mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente.
Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo.
Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.
Scrivono e dimenticano, così riscrivono con le stesse parole altri fatti e situazioni. Giornalisti di una realtà virtuale, compilano dizionari propri, mettono parole che sfuggono appena si sono lette, Più di rado le permutazioni di significato aprono una finestra e fanno entrare una luce che resta e diventa cosa, non parvenza, ma sostanza.
Sarebbe bello andare così, allegramente al cuore delle cose ed esserne amati, pensando che questo sia capacità di tutti, ossia questione di esercizio, di pazienza verso lo sguardo, di soste in panchine scomode o in piazzole di sosta dove la luce della freccia destra aiuta ad annotare frasi su improbabili quadernini. Appunti per un poi che rimetta assieme per magia le sensazioni e i nomi e che lì ritrovino il giusto ordine e siano pensieri.
Per digerire le cose e dare loro il nome del cuore bisogna lasciarle frollare, lasciare che la lingua percoli nel profondo.
L’incanto degli immaginifici si dissolve a fine discorso. Resta un calore, un entusiasmo, ma è impossibile fare un riassunto e le parole giacciono ammucchiate ai nostri piedi. Chi è particolarmente entusiasta direbbe che si sono conficcate nei cuori, ma questo vale per poche idee, in realtà ciò che resta sono le parole che muovono, che aprono, che dividono le acque come fossero il mar Rosso. È ciò che alza lo sguardo e al tempo stesso lo porta all’interno, nel cuore profondo della specie, dove abita la meraviglia e il sauro, e confronta il risultato di ciò che vede e sente, facendo percepire la grandezza e la povertà. Riflettiamo perché sono entrambe spinte importanti per trovare una ragione al fare, sono una sezione all’infinito che ci riguarda e che a volte, unico antidoto alla vanagloria, ci lasciano essere moderatamente soddisfatti di noi.
Dare un nome profondo alle cose è fidarsi che qualcuno sentirà come noi, che ci sarà un momento in cui parlando, la stessa realtà coinciderà. Non basta un discreto corredo di lemmi che la memoria trattiene o altri di cui tiene traccia: guardare attorno non significa sempre saperlo descrivere. Qui nascono le perifrasi, si tingono d’oscuro le parole e ciò che sembrerebbe lampante non ha una comprensione che rassicura, insomma ciò che ha un nome protesta se non viene riconosciuto e allora diviene instabile e non dipinge a sufficienza l’evolvere di ciò che accade. Si usano aggettivi che si spengono nel loro meravigliarsi di esistere, come usa la fiamma di un cerino che si esaurisce nel suo essere per poco e definitivamente. Insomma si gira attorno perché non si sa che dire davvero e servirebbe tempo. C’è una spinta che ancora non ha nome e si ha timore del silenzio. Così l’aria si riempie di parole che non saranno mai vicinanza e forza comune, non si riconosceranno. Resteranno in superficie come fanno le recensioni dei libri che descrivono una trama e tralasciano quella frase potente che illumina un destino. Sembra sia importante dire come inizia e come finisce ma quello che si sente davvero, ed è illuminazione, resta sepolto nella comunicazione. E così ci si sente soli, prigionieri di una meraviglia che spiegherebbe molto di noi ma non ha udito che l’ascolti.
Vorrei raccontarti di quest’anno di indecisione, di attese protratte verso un futuro che adesso pare abbia un vaccino per questa malattia dal nome strano. Andrà bene, così mi hai insegnato, se adopero la testa. Tu ne sai qualcosa, vi siete ammalati, Tu, la Nonna, e tua Sorella. E questo si è aggiunto a quello che era stata la tragedia della guerra e del Nonno. Poi anche Lina se n’è andata. La Nonna non l’ha mai dimenticata. In qualche modo dovevo essere io che avrei riportato una donna nella famiglia, ma non è andata così e la Nonna mi ha voluto un bene uguale. Infinitamente grande. Ma come eravate rimasti Voi due, dopo una guerra, alle soglie del fascismo, avendo perso tutto o quasi. I tuoi anni da ragazzo sono stati allegri, difficili e insieme responsabili. Eravate in due e comunque c’era una dignità, un’onestà antica da mantenere. Mi sembra di guardare nel buio se penso a come devono essere state le giornate, le notti, i primi lavori, il lavoro della Nonna, la casa da mantenere decente insieme a ciò che era il nome. Il buon nome. E immagino le tue rinunce, il costruire quella tua personalità forte e schiva: non ho mai sentito ti vantassi di qualcosa e potevi farlo, ma era la tua essenza che non ne aveva bisogno, e che ho conosciuto troppo tardi. Le poche parole, il fare bene ciò che si fa, il rispettare le scadenze, non dipendere da nessuno, non avere debiti da onorare. Un costruirti forte, nel fisico e nella mente, avere obiettivi semplici ma raggiungerli e poi passare ad altro. E una determinazione, un coraggio che era più grande di Te. Tutto questo senza perdere la tenerezza, la capacità di parlare poco e di far sentire l’amore, le mani grandi, forti di lavoro duro, spesso difficile, ma pronte alla carezza. E la pulizia esteriore e interiore, poche regole ma rispettate, pochi ideali, ma forti e onorati. A partire dall’antifascismo, dal riscatto di chi, come te metteva la dignità nel proprio lavoro e ne pretendeva il giusto riconoscimento.
