mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente.
Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo.
Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.
L’erba tagliata di fresco, riempie l’aria di profumo. La primavera eccita gli amanti dei prati rasati, i taglia margherite, che ammucchiano in piccoli grumi masticati. Sacchi d’erba messi davanti ai giardini in attesa della nettezza urbana che li trasformerà in compost. Nessuno lascia crescere l’erba, forse ne abbiamo paura e sembra che l’ordine sia nei piccoli fili ad altezza composta ed eguale. Così il verde tenero e nuovo trascolora nel nero i succhi dei tagli slabbrata.
Il buon giardiniere ha lame taglienti, ora fanno le macchine che non hanno bisogno di cote, anche quelle che con un pannello solare e quattro sensori si muovono instancabili a rasare il rasato. Perduto è il tempo della fatica con la falciatrice a rulli che non lasciava imputridire il taglio, il fai da te non ammette troppa fatica e chi lo rifiuta ricorre ai giardinieri che hanno fretta e uniformità di idee. Anche le cooperative sociali fanno quello che possono, i carcerati in affido non sono amorevoli giardinieri e i portatori d’handicap badano a non travolgere i fiori con i tagliaerba a filo che all’erba.
Questo ronzio delle macchine è una frenesia primaverile privata, nella città pubblica, a parte i grandi giardini, le aiuole sono i ritagli dell’urbanistica a metro cubo, trasformate in arredo urbano che da troppo tempo aborrisce gli alberi, che confina l’altezza dei cespugli. Il comune pianta bulbi per stupire ma l’idea di un verde comune si perde tra scarichi d’auto. Chissà se anche il russo steso sotto il cedro è arredo urbano.
Un tempo, non distante da qui, nel giardino dell’ospedale tisiatrico, s’erano formate grandi comunità di conigli che saltavano tra pazienti, fiori e visitatori. Poi in parte erano esondati verso aree verdi vicine, e di verde in verde avevano incontrato la fame che aveva arrestato le migrazioni. La fame degli umani, intendo. Dal lato della Specola, la Torlonga, si erano formate grandi colonie di anatre e altri uccelli d’acqua che uscivano rabbrividendo dall’acqua e andavano ondeggiando incontro al pane vecchio o all’erba tagliata. Gli appassionati umarel mai erano mancati. Era bello questo crescere d’animali oltre il domestico. Indisciplinati, non ascoltavano, non avevano memoria di crocchette e divani, però banchettavano allegramente alle spese della pubblica bellezza. Quella stessa bellezza pubblica che ora traccia file ordinate di fiori omogenei per colore, genere, fioritura. E ci si accontenta delle forme dei fiori, dell’esigua caducità del fiorire, mentre si potrebbe avere una città wild, con animali a spasso nei parchi, pronti a crescere secondo le loro regole di compatibilità. Un poco è già così e mentre falchetti e uccelli rapaci si annidano nei campanili e nelle torri, ora guardo le anatre e un coniglio disperso che saltella tra i grumi d’erba. Ai tempi di Beethoven, gli animali erano nelle città, chissà se ci pensava nella fantasia op. 80, che ho ascoltato ieri sera, con loro al parco. Li immaginavo seduti a sgranocchiare erba, cantare in coro o dirigere con un tulipano, incantati che la primavera si riempisse di suono.
Forse è marocchino, sta in silenzio. Una felpa blu con scritto italia, in minuscolo. E’ controluce, le orecchie sono trasparenti al sole, ha vicino un donna. Libanese o siriana, rossa di capelli, probabilmente henné, e parla in continuazione. Lo circonda di chiacchere, gesticola, ride, a volte lo tocca per un attimo. Lui continua a stare in silenzio, con le sue orecchie al sole sorride appena. Deglutisce con frequenza. Ha un evidente pomo d’adamo, che si muove in continuazione, Su, giù, come una mezza sfera che accompagna un pensiero, un’emozione. E’ la tiroide dei magri per poco cibo. Penso deglutisca per digerire il torrente di parole che la sua testa sta mangiando. Per arginarla adesso parla un arabo dolce, con consonanti che diventano vocali per la voce che s’appoggia e le trascina cantando, poche frasi e si ferma. Adesso la donna sorride, ha denti belli, bianchi, anche la sua voce è dolce, a tratti bella, e riprende, decisamente torrenziale, ma tiepida. Tra i due non si sente né parentela, né attrazione sessuale, si vede una differenza d’età. Lei è curata, piacevole di viso ed aggraziata di corpo, veste leggera. Magra, ma non esile, giovanile nei gesti, con un vestire attento al suo corpo, il fatto che sia più anziana del ragazzo, emerge per differenza, potrebbe avere una quarantina d’anni, lui neppure venticinque.
