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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

la parola della settimana: Siria

In questi giorni penso spesso alla Siria, alle persone conosciute, ai luoghi. Il profumo dolce dei narghilé alla mela, i forni, i suk, le pietre dorate, il deserto. Mi torna in mente la sensazione del colore, quella radiazione rossa che emana dappertutto e rende vividi gli altri colori. Il verde e il nero, in particolare. Penso all’imbarazzo coperto di parole ed alle rassicurazioni di Hassan, alle frasi senza punto, ai tre puntini di sospensione come modo per chiudere ogni domanda diretta. Internet sull’ i-phone, non funzionava, più dopo la frontiera giordana, già arrivando a Deraa e da allora non ha più funzionato. Serve internet? Moltissimo e pochissimo, dipende dalla tesi che si ha in testa. A me sfuggiva – e sfugge- molto, non bastava l’informazione. Dalla tv capivo che la situazione era molto più complicata del conto dei morti e della repressione. Anche da quello che vedevo gli elementi da incasellare in un quadro non erano chiari. La sensazione è rimasta, troppe le variabili in gioco e se le rivolte apparentemente semplificano, distinguono i buoni dai cattivi, quello che accade durante e poi, è dissonante rispetto alle premesse. Gli strumenti che ha un occidentale sono limitati, c’è una barriera culturale da superare, un rispetto da mantenere sul sistema sociale complessivo. Ma anche l’abbandono delle scale di valori e di giudizio, perché non adeguate ai codici che dovrebbero interpretare e collocare. E come potrebbero, senza molta conoscenza e umiltà?  Anche dalla BBC o dalle tv arabe in lingua inglese si capiva poco oltre le notizie. C’era il disagio sociale, la rivendicazione di libertà (quali?), la richiesta di deposizione per il presidente-dittatore, ma oltre i pensieri limpidi, quali fossero i retropensieri, le lotte, le aspirazioni individuali e collettive non si capiva. Come interagiranno Curdi, Sunniti, Sciti e poi Ebrei, Cristiani, cosa effettivamente vorranno di comune a tutti. In Siria le religioni pesano, ma per ora convivono. Anzi convivono da millenni e poi?

Comunque sia, ci sono oltre 550 morti, governa un regime, sia pure laico. Non ci sono elezioni libere e democrazia, la protesta continua, le concessioni che verranno fatte, non basteranno. Può accadere qualsiasi cosa e l’occidente sembra impreparato.

Gestire la transizione, facilitare i processi di democrazia, questo dovrebbe fare l’occidente. Sapendo che la democrazia occidentale non è la stessa che nasce ad oriente o in altre parti del mondo, che coincidono i nomi, ma la sostanza è differente.  Che la stabilità delle istituzioni dipende dai parlamenti, ma anche dai giudici, dalla polizia, dall’esercito e soprattutto dai cittadini. E che questi ultimi pensano cose semplici ed impossibili quando fanno le rivoluzioni.

Si troverà una via di mezzo. Succede sempre così. Poi il ciclo ricomincerà e ciò che era stabile diventerà instabile, La ricerca della stabilità è una costante del pensiero politico sociale del mondo.

Poco più di quindici giorni fa ero ancora in Siria, vorrei sapere come stanno e cosa pensano le persone conosciute, come vivono questo momento, cosa sperano. Non quello che spero io o come penso che dovrebbero vivere.  Vorrei saperlo oltre le notizie, ascoltare e basta. 

 

il cerchio di gesso

Parlando di te, usi parole dense, come si fa tra i vecchi amici che si sentono per il piacere dell’altro. Ed hai concluso con il presente, non con il passato. 

Ho chiuso il cerchio, adesso mi sento in equilibrio. Serena.

Nella mia mente si è disegnata una circonferenza tracciata col gesso, un braccio che ruota sul perno del corpo, il segno per terra. E tu, dentro una prigione facile e difficile. Da superare con un balzo, come tutte le prigioni della volontà. E invalicabile.

Hai mai pensato che il cerchio rappresenta la perfezione e la divinità, ma che né l’una né l’altra sono serene? La perfezione quando cessa di essere tensione non ha più coscienza di sé ed il cerchio viene superato come immagine, lasciando qualcosa di indifferente al mondo ed immoto.