Hai fatto la tua famiglia con le stesse regole, la stessa gioia del crescere i figli la mostravi nello stare con noi. Quando potevi, perché spesso il lavoro ti portava distante. Tutto quello che ho imparato dello stare al mondo risale a Voi, a Te, a Mamma e alla Nonna. Costruito il telaio, poi la trama e l’ordito si intrecciano con le idee, diventano tempo, colore, aspirazione, ideali, vita. Tu costruivi telai in cui poi essere liberi di fare.
C’è una storia che racconta Hillman sul tradimento e sul fidarsi: un bimbo vuole fare un salto perché sa che sarà accolto nelle braccia di suo padre e così avviene. Poi il salto è più alto e ancora avviene. Il bimbo si fida e vuole fare un salto ancora più alto e il padre lo lascia cadere. Da quel momento non si fiderà più, non solo del padre, ma di chiunque chieda la sua fiducia senza condizioni. Ebbene, Tu non mi hai mai lasciato cadere e se ho ancora fiducia negli uomini, nel mondo, lo devo a Te.
In questa giornata festeggiavamo, ero già grande ed era bello farlo, mi sembrava di essere già uomo. Adesso ti festeggio nel mio cuore, da dove non te ne sei mai andato e tra uomini ci parliamo. Buon compleanno Papà.
Ero sulla canna della bicicletta,
c’era l’aria di primavera attorno e addosso,
tu pedalavi e parlavi indicandomi gli uomini, le cose.
Abbiamo fatto strada assieme,
ho conosciuto con occhi di meraviglia, luoghi e persone.
Nulla è sfuggito del bene e del tuo sorriso,
di ogni cosa che torna sento il calore,
vedo e leggo cose che allora mi sembravano naturali,
come l’amore ricevuto, l’attenzione, il senso della festa quando c’eri.
Di tutto ciò che è caduto, so che era inanimato,
quello che si pigia nel cuore palpita di vita,
e ogni giorno dovrei renderti un pensiero,
un bacio, una carezza, uno sguardo che ritrova la tua mano,
Il cavalluccio era di cartapesta. Aveva un’anima di ferro che gli dava la forma ( ma questa fu una scoperta successiva ) e posava su una tavoletta di legno munita rotelle. Con un anellino di ferro davanti e uno spago rosso prometteva di seguirti su ogni pavimento. I colori del suo corpo erano pastello e uno zoccolo scuro era poggiato sulla punta, come volesse correre o stare in posa. L’avevo trovato vicino alla calza di lana grossa, piena di mandarini, noci e qualche dolcetto. Ero felice e dopo aver giocato tutto il giorno con il cavalluccio, lo portai a letto con me.
Un dono è sempre una proiezione di chi lo fa, una carezza aggiunta a un rapporto d’amore che non è mai eguale a ciò che di esso si può raccontare. Ed è una sorpresa, ovvero rappresenta l’inatteso che va direttamente al sentire e genera una gioia gratuita, forte, persistente. Il dono sbagliato è quello che non ha questa capacità e forse il dono più naturale è quello che ha in sé la mancanza e la semplicità.
Se dopo tanti anni, ancora mi ricordo del cavalluccio, è per l’emozione che esso ha portato con sé, per la sorpresa e per l’instaurarsi di una relazione tra una data, l’epifania, e qualcosa che poteva ancora darmi piacere, meravigliarmi negli anni che sarebbero seguiti. In questo forse sta la ritualità di alcuni giorni e il loro significato ancestrale che sembra dire a chi ama che ci sono momenti in cui l’abitudine cessa e subentra la conferma e il cercare qualcosa di più profondo nel tenersi assieme fatto di gesti, attenzioni, che durano tutto il tempo dell’anno. Il dono è un bisogno che viene pensato, cercato, presentato in modo che lo stesso porgere sia una sorpresa.
