grandi navi

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In porto a Venezia, stamattina, c’era due grandi navi. E almeno altre tre più piccole. Grandi navi è un eufemismo perché già le piccole sono grandi: 7 ponti, migliaia di passeggeri e uomini di equipaggio. Le grandi sono grattacieli coricati in mare. Per chi le ha viste non c’è bisogno di sottolinearne l’assurdità in bacino di san Marco, per gli altri basti dire che quel bacino, il canale della Giudecca, furono creati, palazzi compresi, per le navi di legno della repubblica, dove anche le più grandi erano gusci di noce al confronto.

Attorno a me in porto, c’erano i turisti che sbarcavano. Sudati sotto il sole, alcuni al riparo delle pagode di tela bianca, altri un po’ dispersi, tutti molto attoniti. E’ il turismo che prevede due giorni di sosta, che dorme in nave, che affolla i monumenti, che consuma chincaglieria e cappuccini, che passa da un luogo all’altro senza soluzione di continuità. Dovrei anche dire che risparmia una Venezia che amo, che segue sempre gli stessi itinerari e che è facile evitarlo. Però le persone che ho attorno non sanno ancora come sarà davvero la loro giornata, sono arrivate e attendono di seguire gli accompagnatori. Rispetto ai viaggiatori d’un tempo sono operai della vacanza, ma non è un pensiero snob, si godono un mondo che viene preconfezionato per loro, che ha tempi rigidi e allegrie programmate. Questa mattina c’era uno spettacolo in più non previsto, guardavano una corale che attendeva di cantare a un convegno. Erano estasiati dai cappelli di paglia, i pantaloni bianchi, le magliette rosse e bianche a righe. Ecco la Venezia che si porteranno dentro, e sarà un’ esperienza grande, memorabile, ma non è la Venezia vera. Ma quella Venezia è riservata a chi la ama davvero, a chi la frequenta perché può oppure perché, come un’amata, non può farne a meno. Però dal porto la Venezia delle cartoline ancora non si vede, ci sono piazzali, macchine e gru, docks e magazzini. Tutto ha grandi dimensioni, solo che sparisce soverchiato dalle navi. E’ male tutto ciò? Per Venezia sì, perché qui tutto è fragile e basta un nonnulla perché sparisca un pezzo d’arte. Bisogna pur dire che i veneziani, molto affezionati alla Repubblica e alla città, non sono mai andati molto per il sottile, se serviva, si abbatteva o si interrava. Del resto non fu Francesco Morosini che non ci pensò due volte a cannoneggiare l’Acropoli durante l’assedio di Atene. E comunque, guerre  a parte, già alla fine dell’800 si pensava di portare il treno in piazza san Marco. Diciamo che dopo la Serenissima e le Magistrature che curavano equilibri e salute della città, e di chi la abitava, ci sono stati un paio di secoli di progressivo obnubilamento. Non si capiva bene dove si stava andando, pur essendoci molta determinazione. E il culmine iniziò dopo la prima guerra mondiale con l’industrializzazione della città, quando tutto cominciò a diventare troppo grande e insostenibile per un territorio che visto dall’alto è piccolo e talmente denso da non consentire più alcuna speculazione. Per fortuna questo spirito che vedeva nella crescita industriale una salvezza della città, in buona parte è mutato. E’ rimasto l’attaccamento a Venezia man mano che questa si spopolava e se una parte grande di essa vive sul turismo di massa, la necessità di un equilibrio tra il vivere in mezzo alla bellezza e lo scempio per il maggiore utilizzo di essa, è avvertito in modo forte e inusuale. Anche da chi non vi abita. Le grandi navi sono percepite come una violenza, forse per la loro dimensione e pericolo potenziale, più che per gli effetti reali. Il moto ondoso di migliaia di barche fa più danno ogni giorno, però queste sono la vita della città, le altre sono un intromettersi violento. E’ uno scontro feroce tra il porto e chi pensa e sente che non vi sia possibilità di compromesso, che non solo i palazzi, ma anche l’acqua ha bisogno di cura, che una città ormai ridotta a 60.000 abitanti non deve cercare all’esterno il proprio sviluppo, ma trovare ragioni forti di crescita sostenibile con quello che c’è. Diciamo la verità, Venezia non si può visitare in una giornata, la città è così ricca e priva di difese che è facilissimo razziarla, ma così non si ha l’anima, che esige pazienza per essere conquistata. E se questo si capisce allora tutto diventa più lento, anche il turismo. Ecco che l’immagine da diffondere nel mondo per Venezia dovrebbe essere quella di un viaggiare lento, di un tempo d’amore tra l’uomo e ciò che vede, cammina, sente. Ma per far questo servono atti coraggiosi, cultura e identità. E il prossimo sindaco dovrebbe dire subito cosa pensa sulle grandi navi, sullo sviluppo, sulla crescita residenziale, che dev’essere popolare se si vuole avere un popolo. Anche sul porto dovrebbe dire cosa pensa. E decidere la dimensione e l’uso del porto attuale, ma da subito operare per spostare fuori laguna ciò che è, anche solo potenzialmente, pericoloso. Perché così com’è non ci sarà mai una soluzione, ma solo un vivere di interessi forti che con la città hanno poco a spartire.

