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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

Sirena

Il suono sordo di sirena percorre la spiaggia, la riempie, trabocca tra le tamerici, gli ulivi di bohemia, i tronchi delle ultime mareggiate, ammutolisce gli strilli dei ragazzini in acqua, lascia occhi che si chiedono da dove venga. 

Si ripete, più volte, adesso profonda ed inquietante. Sui moli è simbolo di saluto festoso, copre abbandoni e lacrime, apre viaggi e futuri, finché man mano si spegne assieme alla poppa che s’allontana. Qui insiste. Assomiglia al corno delle alpi, richiama e dialoga col mare, non ci sono rive assiepate e neppure si vede la nave.

Assisto muto, alzando gli occhi dal libro, cerco nel mare basso di mezzogiorno. Qualche barca a vela, motoscafi in riposo. Questo ripetersi trasforma il saluto in apprensione, come ogni volta che un segno conosciuto s’articola diversamente. In quest’isola, tra laguna e mare, ci sono cantieri navali, ormai in disuso. Dove nascevano navi, ora riparano vaporetti e ferry di Venezia. Fuori dai circuiti della cantieristica, svuotati dalla tecnologia e dai bassi costi della Cina, in pochi anni si perderanno abilità secolari. Mastri d’ascia, saldatori, battilamiera, falegnami, fonditori. Basterà meno di una generazione. Qui ora si vive di fermo pesca, più che di pesca, di piccola edilizia e ristrutturazioni, per veneti inquieti che scoprono questo angolo domestico e selvaggio. 12 kilometri di sabbia, diga e pennelli a mare per fermare l’erosione delle maree. Terra di marinari, pescatori e dialetto stretto: né veneziano, né chioggiotto. Ma ci si annoia, non c’è nulla che possa assomigliare alla movida di Sottomarina, o di Jesolo, o del Lido. Di sera la gente esce nei campielli e sulla strada, porta le sedie, impagliate o di plastica, dipende dall’età, cucina e chiacchera. Chiacchera fino a notte di ciò che sta attorno, della vita propria e altrui. Nei campielli nulla è mai interamente proprio o segreto. Non la cena che si scambia, non i guai e le allegrie di famiglia, non gli auguri, le feste o gli amori. anche se questi ultimi hanno tradizioni ferree. Le trasgressioni sono sottaciute, non segrete, come le malattie.

La sirena ripete ancora il verso, mette in evidenza la plastica, i parabordi (ma come faranno a perderne così tanti), le boe sfasciate ed i tronchi. Tanti da immaginare riscaldamenti senza spesa e grandi fatiche per tagliarli. Non c’è nessuno in spiaggia, sono le tre di un giorno ante la festa, solo i mezzi foresti venuti dalla terraferma stanno al sole e al vento. Il vento che è ancora caldo di scirocco, ma già porta lame di freddo. Una signora mi spiegherà che sono i temporali di pianura, ancora lontani, loro li sentono col sole, annunciati dal vento che muta colore verso il blù.

Siamo pochi e tollerati se non disturbiamo, se non cambiamo le abitudini ed i pudori. Ci tengono come i nuovi proprietari di case che tra poco se ne andranno, stanchi dei ritmi indigeni, delle feste patronali e delle chiacchere, ma anche della solitudine che si insinua se non sei accettato. Lasceranno posto a nuovi tentativi di insediarsi e ad un equilibrio millenario che si crede eterno.  Ma non è così, scomparendo il lavoro, le abilità, solo a volte ne subentrano altre, più facilmente ci sarà la migrazione e l’inutilità di chi resta.

Tre ristoranti, i pescherecci ormeggiati in lunghe file, il muretto, le chiacchere. Una barca a vela manovra per attraccare davanti al ristorante sulla riva. Poco distante, uno svasso, uccello di laguna, si muove appena, indifferente alla barca, attento al suo pasto che si muove sott’acqua. Mentre scendono parlando, scompare con una capriola silente. Ed il tempo del suo riapparire sembra interminabile. Adesso si siedono. Prosecco freddo e poi inizierà la danza interminabile degli antipasti e dell’eccesso. Ma non si vive di questo, l’isola non vivrà di questo.