Poi improvviso parte il bacio, lungo, sulla bocca. E’ stato il ragazzo, ha superato un tabù importante, non ci si bacia in pubblico nelle culture da cui provengono, ma forse vuole il silenzio, o la bocca, o entrambe le cose. Oppure è il treno che parte.
Forse.
Lei per un attimo lunghissimo è felice. Ad est il sole cresce nel giorno.
A quell’ora, prima del buio, cenavano i viandanti, gli artigiani, i contadini, i pescatori, chi lavorava con la luce e voleva affrontare l’oscurità senza l’assillo della fame. La fame era una cattiva compagnia nella notte, toglieva speranza nel giorno che sarebbe venuto e agitava i sogni. I benestanti mangiavano più tardi, col fresco che veniva dalle colline, dai giardini, dal vento che correva sul pelo dell’acqua o che alitava dal deserto. Chi poteva restava a lungo a tavola, accendeva lumi e fiaccole e lasciava che il sonno venisse tra il vino e gli ultimi pensieri sulla fortuna degli uomini e sul suo alimentarsi d’intrigo e d’occasioni.
Chi viveva del proprio lavoro, era legato a una religiosità della luce. La cena era il momento degli affetti, dello stringersi in vincoli di parole, era il promettersi il futuro e il giorno che sarebbe venuto, faticoso ma possibile di mutamento. Per gli altri era il rassicurarsi del proprio continuare nel piacere di esistere, nel continuare ad essere com’erano, gustando come sarebbero stati. Per tutti c’era il buio, così assoluto da contenere le paure del cuore, la luce delle stelle e la solitudine che gli uomini cercano da sempre di colmare in molti modi. Ma la solitudine è un contenitore bucato e per quanta apparenza e piacere si getti all’interno alla fine il vuoto del fondo riappare.
Così in quella sera, che è raffigurazione di tutte le sere, la solitudine ondeggiava, si colmava di parole e di compagnia, fino al momento in cui la scelta giusta sarebbe stata il sonno.
E se questo non veniva e si rintanava nei suoi ambiti oscuri? Se subentrava la coscienza che la comunicazione era fraintesa, che la parola non bastava, anzi tornava indietro frantumata di disattenzione, allora cosa restava se non il parlare con se stessi. Bisognava bere la solitudine per vedere se essa si disperdeva in noi. Altrove si sarebbe provveduto in modo diverso per non sentire il morso dello specchio perché da sempre si usa la comunicazione della vacuità e quella del corpo, si tacitano le domande con ciò che le discioglie in qualche ebbrezza. La solitudine però parla e vede tutto, coglie il presente e il futuro, diviene dentro di noi il respiro del mondo. È la notte dell’anima dove il buio entra nel cuore e divora la luce. E chi conosce l’uomo sa che solo accettando il proprio destino lo si compie e si compie la ragione per cui si vive. Quel destino che scriviamo noi quando vogliamo vedere la solitudine che ci portiamo appresso e quando la camuffiamo. Accettare e discernere, significa sapere chi siamo nel fondo e ogni atto d’amore poi non sarà lo stesso, ogni comunicazione terrà conto di chi ci sta davanti.
Una soluzione, forse tra le poche davvero buone, è avere una persona di cui ci si fida fino in fondo e ascolta. Che non giudica e cerca di capire. Che accoglie e fa propria la fatica del vivere, senza chiedere altra ragione che quella che le viene raccontata. Ma questa persona non è detto ci sia o sia disponibile nel momento in cui è necessaria e allora si torna a noi, alla crepa che chiede ragione di noi e del resto che capiamo. La spiritualità innata dell’uomo ruota su questa scissione interiore che cerca ricomposizione. Non occorre credere in nulla che non sia il vedere e il vedersi e cercare uno scopo che tenga assieme il tutto. Qualcuno ci ha promesso qualcosa e ci ha deluso. Senza volere ci ha messo di fronte a noi stessi, alla nostra solitudine ma anche a ciò che conta davvero in noi e da lì si parte e si arriva per superare la notte.
Forse era il 6 aprile del 30, due giorni prima della Pasqua e doveva essere una cena tra amici. Tra essi molti erano gli ignari o quelli che non capivano a fondo. Nei molti c’era il pensiero dell’eccezionalità vissuta con quell’Uomo, il fascino, la chiamata, la sequela, ma anche la percezione di un limite travolto che accanto al consenso collocava l’invidia. Superata la forma della legge c’era la libertà e il nuovo che si apriva ma si spalancavano anche le forze della reazione e della repressione. Annegare i pensieri molesti nel clima della festa imminente, l’essere insieme, scacciava la paura e rendeva forte la sensazione che l’evidenza del giusto e del buono forse avrebbe potuto vincere. Ma chissà quali erano i pensieri di quella notte. Solo chi amava e chi tradiva, sapeva, l’Uomo era già immerso nel dolore e nella scelta, gli altri erano attorno, ignari, in compagnia, pronti al sonno.