Questo avrei voluto raccontare a quei turisti che si accalcavano sotto le pagode bianche e aspettavano al sole, e gli avrei anche proposto un tragitto nuovo per arrivare a san Marco, prendendo qualcuno per mano e facendogli fare le Fondamenta nuove, oppure Castello, o ancora la parte così vicina e così sconosciuta, di santa Marta. Li avrei fatti attraversare il canale per vedere le Zattere, il merletto dei palazzi che si vede solo ad altezza d’acqua guardando dalla Giudecca, proseguendo fino a san Giorgio. E nel chiostro bellissimo, gli avrei raccontato che Venezia non muore se il mondo vuole che non muoia, che l’amore ha bisogno di tempi lenti e frenesie lontane, che le passioni si consumano con gli occhi e con il sentire. Gli avrei detto delle nefandezze passate e in corso, perché questa è una storia d’uomini e non di dei, che tutto quello che hanno attorno perirà ma che noi siamo fortunati perché ne possiamo godere, a condizione che non si pensi sia nostro. Ecco così che l’amore dura, quando si pensa che non sia solo nostro, quando c’è rispetto e attenzione. Questo e altro gli avrei detto portandoli fuori a vedere il bacino di san Marco. Quello che non si vede dalle navi, quello che non si saluta con la mano, ma si porta con sé. Sempre.

 

 

