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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

distrazioni di stagione

 

 

 

Siamo in guerra, ma nessuno se ne accorge e lemme lemme la guerra in Libia sta finendo. Male, per l’occidente e per gli insorti. Forse male anche per il popolo libico lasciato a metà del guado verso il cambiamento. Improvvisata, intempestiva, questa guerra, tolta dal vero contesto locale, certamente malato, dittatoriale, ma non per questo meno confuso, rispondeva a bisogni interni dei Paesi interventisti e quindi non poteva porsi troppe domande. 

Ero favorevole all’intervento, lo sono ancora. Non sui tempi e modi, ed è indubbio che la guerra, sul tavolo degli onesti, abbia messo una contraddizione pesante come un macigno, ovvero, perché in un paese sì e in un altro no? Ha aperto domande quali: c’è un limite ed una ragione costante per gli interventi, e quale ? La democrazia occidentale fino a dove può essere applicata? A cosa servono i servizi segreti se non hanno una visione reale di ciò che si agita nei paesi?  Domande oziose di un ozioso. Il tema perde interesse, anche per i profughi calerà la tensione. E’ singolare che dopo il can can dei giorni scorsi, le tendopoli siano vuote, i centri accoglienza semi deserti. I profughi abbandonano l’Italia, dichiarano che vogliono andare altrove e lo fanno. Dopo la fuga dei cervelli, la fuga dei disperati. Vorrà pur dire qualcosa. Forse dovrebbero abbassare il rating della speranza del Paese. Comunque sia l’emergenza l’hanno risolta loro, i profughi, e non se ne parla più. Altri i temi. Ci sono le elezioni a Milano, il suk parlamentare ribolle. Il premier ha problemi con la Giustizia? Rovescia la frittata: è la Giustizia ad avere problemi con il premier.

Nel paese di fàntasia nessuno se ne accorge, distratti da tutto, come i bambini che seguono il volo della giostrina sulla culla. Qualcuno dirà che, forse, non c’è la guerra o almeno solo a metà, e che comunque, di sicuro, noi non ci siamo entrati. Pareva a La Russa, ma non era così. L’hanno lasciato giocare, poi si sono stancati ed è rimasto solo a stirarsi divise improbabili ed alzare la voce. E’ strano questo amore dei politici per l’abbigliamento militare. Fosse solo per un giubbotto ed un cappellino tattico, devono appartenere ad un corpo. A tutti i corpi, in tutti i sensi.

Come lamentarsi? Dai secoli dell’illuminismo e del positivismo siamo transitati in quello dell’illusionismo. Nulla è più rassicurante che credere alle verità dei maghi. Parlano d’altro, di cose poco impegnative come il personale, la giornata, che poi significa dove andrò, cosa mangerò, con chi mi divertirò, chi amerò, come mi dispererò, quali desideri appagherò. Ecc. ecc.

La coscienza di essere nel secolo che non è eppure si vive.

Lasciamo ai vecchi il compito di avere l’amarezza dell’indecente. Ma non a tutti, ad alcuni ne lasceremo il governo.

p.s. Modesta proposta per mantenersi vivi: comportiamoci come se le cose che diciamo, e che vengono dette, fossero vere.

 

sabah an-nur

Ogni giorno che s’apre, sabah an-nur, mattina di luce per te che vai, che mi incontri, per la vita che ci mette assieme. 

In questo mare di pietre, ulivi, mandorli, pistacchi, viti in terra rossa e rada, pecore, galline, pastori, tombaroli, venditori di cartoline, l’orizzonte sono le montagne del Libano e il deserto.

Stiamo andando ad una città morta, sbagliamo strada, ci perdiamo, non c’è fretta. Capisco perché qui sono passati e si sono fermati uomini e civiltà che hanno lasciato tracce indelebili per noi umani dalla memoria cortissima. I regimi, gli invasori sono cose che passano, città, potenti, cose che sembrano immortali passano e i pastori lo sanno. Il loro concetto di mondo e’ così diverso, guardano la tv, usano il cellulare ma alla fine il loro mondo e’ questo, il resto e’ notizia, meraviglia.

Non preoccupatevi, ripete la guida che è un imam. Non preoccupatevi per i disordini, non preoccupatevi per il tempo, non preoccupatevi e basta. State sereni, godete di ciò che vi attornia.  