…Inseguire le intuizioni, è questo che faccio io. E’ così che ho organizzato la mia vita: inseguendo le intuizioni, comprese quelle che a tutta prima non so decifrare. Soprattutto quelle che a tutta prima non so decifrare.
J.M.Coetzee Slow man Einaudi 2005
Nel cielo azzurro si è inserita una nuvola che ha oscurato il sole, lo sguardo si è spostato verso l’alto e ha sostato. Indeciso se seguire un pensiero o perdersi in un particolare. Le decisioni si accumulano per aggiunta di materiale differente, concause, e per sottrazione. Una sorta di dilavamento del non necessario che porta a una conclusione. Difficile che vi sia la folgorante luce della comprensione profonda, del vedere la consequenzialità degli atti, essa viene sostituita dalla speranza che le cose si raddrizzeranno strada facendo, che tutto troverà un suo posto. E sarà così, ma se questo sia o meno ciò che si pensava inizialmente è difficile che accada. a questo serve l’intuito, l’imponderabile che mette insieme un fine con un inizio, ma parte dal primo e traccia una strada, genera una scelta. la razionalità si mette in mezzo, non ama l’imprevedibile, tanto meno nei sentimenti perché si arroga la presunzione di come andrà a finire. Senza intuizione non ci sarebbe che una sequela di amori ragionati, senza follia, solo convenienza sequenziale. Neppure i tradimenti ci sarebbero, e sarebbe esclusa quell’interpretazione che questi siano un’ espressione dell’amare e del futuro immaginato diverso, diverrebbero solo negazione e rottura di un patto infrangibile. Cocci che nessun kintsugi sarebbe in grado di riparare.
Ho immaginato di rompere una piastrella quadrata con un taglio verticale che già indica il suo destino e di incollarla su un supporto con la frattura non ricomposta, nel taglio converge la decisione, il tempo si è fermato, ha preso una sequenza e uno scandire nuovo. Da una parte e dall’altra c’è l’immutato scisso. L’istinto sana la frattura, la considera parte del decidere e la porta in sé come momento positivo, tutto si ricomporrà e si apre alla fiducia dell’essere e dell’esistere. Nulla è più ripiegato su se stesso, la spirale si svolge e genera una linea che sarà pronta a ridiventare spirale ma come momento del riflettere interiore, del tornare a guardare dal presente il passato mentre esso si muta in futuro.
Soffermarsi e ascoltare, il corpo ci parla attraverso circuiti neurale, trasmettitori chimici ed elettrici, energia che si trasforma e ricombina, ha il quadro di ciò che siamo e propone una scelta. E’ un dialogo, nulla è obbligato ma si è generata una possibilità che dovrebbe essere considerata. Non è ondivago l’intuito, ha una sapienza che si radica nel profondo e arriva al sauro che ciascuno conserva oltre il percepibile, quell’ondata di inconscio che ogni notte parla e si cancella attraverso i sogni. La sublime libertà del scegliere genera il rimpianto di ciò che si lascia, lo trasforma in altro desiderio e spinge in nuovo intuito. In noi il tempo della scelta, il kairos, diviene reale perché ogni treno genera il successivo, apre una porta nell’attimo in cui ne chiude un’altra. L’intuizione è una certezza lieve o dura, ha una sapienza che si è generata prima e durante il vivere, non sente l’età, non obbliga e soprattutto è speranza che ciò che muterà sia buono, dolce, confacente a noi e misericordioso.
Sento che dovrei spiegare, ma la nuvola si è spostata ed è tornata la luce piena, fuori c’è un mondo che non è quello che vorrei, ho solo la possibilità di seguire ciò che il corpo e la mente mi propongono per far coincidere il cammino con quello che avverto: una ricerca del bene e del benessere, che include me e dove vivo, ciò che percepisco e che mi solleva felicità istantanee con quello che spaventa, che è violenza, rifiuto di umanità. Per avere una risposta al vivere dev’essere considerata la scelta, l’amore, la gioia, la capacità di vedere l’orrore, di rifiutarlo, di sentire che sono io e lui assieme. Che la felicità e il benessere non è una colpa se essa non sottrae vita ad altri. Questo mi dice l’intuito, puoi star bene e far in modo che questo benessere trabocchi verso chi non ne ha. Come, lo scoprirai facendo scelte in te.
Domenica delle Palme, tutto il tracciato che porta dalla gloria all’esecrazione e ancora a diversa gloria. Il relativo del mondo si scioglie nell’assoluto della scelta di sé.