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appunti sul Cansiglio

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Anguane (anche òngane): ninfe ammaliatrici che abitavano nelle vicinanze di pozze d’acqua o nelle cavità. Benevole in montagna e via via malefiche verso la pianura (forse non dipendeva da loro). Il loro nome veniva usato per tenere i bambini lontani dalle pozze d’acqua e dai bus (buchi) del terreno carsico.
Salbanei: folletti dispettosi e mattacchioni che annodano i capelli ai bambini, mettono a soqquadro le stanze, nascondono le cose.
Con i semi di faggio, le faggiole, si faceva una farina per fare pane o altro cibo.
Anno di pasciona lo scorso anno, ovvero di abbondante produzione di semi che daranno origine ad alberi. E il bosco cresce per semina propria e selezione naturale.
Nomi di piante viste e trovate, tra le altre, geranio, cardo, bardana, veccia, artemisia, aconito( velenoso e mortale), veratro (falsa genziana velenosa), molte orchidee, ce ne sono più di 70 specie di orchidee selvatiche. Il tutto tra un numero imprecisato di specie di piante. Il sottobosco ha una bellissima elasticità, è coperto di semi, foglie, residui vegetali, densamente abitato… Chiazze di sole tra ombra fresca e profumata di legno e resina, c’è un profumo di timo selvatico che si solleva quando lo calpesti.
Il Cansiglio è un altopiano con 6570 ettari di bosco di proprietà pubblica diviso tra due regioni e tre province (adesso che spariranno le province non si potrà più dirlo).
A parte le case dei Cimbri, non ci sono proprietà private nel Cansiglio.
Acquisito dalla Serenissima assieme alla città di Belluno nel 1500, tenuto in gran conto soprattutto per i faggi necessari per fare remi da 6/8 mt e utilizzato in grande tutela, con un apposito provveditore.
E’ un territorio carsico con una configurazione depressionaria, una sorta di catino bucato, dove piove molto e non c’è acqua e che crea il curioso fenomeno di avere temperature bassissime a bassa quota (anche -35 a 1000 mt).
Ricco di grotte profonde e foibe : Bus della genziana, Bus della lum e l’Abisso del Col della Rizza. ( Bus si pronuncia con la esse che ha un suono strascicato e tra esse e zeta.
Oggetto di migrazione di Cimbri dall’altopiano di Asiago (Roana) che approfittarono della fine della Serenissima (1798) che vietava gli insediamenti, ebbero fino a 500 individui su tre comunità. Oggi ci sono 13 cimbri stanziali in tutto il Cansiglio. Gli abitanti residenti dell’altopiano sono una trentina.
Foresta di faggi, abeti, pini, poche betulle e querce. Gli alberi si regolano da soli e cercano le migliori condizioni per attecchire e vivere. E chi ha detto che la foresta non si muove? 
Come distinguere l’abete bianco dall’abete rosso: i rami del primo sono decombenti (verso il basso), quelli del secondo assorgenti (verso l’alto). Belle queste parole, decombente e assorgente, denotano uno stare, un essere e non un sopportare o un dovere.
Nell’abete gli aghi sono singoli e nell’abete bianco sono piatti, mentre in quello rosso sono cilindrici. Nel larice e pino sono a ciuffetti, tre o più aghi assieme
Dalla distillazione della resina dell’abete rosso si ricava la trementina (acqua ragia). Il legno è bello e facile da lavorare, oltre che per utensili e lavorazioni, ha doti di grande risonanza musicale e si presta per fare casse armoniche di strumenti. Alberi di navi non se ne fanno più e agli impianciti ci pensano quercia e teak, un po’ mi dispiace.
I veneziani preferivano il faggio, legno duro e facile da lavorare, ottimo per i remi, con gli abeti, più elastici, facevano alberi e pennoni. Ma ci pensi come facevano a portarlo fino in arsenale a Venezia con pezzature anche da 15/20 metri…
Il nome Cansiglio: concilium luogo di incontro.
Come raccontare una giornata così piena di verde, colore che s’indossa e s’inghiotte, ma non si descrive con facilità? Si pensa verde, lo si assorbe, si diventa verdi dentro, oscillando sincroni, nella mutevolezza che lo fa sfumare nell’aria oppure incupire nell’ombra. Assomiglia all’umore libero, senza aggettivi. Il Cansiglio è un bosco e un luogo e qui si potrebbe finire, invitando ad andarlo a visitare, a viverlo. I miei appunti non parlano della magia che si avverte sottile. Quando le cose si destrutturano nella semplicità, emergono forze strane, impalpabili, nascoste. Tutto è ciò che sembra, ma anche altro. In fondo la linneana geometria dei nomi, è un ordine che serve a noi, ma tutt’attorno lussureggiano piante con varia iterazione con l’uomo. Gli animali sanno ed evitano, oppure sviluppano antidoti. Il confine tra velenoso e benefico porta indietro, a pratiche semplici, decotti, estratti, disseccamenti, che è poi rimettere armonia con ciò che si mangia, con ciò che si è. La magia è questo irrompere dell’archetipo, del semplice senza nome riportato a sentire. Basta un buco nella terra per capirlo: le foibe impauriscono ed attraggono, come ogni abisso. Succede anche nell’animo. E la fredda esalazione del profondo inverte le idee d’inferno, eppure il verde si lancia verso il fondo senza paura, come i sacchetti di rifiuti che l’uomo buttava (adesso non più), però il verde è vivo e alla fine vince. Andare a fondo senza paura, fidando. Magia è uno stato non una constatazione. Forse esigerebbe solitudine e silenzio. Nella foresta non c’è silenzio. Mi torna a mente un’ eclissi totale vissuta in montagna, si oscurò il sole e gli animali, d’improvviso, tacquero, per paura. La paura impedisce di comunicare, ci toglie dalla naturalezza. Ma oggi non ci sono eclissi e tutto parla, si muove, comunica. Cosa comunica il verde che trasfigura in marrone e si scioglie nel giallo? Anche in questo soccorre l’idea di magia, il linguaggio senza nomi non si decritta eppure rasserena, come le erbe medicinali che sciolgono la tensione se ci si affida. Affidarsi, ecco un termine che accompagna la magia, bisogna sentire che non c’è minaccia, ma equilibrio che accoglie. Mi convince la riflessione della guida sulla pericolosità degli animali, prima vengono gli choc anafilattici con i calabroni e le vespe, poi, molto distanti, i cani selvatici e non hanno invece rilevanza i lupi, gli orsi, i cervi, le stesse vipere. Se facciamo parte di un equilibrio le regole sono commisurate alla nostra forza e adeguatezza, ma noi non siamo più in quell’equilibrio, ne abbiamo alzato l’asticella complicandolo. Sovrastrutture. E’ così bella l’idea che tutto questo verde sia un bene comune, che la proprietà non lo tocchi, che non si complichi ulteriormente l’equilibrio.
Il verde non si racconta, neppure l’idea di spazio, l’ombra, il sole, l’alternarsi di nubi e luce piena, neppure il profumo che si mescola col fumo delle cucine. Si mangia, facciamo rumore, tutti assieme si serra il branco, si ride molto. Fuori la foresta, il silenzio che non è tale, la comunicazione con i tempi lenti delle stagioni. Il verde è quel colore che è suono, erba alta spostata dal vento, oscillare semplice, indifferente e forte.