InshAllah. Anche per chi non crede la parola è piena di significato, possiamo sperare, fare quello che ci è possibile, il resto verrà.

La città più vicina è Hama, non è un caso che ci pensi. Qui ci sono stati i bombardamenti del padre dell’attuale Presidente contro i Fratelli musulmani, nel 1982.  5-6000 morti, gran parte civili dicono le fonti governative, decine di migliaia, dicono gli altri. Le famiglie, le persone ricordano la guerra, ne hanno esperienza diretta. In qualsiasi momento possono essere mandati a combattere. Basta scegliere il nemico. Il Golan ancora brucia, c’è solo un armistizio ed un lavoro diplomatico che non si conclude.  Anche con la Turchia, per Antiochia, c’è un lavoro diplomatico, ma più stanco. Forse il comune problema Curdo, tiene bassi i toni e non ostili, nella sostanza, governi. Tenere aperto un fronte giova, giustifica. Due ancor di più, ma non impedisce di vivere come se si fosse in pace. Un po’ più controllati, un po’ più precari, ma questa è solo la mia sensazione di occidentale. InshAllah.

Ci sono 150 città morte qui attorno, tutte bizantine, quasi tutte fuori delle rotte delle carovane che percorrevano la via della seta. La guida usa parole di velluto quando parla delle carovane e nella testa si materializzano file, anche di 1000 cammelli, che trasportano tonnellate di merce e meraviglie. Una nave che superava tempeste, pirati, epidemie, tempo ed arrivava, sciorinava la mercanzia, vendeva, ricomprava, ripartiva. Intanto i racconti si intrecciavano, si consumavano amplessi rituali nei templi, oppure se il cristianesimo era arrivato, fuori dai templi. Nei caravanserragli, nelle città, uomini si incontravano con rituali scanditi da secoli. L’offerta era importante come la modalità dell’accettazione. Emergevano testi miniati, racconti di miracoli che meritavano una deviazione, una visita. Lingue ed alfabeti si mescolavano, i segni tracciati acquisivano significati nuovi. Si percepisce che qui la scrittura e l’alfabeto sono nati come conseguenza, servivano, ed hanno mutato la testa degli uomini, il rapporto tra cultura autoctona identitaria e cultura contaminante, sino a definirsi universali. Universale era chi voleva conquistare il mondo conosciuto e per farlo usava eserciti e scambi culturali senza distinzione di gradualità.

Sargilla appare di colpo, pietre squadrate, ordinate. Gli edifici pur toccati dai terremoti della faglia sottostante, sono in larga parte visibili. Le chiese, i pavimenti musivi, la furia degli iconoclasti, il senso dei percorsi di una vita quotidiana. Il forno, i negozi, le case, gli artigiani, tutto in funzione della vita e di qualche reliquia che aveva portato in questi luoghi famiglie, viandanti, aspiranti alla santità. Ma anche giocolieri, incantatori di uomini, profittatori. Spinti dalle persecuzioni, dalla miseria, dalla caccia all’uomo oppure dalla curiosità, dalla fede. Non si conosce il nome del santo che viveva nella caverna sotto l’imponente basilica, certo che il suo nome e le sue opere passavano di bocca in bocca ed attiravano. Prima i discepoli, poi i preti e le genti. Un posto come un’altro dove vivere mentre appena oltre le colline c’era l’inferno. Un posto che il santo e i nuovi santi, che certo si sarebbero manifestati, avrebbero protetto, reso invulnerabile dalla corrente della storia che percorreva la riva del mare.

Perché decaddero le città morte? Perché i santi cambiavano, per la stanchezza di vivere maturata ben presto, perché erano impermeabili al nuovo. Bastarono due secoli per nascere, fermare lo sviluppo ed iniziare un declino rapidissimo. Ma decadeva il mondo in cui erano nate, gli dei che erano coesistiti fino a quel momento, si erano spaventosamente assottigliati auno diviso in tre religioni: la cristiana, il nascente islam, l’ebrea. Ci si era fermati abbastanza, si poteva ripartire. E poco a poco gli abitanti sciamavano con una emorragia continua che toglieva senso ai luoghi. Chissà chi fu l’ultimo ad andarsene e cosa pensava del suo mondo. Perché non c’è dubbio, che quello era il suo mondo, l’altro, con una velocità sconosciuta percorreva il mediterraneo e i deserti, ma già dimenticava i santi stiliti, gli eremiti, gli asceti che flagellavano il corpo per un rapporto personale con dio. Si era transitati nel tempo del plurale, nel predominio della massa, anche nel religioso.