Ma da quanto capisco, il tuo cerchio di gesso, è una serie di equilibri, un trovare la misura del desiderio. Vivere il giorno, con il pensiero del futuro domestico e trovare un equilibrio, è una forma alta del vivere.

Altri cercano molto di più e si abbattono schiantati appena fuori del cerchio di gesso. Oppure esasperano la tensione sino a realizzare che solo l’insufficienza ed il limite ci possono accompagnare perché perfezione e purezza non sono concetti sovrapponibili, ma al massimo tensioni irrisolvibili del Tutto. Solo i bambini possono pensare di essere davvero Tutto. 

Sono pensieri silenziosi, nessuno tornerà mai bambino, ma gli occhi possiamo pulirli. Dal tempo, dalle urgenze, da ciò che non conta davvero e giocare con il cerchio di gesso. A volte tu, a volte io, a volte nessuno perché è scesa la sera e nessuno gioca più.

cracker

E se avessero ragione ? Non la ragione fisiologica, ma quella che genera l’interrogarsi profondo che cambia la percezione di sé. Allora bisognerebbe fare un bilancio, quella cosa mai giusta davvero dove non si riesce a pagare un prezzo equo per gli errori e  ricevere altrettanta ricompensa per le cose buone fatte. Lavorare sulle percezioni altrui, solo su queste, è sempre sbagliato. Enfatizza le sensazioni, cerca un compromesso che porta ad una non verità. Si è come si è e bisogna accettare di non spiegarsi a sufficienza, perché sarebbe necessario avere un sistema metrico comune, ovvero cos’è importante, la percezione della bellezza, i principi su cui si vive, le parti inalienabili. Ed attribuire lo stesso valore a tutto. Impossibile, bisogna adeguarsi ad una comprensione che avviene su campi poco minati. In fondo è arroganza pensare che si ha la forza di spiegarsi davvero. Molto più facile lo scontro o il piegarsi al sono come tu mi vuoi. Per piacere, per interesse, per prevalere. Sarà per questo che non ho nulla da dire oltre la barriera del vissuto. Non correggo gli errori su di me, le cantonate, le incomprensioni.
Dovrei esplicitare domande come queste: tolta la fatica di capire, qual’è la misura vera dell’interesse tra le persone? E se non si capisce, se non si penetra la superficie, a che vale spiegare in continuazione? Esiste una reciprocità necessaria e non si possono proiettare le nostre necessità senza vedere cose che non ci sono. Leggiamo nell’altro le nostre paure, le delusioni. Bisogna ascoltare. La parola non basta, è come raccontare la prima suite per cello di Bach, al bujo, di notte. Non c’è nulla che possa davvero essere spiegato, se non è sentito assieme. 
Ed allora, tutto inutile? Impossibile comunicare profondamente? No, bisogna accettare il proprio limite per superarlo. Per questo vivo. La complessità inutile mi opprime, ma è un problema mio. Incomunicabile. Come la memoria che da sempre mi accompagna, e diventa minacciosa, ricorda particolari, fatti, parole incaute, lettere, messaggi che incespicano su una virgola, un aggettivo e muoiono.
Un tempo mi piaceva provare la fame del digiuno, passare un giorno a thé e poi cominciare da un cracker. Sentire il bisogno di cibo e il gusto che riempiva il palato.  Il sale sapido e i denti che sbriciolavano. Oggi non si mangia quasi mai per fame ed i gusti si perdono verso l’eccesso. Lo sanno bene i cuochi che eccedono in glutammati, in sale, che aggiungono anziché togliere, per coprire domande e saturare il gusto. A me piaceva interrompere e poi ripartire con le abitudini: solo governo di sé e piacere. Adesso non riesco più a ripartire con le abitudini. Non ora. Per questo aspetto.
Aspetto che spiova per parlare del sole non ancora arrivato.
Aspetto come una sala di stazione, ascolto i treni, saluto, tengo il calore dei corpi sudati, osservo persone che si inerpicano su scalini senza memoria di fatica, sento il risucchio di vento che trascina destini. Aspetto e non richiamo.
Aspetto con una forza erculea che raddrizzerebbe uncini di ferro forgiato, ma sarebbe solo per sentire che il tempo si riduce. 
Non vedo ed aspetto, mentre la pioggia striscia con nervosismo i vetri.
Mi pare tutto così sciocco che mi scindo. In continuazione. Un pezzo ascolta, un pezzo usa un tempo ed un altrove diverso, un pezzo s’annoia. Aspetto che tutto si ricomponga. aspetto di essere stanco e dormire senza sogni. Aspetto che le parole salgano alle labbra e diventino fiotto, corrente, flusso, direzione. Aspetto anche di dire come sto. Quando lo chiedono adesso, dico bene, ma solo per tacere, per non spiegare ciò che non ha parole.
Vorrei invece dire: tieni un refolo di vento come un abbraccio che mando, ed ascoltami che oscillo sull’orlo d’una felicità d’attesa.