Li conosco i soddisfatti, gli lavevodettoio, gli acidosi da maalox, che con il sorriso dell’ovvietà bieca percorreranno circonferenze di chiacchere per tornar da capo. Chi aveva capito (cosa? come?) si vanta: proprio lui ha fatto cadere i potenti, ne ha visto per tempo i piedi di sabbia, ed ora è pronto per essere scelto. Nulla aveva fatto prima, nulla farà poi, una scelta perfetta, conveniente per chi vive non del proprio pensiero ma di quello altrui. La conservazione li sceglierà, chi non vuol cambiare punterà su di loro perché nulla cambi e la mediocrità eccellerà in ciò che è insostituibile, ovvero convincersi di interpretare ciò che davvero ciò che pensa la gente.
Se il voto non premia l’arroganza del decidere senza capire i bisogni ci sarà il lamento che la gente non capisce. Sic anzi sigh: chi dovrebbe capire si lamenta di non essere capito. Dove andremo se non in braccio ai negromanti che leggono passato e futuro allo stesso tempo, quelli che vivono in torri di compromesso e si informano, leggono più giornali, parlano tra loro e si convincono. Professionisti dell’esegesi, non camminano (scendono) tra le persone di cui parlano, si informano se il popolo ha fame, se è inappetente, se è satollo. Hanno contratto quella malattia che nella sinistra si conosce bene ed è afasia strutturale del capire politico, ovvero il problema è altro, non capite e comunque l’avevo detto.
Avete visto un impegno vero perché la destra non trionfi? Se davvero cadesse Meloni, cadrebbe il circo della lega e di forza Italia, perché si reggono non sul governo ma sul fatto di governare dando l’impressione di essere altrove, sul contrasto senza oppositori radicali. Per questo non cadrà davvero la Meloni, perché regge un sistema vuoto di proposte e pieno di problemi. Qualcuno si ricorda da quarant’anni a questa parte quale sia stata una proposta politica riformista complessiva che sia durata più di due anni? La più recente idea, l’Ulivo, che non era certo un mostro di radicalismo è di 30 anni fa. Ecco il male dentro, da estirpare. Sono nate parole nuove per descrivere un mondo nuovo, la guerra si affaccia all’Europa e ne nega la stessa ragion d’essere: era nata per non ripetere gli orrori della seconda guerra mondiale. Dovrebbe essere il trionfo della diplomazia e invece prevale il militarismo. la qualità degli uomini di stato è precipitata nel calderone del potere, trascinando con sé le idee di gestire il mondo e la sua crescita equa e sostenibile, ma se non possiamo aspettare che sia la destra a rialzare le bandiere dell’umanità cadute nel fango, il compito di leggere bisogni antichi e nuovi spetta alla sinistra. Ad essa la parola e il mea culpa perché cadendo un muro mille altri ne sono nati e la libertà non è cresciuta ma la stessa democrazia diventa democratura. Se il silenzio fosse comprensione e meditazione sulla via da intraprendere sarebbe una attesa ormai fuori di tolleranza ma giustificata ma questa assenza di risposte priva di un motivo la sofferenza, perché se c’è da soffrire, un motivo, una prospettiva futura ci deve pur essere.
Si può sbagliare ma bisogna che il livello di realtà irrompa nella politica, che trovi soluzioni e non accordi cercando il piccolo inutile potere. Tutto questo è diseducativo, rende possibile che divengano giganti i nani. E se cambierà, più per caso che per volontà, ricordiamo che quelli che diranno di aver sempre saputo, e guardavano. Guardavano e basta.
tra dottrina e diottrie, preferisco le seconde che permettono di vedere
… se si vuole restituire una dimensione, umana, comunitaria, ecologica, non tanto in senso ambientale quanto psicologico esistenziale, alla nostra vita, se si vuole sfuggire a quello che ho chiamato il “ modello paranoico” che ci costringe a consumare per produrre a livelli sempre più insostenibili, a competizioni sempre più stressanti e ci priva del vero valore dell’esistenza, il tempo, non c’è “bio”, “ecocompatibile”, “we”, “sviluppo sostenibile” che tengano, il solo modo di tornare a “un’economia di sussistenza”, vale a dire, sia pure in modo graduale, limitato e ragionato, a forme di autoproduzione e autoconsumo che passano necessariamente per un recupero della terra e un ridimensionamento drastico dell’apparato industriale, finanziario e virtuale… Massimo Fini ne “ il fatto quotidiano “ del 20-11-2010
Per un mio quasi coetaneo, benestante, realizzato e inquieto può essere facile dire “ torniamo ad un’economia di sussistenza”, in fondo l’aggettivo graduale non inficia né il tenore di vita, né le opportunità residue, e neppure le abitudini vengono sostanzialmente toccate. Le priorità di valori, le necessità si alterano con l’età e si invertono quando si esprimono salendo sulla scala delle possibilità economiche, vale a dire che a seconda di dove ci si trova nello spazio-tempo sociale si hanno bisogni differenti. Ma ciò non toglie che quanto diceva Massimo Fini mi trovi consenziente. Purché non sia un lusso occidentale: il n.i.m.b.y che sposta altrove le nostre difficoltà, senza rinunciare a nulla.