Lo svasso continua a rituffarsi e riapparire. Per ora godiamoci questa solitudine d’altri tempi. Non era infrequente in laguna. Altro verrà da queste parti, i contenitori vuoti vengono sempre riempiti.

La spiaggia è scomoda, non c’è nulla. Senza un bar, un gazebo, un tavolino. Solo mare, sabbia, cielo e pietre di diga. Un paradiso, finché dura.

La sirena non suona più. Anche le erbe stanno al loro posto, ospiti come me.

le radici del bene

Anziché cercare, come viene fatto dopo i delitti efferati, le ragioni della violenza, non sarebbe meglio cercare i motivi della bontà? Anche evidenziare la sola convenienza della bene basterebbe.

Il male assoluto, e banale ( ma oggi la parola di Hannah Arendt è abusata e privata della sua intuizione terribile) del nazismo, mi è pian piano emersa, oltre le foto dei campi di sterminio, oltre la narrazione, proprio nella considerazione che gli ebrei, hanno per chi si è speso, durante l’olocausto, per salvare qualcuno di loro. Giusti sono anche quelli di cui, magari sottovoce, si sa, o sospetta la convenienza, ovvero che salvassero per denaro. Come dire che si può disgiungere il bene dalla generosità. Non sono la stessa cosa, ma il bene, comunque arrivi, vale moltissimo per tenere insieme un branco di animali ed impedirgli di eccedere. Forse per questo si può disgiungere, nell’agire attuale di chi è figlio della sofferenza, il ricordo dell’ingiustizia assoluta del male dall’ingiustizia relativa del giorno, motivandola nell’autodifesa, oppure, in peggio, con motivazioni di diritto. E considerarla lecita e non comparabile.

Per questo ritengo che cercare le radici del buono, ovvero di quello che ci impedisce di nuocere e motiva il fare del bene, dovrebbe essere una ricerca primaria delle scienze (?) umane. Superare la liquidità del sociale per rapprendere il bene.

Non mi piace la critica del relativo, puzza troppo di sacrestia per frequentare l’assoluto, e la radice del bene-comunque, andrebbe proposta, incentivata, facilitata nella crescita. Dirlo ora, dopo aver ascoltato la politica dare esibizione di caricature di umanità, di stile e di idee sguaiate, magari è fuori luogo, ma pensare sempre male dell’altro, evidenziarne i caratteri negativi presunti per occultare la propria povertà, demonizzare persone e proposte senza neppur sapere di cosa si parla, scava solchi di predisposizione al peggio. Bisognerebbe saperlo, essere coscienti che parlando al basso ventre, si disattiva il cervello. Questo modo facile di essere assieme, separandoci subito per invidia e demonizzazione della diversità, è scivolare verso un lago di fango coscienti di non voler arrestare la caduta. Il buono dell’altro evidenzia la possibilità di invertire un percorso che sembra obbligato, di ritrovare i motivi per fare assieme. Ed allora molto di quello che ci serve, ha solo il colore della fatica e della condivisione.  

p. s. e per non tranquillizzarvi troppo sulla mia demenza senile:



devi capire (mantra della notte)

Devi capire. Oltre il limite della pazienza, capire. Governare l’impeto di mollare tutto e respirare profondo.

Capire tutto, significa com-prendere. Non occorre che tu capisca davvero, ma che accetti quelli che giudichi errori nel tuo flusso di tempo. Gli altri non hanno la tua testa, i tuoi interessi, le tue priorità, non ragionano come te. Devi comprendere ed immettere le presenze nel vivere, non espellere.

Ti chiedono di essere diverso da come sei, non è possibile. Aspetta e governa le decisioni, anche quella di andartene, non seguire l’impulso, lascia che le cose abbiano tempo di ricombinarsi. Arginare la furia vuol dire essere fermi e flessibili. Attendere che passi ciò che muore, lasciare che le nuove possibilità emergano. Solo il vecchio è rigido e non permette la crescita delle possibilità.