dare la mano

Mi è tornato tra le mani un vecchio post-it, rimasto appeso a lungo nella mia vecchia casa.

In quelle righe scritte in verticale, c’è il buio, un dolore muto, una domanda, lo smarrimento da assenza di risposte. Ed una riga che accenna ad una fiducia sospesa: un auspicio timido senza punto finale.

Come in tutte le situazioni di sconfitta, nelle parole la percezione della notte è tangibile, e non c’è quella del giorno. Si poteva sperare. Forse. Una mano mi ha aiutato, senza chiedere mi è stata accanto, una mano senza domande, che pensava a me, che condivideva oltre la comprensione. Nei momenti di crisi si fa piazza pulita, restano gli amici veri, gli affetti e le cose davvero importanti. Questo è vero, ma non basta, perché non toglie il senso di aver sbagliato qualcosa, la sensazione ustionante della sconfitta. Allora mi aiutò a vivere il tocco silenzioso, un dire senza voce ed il mondo, pur non meno doloroso, poteva ammettere che sarebbe passata la bufera.

Non so cosa sia davvero l’amore. Ovvero, l’ho tanto indagato da convincermi che sfugge a qualsiasi scatola definitoria, che è un codice binario, eppure ha sfumature infinite, che attraversa momenti euforici e silenzi senza orizzonte, che tiene ed eroga senza calcolo per sé e per l’altro e che, certamente, non si nutre di egoismo. Per qualche nanosecondo arriva alla fusione, poi origina altri stati, ma nel condividere la difficoltà c’è la sensazione della presenza dell’amore.

Quella mano nei momenti forti c’è stata, non ha mai impedito di crescere, non ha trattenuto, ha rispettato. Sono stato fortunato, forse in piccola parte l’ho meritato. Forse.

Rileggo le righe, guardo la scrittura ferma, mi riconosco nelle t non tagliate. Nella a che si confonde con la e, cerco la preoccupazione forte di allora. La sento. La rivivo.

Dopo tanti anni si ridimensiona una carriera spezzata e qualche ingiustizia patita può essere guardata serenamente. Se n’è andato pure il rimpianto, il rancore quasi non l’ho sentito. Non è stato facile, ma altri percorsi inattesi si sono aperti, la vita ha svoltato e la crescita non si è interrotta. Guardando, con gli occhi e le difficoltà di adesso, il filo positivo che ho imparato a riconoscere, si legge anche in quell’evento e sento che andare avanti è la soluzione del dilemma del vivere. L’uomo non è tarato per aver sempre ragione o successo, quasi mai riesce a leggere davvero il senso degli eventi quando ne è partecipe. Ci si deve rassegnare alle illazioni altrui, ai giudizi che semplificano e che, contrariamente al nome, non rendono giustizia. Fanno male, ma il tempo è davvero galantuomo:basta aver chiaro qualche principio e rispettare se stessi. Questo l’ho imparato.

La mano non l’ho mai ringraziata come dovevo, solo come potevo. Chissà se qualche volta l’ha sentito davvero e le è bastato.