La strada dell’alternativa a questo modello di vivere non può essere indolore, bisogna perdere in abitudini, rinunciare per avere. La mia esperienza di lavoro cercava di proporre una compatibilità incrementante nell’uso del territorio e una riduzione progressiva dell’impatto, ma nell’attuare il processo, non conoscevo la velocità del degrado complessivo e dovevo, per eccesso di variabili, assumere che alterando di meno comunque miglioravo l’ ambiente, mi restava il dubbio, che oltre alle parole, vendevo un sottointeso, un inganno. E il solo motivo per cui venivo creduto era nella parola compatibile. La mia proposta non alterava desideri, attese, abitudini, ma semplicemente le arricchiva della speranza di non essere in un treno lanciato verso una catastrofe. Ma anche una catastrofe non faceva paura, perché si pensava che qualcuno comunque ci avrebbe salvato. Questo è un pensiero generalista che coinvolge il rapporto tra presente e futuro ed esonda dall’ambiente, alla pace, al benessere, alla tutela collettiva, sono cose che vengono affidate a un potere che dovrebbe risolvere, provvedere mentre è proprio questo che conduce verso la catastrofe. C’è una presunta distinzione tra i più forti, i possessori della tecnologia, ma non tra i più deboli, quelli sono dati per perduti al benessere che conosciamo. Illusione, se non subentra la consapevolezza che il futuro è nelle nostre mani, se non verrà esercitato il potere del voto, dell’opinione pubblica, si salveranno i lontani, quelli che hanno poco o nulla perché resterà poco o nulla.
Tutti pensano sia meglio appartenere a questa parte del mondo ed è vero, purché si veda dove esso sta andando, sempre più velocemente e lo si fermi. Questo riguarda anche quelli che si danno da fare per avere un mondo migliore perché ciò che era urgente ora è indifferibile, ma non sembra. La quiete del 1914 e la ricchezza di speranze nelle sorti magnifiche del mondo, ci dovrebbe insegnare qualcosa. Solo quelli che davvero scendono negli inferi del disagio, della fatica, capiscono che il mondo è salvabile ma che deve mutare non per tecnologia ma per convinzione (che in questo caso significa rivoluzione economica). E se le cose procedono indisturbate, bisogna trovare la speranza altrove, chiederla a chi conosce il disagio profondo di chi vive la contraddizione tra l’essere uomo e non essere riconosciuto come tale.
Oltre al degrado del pianeta che già da solo dovrebbe mobilitare tutte le nostre risorse per incidere sulle scelte del potere, c’è la minaccia di una terza guerra mondiale, che pericolosamente le menti maneggiano come fosse cosa possibile e distante. Einstein dopo aver assistito alla sperimentazioni delle prime due bombe a fissione, disse che se quest’arma fosse diventata una possibilità concreta per risolvere le questioni tra gli uomini, la quarta guerra mondiale sarebbe stata combattuta con le pietre e i bastoni. Allora si era agli albori di un’era in cui il potenziale distruttivo è tale da lasciare vivi i virus, che vivi non sono ma sanno il fatto loro. Per il potere la carne da cannone non ha mai cessato di nascere e si riproduce ovunque, al ritmo necessario per il suo consumo da parte delle élites. Se si diviene consapevoli di tutto ciò, cosa se trae se non la percezione delle proprie contraddizioni ed inanità. E per sfuggire all’apatia o alla disperazione del fare, quale strada resta a disposizione?
Trascurando i cambiamenti repentini da catastrofe, resta la via del cambiamento delle coscienze, la consapevolezza del pericolo, il proporre, l’essere conseguenti e l’attuare stili diversi di vita. Rifiutare per resistere, non delegare la propria vita, praticare ciò che è compatibile con sé stessi, approfondire le analisi e le compatibilità con il vivere, ma resistere alle menzogne che modificano la percezione. Abbiamo bisogno di riscoprire la verità, di chiederla come condizione per delegare potere. Oggi la comunicazione manipola come mai prima, approva, rende compartecipi dei magnifici destini del comportamento prevalente, della moda dei consumi, della scienza orientata a trovare soluzioni a ciò che si altera in un percorso infinito di rottura e riparazione, propone immagini in cui la morte diviene un fenomeno distante, toglie la pietà e con essa l’umanità. Abbatte l’etica e con essa le difese perché sembra che quanto si decide e accade, non ci riguardi, ma non è così. Bisogna resistere ed essere conseguenti, maturare consapevolezze, essere progressivamente innervati di priorità diverse, di cultura che conosce l’altra faccia della realtà e non ne ha paura, ma cambia in conseguenza.
