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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

la vetrina

Era una vetrina, fatta con vetri riquadrati di legno, non un’unica lastra. Trasparenze poco pulite e velate di polvere. Veniva voglia di passare la punta d’un dito, di disegnare una porcheria che rendesse conto dell’incuria. Dentro s’intravvedevano mobili, oggetti, strumenti musicali, ammassati e senza nessuna pretesa di essere mostrati all’esterno. La vetrina era rimasta, come traccia d’un tempo in cui quel negozio era altro. Forse una pasticceria o un fornaio. Sopra la porta verde, di ferro e vetro, lo stucco crepato dagli anni delle molte stagioni passate, era ancora efficiente per frenare il freddo e gli spifferi, ma l’idea era di qualcosa che togliesse calore, vita, alle cose e anche a chi vi entrava. Sopra la porta c’era l’insegna con le due palle dipinte che attestavano la natura di quel luogo del pegno. E i pegni non venivano riscattati, in una risacca di miseria che trasportava oggetti dalle case al banco. Le cose venivano mostrate dopo un faticoso percorso interiore di chi se ne distaccava. Si immaginava la scelta, il bisogno che la spingeva, l’avvolgere in carta di giornale e poi la strada con un passo ora veloce ora lento per ritardare o affrettare il distacco. Poi l’ultima indecisione prima di spingere quel battente verde ed entrare tra oggetti e polvere. Quell’ammasso di cose confondeva e rincuorava perché faceva sentire che molti destini per motivi diversi, s’assomigliavano e tutti avevano tenuto una dignità nel privarsi, nel tenere il bisogno fuori dell’umiliazione del chiedere. Per questo c’era poi una discussione, un’ultima difesa prima di capitolare e brontolando accettare le banconote. Non restava che uscire per togliersi di dosso l’impressione di una miseria incipiente e comune, una speranza che scivolava via dal negozio ma già circolava per le strade, si ammucchiava sui rotoli di corda del porto, sulle reti stese e sulle barche in secca. Rovesciate. Come la fortuna, come la bonaccia e il vento forte di libeccio che spingeva dentro terra. Ma nel negozio dei pegni, nulla mutava, un nuovo pezzo s’aggiungeva all’attesa di riscatto. Era la fine del tempo e della città, ormai tutto il superfluo era stato portato a pegno, le persone tenevano care solo le storie, qualche libro, il racconto di com’era un tempo. Non prima, un tempo, perché il prima si perdeva nell’indeterminato di una sofferenza seguita alla speranza, di un lento dissolversi dell’attesa di un mutare che non prendeva la strada del meglio ma restava in quella spirale che s’abbruniva, perdeva luce e così a fronte delle difficoltà, le case e i cuori si svuotavano. Un tempo, era diverso, c’erano cicli e stagioni che portavano penuria e abbondanza, ora mutavano le cose, i modi del sussistere. Altrove si creava la ricchezza e questa prosciugava il necessario dove un tempo c’era prosperità. Nessuno degli spiriti animali dell’intrapresa aveva messo casa da quelle parti, anzi quelli che avevano età e voglia immemore se n’erano andati altrove, in cerca di altre occasioni. Lo ripetevano la sera tra loro, quelli che sembravano ormai vecchi, che era un ciclo, se n’erano viste altre, si erano susseguiti regimi e difficoltà ma sempre tra le case c’era stato poi un risorgere. Era il pianto di un bimbo, un ridere improvviso, che riaccendeva la voglia e la determinazione del fare. La speranza che non sa nulla di sé ma spinge verso qualcosa che s’aggiunge, e pian piano diventa chiaro fono a essere stabile benessere. E allora è possibile, fermarsi, guardare avanti e pensare che le cose durino. Guardarsi attorno e vedere ciò che si è accumulato nella casa perché al bello non si rinuncia e c’è soddisfazione nel guardarlo come opera propria, come una estensione del proprio star bene. Così si possono aiutare i vicini, fare progetti insieme, dare una mano nel costruire. Una comunità serve a questo, no? È come una lingua, serve a capirsi, a tenere assieme i significati e le cose, a mettere intorno a noi i baluardi di quel sentirsi insieme che non ha un prezzo e dà forza. E speranza. Appunto. Ma qualcosa era accaduto e non era una guerra o un rovescio di fortuna, no, era mutato il mondo fuori, distante e insieme vicino, così il lavoro aveva perso valore, le cose fatte con cura, il pesce pescato e messo sotto sale era rimasto invenduto. Persino l’olio era stato portato via di malagrazia, senza cura per la fatica e onore per la qualità. Il lavoro non pagava la vita, non si poteva piegare a queste nuove abitudini che mutavano non le tradizioni ma l’essenza stessa del fare. E nel fare c’era dignità, la parte che era costata fatica nell’apprendere ora non valeva nulla. Per questo i giovani andavano via e i pescatori mangiavano il pescato e regalavano il resto. Così le case, nelle settimane di vento continuo e avverso, si vuotavano pian piano di cose per avere del pane o poco d’altro. Ci si contentava sperando passasse, ma era la storia che si era conclusa e questo non permetteva di rovesciare le sfortune, come venivano chiamate, era una consapevolezza di tutti. Chi più chi meno, e già nelle case abbandonate da più tempo si sfondava un tetto, cresceva un albero tra le mura e nessuno voleva vederlo, nessuno piegava il destino verso qualcosa d’altro che non fosse l’accadere. Un giorno, da quella bottega dove ormai tutto il paese aveva portato gran parte dei suoi beni, uscì il proprietario. Chiamò un ragazzino, uno dei pochi che ancora giocavano in piazza e gli disse qualcosa all’orecchio. Gli mise in mano delle monete e un biglietto e subito quelle gambe corte e magre si misero in moto e s’inerpicarono per una strada. Una di quelle che portavano verso la collina. Gli occhi di chi era in piazza si alzarono appena, ma senza darlo da vedere, tutti seguivano quelle gambe veloci che s’inerpicavano e di sicuro ogni testa si faceva la stessa domanda.