Le pietre, gli edifici furono occupati dai pastori, segnati dal fico, dalla vite e dal cappero, sui mosaici camminavano e dormivano le pecore. E la sabbia del deserto, che misericordiosa, lucida e ricopre, salvò molto.

Pietre e vite d’uomini, in un coacervo di dialetti del vivere. Quanti linguaggi sociali parliamo oggi, e quanti se ne parlavano allora? Quante etiche abbiano davvero indisponibili? Maometto era figlio di un commerciante, e il commercio rigava il pianeta conosciuto. Nelle città, dotti e teologi, disputavano. Spesso non disputavano nel piatto in cui mangiavano. Cosa sarebbe l’occidente senza almeno il ricordo che il dna comune è in questa mescolanza di tracce, che le religioni sono state sostanza e veicolo, ma dentro le culture, e che gli uomini, sono stati il prodotto di certezze che mutavano.

Il giorno continua, la vita continua.

Sia una sera di luce per te.

masa’ an-nur   

Scocca il pomeriggio

E scocca il pomeriggio. Quasi non me n’ero accorto.

Ecco perché il sole si butta impavido dentro finestre cosparse di pollini e di vento.

E, incurante, si perde a pezzi, come me, per rimbalzare sul legno del pavimento, sui libri, sui fogli,  sui mattoni rossi alle mie spalle, sul bordo del letto. Raggi di polvere e di luce, equilibrio instabile di costi/benefici, ma lui, au contraire, sembra indifferente d’utile e d’emozione.

Osservo la mia calligrafia, e come sta mutando. L’ordine, l’allineamento delle lettere, le lettere stesse. Penna punta dritta, sensuale di vocabolo più che d’estro. (E non è tempo oggi.)

Tratto medio, pennino smussato, inchiostro nero-blù. D’altri tempi. In tutti i sensi.

Spezzetto pensieri e frasi. Ascolto il suono. Cerco schiocchi di ritmo nella testa, sfere d’acciaio su pavimenti in pietra sonante. Suonano le pietre, le ho saggiate, sentite. Suonano le frasi, aspettano sinosuidali movimenti a fior di labbra e punteggiature adeguate. Impugnare le parole come cavità risonanti, farle vibrare. E’ il sogno dello scrivere sentendo.

Per anni le mie frasi si sono susseguite orizzontali con un ordine che mi stupiva. Forse traboccava da dentro, oppure era bisogno d’ aggrapparsi al bianco del foglio. Rispettarlo ed esserne salvati. C’è una purezza nel foglio, anche quando è scritto. L’avvertiamo nella paura di sporcare, il coraggio dipenderà dall’incoscienza, oppure dall’orgoglio di ciò che si scriverà. Mi verrebbe d’usare protervia al posto d’orgoglio. C’è protervia nel gesto del dare imperioso, nel malo modo che annulla il dare ed anche chi riceve. Così è per la carta.

Adesso non leggo le parole, guardo i segni, e vedo che le linee per essere orizzontali devono tornare nel regno del pensato. Ovvero devo pensare le parole e come le scrivo per allineare linee diritte. Il parallelo è al camminare e si traduce nel pensiero del passo, nel sentire la terra, il sasso.

Bisogno di sentire il particolare. Chissà… forse

Rileggo: Vorrei si facessero (nel senso che proprio diventassero materia da toccare e sentire) in te, amica davvero cara, le mie scuse per non essermi fatto comprendere, per non averti dato la reale dimensione di me. Cosa impossibile del resto perché neppure io la conosco. Ma almeno una traccia dovevo dartela per il rispetto e il bene che ti porto

Troppo ampolloso, circonvoluto anche se sentito, e poca cosa rispetto al tumultare della testa. Eppoi perché manca il punto? La frase potrebbe finire, ma non finisce, come non finisce davvero nulla. Fluxus. Mi tornano a mente le alghe nella corrente. Anche quest’immagine è sensuale. Immerse ed ondeggianti sincrone carezze.