appunti

Quando è più acuto il peso dell’insufficienza, il riposo nel relativo è una pausa ristoratrice. Costruire cattedrali di necessità genera certezze ed importanza, ma sacrifichiamo a un dio esigente e muto. Dov’è l’essenza, è una domanda perversa se induce a pensare che basti sforzarsi e le cose avranno un ordine, che la sintesi uscirà. Ma d’altronde è necessario difendersi dal contrario dell’essenza, ovvero pensare d’essere insiemi di dubbi che galleggiano in un flusso gassoso dove nulla si rapprende davvero.

Se si confronta l’analisi e l’intuizione, la seconda apparentemente più vicina alla libertà, prevale l’intuizione e l’ anarchica felicità del sapere senza sforzo. Ecco devo difendermi dall’intuizione come regola, senza cadere nella prigionia dell’ordine della conoscenza. Non è più possibile. quando si comprende che, per possibilità od età, ciò che non è stato fatto non potrà aver più luogo, vedere il mondo allo stesso modo. Si palesa la contraddizione del non essere stati allo stesso tempo liberi, ne l’essere stati come “tu mi vuoi”. E si vede l’inutilità di molta morale nei confronti della piccola felicità possibile. Ma se non cadiamo nella disperazione dell’impossibilità d’essere come vorremmo (per noi o per altri), potrà esserci, l’immotivata ( perché non ci dev’essere per forza un motivo alle cose )  fiducia che noi e qualcosa, rimetterà ordine alle tessere del mosaico e un senso ne uscirà.