disfare la storia

Quanto segue è solo una mia traccia, ovvero alcuni pensieri discutibili per riconciliarmi con la mia storia. Potevo non pubblicarla per quanto è personale, ma non credo di essere solo nel pensare così. Spesso mi viene detto quando obbietto: che bisogno ne hai, ciò che pensi è roba tua e basta, cerca di vivere, lascia perdere. Ed invece il bisogno esiste, perché le storie che ci vengono appiccicate costano una fatica enorme. Anche essere in un flusso non è gratis, bisogna far fatica per restare nella corrente ed essere se stessi e anche nel flusso sono forti i condizionamenti costanti a cui siamo tenuti. I si deve. I pro bono pacis. La soluzione più facile è essere due o tanti anziché uno. E’ possibile, si fa spesso, si interpretano parti, ma non può essere solo ad uso e consumo di non si sa chi. Forse è l’età, ma il mondo che mi raccontano non mi va più bene, perché non è il mondo che percepisco. Sono stanco del vuoto generato da problemi fasulli, non ne posso più che la mia storia, la mia unicità venga confusa, banalizzata, mandata in un tritacarne dove non c’è fatica di essere, ma solo conformità. I miei errori sono miei, ci tengo come per le fatiche. Mi chiedono di non fare, di essere immobile ed invece voglio correre, vedere, non chiudere gli occhi.

Intorno il banale prende il sopravvento, invade i desideri, la gestione della vita, altera la concezione del mio tempo, cerca di regolare la differenza. Allora se limito le pulsioni facili, vengo guardato malamente, se rivendico un individualismo sociale, non vengo inteso. E’ l’era degli ossimori. Non di quelli fasulli proposti nei talk show solo perché suonano bene, non di quelli usati perché non si trovano le parole, ma è l’ora di quelli silenti. Non occorre dire: sono una cosa e il suo contrario, e non mi contraddico, semplicemente contengo entrambe le opzioni e scelgo. Nello scegliere c’è forza, c’è purezza, almeno quella del gesto che sente i muscoli che l’accompagnano, che li individua uno per uno e non li sente staccati dal gesto. Consapevolezza. Una forma più alta di passione per combattere l’indifferenza che ci isola nel conformismo e il cinismo che inghiotte il futuro e il presente. Non è tutto eguale, non sono eguale. Per sentire l’ingiustizia devo uscire dalla storia fasulla, dall’eguaglianza senza rischio. Eguaglianza finta perché basata sul censo, sul genere, sul ruolo, sull’appartenenza. Ma io non voglio appartenere e la mia storia è mia e la posso mettere assieme solo con chi nuota come me. Posso compilare una lista aperta solo per raccogliere le idee, posso farlo perché pensare che ciò che scrivo sarà contraddetto è vitale, e che comunque è una mappa alternativa al conformarmi, alla resa. E’ un  modo per resistere, per pensare, discutere, essere. E se lo metto al plurale, è perché non mi sento solo, penso che tanti siano come me, insofferenti ed in cerca di una via per rimettersi a camminare. Assieme e senza raccontarcela troppo.

  • Siamo parziali, del passato teniamo solo ciò che ci serve per vivere.
  • Cerchiamo di assomigliare a ciò che ricordiamo di noi, ovvero facciamo in modo che sia verità.
  • Usiamo la gentilezza e la fermezza, nessuno di noi e’ solo un prodotto del caso, c’è molto di nostro in quello che siamo.
  • Usiamo tutte le resistenze contro ciò che non vogliamo perché non giusto per noi. Ovvero impariamo a dire di no.
  • Disorientiamo, se siamo noi stessi siamo imprevedibili.
  • Disfiamo la storia già scritta per noi, seguendo l’intuito e l’intelligenza. La nostra intelligenza, non quella altrui.
  • Impariamo ad apprezzare i segreti come cose preziose.
  • Non vantiamoci perché è una verità che non dura.
  • Puntiamo sulla nostra realtà, e’ l’unica cosa che abbiamo creato davvero.
  • Rispettiamo la realtà degli altri, che dimostra che non c’è un’unica verità.
  • Lasciamo che gli altri giudichino banale ciò che per noi ha significato e ribaltiamo il giudizio su di loro.
  • Facciamo parlare le cose, usiamo il significato delle parole, non le parole.
  • Abbattiamo ogni giorno, un pezzo di quello che ci fa male.
  • Impariamo a non aver paura della fatica, corriamo finché non abbiamo più fiato, fermiamoci finché il pensiero riprende e poi ricominciamo.
  • Non accontentiamoci mai e gioiamo di ciò che abbiamo avuto, che abbiamo e che avremo.
  • Ricordiamoci che appartenere a noi stessi è la fedeltà che possiamo donare.

le occasioni

Kairos. Il tempo ritorna, circolare. Nessuno è eguale, né l’occasione, né noi che la dovremmo cogliere. Ma nulla toglie tutto questo, in fondo l’occasione è un’occasione e come tale si prende, si lascia.