Sovrabbondo. Lo noto, è un marginalia che non c’entra, scritto per traverso. Recupero il pensiero ed un sentore di punta morbida, di cannella, come quello che percepiscono i degustatori di vini prima d’ incespicare nel lieve sentore di pietra focaia. Come si fossero frequentate armerie tardo medioevali, prima dell’osteria, oppure giochi di bambini dove la scintilla tra due pietre doveva avere odore. Sovrabbondo, potrebbe essere il nome d’un prete eccessivo, non solo d’appetiti, ma dilatante di perimetri, circumnavigatore di razionalità pericolose. Invece sono mani che dispensano, larghe non d’aspetto, e generose.

La calligrafia mi descrive. Ho bisogno di controllo, ma lascio andare la mano, ascolto il cigolante amplesso tra pennino e carta. La luce che inonda la stanza è quella che il lato d’un letto s’aspetta il pomeriggio per convenientemente trarre respiro sudato prima del torpore. 

Scrivo.

1000 & cat

 

Forse non ve l’ho mai detto, ma sono un gatto. Sapiente di niente come un gatto, pesante come un gatto sulla pancia, graffiante per gioco, come un gatto. Mia nonna, che di me capiva molto, quando mi coccolava, mi chiamava: dispetosa creatura. Aveva ragione e mi piaceva tantissimo l’affetto che metteva nel riconoscere la mia natura un po’ per conto suo. Felina, per l’appunto.

E così parlando del gatto che mi muove, abbiamo scollinato i 1000, articoli intendo, questo è il 1001. Se guardo indietro molto mi piace, parecchio lo cambierei, un poco lo cancellerei. Ed è quando sono stato meno gatto, quando mi sono lasciato andare di più a me stesso. Alle mie passioncelle, agli abbagli, alle fanfaluche che mi girano per la testa. A volte il vostro silenzio è eloquente, a volte cantatore, a volte disattento. Il terzo silenzio è quello che mi fa pensare di più e che mi rende più libero. Avete presente -siamo tra amici ci si può dire la verità- quando durante una conversazione, il vostro interlocutore vi toglie l’attenzione e voi restate indecisi se proseguire o meno? Ecco, credo che quello sia uno dei momenti in cui si cresce, il gatto ancora dorme, e l’uomo si ricorda di essere erectus, altrimenti sarebbe rimasto dalle parti della Rift Valley a spunciarsi, grattarsi ed inseguire banane. E’ così bello spulciarsi, implica una cura di sé e dell’altro che sembra amore, ma è altra cosa perché basta una mosca, un uccello e si smette, guardando per aria, pensando ad altro. Quindi se il discorso cade, si deve decidere: continuo oppure mi chiudo in un neghittoso silenzio? La risposta è: dipende. Dall’estro, dalla fantasia. Ad esempio, basta parlar d’altro inusitato argomento per recuperare l’attenzione, far balenare il pazzo che ci possiede, oppure dire qualcosa di personale che non c’entra, ma buttato là fa la sua figura, ad esempio: ma lo sai che tua moglie… Ma l’atteggiamento sovrano a mio avviso, è il rito del gatto, ovvero giro di tacchi e scomparsa alla vista, scegliendo altre attenzioni. Questo è l’atteggiamento erectus che non assomiglia a quello dei bonobo, scimmie allegre che si rifiutano di diventare uomini, preferiscono alberi, manghi, e scherzi immemori. E il gatto che c’entra? Beh, il gatto è altra cosa. Magari è meno intelligente del cane o del topo ai test Q.I. , quelli che mettono assieme colori, ordinano sequenze, scelgono bocconi. Quei test fatti per accontentare l’analista uomo, ma in fondo è l’uomo che assomiglia al gatto, non l’inverso. E il gatto lo sa. 

Facciamo che per la prossima sequenza di cazzate non aspetto mille post per dirle tutte assieme.

Grazie per l’attenzione amiche ed amici miei. 

 

 

  

l’ultima e poi smetto


C’eravamo amati nelle parole.