Il dono colma qualcosa che manca nel quotidiano: la meraviglia dell’attenzione gratuita. È un pezzo di sé stessi che viene ficcato nel profondo, che non si riporta alla comprensione perché corrisponde a qualcosa che dovrebbe essere nel vivere ma che l’abitudine, la società, ha tolto per la sua potenza eversiva. Il dono è un atto rivoluzionario perché altera il normale svolgersi dei rapporti, li intensifica, li rende esclusivi e complici. Attorno a noi, per chi ci è vicino, il donare assume caratteristiche particolari. Gli oggetti divengono simbolici, sono fatica nel momento in cui sembrano -e davvero è così- aggiungersi al troppo che già ci circonda. Per questo sembra complicato trovare un dono che non sia già posseduto, o in sé banale oppure semplicemente utile.
Dovremmo considerare che il dono è anzitutto rappresentazione, gioco, unione profonda dell’immaginazione con un oggetto e rappresenta l’interpretazione di un bisogno proprio e di chi lo riceve. I doni che restano, che non passano nell’oblio sono proprio questi, perché indovinano qualcosa che unisce nell’assenza e non sono un obbligo. Cose piccole diventano grandi e non saranno cedute facilmente perché sono divenute parte di sé.
Che fine avrà fatto il mio cavalluccio? Di sicuro non è stato soverchiato da altri giocattoli, ha cavalcato a lungo e ha immaginato battaglie e foreste, ha corso per prati sconfinati e si è spesso rintanato sul comodino vicino a me, per fare compagnia. Si è consumato quel poco che è bastato a rivelare la sua anima di ferro, poi è sparito all’improvviso per correre felice da un altro bimbo. A quel tempo i giocattoli passavano di mano in mano appena c’era modo di non farne sentire la mancanza. Al suo posto è arrivato un libro di fiabe e una palla rossa, entrambi cari ma un po’ meno amati.
E qui dovrei rivelare come poi ho interpretato a mia volta il donare. Credo di aver attraversato tutte le varie fasi che si accompagnano a questo gesto, dal dare ciò che mi era piaciuto molto e che pensavo trovasse altrettanta considerazione in chi lo riceveva. Erano libri, autori spesso strani e musica, anch’essa con qualche caratteristica particolare. Oppure era qualcosa che doveva celebrare l’importanza di un accadere e restare come punto di riferimento. O ancora qualcosa di inusitato e strano trovato in un viaggio. E anche l’utile oggetto è stato regalato come modo per rendere più semplice la vita. Di tutti questi doni ciò che veniva dal profondo e ha incontrato l’altro è stato raro. Ho lasciato spesso che ciò che interpretava me diventasse dono e questo non era il modo migliore per mettere assieme l’ assenza che il dono colma. Non era facile uscire dal sé superficiale e andare a quello che ci univa e diventava un noi. Forse qualche volta è accaduto e ne sono stato immensamente felice. Felice insieme a chi manifestava meraviglia e felicità ed ero io che venivo riconosciuto in quel me che non rivelo facilmente: credo che questo sia il massimo che si possa chiedere a chi ci ama.
Tutto quello che c’era prima è sotto scacco. Ciò non significa che la partita sia perduta ma che qualcosa si è inserito tra gli ingranaggi e modificherà abitudini, regole, socialità prima consolidate. Questo riguarderà anche la politica ma ancor più quella parte di noi che viene ceduta al sociale. Il presente è stato proposto come unico tempo delle vite e con la pandemia ci si è accorti che non bastava più; che il presente è il tempo del condannato e se non prepara il futuro, il suo svolgersi è un insieme di inquietudini. Abbiamo bisogno di avere punti interiori di riferimento che siano componenti condivise della società e questo a lungo fu il ruolo delle ideologie, ma esse sono cadute ed è rimasto solo il capitalismo e l’infinita corsa a prevalere. Questo sembra sia quello che si vorrà ricostruire anche dopo la pandemia, credo che adesso non basterà più. La Cina non è più una potenza sussidiaria di contadini che morivano a centinaia di milioni per un raccolto andato male, ma è una potenza globale che supererà gli Stati Uniti nel 2028 per tecnologia ed economia. La pandemia ha accelerato tutto e accorciato i tempi e la geografia del mondo sta mutando velocemente. Così le nostre nozioni, il nostro percepire rischia di essere guasto, andato a male perché riferito a un’idea di luoghi che non ci sono più. E se anche quello in cui abbiamo creduto si rivela senza luogo. Se la speranza cede e sembra non esservi più parte. Se le parole perdono significato e calore, cosa si può fare? Un enorme rivolgimento interiore ed esteriore, sta accadendo, e investirà l’uomo, la sua capacità di capirsi, il sentire e i sentimenti, i diritti, le libertà e la possibilità di avere una vita degna.
Rifugiarsi in qualche passione sostitutiva, provare sempre cose nuove perché il conosciuto in quanto non assoluto annoia, costruirsi castelli che proteggano dalle domande?