Forse l’unica cosa che si dovrebbe fare consapevolmente, è lasciare davvero che ci passi davanti, essere certi della sua unicità e del suo ripetersi diverso. Nulla di ineluttabile, ma ciò che si perde, si perde per sempre. 

Nella visione del relativo, ciò che si perde genera rimpianto, ma è compensato dalla speranza che il nuovo ripagherà. Non per meriti, ma per fortuna e benevolenza della vita, che comunque apre più porte di quante ne chiuda.

Se su un piatto d’argento è stata offerta un’occasione, quel piatto non ci sarà più, ma come in uno sciame di stelle cadenti per un tempo, non lungo, la possibilità di prendere una cometa per la coda ci sarà ancora. Basta essere in sintonia, almeno un poco, e l’attesa verrà intuita, trasformata, usata.

A volte, solo a volte.

p.s. come nei vecchi film, ogni riferimento a persone e cose è puramente casuale, ma come si fa a dire che ciò che pensiamo sia astratto dal mondo?

cosa auguro in questi giorni


Risalgo negli anni, cerco di capire cosa significa l’augurio che mi viene rivolto in questi giorni. Ovvero cosa muove nei miei sentimenti di non credente. La prima riflessione è che viene evocata la morte violenta ed ingiusta di un uomo, e con essa tutte le morti ingiuste. Quindi la necessità di pace e giustizia prima che di resurrezione. Il problema del dopo, ciascuno lo risolve come gli viene, ma la necessità di vivere nella pace è immediata, fa parte del diritto del vivere. E io auguro questo, sperando in giorni sereni di sé, in una nostra forza nuova che non consideri il mondo come perduto, che pur godendo di ciò che abbiamo, non ci si scordi che attorno manca molto.

Confesso che pur amando la pace, e pensandola come bene comune supremo accanto alla giustizia, da tempo sono in difficoltà con il pacifismo. Non riesco a discernere il giusto e l’ingiusto. Credo che se si ama la pace, si dovrebbe manifestare non solo per un paese, ma contro la guerra ingiusta. Ed ogni guerra non è già di per se stessa ingiusta perché guerra. Questo pensano molti che amano la pace come processo attivo, non come dono senza merito. Io così penso e distinguo tra chi si difende, tra chi porta avanti libertà e diritti, tra chi insorge per la democrazia da chi persegue interessi economici. Se auguro la pace, allora io davvero sono un uomo di pace? Diciamo che ci provo a modo mio e che considero la pace non come la quiete, ma indissolubilmente legata alla giustizia e subordinata a questa. Forse per questo giustifico l’uso della violenza come legittima difesa della vita, quando l’uomo viene conculcato, vilipeso, impedito nel vivere.

Penso anche a come si vive in un paese in guerra. Nelle scorse settimane ero in Siria, paese in guerra con Israele dal tempo della guerra dei 6 giorni, paese in guerra con se stesso in questi giorni, ebbene se non si è in una manifestazione o su una linea di fuoco, la guerra si trasforma nei tempi lunghi alle frontiere,nei controlli più o meno discreti, ma la vita attorno continua senza apparente cambiamento. Ci si abitua. All’inizio della seconda intifada, mi capitò, a Nablus, di essere a 150 metri da uno scontro con uso di armi da fuoco. Non me ne resi conto appieno, anche del rischio e comunque, 500 metri più in là, le persone erano sedute al bar e conversavano e fumavano narghilè. La sera in albergo, sentivo il crepitare delle armi, i colpi ritmati delle mitragliatrici pesanti. Mangiavamo, si parlava, c’era un po’ di preoccupazione, ma non troppa. Come riguardasse altri. E c’era più timore di giorno, ai posti di blocco quando si guardava il dito sul grilletto e si sapeva che non c’era la sicura. Una normalità alterata, ma pur sempre una normalità.

Quindi esiste una normalità della guerra, una quotidianità non troppo dissimile dalla pace, con una sociologia propria,solo leggermente più complicata. Parlo di sociale perché le storie dei singoli, soprattutto dei militari sono ben diverse dalle altre, in quanto consegnate a regole e modalità totalmente diverse dal quotidiano conosciuto, in un universo parallelo dove tutto viene estremizzato e giustificato.

