dare la mano

Mi è tornato tra le mani un vecchio post-it, rimasto appeso a lungo nella mia vecchia casa.

In quelle righe scritte in verticale, c’è il buio, un dolore muto, una domanda, lo smarrimento da assenza di risposte. Ed una riga che accenna ad una fiducia sospesa: un auspicio timido senza punto finale.

Come in tutte le situazioni di sconfitta, nelle parole la percezione della notte è tangibile, e non c’è quella del giorno. Si poteva sperare. Forse. Una mano mi ha aiutato, senza chiedere mi è stata accanto, una mano senza domande, che pensava a me, che condivideva oltre la comprensione. Nei momenti di crisi si fa piazza pulita, restano gli amici veri, gli affetti e le cose davvero importanti. Questo è vero, ma non basta, perché non toglie il senso di aver sbagliato qualcosa, la sensazione ustionante della sconfitta. Allora mi aiutò a vivere il tocco silenzioso, un dire senza voce ed il mondo, pur non meno doloroso, poteva ammettere che sarebbe passata la bufera.

Non so cosa sia davvero l’amore. Ovvero, l’ho tanto indagato da convincermi che sfugge a qualsiasi scatola definitoria, che è un codice binario, eppure ha sfumature infinite, che attraversa momenti euforici e silenzi senza orizzonte, che tiene ed eroga senza calcolo per sé e per l’altro e che, certamente, non si nutre di egoismo. Per qualche nanosecondo arriva alla fusione, poi origina altri stati, ma nel condividere la difficoltà c’è la sensazione della presenza dell’amore.

Quella mano nei momenti forti c’è stata, non ha mai impedito di crescere, non ha trattenuto, ha rispettato. Sono stato fortunato, forse in piccola parte l’ho meritato. Forse.

Rileggo le righe, guardo la scrittura ferma, mi riconosco nelle t non tagliate. Nella a che si confonde con la e, cerco la preoccupazione forte di allora. La sento. La rivivo.

Dopo tanti anni si ridimensiona una carriera spezzata e qualche ingiustizia patita può essere guardata serenamente. Se n’è andato pure il rimpianto, il rancore quasi non l’ho sentito. Non è stato facile, ma altri percorsi inattesi si sono aperti, la vita ha svoltato e la crescita non si è interrotta. Guardando, con gli occhi e le difficoltà di adesso, il filo positivo che ho imparato a riconoscere, si legge anche in quell’evento e sento che andare avanti è la soluzione del dilemma del vivere. L’uomo non è tarato per aver sempre ragione o successo, quasi mai riesce a leggere davvero il senso degli eventi quando ne è partecipe. Ci si deve rassegnare alle illazioni altrui, ai giudizi che semplificano e che, contrariamente al nome, non rendono giustizia. Fanno male, ma il tempo è davvero galantuomo:basta aver chiaro qualche principio e rispettare se stessi. Questo l’ho imparato.

La mano non l’ho mai ringraziata come dovevo, solo come potevo. Chissà se qualche volta l’ha sentito davvero e le è bastato.

2 pensieri su “dare la mano

  1. pare che il motto della Legione Straniera sia “chi si ferma è perduto”, che in effetti ha un significato più profondo delle parole che lo affermano: come dici tu andare avanti ci fa rimanere nel flusso della Vita, fermarsi cristallizza magari negativamente le nostre energie senza farci ottenere progressi—

    concordo con chi sostiene che la grandezza di un uomo non si misura dai successi quanto dal suo modo di reagire agli insuccessi—

    un’arte che si acquisisce nel tempo, certo, con al propria personale maturazione ( il che non vuol dire ruinnegare lo spirito “ribelle” dell’adoloscenza…)

    mi piace pensare che la vita abbia le sue fasi, e, come dice qualcuno, “ogni cosa a suo tempo”—

    e vivere è una stagione eterna

  2. CHI HA ESERCITATO
    la percettività prima ancora che la ragione,sà fino in fondo dove la ragione non arriverà mai.Ma che mistero essere ingranaggi d’uno stesso grande corpo anche se il più delle volte consapevoli solo in parte.Bianca 2007

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