Esercita la pazienza della forza, controlla ciò che dici, scava nel significato e nel tempo. Scarnifica, riportati all’essenziale. Pensa alle motivazioni vere: devi capire gli errori, anche i tuoi, ammetterli nel tuo vissuto. E comprendere anche quelli precedenti, fanno parte di ciò che ha generato il presente. 

Leggi il buono che già c’è, sviluppa quello che ci sarà. Coltiva solo quello e non permettere che sia lo scontro a modificare le cose. Fai quello che devi fare, non dipende tutto da te, fai emergere il buono. Polemos è madre crudele di ogni cosa, ma è il punto che rompe il tempo. Il tuo tempo. E forse non è necessario. Attendi e governa.  

 

4° piano

Il vigile che venne ad assicurarsi che effettivamente abitavo a casa mia, si appoggiò ansimando alla porta.

82 gradini, non voglio vedere la terrazza. Ma è sicuro che abiterà questa casa?

Certo, risposi, mi piace questo posto.

E quando sarà vecchio, cosa farà. Morirà per le scale con le borse della spesa?

Vecchio? Che vuol dire, che non riuscirò a camminare o far le scale? E le badanti, le mandiamo tutte a casa? Prende qualcosa?

Scosse il capo. Un bicchier d’acqua, grazie. Se ne avessi 10 al giorno come lei, sarei già morto. 

Il tutto finì in risata.

Quando sono arrivato in questo condominio squinternato, fatto di più o meno quarantenni, di aperitivi, di cene in comune, mi sono  ritrovato, addosso, un nuovo nome: belfagor. Forse in onore delle mie abitudini poco decifrabili, o degli orari strani, oppure della quantità di libri, musica e oggetti che ingombravano le stanze. Qualunque fosse stata la genesi, mi è piacque: un diavolo non vende l’anima.

Chi mi viene a trovare, deve averne davvero l’intenzione, non si è più abituati alla fatica, ma questo mi da un vantaggio: i miei visitatori soggiacciono ad una selezione naturale ed auto eliminano la domanda: che farai da vecchio? Al massimo scuotono il capo, pensando che sono senza speranza.  Io penso ai miei non pochi anni, e mi sento lusingato. Ma è così banale un piano terra, non ci sono i tetti, se non c’è un giardino non si vedono le stagioni. Ed è impagabile sentire il vento, la neve mentre copre i tetti, la pioggia sulle tegole, il sole fin dal primo mattino, le allodole di notte. Avere una terrazza sopra la testa, dove prendere il sole, tenere le piante, leggere, guardare i fuochi a ferragosto o a capodanno. Il piacere del posto e della casa elimina la fatica e il suo pensiero.

E poi c’è il bar di Anna, il Prato della valle a due passi, i portici, Gino, gatto proprietario del secondo piano, Fulvio, gatto dolcissimo e signore del vicolo, un pensiero variegato di sinistra che s’aggira per la casa e fa bene al cuore, non ci sono astemi, tutti sono a dieta e trasgrediscono in continuazione. Un luogo ideale per un diavolo âgé.

Allora che saranno poi 82 gradini? Meno di tre minuti di palestra.

arena morenica

Governare sé. Con il capire profondo, fatto di silenzi che cavano parole per riconoscersi.

Guardare dentro e trovare la libertà. Metterla davanti ed allora dire di no. All’unisono, tra dentro e fuori.

Tutti i no necessari, non per capriccio o convenienza, quelli sofferti e quelli sereni. Con incompreso amore, dire.

 

Nel sole del primo pomeriggio, davanti alle alpi Giulie. Arena morenica, magredi, ultime tracce di neve. Alle spalle: voci, parole piene di vocali che si aprono, intercalare di bestemmie senza intenzione. Qui dio è di casa, non si stacca dalle vite.

Il maglio ritma colpi sordi, dentro il capannone. Batte cuore possente, parla di fatiche. Arriva al bar, dove le parole parlano di fatiche. A volte ridono, ma il riso è rappresentazione,  attende il consenso di chi ascolta, ed intanto trattiene il respiro. Poi ancora, fiotto, nero, di sangue usato e rappreso, le nuove fatiche narrate.