Resistere significa avere i giovani dalla propria parte, senza la maggioranza dei giovani non si cambia e non si vince la paura che tutto sia determinato. Ma i giovani sono la parte più difficile da convincere perché devono ancora consumare, temono di perdere possibilità in una concezione del mondo che appare “pauperista”, meno ricca di opportunità di star bene, di avere. Restare in un ragionamento riduzionista è castrante, riconduce a gruppi piccoli, religiosi, mentre serve una laicità del crescere differente che evidenzi un modo nuovo di crescita, che si alimenti di selezione nel consumo e non tolga possibilità, anzi aggiunga incessantemente e con evidenza, qualità al vivere. Non è facile, anzi, il vedere la propria necessità diventare norma, toglie la capacità di cogliere i problemi, le difficoltà del mutare abitudini, le implicazioni di un modello che si basa su una libertà di scelta apparente, ma sostanziale. Rinunciare all’auto per andare a lavorare a piedi a 3 km di distanza non è una grande fatica, ma se il lavoro fosse a 30 km, con i mezzi pubblici insufficienti alle necessità? E per le donne che hanno sempre un lavoro doppio tra reddito e accudimento, sempre di corsa, come possono fare? E ancora in una società basata sulla sussistenza ci sarebbe lavoro per tutti, e con quali garanzie? L’industria ha permesso la formazione di una contrattualità che ha generato la conquista dello stato sociale da parte dei lavoratori, l’agricoltura non era in grado di farlo. Il commercio mette in relazione il mondo, ma ha bisogno di una moneta comune non del baratto. Immaginate un mondo in cui gran parte delle cose che fate, avete e usate, non abbiano più significato comune, un mondo artigiano in cui la tecnologia non ha serialità, una tecnologia resa solo funzionale, quasi domestica. Il progresso che rallenta perché non servono in continuazione nuove “release” di software o di hardware. Immaginate un mondo con il manifatturiero ridotto, un mercato basato praticamente sull’uso e non sul possesso. Immaginate che questo commercio svuoti le scelte nelle vetrine e nelle bancarelle. Immaginatelo questo mondo che colloca le persone e le cose al centro del loro significato quotidiano, perché deve esistere una via aurea per combinarlo con il mondo senza critica in cui viviamo. E questo mondo fatto di consumi e di sfrenato consumo di energia, si alimenta con tutto ciò che trova, con l’ambiente anzitutto, ma esonda nella guerra perché essa diviene l’affare di chi fornisce armi e poi ricostruisce. Il più grande affare della storia dell’umanità può concludersi con la scomparsa della civiltà e del genere umano ma per chi idolatra potere e rischio, c’è sempre il pensiero che gli altri soccomberanno. Per questo oggi ambiente, guerra, si intrecciano in un nodo che definisce non il benessere futuro ma la sopravvivenza della specie. Per conservare ciò che abbiamo ricevuto a partire dalla bellezza, per modificare le abitudini e per scoprire le nostre felicità, per diffondere benessere, abbiamo bisogno di cambiare la concezione del potere che consuma uomini e pianeta, abbiamo bisogna che la pace non sia un ideale ma la realtà dei rapporti tra gli uomini. Essere vivi e liberi, non prigionieri della volontà di potenza, delegare e pretendere saggezza nel governo. Se qualche centinaio di trattori hanno imposto la possibilità di continuare a usare i pesticidi e di avvelenare ulteriormente l’ambiente, se anziché toccare le catene commerciali che sviliscono il frutto del lavoro agricolo, si sono tolte le tasse per i redditi alla produzione, allora è possibile che le persone possano cambiare in meglio il mondo e allontanare la minaccia di una distruzione della specie umana. Basta chiedersi se davvero vogliamo un futuro in questo mondo e cosa siamo disponibili a pagare per averlo.
In questa notte che spinge sui vetri, che volteggia e danza col vento. In questo silenzio di parole gonfie di buio, di sogni interrotti, di piccole luci accese su comodini carichi di libri, parlami d’amore mariù. Parla con le parole umide di te, con l’accento che ti piace, con le sintassi frenate, gli aggettivi arditi, i silenzi eloquenti.
Parlami della mia vita, incagliata tra scogli, che attende la marea, del tuo orizzonte che mi cerca, del tuo navigare insicuro e fidente. Parlami del mare e del salso che bagna i capelli, dell’odore forte dell’estate quando s’appiccica alla pelle. Parlami dei salti temporali, delle primavere passate, degli scrosci d’acqua costellati di risate, del piacere d’allungare il corpo nel letto avvolti nei sogni sognati.
Sosta un poco presso il mio cuore e perdona ogni striscio sul vetro, la tazzina versata, le parole consumate in cerca di significato. E perdona quel dire sconclusionato che gridava alla luce d’ essere presente, lì in quel momento, tra noi.