Molti di noi sono orfani non della propria gioventù ma dei sogni che essa ha generato e rinunciare definitivamente ad essi significherebbe rinunciare all’idea di uomo e di società che giustifica il lottare per vivere assieme. Lasciarsi andare, rinunciare in fondo é facile se non si è creduto abbastanza, più difficile disfarsi delle passioni, della volontà di cambiare il mondo che ci sta attorno. È il significato di questo mutare che ci differenzia, ma comunque è un muoversi verso qualcosa che sta dentro e fuori di noi e noi ne siamo protagonisti se consapevoli. Perché vi sarà, già c’è, uno scontro di idee su cosa sia l’uomo, su quali confini possono essere messi tra le libertà interiori e quelle esteriori. Su come questo agisca sulla qualità del vivere, sui sentimenti possibili. È un rivolgimento immane che ha molteplici risposte, dal chiudersi entro confini e rifiutare il mutamento che comunque avviene, sino al tentare di governarlo proponendo nuove idee e soprattutto dando realtà a quei tre principi di umanesimo che sono riassunti nella giustizia, libertà, solidarietà. A questo può essere aggiunta un’ urgenza che farà la differenza ovvero la lotta alle diseguaglianze e la salvezza del pianeta. Nessuno di questi pensieri è privo di una attuazione pratica, non sono principi vuoti, ma le basi su cui si può avere un governo del pianeta basato sull’umanesimo oppure una distopica realtà di pochi che schiavizzano in vari modi il resto dell’umanità.
La pandemia è lo specchio di tutte le nostre fragilità, l’entropia che sconvolge la nozione di tempo, in questa consapevolezza ciascuno può trovare un fine, un ruolo, un modo di essere e di sentire che distingue vinti e vincitori. Questa volta i vinti, per conservare l’umanità dovranno vincere, ecco la nuova ideologia: il futuro deve appartenere a tutti.
Buon anno e buoni anni di passioni forti e belle da vivere.
Hai detto, con una certa perentorietà: vivo nel presente. Come non ci fosse un passato che invece molto spesso appare nel vivere anche tuo e quindi ha un peso, e insieme a quel passato c’è un futuro da costruire. Aggrapparsi al presente è la condizione dei naufraghi, dei realisti senza sogni, quelli a cui qualcosa di importante è stato tolto, ma hanno il futuro e finché non disperano lo sanno. Lasciamo la disperazione a chi veramente non ha nulla e casomai diamogli una mano, togliendo la negatività di questa parola, naufraghi, e ricordando che si sono salvati e aspirano a tornare a qualcosa e vivere una vita. Si può vivere una vita fatta solo di presente? Credo di sì perché lo fanno in molti e pare si trovino bene, ma il presente è la realtà nuda e cruda, con le sue interpretazioni che non le tolgono la severità di una condizione da affrontare. Qui, subito, adesso. E c’è bisogno di futuro per quella triade, di fatica e di un’idea del mutare. Almeno un’idea. Chi si affida al fato non compie la volontà degli dei ma ne è prigioniero. Credo ci si convinca di essere realisti e in realtà la speranza, la voglia di cambiare sia sempre presente perché ben pochi possono dire che era questa la vita che avevano sognato.
Finisce un anno difficile. Era iniziato con qualche presagio di negatività ma sembrava che tutto potesse sistemarsi. Era accaduto altre volte che minacce endemiche si fossero affacciate alle vite di tutti, ma poi erano state confinate. C’erano stati contagiati e vittime, ma era in un altrove poco vicino, che non turbava troppo i sogni e la vita usuale. Poi pian piano si spegneva la minaccia e il suo ricordo con quella indifferenza che aumenta con il quadrato della distanza dagli eventi che non ci riguardano. Per troppo tempo siamo stati abituati che le cose gravi accadono agli altri, che in questa parte del mondo, pasciuta e veloce, le cose vengono respinte con facilità. Un pensiero arrogante sul dominio dell’intelligenza e la potenza della tecnologia ci accompagna. Anche ora la fiducia nella scienza le chiede di essere veloce, di togliere di mezzo le minacce ancora non ben comprese. E la scienza, le multinazionali del farmaco, lo fanno lasciando al poi e ad altri il compito di capire le ragioni della minaccia. A dire il vero i virologi da tempo ci parlano di queste forze che risvegliamo, ma finché tutto funziona sono poco amati profeti di sventura e sono convinto che non si sia ancora ben compreso che è la vita che facciamo tutti che non è in accordo con il mondo. Con ciò che vive e perfino con ciò che non ha vita.
