Nel pomeriggio il sole s’era impadronito degli occhi. Li aveva chiusi trasportando la mente altrove. Era un sogno a metà, ricco dei rumori esterni, veloce e torpido perché diceva il non detto.
Sono stanco, disse al risveglio, forse mancava un concludere, oppure la realtà non era così forte da sembrare appetibile per muoversi. Resterei così a lungo, si disse ancora, e nulla è davvero urgente. Gli tornava in mente che se ne andava dalla spiaggia col sole ancora caldo ma già sul mare. Le ombre erano lunghe, c’erano poche voci e altri, accidiosi come lui, che lasciavano che la sera li inghiottisse. Non c’erano progetti o frenesie, era un’ora in cui non accadeva nulla. Si poteva guardare, ascoltare e c’era la stanchezza del troppo sole che rendeva tutto facile, che accoglieva. Sarebbe stato l’abbandono più dolce, l’abbraccio ricco di lente carezze, con parole sospese e lievi, e come mai inermi. Ma nessuno sapeva e quel dirsi stanco era attesa.
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oppure
Era entrato nella cattedrale solo per il famoso labirinto tracciato a mosaico sul pavimento. C’era, illuminato dal rosone centrale, splendeva per pezzi, sovrastato da sedie e banchi per i fedeli. Forse era un segno che oggi nessuno più si perdeva o desiderava perdersi.
Oppure
Il labirinto si doveva cercare sotto sedie e inginocchiatoi e anche questo era un segno perché non basta avere la volontà di perdersi e magari ritrovarsi alla fine di un cammino, ma serve la volontà del percorrere e del cercarsi. Se cosi è, quegl’intralci che occultavano il labirinto erano le scuse che avrebbero evitato la fatica della vita piena.
Oppure
I mosaici occultati, i simboli, le loro precise collocazioni erano state stravolte dal tempo sopravanzato. A che serviva un labirinto senza una mente che cogliesse i segni, le corrispondenze con il vivere e il suo possibile futuro? La funzione profetica, persino il dilemma della scelta era smarrito, restava l’apparenza e il gioco del tirare a indovinare: praticamente nulla. Allora sacrestani pietosi, forse iniziati, avevano occultato alla noncuranza, ciò che era prezioso e ora solo file ordinate di sedie coprivano le alternative del dove andare a cercare il proprio senso.
Oppure
Il rosone, pur quasi coperto dall’organo immenso, sfolgorava di colori. L’organo era un trionfo di legni scuri intagliati, di statue, di mensole e canne, acquattato nell’ ombra, ma conscio e forte di un silenzio che preannunciava la sua voce immane. Un raggio di luce lo accarezzava, si faceva strada tra canne e sculture e finiva sul pavimento. Ora una piccola pozza di sole percorreva il labirinto. Indicava, o almeno sembrava lo facesse, si schermiva e timida interrogava: hai visto? Scelto? Non dire che è stato un segno del destino, sei tu l’attore della tua commedia, io servo solo a rammentarti cosa cerchi. E non invocare scuse, non scegliere è la certezza che non ti troverai. Ma forse questa è la tua scelta. E la luce intanto, con pazienza, scavava pertugi tra volgari intralci di gambe e banchi, cercava figure del mito e assonanze, indicando distrattamente gli assoluti che il mosaico conteneva.
Oppure
Vide il labirinto e ne sentì la sofferenza d’essere stato sepolto al senso. Sedette e gli parve di meditare su uno scempio impunito. Pian piano emerse la ragione del suo essere lì, della sua sorpresa, del mondo che stava attorno che perseguiva l’idea che non ci fosse soluzione al vivere. Altri ben prima della costruzione della cattedrale e del labirinto avevano meditato sulla stessa relazione tra assoluto e parziale, tra inconosciuto e banale. Vivere era solo un disordinato susseguirsi di desideri oppure un essere ben poggiato su di sé e, seppur ricco di dubbi, cerca la sua vita? Era lui, e coloro che l’avevano preceduto, fantasmi di una libertà dell’andare oppure insiemi di regole e di obblighi ricevuti? Guardando il pavimento a mosaico vide un raggio di luce e, gli parve, la figura di una fenice illuminata: nascere in continuazione era una risposta al bisogno di innocenza, ma anche un vedere oltre gli obblighi e la colpa che essi generavano. La libertà era il percorrersi, lo scegliersi per cercare il cuore del mondo, il labirinto era dentro di sé e ciò che si poteva vedere ne era una pallida, occultata rappresentazione.