non so che dirti di un addio

Non so che dirti di un addio,
se non che sempre scorda di ben chiudere la porta
e tutte le stagioni poi spiffereranno dentro, ciarliere di possibili passati,
e di futuri scintillanti di colori.
È la potenza di ciò che si perde,
immaginando ciò che si avrà dalla vita.
Quella stessa vita che ricorda
ma non è uguale, mentre ricostruisce, stanze, passioni, baci e petali da rimettere nei fiori.
E non basta,
come non bastava allora
che ad ogni traboccare d’amore la mano raccoglieva
e lo portava al cuore.
Bisogna render grazie per la bellezza triste che ogni andare ci dona,
grazie dire all’amore che non si consuma e gioire del bello
che sa essere dolce e sorridente,
mentre s’inerpica,
baciando con le lacrime, il cielo.

non si sa mai come vanno le cose

Forse il dito s’era rotto dentro la scarpa,
oppure per un colpo uscendo dalla vasca.
Non si sa mai bene come vanno le cose,
voglio dire, l’attimo in cui accade,
ma anche ciò che accade dopo
tutti ne abbiamo percezione nell’amore.
E anche il perché ciò che accade accada
è incerto,
soverchiato dalla determinazione che a suo modo
ci racconta d’altro.
Quindi certamente c’era un altro pensiero,
forse neppure una distrazione,
il corpo è abituato a funzionare per proprio conto
e tace di questa fatica finché non protesta,
lo fa a suo modo, per attrarre un po’ d’amore,
gli manca la comunicazione che non accarezza.
Funziona così il male che è dolore
e poi passa, ma non è nato male,
il male è altra cosa,
questo è dolore, una richiesta d’attenzione
che sfocia in amore
se ad essa si dà bada.

volavamo seguendo una canzone

Con ironia prendere sul serio ciò che avvince,
l’amore esagera sempre
genera il riso e il pianto
non tiene in buon conto il visto, l’amato, il fatto,
ma genera
e di ogni cellula sente il canto,
di quando eravamo uccelli
e volavamo seguendo una canzone.

lo so che non mi cercherai

Lo so che non mi cercherai,
e io neppure lo farò.
Mi metterai nel canto buio dove impallidiscono le storie,
dove il ricordo non s’annoda ai volti, ai corpi,
alle parole.
La polvere dei fraintesi si è mescolata con il nuovo,
fanno così le vite che si perdono,
hanno gli stessi occhi dell’anima,
ma vedono altri colori.
Non ti cercherò
e tu neppure lo farai,
resteremo desideri pensati,
diverse attenzioni
e lampi, in un cielo che ci ricomprende
ma non ci avvicina.
Così ricchi da buttar via tanto
e tenere il poco.