In un paese in guerra è la propaganda a sostenere la normalità e la giustezza della guerra, ma anche da noi avviene lo stesso, la percezione è quasi nulla grazie ai mezzi di informazione dove la notizia supera l’oggetto. Quindi se muore un fotoreporter questo fa notizia, se muoiono mille combattenti, questo è la normalità.

Vorrei che il pacifismo fosse il rifiuto della normalità della guerra, che il senso della violenza emergesse e che questa fosse la notizia che viene proposta. Capisco che è difficile, che la guerra attuale, così impersonale, è quasi una continuazione dei giochi dei bambini, ovvero uno scontro in cui non si muore mai davvero e si risorge per un’altro gioco quando si è stanchi. Ma non è così, nella realtà si muore davvero e la pace oggi, per me, non è l’esclusione della violenza per la giustizia, ma il rifiuto dell’ indifferenza.

Oltre alla pace che già è moltissimo, un altro augurio da non credente, mi sento di farlo: auguro alla chiesa cristiana di risorgere, di non essere accondiscendente, di essere fedele al messaggio che trasmette. Le auguro di riportare dentro di sé la teologia della liberazione, di condividere con chi cerca giustizia e non con il potere, la propria esistenza. Mi permetto di dirlo anche perché della religione, ha bisogno anche chi non ce l’ha, fosse solo perché prima che di una fede ha bisogno dell’uomo, del compagno nella giustizia, del sentire forte. Non importa in cosa si crede, ma degli uomini abbiamo bisogno per avere speranza e vivere. Auguri di prossimi giorni  sereni, di pace e giustizia a tutti Voi 

amicizia

Stavamo appoggiati, di spalle, con le nostre giacche, ancora pesanti. La mia chiara, la tua marrone.

Stavamo. Le teste appoggiate verso due orizzonti opposti. Sentivo i tuoi capelli attraverso la lana, le vibrazioni delle parole. Parlando, dopo il camminare, spesso di cose differenti, il discorso scivolava senza circolarità su piani ferocemente inclinati. L’ironia, qualche risata e i silenzi, tra discorsi a volte leggeri, poi improvvisamente profondi. Eravamo stati zitti prima, bastava la vicinanza. Adesso la leggerezza e i silenzi nascevano da questo scivolare che sembrava non finisse mai, ed assomigliava a quando ci si rotola su un pendio d’erba o in montagna sulla neve, e l’ilarità e i richiami sono auto ironici, e tolgono il fiato, e i pensieri sono nel momento. E lo godono, perché c’è amicizia, condivisione, un passato ed un percorso comune.

Solo la luce se ne andava.

Dio, non ho mai sentito l’eros così appiccicato, così pieno di futuro, e il futuro era la sera, le cose ancora da fare, il bere, la notte e poi questa vicinanza così sincrona da poter parlar d’altro, sputare verso le stelle, ridere di nulla o tanto, e non smettere neppure per andare a pisciare.

Non voglio essere una puttana, ne’ per me stesso, ne’ per gli altri.

Lo dicevo sentendo risuonare la mia testa contro la tua attraverso i nostri berretti di lana.

E perché puttana e’ solo femminile? io sono un maschio, voglio il maschile del mio non voler darmi in cambio di qualcosa.

Il mio berretto aveva un ricamo con una foglia verde. Avevo voglia di fumare. Accesi mezzo sigaro, davanti a me un pezzo di cielo dietro gli alberi, le erbe. Tra il fumo, sentivo il rumore dell’acqua.  Boccate larghe, e tu che dissertavi sul tradire a mezzo, che non esiste come il mezzo buco, che la considerazione di sé è controllo, assenza sapendo cosa manca, che avevamo sbagliato molto, ma non tutto, che nulla e’ per sempre e che a saperlo la verità e’ accettabile. Chissà cosa guardavi. Te lo potevo chiedere, ma m’interessavano le tue parole, anche il suono mi piaceva. Ci bevevamo la realtà dell’altro senza cessare d’essere noi.