Epiche.

Presenti.

Future.

Ad est la vita dei campi s’è trasferita in fabbrica, portando con sé la religione della forza e della fatica, l’istinto di piegare qualunque cosa si metta davanti alle braccia. Pasolini era nato poco distante, sapeva che la fatica si compie anche sui libri. Pervicacemente capire, piegare, penetrare, disfare con dita grosse e gentili, rifare. Come piantare una pianta da orto: scegliere il sole e l’ombra, il riparo dal vento. Crescere, provando, riprovando e il raccolto verrà.

La religione del fare. Dal bujo dei secoli a Pasqua, nella messa dello spadone, il prete alza al cielo il simbolo di guerra. Lo mostra e lo offre. Una guerra per forza, come il lavoro, come lo studio, come la cultura. Non c’è velluto, né morbidezza, ma poesia sì, in questa eterna lotta che strappa il vivere ai giorni. Mai arrendersi, riposare per ricominciare.

E l’uomo si identifica con la fatica. E’ fatica.

maggio e l’assoluto

Guardavo i cavédani mangiare le barbe di pioppo sul pelo dell’acqua. Vedevo controluce il guizzo argento diventare dorato di sole e poi sparire un attimo, prima di tornare di nuovo. Senza fretta, in equilibrio di luce, d’aria e di voci con me che guardavo dai gradini sull’acqua. Tutto fuori dal tempo, solo esistere.

E pensavo fosse assoluto.

Assoluto che i pesci si cibassero di niente d’alberi e ragni d’acqua, che quello che mi veniva detto, in quelle aule vicine al fiume, fosse vero, che l’assoluto fosse ovunque. Sparso attorno a noi a piene mani con il ribollire del cambiamento. Assoluto e mutazione, assieme, senza contraddizione, perché tutto fluiva, si rivolgeva di pancia e poi nuovamente pinnava via. 

Tutto possibile. Tutto a disposizione. Bastava allungare lo sguardo, la mano, il cuore e poi cogliere assieme il futuro.

 

cercare Venezia


Venezia, giovedì era stupenda. Parlo della mia Venezia, quella degli itinerari seminascosti e deserti di turisti. La Venezia dove un campo è piccolo, ha di due panchine, una è vuota, e nell’altra, i vecchi parlano con i piccioni.

Camminare nel sole ed ombra, guardando i particolari d’una trama che, ai tempi della Serenissima, non era ancora scritta. C’è una Venezia dell’ 800 e del primo ‘900, dove finiscono i marmi bianchi, il Sansovino, lo Scamozzi, il Sanmicheli e gli epigoni del Palladio. Dove la mercatura non era arrivata ed il lustro del Canal Grande è lontano assieme all’apparire. Una Venezia di gatti, calli strette, ponti miserelli e case operaie fatte di mattoni. Siamo vicini al lato nascosto di quella che fu, un tempo, la più grande fabbrica veneziana: l’arsenale. Munito castello che conservava l’arte, i segreti e l’ingegno dell’andar per mare su legni e ferro d’armi. Un immenso agglomerato di sale enormi, di mattoni, di colonne possenti, di camini e pareti in rovina. Davanti c’è Murano e l’isola dei morti, il cielo e un braccio di mare a dimensione domestica. 

Sia pur vecchia, qui la vita della città, dei veneziani, esiste ancora. Non è coartata, mutata geneticamente dai foresti, abbagliata dal colore dei vetri, delle maschere, dei merletti, del tutto cinese, del tutto da vendere e nulla da conservare. E’ ritratta in sé e guarda l’agonia dell’altra parte che vive d’apparenza, sente che essere nel mondo snatura, non esprime identità, così s’ aggrappa alla cultura che ricorda e si spegne.