 Amati è una parola importante, da calare come un asso di briscola quando si pensa d’aver vinto. Quando me lo dicesti, m’ero ricordato subito di Giacomo. Anche lui diceva d’essere innamorato ed intanto rideva. Mangiava e rideva. Se era triste, era una nube che tagliava occhi, sole e luce, ma si scioglieva e con un singulto tornava ad essere. E di nuovo rideva, parlava forte, decantava pregi e disgrazie del suo innamoramento. Ma rideva. Per questo sapevamo che non era vero. Tutti eravamo innamorati. Spesso della stessa ragazza. E lei di un’altro. Ma noi ci pativamo per dire: sono innamorato. Ci lavavamo come mai prima, facevamo cose impossibili, ma Giacomo, no. Lo considerava la tessera del club, l’ essere innamorato, il modo per dire: sono come voi. Ma si sapeva che non era vero. Solo si faceva finta. Come i bambini che coprendosi gli occhi, scompaiono. E scompaiono davvero. Per un po’ almeno. Prima di riprendere a ridere o a piangere. Era bene così. Almeno uno.

Che voragine le parole. Tu, neppure t’immaginavi dove mi perdevo. Bastava un aggettivo lasciato cadere, oppure un avverbio di troppo e già un pezzo di te s’era attaccato alla pelle. Dovrei coprirti di ricordi, anche le nudità più segrete sono pudiche, la forma d’una curva, un incavo, un suono, un buco. Tutto ha nome. Ma non era il tuo, accidenti. Tu ti riconoscevi ed io mi riconoscevo, come fossimo pupi e pupari assieme. Agiti ed attori. Le parole ci avvolgevano e ci schermavano dagli altri, lo sapevo. Non volevo ammetterlo, ma lo sapevo.

Mancava un silenzio. Il silenzio. Quello che segue la quarta ballata di Brahms. Quel suono che si smorza e finisce e incespica nel silenzio e vorrebbe proseguire, ma se ne sta vergognoso, il suono. Come le parole. Riconosce l’assoluto del silenzio. La sua purezza. Si ferma e tutti ascoltano. Non il suono, ma ciò che ha preso il suo posto. Ed io ti dicevo che questo spazio è l’amore. Poi scatta l’applauso liberatorio, perché l’amore, come ogni purezza, come ogni assoluto, non si sopporta. E già le mani sono parole, parole che battono, che percuotono l’aria. E sono felici di sentirsi, di rispettare, ma di essere loro a governare.

Le parole poi diventano altro e sono corpi che si urtano, che scivolano, percorrono, si eccitano, rafforzano in parabole, scuotono prima di piombare in cicalecci lievi come pioggia mite.  Servono le parole. Servono. Ma serve anche il silenzio per capire e far capire che si ama. Questo non lo dicevo, m’accontentavo d’essere innamorato, chiedevo appena un poco in più di quello che si poteva avere: l’assoluto. Quello sarebbe venuto. Forse.

E’ bello sperare nell’assoluto, nel lampo che illumina il cielo nel giorno pieno ed oscura di luce il sole. Dalle parole si traggono auspici, ti dicevo, si può uccidere, lenire ferite che sembrano senza speranza, inzuppare lenzuola, cambiare il colore alle pareti. Per un poco. Con le parole si può far intravvedere l’amore. Lo si racconta.

Mica lo sapevo allora, ed era così bello raccontarti, dirti come ti vedevo, grattare appena una superficie e vederti com’eri. Ai miei occhi. Innamorati. Per l’appunto, innamorati. Eri un concerto. Non importa quale, nel senso che eri la musica. Jazz, classica, rock, country. Eri Bach e Marley, il Boss e i Beatles e non mi fermerei più nelle coppie che mi venivano in testa. Forse per questo ti dicevo che mi sarebbe piaciuto suonare il clarinetto, perché ero già Benny Goodman a pensarlo. Ma la musica eri tu. Dell’amore ho capito poi, ch’era inutile indagarlo, come mettere i tempi ai verbi che descrivono ciò che si prova e che si rinnova ed è nuovo, ogni volta che lo si pensa. E poi  ri accade diverso e lo stesso, così che sembra sempre al presente. Ed allora che senso hanno i tempi dei verbi?

L’ amore lo sezionavo, lo indagavo e lo raccontavo. Ma ho capito poi che è inutile farlo perché l’amore non può essere utile e non assomiglia. Ti fa essere e poi basta e poi di nuovo e poi basta. Cosa c’è di utile nell’essere? Prova a pensarci, è il problema sbagliato della filosofia. L’amore è un codice binario. Non farti raccontare frottole, per il resto si può vivere come Giacomo, e ridere, mangiare e sapere che c’è. E basta. Forse l’avevamo capito che non eravamo solo innamorati, ma che c’era l’amore. Bastava attendere. E se il treno non giungeva? Non importava, il viaggiatore conosce il valore dell’attesa, è il turista che ha fretta ed orari da rispettare.