Comunque in quest’anno, un riordino delle priorità è avvenuto naturalmente e mentre il futuro è scivolato in una nebbia densa, ciò che si muove intorno alle vite e dentro ai pensieri ha tutte le gamme dell’incomprensione. Voglio dire che c’è chi nega e chi non ne vede un’uscita, ma entrambi oscuramente vorrebbero una normalità che assomigliasse per quanto possibile a ciò che c’era prima. Sono pensieri banali, ma cosa non è banale nelle nostre vite che si ripetono, che corrono dietro a mode e miti, che si lasciano guidare consciamente da potenze crescenti che ci conoscono nel dettaglio e al tempo stesso pensiamo di essere liberi. Essere liberi senza fare lo sforzo di liberarsi, attribuendo al denaro e al potere la capacità di essere fuori dalle costrizioni e dalle piccole infelicità indotte o naturali. È accaduto molto in quest’anno che contraddiceva questo modo di pensare ma credo che ben poco, per ora sia transitato nella nostra volontà di mutare le vite per mutare priorità e destini. A dire il vero c’è una forza che non è soggetta, se non in parte, a tutto questo, ed è l’amore. Dovremmo però parlare anche dell’amore al tempo del virus, alle sue difficoltà per chi non è vicino, al suo svolgersi con una modalità che comunque tiene conto del futuro incerto. Comunque è dall’amore, dalla condivisione, dalla comprensione che dovremmo partire per capire sino a che punto vogliamo essere liberi, determinare le nostre vite, avere un nuovo rapporto con il mondo inanimato e con la nostra e le altre specie. Forse il termine felicità dev’essere ridefinito, e anche il benessere psico fisico ha componenti nuove. Questo esigerebbe un pensiero che oltrepassi il contingente, che si difenda e voglia superare la bufera ma al tempo stesso immagini come essere domani, quando tutto sarà più sicuro. Il mondo si riorganizza e riorganizzerà anche noi, allora quella parola abusata in passato, resilienza, potrebbe essere coniugata in altro modo e pensare che l’aspetto esteriore può tornare ad assomigliare al precedente ma che gli atomi, le molecole si sono disposte in modo differente e che nuove scale di priorità, nuovi diritti, un nuovo concetto di bene comune si fa strada negli uomini.
Pensando queste cose oso parlare di speranza, di attesa del futuro e del suo farsi e penso che i naufraghi abbiano una vita da ridisegnare. Questo pensiero è allegro, dà forza come tutte le cose che sono almeno in parte nuove e che ci fanno sentire nuovi. Vivere il presente, oggi, è capire ciò che accade e sulla base dell’esperienza e dell’intelligenza mutare ciò che è ripetizione di errori già fatti. E credo occorra una nuova consapevolezza e speranza comune, che dica che il tempo dell’egoismo spacciato per cura del sé è in difficoltà, che questo pianeta, questa nostra specie deve essere una sola cosa nel benessere reciproco. Il benessere del pianeta deve diventare il motore delle intelligenze, delle energie degli uomini e cambiare in meglio le vite.
Questi giorni di semi cattività sono stati giorni pieni, guardati in filigrana mentre si sta stesi sul divano e si osserva quella crepa sul soffitto, hanno un senso strano, un essere coperti di qualcosa dove sotto l’apparenza si nasconde un’irrequietezza, un timore che ci sia un pezzo che manca e che non ha nome. Ci sono stati e ci saranno, giorni vuoti e giorni pieni che s’assomigliano, ci saranno tempi in cui ciò che spinge a fare, non è mai abbastanza e sono quelli in cui esce un equilibrio inusitato fatto di corse e di arresti improvvisi, entrambi felici. Noi dovremmo lavorare in noi per costruire quei tempi nuovi, perché lì la vita si moltiplica e risplende. Si sono tolti i calendari vecchi, si sono messi i nuovi con la speranza che tutti quei giorni che contengono portino cose che fanno bene, ma dipenderà da noi. Questo ti auguro, che il tuo presente sia intriso di futuro e che quel futuro sia quello che vorresti o forse anche diverso ma che ti faccia comunque bene e lo faccia a tutti noi.
C’era un gioco, eravamo bambini pieni di stupore e d’inventiva, che veniva fatto con un “Gelosino”; un registratore che era quasi un simbolo di classe media nei regali di Natale. Un parallelepipedo marroncino con due bobinette che aveva un microfono e poteva registrare con un fruscio che sembrava un respiro e diventava parte delle conversazioni. Lasciandolo acceso, un amico d’allora, aveva registrato le conversazioni dei grandi e poi ce le aveva fatte ascoltare. Parole e fatti strani che non venivano detti davanti ai bambini ora erano spiattellati in un linguaggio inusitato. Ridacchiavamo nel sentire e nell’indovinare i proprietari delle voci, poi le parole ci colpivano e il parlare così aperto d’altri, che a noi stupiva, visto che veniva proibito di rivolgersi persino direttamente agli adulti non di famiglia. Era un gioco che ci divertì per quasi un pomeriggio prima d’essere scoperti ad ascoltare per l’ennesima volta le voci che venivano da quell’aggeggio misterioso. Forse eravamo troppo intenti e silenziosi per non essere presi, o forse volevamo farci scoprire in questo gioco così intimo, come accade agli amanti che dopo essersi nascosti a lungo fanno in modo che sia l’evidenza a dire ciò che da soli non direbbero mai. Comunque fu una bella strigliata per il mio amico che metteva gli affari di famiglia in piazza e il nastro fu immediatamente cancellato. Anzi fu proibito a me e a lui di parlarne con alcuno del contenuto. Un po’ ci sentivamo agenti segreti e mantenemmo il segreto, forse per una dozzina d’ore prima di parlarne con altri amichetti. Grandi risate e grandi segreti, soprattutto nei confronti dei figli di quelli che erano stati oggetto dei racconti più salaci.