Ancora parlami d’amore mariù e poi fammi dire delle nuvole bianche che non vedo nel cielo. E sorridi, come sai fare tu, senza un motivo apparente, perché la realtà non è mai come appare, eppure l’abbiamo dentro, mariù, anche se non coincide mai con le ore. Sempre in ritardo sul tempo e sempre in anticipo nell’attesa. Parlami sempre d’amore mariù, e tieni stretto ogni pensiero che non dico. Leggimi a fondo e poi raccontami, che mi piace sentire la tua voce che spiega nella notte. Che dice e poi si ferma, che s’assopisce parlando con i sogni, e poi si gira, s’avvolge e si sveglia e mi guarda.
Parlami sempre del tuo amore mariù, con la voce bassa che risuona nelle giornate che attendono, nelle sere che verranno, nei sogni che stentano, eppure si fan largo, aspettando d’essere capiti.
Se ti viene, usa con me l’entusiasmo della pazienza che capisce, prendimi d’assedio con le braccia, estrai il dolore dell’assenza dalle parole. E dai silenzi, soprattutto.
E col tuo sorriso dammi dimensione delle cose. Io ricambierò come so, come imparo, come viene, mariù.
Avevamo arricchito i silenzi con piccole frasi: come va, prendi un te, con zucchero o senza? L’aria si increspava e la vibrazione si spegneva piano, frangendosi su una riva che non si vedeva. Le risposte erano rispettose degli equilibri e quali questi fossero, non era né esplicito né implicito. Troppa fatica e tumultuare di cuore per lasciare che affiorassero le ragioni vere di un sospendere indefinito. Qualcosa attendeva di formarsi in quella chiarezza perfetta che ha la consapevolezza, parente solare dell’intuito e per questo in grado di vedere con nettezza le cose. Come accadeva a fine inverno sui tetti in montagna, la neve si scioglieva in ricami impossibili, poi di colpo precipitava, matura di primavera e di scelte, ristorando una pianta ed essendo primavera. Forse tutto dipendeva da un tempo che non aveva fretta, che rifletteva prima di scorrere via, ed era diverso da altri tempi, perché sapeva attendere e silenziosamente maturava, cercando le sue ragioni in profondità impervie e nuove.
Altrove, nel tempo gaio in cui tutto importava, molto era disperante con la stessa natura della felicità e della leggerezza di pensiero. Era schiuma di presente e virtù di molti, ma non di coloro che scavavano nelle passioni, che le scorticavano come le parole. Questi graffiavano l’anima sino a trovarne l’inconsistente, che è pur sempre un vicolo del labirinto, e solo porta per un altrove in perenne attesa di scoperta.
In quel tempo, per abitudine comune, l’addio era leggero, un prolungamento del tempo che ormai aveva preso altra attenzione. Certo si soffriva e non era facile ma era nella natura delle cose e chi aveva esperienza di notti consumate nell’attesa dell’alba, di un peso da portare verso una stazione, oppure di un’auto o di un passo che s’allontanava verso un dove impreciso, ascoltava e taceva. Questo era nel denso ribollire dell’interrotto, del non consumato e non era proprio dell’esausto andare, o strascicar parole che a nulla servivano se non a non dire.
“Per ogni agire ci vuole oblio come per la vita di ogni essere organico ci vuole non soltanto luce, ma anche oscurità”
Queste sono parole di Paolo Rossi, un grande studioso della memoria, se le riporto non è per dare forza a una asserzione, ma perché ne sono convinto. Se la memoria è un luogo in cui ci si può perdere, l’orlo dell’abisso di ciò che poteva accadere e non è accaduto, quando si cade, di colpo la luce attorno scompare, e lancinante emerge l’assenza di futuro. E’ come se un buco nero interiore assorbisse, con la sua immensa gravità, la luce. Abbiamo bisogno di sbagliare di nuovo credendo che non sbaglieremo per essere vivi. Per questo l’assenza di errore mi fa paura, come mi fa paura la fuga nell’esperienza che assorbe il senso. Sento entrambe come il tentativo di dimenticare qualcosa che non vuol essere scordato, che viene seppellito e riemerge. Se invece venisse affrontato riaprirebbe il futuro, ma non accade perché di finzioni siamo maestri, soprattutto con noi stessi. Dei divoratori di presente è fatto il mondo, ma è il mondo della penuria non quello del benessere, un mondo in cui si ha solo paura di perdere, in cui si smarrisce il senso dell’acquisire. Ben essere, è qualcosa che è in equilibrio dinamico con la propria storia, il presente e il futuro.
