notte parla e si cancella attraverso i sogni. La sublime libertà del scegliere genera il rimpianto di ciò che si lascia, lo trasforma in altro desiderio e spinge in nuovo intuito. In noi il tempo della scelta, il kairos, diviene reale perché ogni treno genera il successivo, apre una porta nell’attimo in cui ne chiude un’altra. L’intuizione è una certezza lieve o dura, ha una sapienza che si è generata prima e durante il vivere, non sente l’età, non obbliga e soprattutto è speranza che ciò che muterà sia buono, dolce, confacente a noi e misericordioso.
Sento che dovrei spiegare, ma la nuvola si è spostata ed è tornata la luce piena, fuori c’è un mondo che non è quello che vorrei, ho solo la possibilità di seguire ciò che il corpo e la mente mi propongono per far coincidere il cammino con quello che avverto: una ricerca del bene e del benessere, che include me e dove vivo, ciò che percepisco e che mi solleva felicità istantanee con quello che spaventa, che è violenza, rifiuto di umanità. Per avere una risposta al vivere dev’essere considerata la scelta, l’amore, la gioia, la capacità di vedere l’orrore, di rifiutarlo, di sentire che sono io e lui assieme. Che la felicità e il benessere non è una colpa se essa non sottrae vita ad altri. Questo mi dice l’intuito, puoi star bene e far in modo che questo benessere trabocchi verso chi non ne ha. Come, lo scoprirai facendo scelte in te.
Domenica delle Palme, tutto il tracciato che porta dalla gloria all’esecrazione e ancora a diversa gloria. Il relativo del mondo si scioglie nell’assoluto della scelta di sé.
“Per ogni agire ci vuole oblio come per la vita di ogni essere organico ci vuole non soltanto luce, ma anche oscurità”
Queste sono parole di Paolo Rossi, un grande studioso della memoria, se le riporto non è per dare forza a una asserzione, ma perché ne sono convinto. Se la memoria è un luogo in cui ci si può perdere, l’orlo dell’abisso di ciò che poteva accadere e non è accaduto, quando si cade, di colpo la luce attorno scompare, e lancinante emerge l’assenza di futuro. E’ come se un buco nero interiore assorbisse, con la sua immensa gravità, la luce. Abbiamo bisogno di sbagliare di nuovo credendo che non sbaglieremo per essere vivi. Per questo l’assenza di errore mi fa paura, come mi fa paura la fuga nell’esperienza che assorbe il senso. Sento entrambe come il tentativo di dimenticare qualcosa che non vuol essere scordato, che viene seppellito e riemerge. Se invece venisse affrontato riaprirebbe il futuro, ma non accade perché di finzioni siamo maestri, soprattutto con noi stessi. Dei divoratori di presente è fatto il mondo, ma è il mondo della penuria non quello del benessere, un mondo in cui si ha solo paura di perdere, in cui si smarrisce il senso dell’acquisire. Ben essere, è qualcosa che è in equilibrio dinamico con la propria storia, il presente e il futuro.
Torno, in questo girovagare sulla memoria e sull’oblio, nel mio concetto di tempo. Ho la sensazione di un tempo che s’allunga, non ha limiti al progettare, non consuma, si aggiunge e per questo può essere parco. Un tempo che può dare senza la fretta di consumare e non teme di perdere tempo, quindi un tempo che convive con la memoria, ma non la subisce.
Uscendo dal tempo cronologico si esce dalla necessità, le prospettive si dilatano, subentrano altri tempi, il kairos, il tempo dell’occasione, che non tiranneggia nel fare e riproporrà ciò che apparentemente si lascia, o il tempo del probabilmente, così presente in molta parte del mondo, dove l’uomo si affida alla propria volontà ed a quella del flusso del caso. Li sento presenti questi tempi e se, vivendo assieme ad altri, non sempre posso uscire dall’obbligo, sapere che posso vivere un mio tempo, mi regala una prospettiva diversa nella percezione di presente e di futuro.
Mi si potrebbe dire: illuso, non vedi ciò che perdi, non vedi che ti perdi? Ed io dovrei spiegare che non ho fretta, che progetto la mia vita e ciò che non ho fatto un tempo non lo rimpiango, perché allora era solo possibile, ma ora perché dovrebbe chiudermi la possibilità di fare, ed essere, con maggiore coscienza e gusto, senza l’obbligo di accumulare esperienze. L’esperienza adesso è vivere, non guardare l’orologio per sapere quanto sto vivendo, credo che sia per questo che si dimentica e ciò che si ripete sembra nuovo. E’ come avessimo dentro due orologi da leggere insieme, quello biologico e quello emotivo ed entrambi ci dicessero la stessa cosa, ovvero l’inutilità di rincorrere il tempo.