piccoli atti d’attenzione

Persa tra gli anni la tua casa penso, il verde, la collina
la terra e il posto dell’orto.
La breve salita, gli alberi
il fiume da basso,
il tetto al bordo del campo.
E quel sentiero paziente di luce sul ciglio d’una arena di gessi,
nella sera, l’ombra e il freddo che regolano l’ora,
la stufa che attende e intanto riscalda.
È fedele la legna che arde,
le cose hanno un legame che sconfina nell’affetto.
Lo fa il soppalco, il letto,
l’armadio che aspetta d’essere rovistato,
il vestito prescelto.
In fondo le cose prefigurano i corpi,
le attese, persino negli spigoli abrasi
ci sono le delusioni inattese.
Guardano le cose, con occhi di finestra,
la luce che s’abbassa,
tu che arrivi e attendono il gesto,
forse un pensiero che sia d’attenzione amorosa.
Sono curiose e discrete, le cose, non dicono e pensano,
tenerezze piccole, intense, come può fare un legno che arde per te,
un piumone che ti avvolge e veglia i tuoi sogni.
Hanno pensieri di cose, dove l’utile è un legame per te sola,
una forma che si compone e ti abbraccia,
senza altro chiedere che essere sé e molto per te.

eppure ad amare s’impara

eppure ad amare s’impara,
così ci sembra oppure ci vien detto
ma poi è come a guidare un carro senza freni
da cui a tempo s’intuisce il scendere
prima che la velocità provochi disastri,
eppure si rimane tra schegge che volano,
e occhi pieni d’acqua che si rifiuta di non scendere.
E il dolore del dopo, è quello rosso
che si spalma ovunque e non si scioglie,
storia che ripassa e si scrive sulla pelle,
tracciando svolazzi, macchie e parole senza limite
prima d’un punto in cui tutto s’oscura
e precipita nella notte del ricordo.
Eppure ad amare s’impara, dicono,
ma è il disarmare che non s’apprende.

ho pensato noi

Ho pensato noi che camminiamo,
sullo sfondo d’azzurri monti,
mentre attorno il terreno è brullo d’erba secca,
chiazzata di neve, dura di ghiaccio rappreso.
Ho pensato a noi che andiamo,
cercando il calore nel passo,
mettendo i pensieri nella orizzontale luce,
e sappiamo che si torna sempre.
Non sui passi fatti,
non sui luoghi,
ma nel tempo in cui ciò accadde
e quel tempo è un motore che al contrario gira
e mette, aggiunge, accatasta ciò che si è vissuto.
A questo tornano i passi dispersi altrove,
all’interrotto e all’incompiuto,
perché questo è ciò che rimane
e non è rimpianto, neppure colpa
ma l’impossibile sogno di compiere le vite.

ritardi dell’anima

Sei sostanza e pensiero,
desiderio tenuto a bada, l’immaginazione sfrenata.
Sei la negazione educata,
la storia mai iniziata e presto finita.
Sei il non detto a tempo,
l’intuito sbagliato,
il sogno sognato, cercato
non a modo voluto.
Sei tu sconosciuta e mostrata,
indagata, appena rivelata
già scomparsa, sciolta nel ritardo dell’anima
che fa sentire la stupidità d’un sé
in ritardo negato.

del tuo amore asimmetrico

Del tuo amore asimmetrico la brioche s’è inzuppata,
quasi traboccava il cappuccino dalla tazza
e lacrime e briciole si sistemavano attorno.
È solo una faccenda di sesso, hai detto,
la voce era appena sussurrata
ma tutti si sono fermati
come attendessero il resto,
ed era evidente che l’amore tuo non aveva confine
Mi chiedevi che fare, ora che è inutile scappare,
ma da te non saresti mai fuggita
neppure quando avresti potuto.
Ti ho dato affetto, parole e silenzi
mentre tu, con la punta del dito alle briciole davi ordine
e cercavi il tuo cuore.