Oppure…
un testo perfetto
Cos’ è un testo perfetto? Io penso sia un insieme di parole che ci rappresenta, nel giusto ordine, con sintassi e ritmo che aggiungono significato. Non importa che parli direttament di noi, ma deve dire della nostra percezione, di ciò che vediamo e possiamo vedere attraverso quella combinazione unica di reti neuronali che costituisce il nostro mondo. Un testo perfetto è una verità, non la verita, ovvero ciò che ci sembra di essere diventati, ciò che abbiamo imparato, desideriamo, crediamo ed è parecchio di ciò che siamo, non ciò che saremo.
Un testo perfetto ha un inizio che ci ha fatto incespicare su un pensiero e può ritornare ad esso alla fine perché nel frattempo si è reso conto che in fondo c’era già tutto in quello che sembrava un cominciare ma era una consapevolezza che voleva spiegarsi. Oppure un testo perfetto, non finisce, anzi spesso non lo fa perché conosce il limite, ha coscienza che molto resta da dire è che quel dire più che mutare quanto viene prima vuole avere la libertà del dopo. Un testo perfetto è un sentimento che si arricchisce nel far l’amore e sa che ogni volta sarà diverso. Un testo perfetto è una torcia lanciata nella notte che illumina ed è arco di luce che quando torna il buio medita su ciò che ha visto e alza lo sguardo a guardare luna e stelle. Lo cerco il testo perfetto ma non lo raggiungo, forse perché non ci riesco per i miei molti limiti oppure per il pudore di mostrare troppo. Allora m’accontento del complicare, del lasciare tra le righe, dell’alludere, perché dire e non essere ascoltati sarebbe troppo: lascerebbe nudi di fronte a se stessi e questo è un pudore che pochi intuiscono ma tutti fuggono con la disattenzione.
artigiani dell’anima
Artigiani dell’anima, facciamo cose piccole e uniche. Lasciamo traccia delle nostre mani perché in esse si annida una parte essenziale di noi consolidata, che parla senza intermediari.
Lasciamo spazio alle nostre passioni, concediamogli le vite, e attraverso loro, a chi davvero vorremo parlare, consegnamo la verità che ci riguarda oltre ogni apparire.
Ritroviamo la semplicità del dire, lasciamo l’ombra al suo posto, l’intuizione serve anche a questo, se dentro tutto è complicato, perché sciogliere i nodi è difficile e ogni nodo sciolto ci conferma della nostra pazienza.
La conosci la pazienza di ascoltarti e di seguirti ?
È un operare che non finisce e non delude mai, è la conferma che il nostro mistero non è una colpa ma una vocazione.
Facciamo allora ciò che ci viene dal profondo, seguiamo i desideri che permangono e diamo il peso giusto a quelli transitori.
Raccontami ciò che ti pesa, fidati perché ciò che esce libera la vita e la sua energia. Farò lo stesso con te, perché solo il banale e ciò che non appartiene alle nostre passioni, ci opprime.
Non è il dovere, ma ciò che fa di esso una prigione, ciò che ferma la crescita interiore, che non è dovuto. Tu avverti ciò che non va, rassicurati, c’è tempo e le vite iniziano più volte, quando noi vogliamo.
senza umanità non c’è futuro per noi
Ci estingueremo da soli, assiemea ai nostri poveri resi tali dall’ingordigia dei ricchi, dalla mancanza di lavoro. Ci estingueremo da soli perché non abbiamo futuro da trasmettere, umanità da rivendicare. Ci estingueremo da soli con le case sfitte e le persone per strada, con le barriere che eleviamo per non essere invasi da poveracci che fuggono da ciò che a noi dà ricchezza e a loro miseria infinita. Ci estingueremo perché non abbiamo più cultura, non sappiamo cos’è un uomo, non distinguiamo tra bene e male. Ci estingueremo e saremo pianti da chi non volevamo perché i nostri figli non vorranno riconoscerci come padri. Ci estingueremo lentamente nel brodo letale dell’egoismo che genera paure immotivate e mette poveri contro poveri. Ci estingueremo, per ignavia, vigliaccheria, indifferenza. Ci estingueremo per incapacità di speranza e di governo delle nostre vite prive di umanità.