Ci perdiamo nell’assoluto pensando ch’esso abbia a che fare con l’uomo invece, cercando appena oltre la nostra recente natura d’esseri d’intelligenza organizzata, non troviamo molto che non sia legato alla necessità. Così può consolare il trovare un’etica che superi il vincolo delle organizzazioni, delle leggi nate per regolare gli impulsi e gli effetti economici di questi. Qualcosa che sia prima della relazione ordinata dei sentimenti a fini sociali. Qualcosa che risalga a noi e ci mostri il mondo come lo vediamo davvero e non come ci vien chiesto di vederlo. In questa ricerca di un’ etica del sentire, trovo consolazione per tutto ciò che non ho fatto e speranza per ciò che accadrà, se potrò capirlo.

di notte, allora

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Stanotte penso a mia madre allora, donna eppure ragazza. Lo sarebbe sempre stata nella vita. Penso al mio nascere in casa, in piena notte e che ero sveglio allora come adesso. Penso a mia nonna che mi ha visto prima di mia madre e voleva una nipote femmina, ma io ero maschio e così ci ha messo più amore per insegnarmi chi ero. Penso a mio padre giovane e provato dagli anni di guerra, ma che non si tirava mai indietro. Penso al suo coraggio e alla passione che mi ha insegnato. Penso alle difficoltà in cui erano tutti, lì attorno, e alla speranza che li alimentava. Penso a mio fratello che spiava la culla e al fatto che dopo tanti anni ci ripetiamo che ci vogliamo bene. Penso alla forza che c’era allora per rinascere dopo gli anni bui e alla voglia di prendersi in mano. Penso che sono stato fortunato a nascere in mezzo a tanto amore, che le difficoltà sono state superate, che un futuro migliore si è creato. Penso che è bello avere una storia, aggiungere un anno e cercare di trasmettere qualcosa a chi prenderà il tuo posto. Penso che c’è continuità e che non siamo soli, e che dopo esser nati c’è bisogno d’un amore che ci riconfermi l’amore ricevuto, ma che entrambi restano e non ci lasciano mai soli davanti al mondo.

l’inverno del nostro scontento

“ora l’inverno del nostro scontento 
è reso estate gloriosa da questo sole di york,
e tutte le nuvole che incombevano minacciose 
sulla nostra casa sono sepolte nel petto profondo
dell’oceano…

…ebbene io ,in questo fiacco e flautato tempo di pace ,
non ho altro piacere con cui passare il tempo se non
quello di spiare la mai ombra nel sole e commentare 
la mia deformita’.
percio’ non potendo fare l’amante
per occupare questi giorni belli ed eloquenti,sono 
deciso a dimostrarmi una canaglia e a odiare gli oziosi
piaceri dei nostri tempi.Ho teso trappole ,ho scritto 
prologhi infidi con profezie da ubriachi ,libelli e
sogni …”

Riccardo III  W. Shakespeare

Ciò che si ha non è sufficiente. E non per ingordigia od altro, ma proprio perché sembra non rispondere a qualche bisogno. Servirebbe una teoria soddisfacente di controllo dei bisogni, c’hanno provato per secoli. Ancora ci provano, deviandoli, negandoli, attribuendo loro aggettivi negativi e infine inducendo la colpa. Se non si è soddisfatti è perché sbagliamo qualcosa non perché ci manca qualcosa. La ricerca dovrebbe essere concentrata sui bisogni, sul far emergere come essi/esso sono parte della nostra vita. E a volte sembra di individuarlo, il bisogno, ma alla prova dei fatti ci si accorge che ci deve essere dell’altro. Forse per questo ci circondiamo di sostituti, di palliativi più facili perché esiste una fatica nel bisogno e nella sua soddisfazione. Ciò che ha distillato la civiltà è il farsene una ragione, trovare una medietà che non faccia né troppo male né troppo bene, perché entrambe le situazioni sono davvero difficili da gestire a livello singolo. Figurarsi a quello collettivo. Non ci sarebbe ordine. Ifatti il bisogno, il desiderio sono una rottura dell’ordine e questa è una colpa grave, da espungere dal consesso comune. Quindi vanno bene i bisogni modali, positivi perché comuni, gli altri no, sono devianti. Anche nei sentimenti funziona allo stesso modo. Ma tornando a noi -per fortuna esiste l’individuo- forse un modo di vedere il rapporto bisogno soddisfazione, oltre ad identificare davvero il bisogno è quello di considerare che queste insoddisfazioni sono uno specchio e un percorso dove si mostra ciò che manca e si indica una strada che tenta e non ricongiunge se non in pochi fortunati momenti. In qualche momento il recipiente si è bucato e non si colmerà più, ma continuare ad attingere è ciò che lo fa vivere.