C’ho ripensato tempo fa, riascoltando cassette incise in occasione di riunioni o anche di conversazioni che dovevano essere poi trascritte in verbali. E mi è parso così strano sentire come il linguaggio parlato sia più libero e sintatticamente privo di una pagina su cui scrivere. Come i silenzi, le interiezioni, le ripetizioni si inframmezzano nel discorso e come questo abbia la qualità di liberare oltre la sintassi anche il giudizio, la parola che eccede il significato. Come sia semplice parlar d’altri in presenza e in assenza e come emerga l’io, in questo dire che vorrebbe essere assoluto ed è invece così precario e infarcito di convenzioni, di modi di dire e di incertezze anche quando sembra essere assertivo od ordinatorio. Ho poi ascoltato la mia voce incisa quando pensavo che registrare fosse un buon modo per fermare i pensieri troppo veloci e poi ho trovato un esemplare di quelle che un tempo erano le segreterie telefoniche, quegli aggeggi che in fondo erano un registratore in cui chi non era in casa magari qualificava sé con un messaggio spiritoso e chi chiamava doveva raccogliere le idee per dire qualcosa di sensato e di esaustivo prima del beep che chiudeva la comunicazione. C’erano messaggi ancora incisi. Voci che davano appuntamenti, che chiedevano, esitando, d’essere richiamate, ma soprattutto persone. E allora ho pensato alla riva del mare, a come le onde portino una scia di piccoli rottami di ciò che s’annida negli abissi e lo dispongano davanti a noi a ricordare che molto è stato vivo, o aveva altra funzione, oppure semplicemente è arrivato da altre parti. E queste cose si dispongono secondo l’onda, per poi sparire, ma ci sono state con un esistere che non è passato, ed è la somma delle voci che si sono succedute anche nell’inanimato. E ci accade anche quando camminiamo in una foresta e il rumore sembra all’inizio solo quello dei nostri passi, oppure di notte nel deserto, sotto una tenda, e si sente la sabbia fluire dalle dune, o ancora quando guardiamo il soffitto insonni, nel buio e gli scricchiolii dei legni e della casa si mescolano con la sensazione d’aria smossa. E magari il pensiero va a chi c’è stato prima di noi, ha abitato, pensato, parlato tra quelle mura. Si racconta in qualche libro di semifantascienza che nulla in realtà si perde quando viene generato, che le voci delle cose o degli uomini, trasformate in onda divengono parte di questo universo e che questo sia un modo per conservare l’energia. Come un brusio di fondo che accompagna ogni nuovo generarsi. E allora ho pensato che forse così accade anche al sentire e ai sentimenti e che essi non si disperdano, come sa chi conserva fortemente il senso di un amore o di una persona conosciuta. Come vivessimo, noi immersi in un acquario d’onde e luci che hanno la capacità di combinare ciò che è stato con quello che c’è e ci sarà. E mi è sembrato che in questo essere mediatori del tempo, solo il conoscere di più, il sentire di più, ovvero il contrario di ciò che ci veniva insegnato, ci renda più ricchi, più immersi nell’universo e parte di esso.
Questo sentire che trascina in basso, non è niente, è una tua fantasia, un tassello che giocando hai perduto, ma non è niente. E non vivi come un animale perché la loro cura del restare assieme non conosci, non è niente e anche se fa male, è un male lieve, una scalfittura di memoria, un catalogo d’assenze. Davvero vorresti vivere nel silenzio, nei rumori lievi che giungono ovattati dai lontani marciapiedi, nell’ombra che s’allunga mentre per ricordare chiudi gli occhi? Lo sai che non è niente, neppure quando emerge ciò che manca, quello che mai farai, i desideri stropicciati e poi gettati ad attendere un giorno, una congiunzione d’astri che non è arrivata. Non è niente, passa, bevi, dormi, sogna e passa. Lo sai che le radici vanno oltre ciò che vedi, lo senti che un umore amaro si mescola col chiaro, e di tutto questo mettere assieme hai il privilegio, per questo non è niente. È un prezzo, ma si può pagare. Non è niente se pensi cambi e possa mutare, non è niente.