uso delle parole
Ci sono parole come arrabbiato, traditore, dolore, importanza, contare, libertà, sovranità, democrazia e molte altre, che meriterebbero una riflessione per capire se possiamo usarle. Cosa facciamo noi per il nostro Paese? Cosa facciamo noi per la libertà? Cosa facciamo noi perché la legalità sia la norma e non l’eccezione? Cos’è la democrazia oggi, in Italia, nel mondo? Ognuna di queste parole contiene un prezzo, una fatica e invece pensiamo di aver pagato il biglietto e di assistere a uno spettacolo. Di avere un diritto all’indifferenza, all’inumanità perché tutto ciò che non ci riguarda direttamente non esiste. È così che il buono si raggrinza in ambiti ristretti e il resto diventa grigio terreno d’opinione, ma cosa ci autorizza a diventare Dei, signori del bene e del male, detentori dell’indifferenza? La colpa è un retaggio antico, spesso usato a sproposito, inutile se non produce frutto, se non aiuta a trovare in noi l’umanità che ci è stata regalata da innumerevoli dolori passati, dal pensiero e dalla vita di chi ha avuto il coraggio di guardare il nero che alberga in fondo all’uomo e di indicare una via d’uscita. Per questo le parole diventano specchio, predizione, futuro e se le parole scaturiscono dalla violenza, la libertà, la democrazia perdono significato, non aiutano a trovare soluzioni umane e non salveranno nessuno. Neppure chi pronuncia quelle parole.
Un testimone sopravvissuto, ricordando quanto avvenne in Francia nel 1942, quando furono rastrellati 13152 ebrei, di cui oltre 4000 bambini, poi avviati ai campi di sterminio, disse che la Gestapo da sola non sarebbe mai riuscita ad arrestarne così tanti e che i bambini non li avrebbero presi. Erano stati il governo di Vichy, la polizia francese che aveva proceduto con ferocia e inumanità non richiesta, che utilizzò la delazione e l’indifferenza dei cittadini. Nessuno di quei bimbi sopravvisse e per molti anni nessuno pagò una colpa di inumanità immane. Ecco perché dovremmo stare attenti con le parole e con l’indifferenza perché tutto poi diventa possibile.
manca sempre qualcosa
Manca sempre qualcosa, un antefatto, una circostanza, dei pensieri non conosciuti. A volte è una distrazione di troppo: è passato qualcosa per la mente e così le parole sono arrivate sciolte da un senso. Per loro conto hanno corso mentre l’orecchio ascoltava un silenzio pensante. Poi, le parole, si sono comunque raggruppate, forse in una domanda oppure un mutare di ritmo, così ne è venuto un interloquire quasi a tono. Ma mancava sempre qualcosa.
Anche da soli capita che un pensiero si mostri per un attimo e poi si rintani. È uno sprazzo, un richiamo che subito tace; tornerà, si dice, e non è vero perché il tempo interiore aggiunge ma non ripete.
Vedendo uno sguardo corrucciato, una ostentata chiusura, viene da chiedersi cosa sia mancato. Ma solo quando interessa davvero chi c’è dietro quello sguardo la domanda si ripete, diviene sensazione di una colpa per distrazione. Per disamore. Per gli altri si dice che ne facciamo una ragione, ma ha un altro nome e si chiama indifferenza.
Manca sempre qualcosa, avremmo voluto dire di più, o tacere abbastanza, così si sarebbe riempito un tassello che ora resta vuoto, ma non è così e se ci si nega la soddisfazione di un compiersi, tutto resta aperto. Tutto quasi sempre resta aperto in attesa di ciò che manca ed è in noi.
giorni
Dei giorni sono stanco,
ma non tutto il giorno.
Dei giorni sono triste,
ma non tutto il giorno.
Altri giorni m’infurio
o sono vertiginosamente felice,
ma mai tutto il tempo:
e credo sia perché mi ritrovo col mondo.