p.s. molti anni fa studiavo Agnes Heller e la teoria dei bisogni, sullo scontro tra soggettività e potere. Eravamo, in molti, convinti della sua giustezza e ciò che era materia di riflessioni filosofiche entrava nella vita quotidiana. Parole e vite che si modificavano reciprocamente. Poi il marxismo venne messo in disparte, vinse il capitalismo e i bisogni confluirono nell’edonismo e nella competizione. Come se l’etica calvinista avesse alla fine fatto piazza pulita del desiderio e del bisogno (e dell’uomo), dello stesso Freud e della psicanalisi, per sostituirli con una nuova, molto terrena e laica, cultura della grazia e del favore degli dei. Ciò che ne ha fatto le spese è la passione: l’uomo che tempera eccessivamente il desiderio e il bisogno, elimina le passioni forti. Ma questo non è un male per la società dove il cambiamento è solo fluidità.

per tutto una misura

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Abbiamo bisogno di una misura, per ciò che vediamo, per ciò che sentiamo. Ovunque.

Stamattina il prato è inondato di sole, secchiate di luce buttata per ridere, per fare felici.

L’aria corre sulla grande piazza, tra gli alberi, le statue, l’acqua, l’erba, i ponti di pietra. Quanta aria tiepida e nuova? Volumi, fiumi, correnti come i flutti di Leonardo, ricchi di ricci e piccoli vortici.

E tra questo fiume di luce e d’aria che non si vede, ma si sente, persone che parlano, prendono il sole in costume, sorridono sedute sull’erba, sulla pietra porosa del bordo d’acqua, sotto gli alberi. E non sanno perché oggi stanno più bene del solito, ma lo vivono.

Come si misura lo star bene? E la felicità? Il primo quando si riempie il contenitore che abbiamo dentro e che dice ad ogni cellula di vivere senza pensarci troppo. La seconda quando qualcosa che ha buon sapore, trabocca.

Passandoci in mezzo vedo l’allegria inconsapevole che corre, e sembra non avere misura, ma io la so: è essere lì, adesso, ora e così fischietto.

E ho anche fame.

dipendenza sensibile alle condizioni iniziali

Una farfalla batte le ali in Brasile e si scatenerà un uragano nel Texas. In un incendio a Odessa, per gli incidenti, muoiono 44 o 46 persone (come fosse lo stesso) e un conflitto si andrà a generare chissà dove e quando.  Tutto sembra collegato nella teoria del caos e tutto affoga nel discontinuo, nella disattenzione, nella percezione del particolare. Anche ciò che si vede e per un momento ci riscalda il cuore: il cielo, i fiori, il verde dei prati sono per gran parte del tempo ignorati e non fanno parte delle nostre vite vite se non per assenza. Minuzie, sembrano e non sono. Nel contempo, piccoli desideri, conferme di difese efficaci contro le paure senza nome (ché difficile e faticoso, ma esorcizzante è dare nome alle paure) prendono posto e urgenza. Il quotidiano è una grande coperta e una torre ben munita che difende contro l’irrompere delle idee più eversive: che la bellezza esiste e vive anche senza di noi se non la cogliamo, ad esempio. Che ciò che sembra importante è nel contesto sbagliato, che il mondo e le cose sono indifferenti rispetto al particulare se non vengono collegate a noi stessi. E che tutto questo comunicare, quando è privo d’amore, è solo rumore. 