L’onanismo in coppia, non importa con chi, facendo finta vada tutto bene, che tutto sia normale. Normale, chissà cos’è normale? Ma se non stai bene tutto è un palliativo, dura un attimo e pensi che venga ricordato. No, non verrà ricordato nulla, il tempo è un giustiziere implacabile, devi avere qualcosa di vero a cui attaccarti. Qualcosa che ti faccia dire domattina sarò contento e sarò ancora io. E anche dopodomani, per lo stesso motivo, non per rassicurarti, ma per dirti che vali ancora. Che il tuo valere non dipende da altri. E lo sai che ci sarà un momento in cui non varrai più per gli altri, ma per te continuerai a valere.

Ecco, anche per quel tempo devi vivere.

Ti ho amato per queste parole: la finzione inutile, la scusa di dare, come se i residui comodi del cattolicesimo ci difendessero dall’inutile e dall’egoismo. Il cercare l’utilità del desiderio soddisfatto, che si scioglie e ricomincia e non è la vita, ma il vuoto se non ha un progetto, una continuità. Il bisogno d’aria, di verità, di purezza laica, che significano quiete e forza e voglia di andare avanti con le domande, senza giustificazioni o risposte a metà.

Quello che vogliamo– ti ho detto- e’ un amore, e néanche piccolo, il sesso va bene, ma non dura. L’abbiamo sempre saputo, anche quando leggevamo Reich, che gli anni passano, passano davvero. E’ una balla quella che e’ meglio avere un rimorso che un rimpianto, non c’è scelta, tant’è vero che ci autoconvinciamo, usiamo parole d’altri, cerchiamo conforto nelle vite altrui, nei corpi altrui. Tutto e’ vuoto, lo diceva già il Qohèlet raccogliendo la consapevolezza di migliaia di vite, d’anni e di domande. Una vita da autistici per non dirci la verità, la purezza anche nella dannazione. Da chi e da cosa non so. Da noi credo. Ci danniamo rispetto a noi, ma prostituirsi e’ peggio, non ha assoluzione. E lo sappiamo che prostituirsi non ha mezze misure, o è o non è. Conformarsi a se’, dialogare con se stessi, non raccontarsi storie, il resto verra’ di conseguenza.


Non parlavi. Avevi fatto una sigaretta ed aspiravi forte. Anche girato vedevo quel tuo sguardo intento ed il mezzo sorriso finché mettevi i fili di tabacco e passavi la punta della lingua sulla cartina.

Quant’è durato il silenzio prima della notte?

pensieri d’acqua

Il pensiero liquefa sino ad esser mare,

e risacca dalle lunghe dita d’alga,

e schiuma, strati d’acqua,

seta che scivola su seta,

sempre più piano,

fino allo scuro ed immoto fondo.

Sopra me, meduse di luce,

scie lanterne d’ animali,

pesci da branco e solitari predatori,

e sul fondo, archetipi di vita,

compagni del mio esser vero.

Ascolto e guardo il mare,

che sciacqua ed ondeggia dentro,

sento l’urto della furia,

il placido guizzar notturno,

nell’amore di lune che si ripetono mai eguali,

mai diverse,

ed allora la forza del prender legno,

forgiar ferro, 

è urgenza d’ issare tele,

e pur mare su mare

dovrò accarezzare e blandire,

acquattarmi sul fondo dell’ira,

prendere il vento grato,

andare e approdare,

sapendo ch’è solo trarre respiro fondo,

prima d’altro partire.

dizionario personale:mattina

Mi piace la poesia dei tavolini all’aperto la mattina presto. Vuoti, attendono, mentre attorno la vita già corre. I camerieri sono ancora un po’ assonnati e muti, la macchina del caffé si scalda, il profumo pervade l’ aria. 

Fiori freschi sul tavolino, il giornale ha un suo odore buono di carta e d’inchiostro e l’aria è ancora fresca della notte.

Guardo sopra l’articolo, la vita attorno è più interessante. I cani conducono le donne a passeggio, i vestiti sono già estivi con qualche trasparenza e arditezza di pelle. I bambini vociando vanno a scuola, il supermercato fa rifornimento, qualche saluto e chiacchera mattutina. Il rumore di fondo è diverso, più netto, i suoni si distinguono, evocano storie singole.

A tocchetti, la brioche svolge il suo compito di primo piacere.  Per età, potrei vestirmi di bianco, anche mettere un panama ed attendere che il sole diventi arrogante. Dopo, camminare sotto i portici, verso il Prato e le Piazze. Verso altra vita, altri colori.

Mi piace l’attesa, è così ricca di possibilità…