Che senso avrà il padiglione Italia, proposto da Sgarbi, alla Biennale, con 2000 artisti invitati, dispersi ogni dove, in città e in Italia. Traccia di qualcosa che forse è altro e comunque non riconducibile ad una città. Non capisco, forse neppure i veneziani capiranno, ma non importa, basta arrivino turisti. La grande Venezia era gelosa, autoctona anche quando importava ingegni, piegava le menti ad un volere aristocratico, teneva il meglio del mondo, teneva e lasciava liberi se c’era compatibilità tra grandezze. Chiedete al Veronese cosa pensavano i monaci della sua cena in casa di Levi. Del resto l’aristocrazia aveva sbarrato le porte ad ingressi esterni, bisognava essere veneziani per governarsi, il resto era comprabile. E per partecipare al maggior consiglio, dopo la serrata, e quando già il declino era ben visibile, non bastava essere nobili, e neppure grandi, ma bisognava versare 100.000 scudi. Ma non illudetevi, pur indossando gli stessi abiti, non si sarebbe mai stati eguali davvero.

Città altera, generatrice d’orgoglio, forse l’unica dove appartenere era condizione, dopo Roma. Feroce con i nemici, assolutamente conservatrice, se non nella mercatura, finché poté averne una. Miope per sua grandezza. Ma non sono oggettivo, la mia città, che contribuì alla nascita di questo miracolo, attraverso i suoi abitanti spinti dal terrore dei barbari, ha chiuso la propria grandezza di capitale nel 1406, quando il suo signore, i figli maschi e parte della sua famiglia, vennero strangolati nelle prigioni di palazzo Ducale. Si chiudevano così guerre che erano durate tre secoli, ed iniziava una damnatio memorie che, oltre a cancellare i Carraresi, precipitava Padova nel declino sonnolento della provincia. E solo l’ultimo contributo con il neo platonismo, con il metodo scientifico di Galileo e con la nascita della medicina moderna mostrò sprazzi di quello che avrebbe potuto essere la città se lasciata crescere. Antica inimicizia tra parenti, quindi, ma anche simbiosi non paritaria, per convenienza, necessità, rapporto di dominio. Secoli d’ombra. Forse poteva essere diversamente, per Verona fu così, ma bisognava schiacciare il cugino scomodo e infido. E Venezia ci riuscì bene.

Sembrano cose lontane, eppure, pur nel mutato ordine, le competizioni pesano ancora, in questo mondo dove primeggiare almeno in qualcosa è condizione di vita. C’è una battaglia tra galletti in corso, nuovi ingressi e nuova nobiltà di denaro orientano la crescita. I luoghi hanno bisogno di principi adeguati, lungimiranti di futuro e di opere, sfidanti di fortuna oltreché d’uomini, per crescere e far nascere appartenenze e culture nutrite di opportunità.

Venezia ora è altrove, corre per suo conto. La mia Venezia, si stende pigra e guarda quanto accade. E’ un enorme animale immoto, fatto di pietre senza dominio da mar, senza dominio da tera, e così punta al cielo. Dice: cibatevi della mia apparenza, porté bezzi foresti, fazì el vostro comodo, ma con creanza. ( portate denaro, fate il vostro comodo, ma con educazione) E il cuore batte piano altrove. Sempre tra acqua, terra e cielo, nei luoghi dove gli abitanti possiedono il tempo. Cosa che i turisti non possiedono. Dove c’è la coscienza d’essere diversi, ed è barriera impenetrabile per chi è frettoloso. Dove parlano di niente e pare di capire, ma nella ciacola, il suono conta più delle parole  e quando si segue lo sguardo di chi parla, in realtà non si sa dove guardare.

Bobby Sands

Spesso parlando di una persona morta giovane, si dice quanti anni avrebbe ora. Bobby Sands, ha ancora 27 anni. Li aveva il 5 maggio 1981 e li avrà per sempre, almeno finché qualcuno si ricorderà di lui, in Irlanda o altrove. Allora, come adesso, accade che la forza di un ideale, di un sopruso patito, cancelli l’età, renda così alta la testimonianza che non saranno necessari altri messaggi per rendere evidente l’ingiustizia. Era accaduto ed accade, penso alla mia generazione, con i morti di Reggio Emilia, con Jan Palack a Praga, a Parigi e a Berlino nel ’68, ma anche con i bonzi che si davano fuoco a Saigon e in Cambogia, con i giovani a Teheran prima e dopo la rivoluzione, in Palestina, a Pechino, e potrei continuare verso il Cairo, la Tunisia e la Libia di questi giorni. Una scia giovane di scelte che trascinano i popoli e cambiano gli stati. Non importa in quanto tempo, ma rimuovono la gora dell’acquiescienza, rendono evidenti i problemi. 