Con la fiaccola ben stretta nella mano generiamo sfere di luce, attonite presenze ci guardano per poi essere ricacciate nel buio, camminiamo e vediamo il piccolo tratto, le sue asperità mentre la direzione è un intuito dell’andare. Restano i desideri che vorrebbero colmare domande, ma senza un seme amoroso il vuoto sgretola certezze. Solo la passione per un poco ci salva, e oltre quella sfera di luce, indica un senso, un’attesa, un luogo perché tornare sia nostro come l’andare. E la parabola d’una torcia gettata nel buio genera il giorno.
Per la vigilia di Natale, dovunque fossi, comunque tornavo. Spesso stanco, con gli occhi e la testa ancora pieni di altri luoghi, aerei che tardavano, problemi irrisolti, ma tornavo. Anche mio Padre lo aveva sempre fatto, tornava dai suoi lavori troppo distanti da casa e l’antivigilia, la sera, sentivo il suo passo salire le scale, la delicatezza con cui apriva la porta, il poggiare il cappotto e la valigia, il sorriso mentre salutava. Poteva essere tardi, ma arrivava. Era una certezza che faceva bene e accentuava la magia di quei giorni in cui eravamo tutti assieme.
Nelle mie programmazioni di lavoro non accadeva spesso che viaggi lunghi o incontri, fossero ancora urgenti a dicembre, ma succedeva. Cercavo di fare le cose in fretta, di chiudere attività non necessarie, però non sempre era possibile. Di fatto i giorni in cui si fermava tutto erano quelli che seguivano il Natale fino ai primi dell’anno, forse per questo alcune urgenze presunte o incontri indifferibili, venivano sollecitati prima. MI sembravano forzature e le subivo con un fastidio che mobilitava la pazienza, ma sul rientro alla vigilia ero inflessibile. MI sono accorto molti anni dopo, quando mio Padre non c’era più che quel tornare aveva un senso profondo e ho pensato che forse era un sentire comune che condividevamo pur tanti anni dopo. Credo fossimo attratti da qualcosa che non era sempre ripetibile: la nostra famiglia unita e strana si trovava ancora più presente a Natale. Non è mai mancato nulla: ci sono stati tutti i riti che hanno reso particolari quei giorni che diventavano il giorno della festa. Prima fra tutte la vicinanza e l’amore, poi i gesti, le letterine sotto il piatto e la poesia recitata, le stoviglie della festa, la tovaglia di lino bianchissima, il calore che faceva gocciolare i vetri, l’albero luccicante nell’angolo con i doni ben avvolti in quelle carte colorate con grandi fiocchi, che già erano regalo.
Mio Padre tornava da luoghi di fatica dove il Natale era una festa che si consumava in fretta, magari a turni di presenza. Tornava da locande in cui dormiva e consumava pasti anonimi, piccoli paesi in posti isolati dove al più Natale era un giorno che assomigliava a una domenica fuori calendario e i proprietari sbuffavano perché perdevano qualche giorno di pensione da parte degli ospiti. Per me, molto dopo, erano altri anni e tornavo da luoghi che riempivano di luci il centro della città in cui ero, che assiepavano bancarelle di dolci nei mercatini. In quel passar d’anni il giorno era già mutato, diventato opulento, con nuovi riti ed era uguale e diverso dovunque fossi. Uguale nelle luci, nelle strade, nel calore che veniva dalle porte sempre aperte dei negozi, dall’atrio dell’albergo con il grande albero e negli auguri dei portieri e degli inservienti. Era uguale nelle strade attorno, nei regali portati con passo sorridente da uomini e donne incappottate, già vestiti quasi da festa. C’erano pochi anziani, molti poveri per strada. Era come da noi, e chi acquistava sembrava felice di poter fare festa. Se guardavo attentamente le persone m’accorgevo che chi comprava apparteneva a quella fascia d’età in cui ancora tutto accade. Insomma sembrava che la festa fosse uguale a quella che viveva la mia città, anche se c’erano abitudini diverse a fare la differenza: le musiche per strada, gli stessi abiti e soprattutto le tradizioni di cui toccavo la novità. E c’era un cibo particolare per l’antivigilia, oppure i dolci che avrei portato a casa, riti che non coincidevano, come le lingue parlate, però tutto sembrava convergere in una necessità di stare assieme tra persone che si volevano bene o almeno si conoscevano profondamente. Anche le case sembravano differenti da quelle delle mie strade, più piccole, con balconi e stili diversi ma era la stessa luce che illuminava famiglie raccolte per la cena e così le chiese che già avevano il presepe e gli addobbi che sarebbero serviti per la messa di mezzanotte. Tutto metteva l’urgenza di tornare.