Torno, in questo girovagare sulla memoria e sull’oblio, nel mio concetto di tempo. Ho la sensazione di un tempo che s’allunga, non ha limiti al progettare, non consuma, si aggiunge e per questo può essere parco. Un tempo che può dare senza la fretta di consumare e non teme di perdere tempo, quindi un tempo che convive con la memoria, ma non la subisce.
Uscendo dal tempo cronologico si esce dalla necessità, le prospettive si dilatano, subentrano altri tempi, il kairos, il tempo dell’occasione, che non tiranneggia nel fare e riproporrà ciò che apparentemente si lascia, o il tempo del probabilmente, così presente in molta parte del mondo, dove l’uomo si affida alla propria volontà ed a quella del flusso del caso. Li sento presenti questi tempi e se, vivendo assieme ad altri, non sempre posso uscire dall’obbligo, sapere che posso vivere un mio tempo, mi regala una prospettiva diversa nella percezione di presente e di futuro.
Mi si potrebbe dire: illuso, non vedi ciò che perdi, non vedi che ti perdi? Ed io dovrei spiegare che non ho fretta, che progetto la mia vita e ciò che non ho fatto un tempo non lo rimpiango, perché allora era solo possibile, ma ora perché dovrebbe chiudermi la possibilità di fare, ed essere, con maggiore coscienza e gusto, senza l’obbligo di accumulare esperienze. L’esperienza adesso è vivere, non guardare l’orologio per sapere quanto sto vivendo, credo che sia per questo che si dimentica e ciò che si ripete sembra nuovo. E’ come avessimo dentro due orologi da leggere insieme, quello biologico e quello emotivo ed entrambi ci dicessero la stessa cosa, ovvero l’inutilità di rincorrere il tempo.
Sensazioni impercettibili di fastidio. Rapprendono senza chiedere aiuto alla ragione, sono il facile ricoprirsi d’altre ragioni. La domanda a cui rispondere è: con chi ce l’ho davvero e perché mi dà fastidio il suo interferire con me? Poiché la risposta neppure s’accenna, su croccanti modi di dire che sostituiscono le frasi, viene spalmato un sentire che mescola assieme la mancanza della giusta cura con la certezza di una incomprensione profonda. Una piccola colpa viene attribuita e il tutto è mescolato in crema da racchiudere sotto altri croccanti modi di dire. Si può continuare a lungo, anche perché il gusto dolciastro dell’essere incompresi alimenta non poco la considerazione di sé, fa sentire la propria differenza persino negli ambiti in cui ci si sente amati e protetti. Quella crema che si crea diviene appetibile giudizio, una sorta d’offesa lieve che tiene un po’ in disparte e accende l’attesa delle domande che si riferiscono allo stare. Tutto si misura tra ciò che verrà intuito e quello che resterà in ombra. In fondo è un gioco che lascia sempre la porta aperta al recupero. Un broncio del bimbo che è in attesa dentro i gesti, le attenzioni. E come bimbo è egoista, chiede d’essere accudito mentre non si prende cura. Non ha la leggerezza che sarebbe necessaria, però fa i conti con la ragione e il sentimento e questi sono nani forzuti che riportano le cose in un ambito dove ciò che c’è davvero emerge. Che stai facendo? Di cosa t’Incupisci? Non ci sarà la forza per sorridere e neppure per accantonare del tutto, ma il limite è già chiaro e tutto ritrova un posto d’importanza propria. Come nascono, i piccoli wafer di risentimento, vengono consumati, digeriti e scompaiono nei modi del vivere che di ben altro hanno bisogno. Non farli evolvere ma considerarli parte del silenzio è una pratica salutare. Neppure dovrebbero nascere, ma la perfezione attribuita è intrinsecamente fallace perché è bisogno d’altro, non libertà. E sul bisogno d’amore non si riflette mai abbastanza, ma neppure lo si lascia cadere se esso esiste davvero. Se è bene solvibile nel conto acceso tra anime che hanno innumeri ragioni d’essere insieme e che neppure devono attingere alla ragione per capire le alchimie profonde che le lega. Nella ricerca del benessere facciamo i conti con noi stessi e il mondo, quando siamo meno in equilibrio, insoddisfatti, preoccupati, giochiamo a chi risolverà la fatica che ancora non ha dimensione, per farci star bene. In questa sfera nascono dolcetti che tali non sono, che scompariranno dal ricordo ma fotografano un momento, una immagine in cui siamo a centro e attorno tutto è sfuocato, c’è e attende di essere riconosciuto. E’ solo stanchezza, tutto si rimetterà a posto. Riconoscere d’essere stanchi è già capire che il problema è in noi e che costruire silenzi è fatica inutile.
Il rancore è un veleno serio, modifica dentro e toglie luce, è una lama che scende e taglia la percezione. Produce disastri a chi lo prova e non di rado a chi ne è oggetto. Lasciamolo da parte, non ci riguarda.