Bobby Sands morì dopo 66 giorni di sciopero della fame, e dopo di lui morirono altri 9 militanti dei due movimenti irredentisti dell’ Ulster, tutti detenuti negli H-Blocks del carcere di Long Kesh. Bobby era deputato al parlamento britannico da 25 giorni, il primo ministro inglese era Margaret Thatcher, né l’uno né l’altro cedettero, ma vinse Bobby. Difficile ricordare, cosa arrivò allora, in un mondo non ancora globalizzato, certamente quella che sembrava una questione importante, ma locale, divenne l’ennesima dimostrazione che lo scontro tra Davide e Golia era possibile e che il debole non era automaticamente vinto. Si disse, quello che sento ripetere ora per i movimenti nei paesi del mediterraneo, ovvero che si può opprimere il popolo per anni, addormentarne la rabbia, togliere la speranza del cambiamento, la cultura e la percezione del vero, ma alla fine il movimento tellurico si scatenerà, e ciò che era impossibile improvvisamente diverrà insufficiente.

Bobby Sands, non era l’incarnazione del bisogno di tutti, certamente non del pensiero dei protestanti, ma evidenziava un problema di oppressione. E lo faceva difendendo la dignità della propria idea di un’Irlanda unita. Aveva un percorso fatto da scelte forti, iniziate presto. Chissà quanto avrà pesato la Bloody Sunday di nove anni prima, su di Lui. Era giovane, ma non aveva età, nel senso che gli ideali e i principi straripano rispetto alla normalità delle vite. Non era un trascinatore, lo divenne perché non tornò indietro rispetto a ciò che riteneva giusto. Forse voleva parlare solo agli irlandesi e agli inglesi, in realtà parlò al mondo di allora, dicendo che la speranza di chi spinge in avanti la storia vince su chi bastona e uccide. E qualcuno di noi, che allora era giovane, amò la sua forza e fiducia. E anche Lui e la causa irlandese.

pensa a te

Quante volte accade che il dovere o l’altruismo coprano altro? E di evidenziare la difficoltà e la pena del fare e del vivere, sottovalutando il piacere e l’utile connessi.

Quando ti pare di far troppo per gli altri, fai davvero il generoso e pensa a te.

Chiediti cosa t’interessa, segui il vantaggio che procurerai ad altri, ma guardati in faccia, dicendo che pensi a te.

Non sostituirti, cerca la tua verità. Trasparente e dura che sia, cercala ed accoglila, pensando che così sei.

Nessuno salverà per sempre un altro, salvati e mostra cosa vuoi davvero. Allora  forse, qualcuno vedendo la verità, si salverà.

La vita è costellata di sacrifici a divinità senza merito od indulgenza, ma è anche costellata di sacrifici fasulli non richiesti, fai emergere qualche pensiero rimosso e pensa a te.

Non sacrificarti, e raccontatelo ogni mattina e sera, perché non ci sia spazio per altre storie.

Pensa te, con consapevolezza e dai quanto non ti serve. Magari renderai qualcuno felice e se non ti sarà grato non t’ importerà. 

 

fuori dalla narrazione

 

Tra le parole di moda, emerge l’uso sconsiderato del termine narrazione. Nel senso di raccontarla, sempre e comunque, di spiegare ciò che è sotto gli occhi e che dovrebbe essere di per sé evidente, ma che narrato evidenzia il proprio senso. Come fossimo tutti bambini privi di codici interpretativi ed incapaci di vedere davvero.

Ed io esco dalla narrazione che non implica fatica, perché ognuno deve vedere con i propri occhi, trarre le proprie conclusioni, commettere i propri sbagli, non farsi assolvere da chi gli racconta la vita. Soprattutto la propria.