E’ la dipendenza sensibile alle condizioni iniziali, e ben rappresenta il punto di partenza per entrare nella teoria del caos, ma chi mai l’ascolta davvero? Se lo facessimo, le vite muterebbero e tutto, compreso il debito pubblico, la bce, e tanto di quello che riempie i telegiornali avrebbe meno ragione d’assillare, semplicemente perché ci sarebbe più attenzione per l’altro e per ciò che ci circonda. Eversiva, davvero eversiva l’attenzione.

piccola polvere e pollini

Il vento spinge  folate di pollini,

li cosparge generoso,

così sfrego sopracciglia ruvide,

mentre s’arrossano gli occhi.

C’è ancora il fresco della passata stagione,

ma i fiori che piovono dagli alberi,

son nuovi, e han fatto tappeto 

per insegnarci a non pesare sulla bellezza.

Solo il glicine ancora resiste, 

non cede al vento,

e assieme al gelsomino, 

profuma l’aria di vertigine.

salento

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Di tutta questa pietra gialla bisognerebbe saper che farne. Ora non allora. Allora hanno tirato su chiese, palazzi e case, adesso fanno soprammobili intricati, pigne di pietra tenera scavata, lampade di poca luce e grande sensualità, e sperano che oltre a venderle, magari ci sia un buon motivo d’uso. Nelle case ancora s’usano i lastricati e i rivestimenti, segno di pregio e ricchezza. La mobilità sociale, quella degli anni ’60, ha bisogno di riconoscibilità e i nuovi ricchi restaurano di buona voglia. I ricchi d’un tempo, o vivono in città tra cemento armato e palazzi difficili da mantenere oppure non sono più. Nei paesi, anche quelli che si pregiano dell’altisonante titolo di città, il centro storico tra tre o quattro chiese e palazzi annessi, mostra con orgoglio piazze chiare di lastricature in pietre e marmi, olivi piantati come d’alberi d’ornamento, una fontana e non di rado, una colonna che sale per appoggi e volute barocche verso il santo protettore benedicente. Ai lati panchine, vecchi che le occupano sotto il sole, discorsi laterali, di sguincio, a due, a tre. Sono di più di quelli che parlano, ma gli altri ascoltano zitti. Far compagnia è anche questo esserci ascoltando.

Appena fuori delle vie del centro, dei negozi addossati e fitti, delle motorette, delle auto parcheggiate su entrambi i lati, la campagna spunta e preme. E’ rigogliosa e ordinata, con oliveti tenuti come giardino di casa, piccoli orti, alberi ovunque. Questa parte della Puglia è il regno dell’albero. Dopo le piane sterminate del tavoliere, qui gli alberi sono identità. C’è l’ arcaico dell’ulivo, ma non è solo questo l’ albero perché i lecci, le querce, gli agrumi, insieme a specie che altrove sono piccoli arbusti qui divengono signori del territorio. La città è il luogo dei contadini, degli artigiani, dei commercianti, ma tutti questi dipendevano – e ancora nella testa sembrano dipendere- dalla campagna e dal coltivare. Anche i signori hanno i palazzi in città, ma c’è una masseria dove curano gli interessi di campagna, perché la terra non tradisce. In città avvengono le cose, si dice, si parla, ci si mostra, insomma accade il tempo, ma fuori c’è il tempo vero, quello che conta e non muta. La campagna preme sulla città, sui paesi, rivendica il diritto di primazia sul territorio. Le strade più antiche sono i confini dei poderi, l’ accesso a questi. E a questo servivano non per andare chissà dove. Diversi dolmen tra tracce di fondazioni, testimoniano la presenza prima dei greci, una linea retta da Muro Leccese arriva a Melendugno, 21 km di dolmen che ritmavano agglomerati e piccole comunità lungo un asse. E’ bello pensare che lo spirito riposi sull’asse e che il mondo gli ruoti attorno, ed egli, forte del suo equilibrio divino, lo veda, lo osservi con l’occhio che fa propria la realtà, che la raccoglie in sé come dono, ma se ne distacca e la ordina e la domina. Del resto qui la realtà ha avuto ciclicità talmente stabili da poter generare riti che diventavano sostanza del vivere e attesa. Nulla più della cura dei campi è vita, previsione, attesa e accadere. Nel lavoro della terra c’è certezza anche quando irrompe l’eccezionale e speranza che l’ordine verrà ristabilito. Stagioni per amori, piaceri, fatiche, nascite, crescita e poi di nuovo, ripetendo ciò che non si può ripetere eguale.  In questo il cielo è specchio di ciò che accade nel microcosmo umano e lo ridimensiona, lo rende relativo, accettabile, lo apre ad una infinita nascita e quindi ad una infinità speranza. Così anche cavare una pietra gialla di sole, che s’imbeve d’acqua e asciuga in fretta, è mettere radici nel cielo, come le piante che trovano il loro luogo e lo uniformano a sé. Così immagino il restare in questi luoghi di bellezza, cavare e l’allineare sapiente come lo stabilire un legame solido con il terreno, non la violenza del cemento, ma l’unire pietra a pietra, nella terra, là dove tutto si ripete e mai è eguale.

