la vetrina

Era una vetrina, fatta con vetri riquadrati di legno, non un’unica lastra. Trasparenze poco pulite e velate di polvere. Veniva voglia di passare la punta d’un dito, di disegnare una porcheria che rendesse conto dell’incuria. Dentro s’intravvedevano mobili, oggetti, strumenti musicali, ammassati e senza nessuna pretesa di essere mostrati all’esterno. La vetrina era rimasta, come traccia d’un tempo in cui quel negozio era altro. Forse una pasticceria o un fornaio. Sopra la porta verde, di ferro e vetro, lo stucco crepato dagli anni delle molte stagioni passate, era ancora efficiente per frenare il freddo e gli spifferi, ma l’idea era di qualcosa che togliesse calore, vita, alle cose e anche a chi vi entrava. Sopra la porta c’era l’insegna con le due palle dipinte che attestavano la natura di quel luogo del pegno. E i pegni non venivano riscattati, in una risacca di miseria che trasportava oggetti dalle case al banco. Le cose venivano mostrate dopo un faticoso percorso interiore di chi se ne distaccava. Si immaginava la scelta, il bisogno che la spingeva, l’avvolgere in carta di giornale e poi la strada con un passo ora veloce ora lento per ritardare o affrettare il distacco. Poi l’ultima indecisione prima di spingere quel battente verde ed entrare tra oggetti e polvere. Quell’ammasso di cose confondeva e rincuorava perché faceva sentire che molti destini per motivi diversi, s’assomigliavano e tutti avevano tenuto una dignità nel privarsi, nel tenere il bisogno fuori dell’umiliazione del chiedere. Per questo c’era poi una discussione, un’ultima difesa prima di capitolare e brontolando accettare le banconote. Non restava che uscire per togliersi di dosso l’impressione di una miseria incipiente e comune, una speranza che scivolava via dal negozio ma già circolava per le strade, si ammucchiava sui rotoli di corda del porto, sulle reti stese e sulle barche in secca. Rovesciate. Come la fortuna, come la bonaccia e il vento forte di libeccio che spingeva dentro terra. Ma nel negozio dei pegni, nulla mutava, un nuovo pezzo s’aggiungeva all’attesa di riscatto. Era la fine del tempo e della città, ormai tutto il superfluo era stato portato a pegno, le persone tenevano care solo le storie, qualche libro, il racconto di com’era un tempo. Non prima, un tempo, perché il prima si perdeva nell’indeterminato di una sofferenza seguita alla speranza, di un lento dissolversi dell’attesa di un mutare che non prendeva la strada del meglio ma restava in quella spirale che s’abbruniva, perdeva luce e così a fronte delle difficoltà, le case e i cuori si svuotavano. Un tempo, era diverso, c’erano cicli e stagioni che portavano penuria e abbondanza, ora mutavano le cose, i modi del sussistere. Altrove si creava la ricchezza e questa prosciugava il necessario dove un tempo c’era prosperità. Nessuno degli spiriti animali dell’intrapresa aveva messo casa da quelle parti, anzi quelli che avevano età e voglia immemore se n’erano andati altrove, in cerca di altre occasioni. Lo ripetevano la sera tra loro, quelli che sembravano ormai vecchi, che era un ciclo, se n’erano viste altre, si erano susseguiti regimi e difficoltà ma sempre tra le case c’era stato poi un risorgere. Era il pianto di un bimbo, un ridere improvviso, che riaccendeva la voglia e la determinazione del fare. La speranza che non sa nulla di sé ma spinge verso qualcosa che s’aggiunge, e pian piano diventa chiaro fono a essere stabile benessere. E allora è possibile, fermarsi, guardare avanti e pensare che le cose durino. Guardarsi attorno e vedere ciò che si è accumulato nella casa perché al bello non si rinuncia e c’è soddisfazione nel guardarlo come opera propria, come una estensione del proprio star bene. Così si possono aiutare i vicini, fare progetti insieme, dare una mano nel costruire. Una comunità serve a questo, no? È come una lingua, serve a capirsi, a tenere assieme i significati e le cose, a mettere intorno a noi i baluardi di quel sentirsi insieme che non ha un prezzo e dà forza. E speranza. Appunto. Ma qualcosa era accaduto e non era una guerra o un rovescio di fortuna, no, era mutato il mondo fuori, distante e insieme vicino, così il lavoro aveva perso valore, le cose fatte con cura, il pesce pescato e messo sotto sale era rimasto invenduto. Persino l’olio era stato portato via di malagrazia, senza cura per la fatica e onore per la qualità. Il lavoro non pagava la vita, non si poteva piegare a queste nuove abitudini che mutavano non le tradizioni ma l’essenza stessa del fare. E nel fare c’era dignità, la parte che era costata fatica nell’apprendere ora non valeva nulla. Per questo i giovani andavano via e i pescatori mangiavano il pescato e regalavano il resto. Così le case, nelle settimane di vento continuo e avverso, si vuotavano pian piano di cose per avere del pane o poco d’altro. Ci si contentava sperando passasse, ma era la storia che si era conclusa e questo non permetteva di rovesciare le sfortune, come venivano chiamate, era una consapevolezza di tutti. Chi più chi meno, e già nelle case abbandonate da più tempo si sfondava un tetto, cresceva un albero tra le mura e nessuno voleva vederlo, nessuno piegava il destino verso qualcosa d’altro che non fosse l’accadere. Un giorno, da quella bottega dove ormai tutto il paese aveva portato gran parte dei suoi beni, uscì il proprietario. Chiamò un ragazzino, uno dei pochi che ancora giocavano in piazza e gli disse qualcosa all’orecchio. Gli mise in mano delle monete e un biglietto e subito quelle gambe corte e magre si misero in moto e s’inerpicarono per una strada. Una di quelle che portavano verso la collina. Gli occhi di chi era in piazza si alzarono appena, ma senza darlo da vedere, tutti seguivano quelle gambe veloci che s’inerpicavano e di sicuro ogni testa si faceva la stessa domanda.