Come la mettiamo con l’insofferenza crescente, con il non poterne più, con i lacci e la costrizione propria ed altrui, con le false libertà che non durano oltre il piacere, con gli anni che pesano quando si apre il vuoto, indipendentemente dal loro numero. Insomma come affrontiamo il senso vero della vita che non può essere narrato perché o si vive o non significa nulla oltre l’illudersi.

2 miliardi di persone davanti allo schermo e la considerazione era: significherà pure qualcosa per queste vite che guardano. Questa è la narrazione, ovvero ciò che queste persone non avranno mai, quello che è irraggiungibile, che non distingue tra sogno e favola.  Ed è qualcosa in cui ci si può identificare senza fatica, anche se non cambia nulla, contrariamente al sogno che ci modifica e porta oltre. Oppio per non vedere la propria storia.

Mi interessano le storie vere, quelle che non si possono narrare facilmente, perché sarebbero tremendamente banali senza la persona che emerge, ma appena indagate, divengono incredibili, perché fatte di realtà, intrise di quotidiano e memorabili. Molti anni fa vidi un film giapponese, che rappresentava la vita di una persona attraverso una camera fissa aperta. Una giornata senza copione, solo scorrere del tempo e così densa di tempi morti da far emergere l’ansia che accadesse qualcosa. La collegai a ciò che dice Ullrich nell’ uomo senza qualità, quando pensa di vivere come in un romanzo, per cose notevoli. In entrambi gli estremi, la narrazione è impossibile, dovremmo arricchirla di contorno, deviare l’attenzione, perché il pensiero si distolga dalla consapevolezza di essere. Insomma parlare d’altro per parlare della persona e di ciò che sente. Provate a raccontare una fotografia, rendere i particolari, e poi, passando alla persona, dirne il pensiero, l’umanità. Difficile, se non si mostra la foto, e qualunque cosa si dica sarebbe infedele rispetto all’oggettività dell’immagine, tenderemmo ad arricchirla per interessare, modificando la realtà. Quel che ne esce, non è la foto o la persona, ma la nostra capacità di suscitare interesse, fascino.  

Cosa c’è di umano nello spettacolo se viene semplicemente narrato? Nulla, è prefigurazione d’altro, che dev’essere vissuto in sé per diventare sentimento, forza ammissibile e fuorviante. E sogno che si materializza.

Tra le capacità somme del premier c’è la capacità di raccontarla, di narrare. Ogni seduttore conosce il valore della narrazione, ma fugge il superamento della seduzione, ovvero il suo gradino più alto, che è la prova del vero attraverso la critica e la sua condivisione. L’eros. Il disvelamento della qualità oltre l’apparire. Se io ti vedo come sei, non posso raccontarti, ti devo vivere. E così il superamento della narrazione è il momento in cui si piega l’acciaio, si modifica il sé e il presente, non ci si accontenta più. Materia incandescente che può sfociare ovunque: nel volo insperato, nella disperazione, nel cinismo, nella vita consapevole, nell’euforia, nell’entusiasmo. Tutti gradi di consapevolezza dove il narrare è messo da parte e subentra il vedere. Duro, trasparente, tenero, irto ed ustionante. Generatore sommo dell’essere, della sua continuità e del suo moltiplicarsi.

La narrazione se non infiamma d’entusiasmo, se non rende tangibile il mutamento, se non fa compiere balzi, se non rompe consuetudini, paradigmi, lacci, se tiene queti, è oppio. Per questo non vorrei narrare, perché il senso, quello che si sente, non può essere narrato, si può esibire, mostrare, additare, ma per essere condiviso chi lo legge, deve sentirlo e tradurlo in sé, trasformarlo in cosa propria tanto che diventi sua storia. Questo è il mio limite, non narro e non suscito. Non come vorrei e nel senso di incompiutezza mi fermo. E con pazienza, mondo la narrazione, la sua tentazione, dal dire. In cerca dell’eros. Ovvero della condivisione. E l’eros non è narrazione.