Mio Padre arrivava almeno due giorni prima, c’era una cura che le donne di casa riservavano alla sua fatica e che esigeva tempo, per ritrovare la diversità di una vita più calma, senza pesi e impegni a cui pensare. Il vestito grigio, dalla stoffa morbida e calda, ben stirato, la camicia di seta per la mattina della vigilia, la cravatta e la sciarpa color cammello da lasciare slacciata sul cappotto, come a prevedere un improvviso accesso di freddo. Il tutto nella luce di mezza mattina. Era importante quella luce per incontrare gli amici di una vita, nel centro della nostra piccola città, perché era un ritrovare persone e luoghi con la tranquillità di non avere fretta. Anche questo ho capito dopo: la luce, l’amicizia che dura, i saluti che mi sembravano sempre così calorosi tra uomini, il fatto che mi coccolassero e chiedessero di mio fratello se non c’era. E poi il parlare e il sorridere spesso, mettendo nei discorsi altri amici, altre storie che non conoscevo. A questo serviva il giorno della vigilia, a rimettere a posto le cose che contavano, apparecchiare la festa. Il pranzo della vigilia era già particolare, i bigoi in salsa e il bisato, Spaghetti riservati a quelle occasioni, che avrei rivisto al venerdì di Pasqua, strani nel colore bruno, nella ruvidezza e dimensione, conditi con quel sugo fatto di sarde sotto sale sciolte con la cipolla tagliata sottilissima. L’anguilla poteva essere cotta in vari modi ma non mancava mai di affogare nella polenta bianca.
Tutto si svolgeva come un rito, anche il pomeriggio che scorreva tranquillo. La stufa economica in cucina aveva i cerchi rossi di calore e i bolliti riempivano di vapore la stanza con un affaccendarsi quieto delle due donne di casa, che parlottavano tra loro di segreti che evidentemente ci erano preclusi. Poi ci sarebbe stata la messa a mezzanotte, i canti natalizi nella chiesa e un tornare assonnato verso casa nel freddo che pungeva sotto i cappotti. Quand’ero piccolo, qualcuno mi portava in braccio perché m’addormentavo prima dell’uscita dalla chiesa e mi trovavo la mattina dopo nel letto con le lenzuola che profumavano di sapone e la cioccolata fumante d’aroma con i biscotti che veniva portata, solo per quel giorno, a letto. Era anche questo un rito di casa che riguardava mio padre e noi ragazzi, come a sottolineare sia la cura che l’eccezionalità del giorno. Poi ci sarebbero stati i regali, il pranzo particolare e interminabile per la poesia recitata, le promesse da fare, l’attesa del dolce, e quel conversare che non aveva né fretta né tempo e sfociava nel pomeriggio inoltrato. Sarebbe venuta la sera e la certezza che il giorno dopo sarebbe stata ancora festa, ma minore e senza lo splendore dell’attesa. Però avevo un giocattolo nuovo e questo avrebbe accompagnato fantasie da inventare sul momento, in un angolo di casa tutto mio dove solo il gioco avrebbe posseduto il tempo.
Tornavo a casa in tempo per fare l’albero, con i doni già acquistati nei giorni precedenti, ma il dono più grande era essere a casa. Avevo il viaggio per prepararmi, per lasciar cadere le stanchezze, per ritrovare il rapporto con le persone che erano la presenza forte nella vita. Avrei ritrovato chi non era un biglietto d’auguri, sentito la casa, riconosciuta la città. Sentivo che Natale era un giorno speciale, che anche per chi si voleva bene era un giorno che aveva un’unicità particolare, perché ci sono cose che sono più uniche di altre e le chiamiamo magiche. E i bambini questa magia la sentono perché la lasciano affiorare, la vivono ed è attesa, felicità che deve arrivare, disposizione dell’animo verso un giorno che si carica di significati. Non importa quali perché la magia è la capacità di stupire se stessi prima che gli altri, accettare come naturale il nuovo e vederne la meraviglia. E tutto questo condividerlo senza limiti in una dimensione che mette accanto le persone importanti, care, quelle che capiscono oltre le parole, i gesti, gli stessi silenzi e accolgono. La magia che abbiamo dentro può essere il ricordo di qualcosa che si è perduto oppure la certezza che essa si nasconda da qualche parte in noi e che solo con l’innocenza possa emergere. L’innocenza del fidarsi dell’amore e dell’essere amati. Questa è la magia che abbiamo e che ha in sé una nascita che si ripete perché l’amore si ripete ed è diverso, nuovo e meraviglioso. Il fatto che accada a Natale o in qualsiasi giorno dell’anno dipende da noi.
Dipendeva da me che tornavo e che ora capivo mio Padre, capivo il suo quieto lasciarsi andare alle persone che voleva ritrovare, il tornare a casa per essere quello che era senza un ruolo. Essere se stesso con la vita che aveva costruito, solo felice di essere con noi.