pasque al mare

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Molti sabati e pasque li ho passati al mare. Di alcuni ho un ricordo particolare che come tutti i ricordi è più impressione che fatto, di altri mi è rimasta la sensazione che avrei preferito essere altrove. Superata l’età in cui la pasqua aveva un significato particolare, specifico dal punto di vista religioso e quindi di per se stessa fonte di pensieri direzionati, restava una sensazione di festa particolare, però con una libertà del pensiero e quindi dell’andare, Ancora oggi faccio fatica a considerare la fede altrui come un fatto da antropologia culturale e quindi mi trattengo nel violare le intimità, i riti più ostentati, fermandomi alla soglia e facendo un passo indietro. Dove inizia ciò che per altri è importante, come non rispettarlo. Ma non rispettano me e m’ infastidisce ricevere messaggi religiosi, citazioni di telefoniche di salmi da persone, che ti hanno messo in una mailing list perché in qualche modo sei stato importante a loro, allora questo fenomeno semplicemente religioso consumistico non c’era e in molte pasque, non c’era neppure il dato umano delle piazze davanti alle chiese gremite di persone auguranti, le mie, semplicemente si svolgevano al mare dove mio suocero aveva un villaggio. Arrivavano i villeggianti estivi a prenotare ed io che c’entravo abbastanza poco, mi godevo il mare fuori stagione.

La spiaggia era ancora ingombra di alberi e di residui della civiltà di pianura.  Cercando con attenzione si potevano immaginare luoghi e fatti d’origine dei resti. Qualche moria di polli, una buriana di novembre, un nuovo detersivo dentro contenitori in plastica dal colore inusuale, molti frammenti di giocattoli, dalle teste di bambole ai pezzi di ufo robot segno che natale aveva fatto felicemente il suo corso. C’era un pranzo particolare, molte chiacchiere, di quelle che non affondano perché non sta bene, parecchio vino e caffè. Così arrivava il pomeriggio e la sensazione di una giornata strana che sarebbe stata riscattata dal lunedì con qualche scampagnata per argini. Se il tempo teneva. Lì, a pasqua, era il mare il gran protagonista, con il suo aspirare pensieri, isolare le persone in sé e lì si giocava la partita dell’utile e dell’inutile: avevo perso tempo, ero contento, l’avevo fatto per forza? Di tutto un po’ ma ciò che emergeva era la capacità del mare di riportarti a te. Questa era la solitudine del mare e devo dire che appoggiato a qualche capanna appena costruita, riparato dal vento e con il primo sole tiepido, tutto questo mi pareva una dimensione bella e positiva, che magari non c’entrava nulla con il giorno e la ricorrenza, ma apriva una alternativa alle abitudini, alle feste obbligate, alle giornate che celebrano qualcosa e passano lasciando un senso di vuoto senza nome. Cos’è successo davvero? E adesso? No, questo riportarmi a cose che io solo sentivo era un passo avanti, un senso per me. Poi sarebbe arrivata la sera e il ritorno, ma quell’angolo era mio, solo mio.