Lo stesso che non posso mutare
e neppure subisco,
quello che fa piangere di rabbia impotente
o d’invincibile speranza
È la realtà che tira la giacca,
inumidisce di occhi
e sembra indifferente mentre traccia
un solco profondo di trucioli, sangue e attesa,
dicendo: qui sono gli uomini e qui no.
polito e scabro
Col tempo si investiga sull’ombra, così anche la luce diventa meno apparente e più ricca. Ci si sofferma su una parola, la si sente carica di significato e si potrebbe dire quanto essa ci emozioni. Magari anche descriverla approssimando, per poi accorgersi, della propria “pazzia” e della disattenzione altrui.
Così si pensa che togliere, togliere e ancora togliere, lasci il levigato significare dove il ricordo e il futuro possibile si annodano. Come per quei legni o quei sassi che si trovano in spiaggia e si prendono tra le mani perché evocano nella loro politezza un essenziale che assomiglia all’innocenza. E si riempiono tasche e sacchetti che forse alla fine della vacanza ci seguiranno in città. Politi e scabri ornamenti per dirci cosa fa diminuire il caso e come esso si ripeta nell’essenzialità. Un dirsi piu che dire, perché non c’è bisogno di dimostrare nulla, basta vedere.
piccole passioni
Dicono che una passione possa far crollare un muro, rendere inutile un’abitudine, togliere significato al tempo. Così dicono quelli che le passioni ancora le cercano, dentro di sé oppure negli altri che ascoltano a bocca aperta. Dicono che non gliene importa nulla, a chi ha una passione, che non si sente solo. Anzi. Sostengono che la solitudine non può esserci in una passione. Concludono che non basta mai a chi la prova, la passione, che è come un amore, solo che non manca, che la si porta con sé e la si può condividere. Ma solo con chi la sente allo stesso modo, sennò è inutile e si spreca, la si annega in due occhi divertiti, e il cuore si mortifica e poi la notte ripete: ma come ho fatto a fidarmi, perché l’ho detto così come lo sentivo e chi ascoltava non capiva, anzi mi compativa per quello slancio di assoluto. Eh sì, la passione è un arco di assoluto che non scompare nel proprio cielo e solo chi la prova, e pochi, forse uno o una che può condividerla davvero vede quell’arco. Lo sente come il segno disvelato del senso di un vivere. Non di tutto il vivere, ma di quella parte che ciascuno può scegliere ed è propria. Solo sua e di chi amorevolmente condivide.
Mi chiese quanti amici avevo. Gli risposi che ormai non c’era più nessuno a cui potessi davvero dire tutto. Che la noia e i tentativi ci avevano condotti nell’abitudine. Ci conoscevamo a memoria e la memoria sapeva ogni modo di dire che si ripeteva, ogni birignao. Vedeva l’insofferenza e sapeva quando era ora di andare. Ma le passioni no, non le raccontavo e pian piano costruivo, anche nelle amicizie, piccoli muri di convenzione. Che sì, forse solo le donne, una donna, poteva essere davvero amica, perché le donne hanno quella capacità di sentirsi riempire l’anima e di attendere che questa non sia una condizione transitoria. Le donne non frequentano il cinismo, gli dissi, perché hanno i figli o gli amori che le trascinano e le fanno volare. E a così a volte capiscono quello che non si può spiegare, sentire come proprio ciò che ancora non comprendono bene ma si può abbracciare.
Lui voleva sapere di più, seguire nel racconto un pezzo di quella vita che era mia e non si disvelava, per questo gli dissi che ormai le amicizie le avevo messe da parte e mi erano rimaste le passioni. Piccole passioni, inesprimibili ai più, che avevano due facce, come le monete, una evidente per le curiosità transitorie, per i commenti affrettati che si dimenticavano subito. E l’altra invece, portava un segno, una specie di cifra o ideogramma, che non spiegavo perché lì c’era il motivo della passione. La sua radice che affondava in me e portava lontano dalla superficie. Così la moneta si lanciava per aria e qualsiasi cosa venisse, pareva ma non era per davvero se non per me o per chi poteva capire. Ma chi aveva la pazienza di capire per davvero?
E la passione è inutile ai molti e totalizzante per chi la prova. Questo dimostra che solo ciò che non si comunica, per amore o indegnità di chi ascolta, rende vivo ciò che altrimenti verrebbe lasciato, lo trasmette a chi è in grado di accoglierlo, lascia dei segni indelebili e piega le vite verso il senso. Un senso che diverso si ripete e rende diversi, ma bisogna avere passioni per essere davvero diversi.