Questo vorrei dirti ora. Che t’ho circondato di silenzi per prendere il mio cuore e quei silenzi non erano vuoto, ma rispetto di Te, di me, erano l’occasione per i tuoi e i miei occhi, di ascoltare, di non dire più, ma solo sentire quello che finisce e si ripete e che non è solo parole, bocca, odore, spuma, sudore, sperma, succhi, labbra, buchi, cazzo, fica, genere, novità, sensazione, noia, ancora, di nuovo, di più. E che finisce quando ne abbiamo paura. Solo per quello.

Eppure sappiamo che esiste. Quando si è ascoltata la fine del suono, si sa che esiste.


p.s. è l’ultima sul tema e poi smetto.

Forse.

 


tornare

Guardo il vicolo, la mia casa, tutto è familiare.  Eppure c’è qualcosa di sfuocato. I piani torneranno presto a sovrapporsi, ed apparentemente sconderò le emozioni, ma non tornerà tutto come prima, perché se adesso tutto si mescola, le sensazioni hanno unghiato l’anima.

Chissà se esiste l’anima per gli agnostici e se è la stessa dei credenti. Credo conti poco, la mia guida, che vuol fare l’imam, è convinto che siano la stessa cosa ed ha conoscenza e saggezza che non ho.

Non ho mai pensato all’anima in questi giorni, ma al sentire, cercavo di non pensare, di ascoltare e basta, e se adesso l’anima torna non è per rifletterci, ma per trovare un luogo da portarsi appresso. Una sorta di vaso che doni del suo e contenga assieme, dove mettere le mani e trovare unguento o riporre ciò che conta.

Di sicuro non ha relazione con l’anima il chiacchericcio della politica italiana che mi ha investito appena sceso dall’aereo. In questi giorni isolati da internet, ho potuto pensare a dimensioni e priorità di passioni. Al troppo che ci circonda, fatto di sensazioni momentanee che sembrano eterne, a ciò che ci raccontiamo e  ben di più a ciò che ci viene raccontato. Alla manipolazione in atto ed alla auto manipolazione, per autostima, in atto. Ovvero come raccontarsi balle in continuazione.

Alcune parole guida mi girano ancora in testa: potere, forza, pazienza, conoscenza, passioni. Ma con una connotazione più ampia, che dà speranza perché aiuta a vedere che molto di quanto accade è fuffa, distrazione. Penso anche alle battaglie senza passioni di cui mi racconta il giornale, cose che non durano, soverchiate da un quotidiano che brucia solo perché è una fornace. Eppoi diciamocelo, non sono passioni, ma il racconto di qualcosa. Narrazione, come si dice adesso.

C’è qualcosa di tellurico che ha mosso per secoli popoli, uomini, mondo. Come vi fossero state faglie umane che si sono scontrate, hanno allargato, scavato voragini, gettato ponti, ricomposto in continuazione il mondo. Continenti di pensiero ed azione, senza un fine che non fosse la verità di ciò che si voleva fosse ricordato.

 L’ Anima mundi che parlava con l’uomo.

Adesso sembra che i cicli siano rallentati, siano meno significativi e che tutto scivoli nell’uniformità, nell’anomia. Ma magari mi sbaglio: è difficile avere un’opinione vera su ciò che si vive.

Le impressioni si sovrappongono, ci sarà tempo per riordinare e per sentire altro che ora non immagino.

Che non posso immaginare. Verrà.

Non si parte mai davvero ed vero anche il contrario. Allo stesso tempo.

Ed è bello ritrovarvi.

 

ora calma

Non sei a credito col mondo, forse ti pare perché non hai quello che desideri, ma se ci pensi dovresti vedere che continui a ricevere, indipendentemente da ciò che dai.

Questa tua incapacità di vedere il positivo della vita, te l’ho detto, condiziona i rapporti con gli altri. Tu pretendi, punti i piedi, dici: perché a me no? Come ti fosse dovuto.

Siamo tutti un po’ egoisti, è l’insoddisfazione che ci rende tali dopo essere stati bambini. Da piccoli si chiede, tutto è dovuto è non lascia traccia, ma non vale per sempre questa condizione. L’insoddisfazione è un grande motore, spinge verso altro. Non mi sono mai piaciuti i soddisfatti, e anche quelli che si vantano, mi sembrano già finiti, accoccolati come ruminanti dentro ad un recinto che si sono creati. Credo l’insoddisfazione tiri fuori parti buone di noi, che altrimenti dormirebbero,  ma estrae anche il negativo. L’invidia in particolare, ovvero  la visione negativa della felità altrui perché non è la nostra.

Nessuno confessa l’invidia. Magari la lussuria, la gola,  anche l’accidia e l’ira, si confessano, ma l’invidia, no. Eppure  bisogna chiedersi cosa si dà davvero, cioè quello che si cede in cambio di nulla. Quanto siamo disponibili verso qualcuno se non riceviamo.Questi sono buoni indici della misura della nostra invidia e della percezione del credito verso il mondo.

Mi ritrovo in tutte le manchevolezze che vedo negli altri, non sono migliore. Quello che di te mi infastidisce lo trovo in me e se mi pongo delle domande è perché vorrei essere più felice, agendo su di me,  non perché il mondo è ingiusto e la sfortuna lo asseconda.

Credo che tutto s’aggiri intorno alla carenza d’amore, l’abbandono che non finisce, forse per questo vorremmo essere al centro dei pensieri altrui, ma come vorremmo noi, non come ci pensa l’altro. Come fossimo lui, e il suo desiderio fosse il nostro, la sua attenzione precedesse il nostro bisogno. L’ essere accuditi, per diritto. Ecco, io credo che questo non sia vero e che incontrare significa dare senza attesa. Poi si attende sempre qualcosa, ma quando non c’è una domanda perentoria quello che arriva è sempre più grande. E meraviglia perché ci pare di non averlo meritato.

Sai quando mi sento maltrattato? Non quando non ricevo, ma quando non vengo riconosciuto come sono, quando vengo confuso con qualcun altro, rimproverato per non aver dato o pensato ciò che non era dovuto.

Se c’è del bello tra persone questo nasce dal rispetto e dal riconoscimento dell’altro e di quello che dà. Se non accade, con quelli che non ci stanno bene c’è sempre un modo di sistemare i rapporti: basta chiuderli.

senza titolo

Attesa?

Fuori tempo?

Coppia?

Politica?

Lavoro?

Amore?

Quotidiano?

Abitudini?

Comunicazione?

Generazioni?

Individuo?

Conflitto?

Generi?

Accoglienza?

Scuola?

Blogs?

…

Altro?

il resto di niente

Cosa resterà di questi anni, quali entusiasmi verranno ricordati, simboli, battaglie combattute.

Quali uomini resteranno nella memoria collettiva, tanto da poter dire li ho conosciuti, sono stato con loro, ho vissuto il loro tempo.

Resterà un po’ di musica, qualche film, dei libri, poca arte, meno poesia. Una politica limacciosa ed unta come una pozza di petrolio che potrebbe dare energia ed invece sporca .

Attorno c’è un brusio di bene che non aggrega, scelte individuali, molto edonismo e consumo dell’attimo. Anche le passioni durano poco, le più lunghe sono domestiche, mancano i baci di piazza, la gioia d’esserci e d’essere vivi assieme.

Prosegue una frana iniziata negli anni ’80, un suicidio della memoria, ma soprattutto la morte del nuovo.

La speranza non muore, lo smottare si fermerà, la china verrà risalita, ma sarà più duro e la fatica di riconquistare quello che si aveva, rallenterà il nuovo che spunterà altrove.

Mi chiedo dov’eravamo quando tutto questo ha iniziato a consumarsi, perché non abbiamo capito, ed abbiamo lasciato che le parole si svuotassero di contenuti, mentre gli uomini, noi stessi, diventavamo più soli di fronte all’ingiustizia, ai privilegi, alla demolizione di ciò che avevamo caro. Come se quell’amore sacrificato non ci riguardasse, e pur lottando, non ci fosse convinzione, costanza ed idee chiare per desiderare e vincere.

E’ rimasta una fatica a metà, che non è prima e non è dopo.