dalla parte sbagliata

Domenica alle primarie voterò Bersani.

Non c’è nessun calcolo personale. Da tempo, pur facendo politica a partire dal pd, sono su altre posizioni da chi lo governa. Chi mi conosce un poco sa come in questi anni mi sia sempre riconosciuto dalla “parte sbagliata” rispetto a chi avrebbe vinto. Con Marino al congresso, con Angius quando si trattava di fare il pd, con Veltroni quando vinceva D’Alema, ecc. ecc. Diciamo che già essere con Berlinguer, oppure con Occhetto, era sbagliato visto quello che è accaduto poi ed io ero con loro. Ho sempre seguito il cuore e il cervello, in politica non si può fare diversamente, ma senza calcolo personale, per l’appunto.

Mi verrebbe da scherzarci su questa cosa, ma è una cosa seria. Troppo in questi mesi si è parlato come fossimo ad una partita di calcio, anche in questi giorni l’esempio di Renzi è tra i moduli calcistici nel governare il Paese: il catenaccio per non perdere di Bersani e il suo modulo all’attacco per vincere. E parla di allenatori, non di responsabili del futuro di tutti noi. Ma vedete bene, quando si gioca, si perde, si vince ed ogni domenica è un’occasione nuova, a fine stagione si comprano i giocatori che servono, si cambia l’allenatore, ci si incazza e si gioisce e poi ci passa attratti da una nuova sfida. Diverso è per un Paese o per una fabbrica o per un ospedale. Voi vorreste al pronto soccorso essere visitati da uno studente del 5 anno che sta imparando i sintomi, oppure uno stabilimento chimico lo faremmo produrre con la direzione dei nuovi assunti? Ecco perché penso che le primarie di domenica siano una cosa seria e non una partita di pallone, com’è serio il fatto che governare il Paese sia diverso da smanettare su un blog o su facebook. A ciascuno il suo ruolo ed anche nel cambiare c’è differenza tra il cambiare tutti, partendo dalla situazione reale e, invece il procedere per titoli o a tentoni.

In questi mesi ho sentito soluzioni fantasiose, tipo non riconosciamo il debito pubblico (Grillo), affidiamo tutto alla green economy e alle rinnovabili, basta industria e manifattura puntiamo tutto sui servizi, ecc. ecc. . Con tutto il rispetto, chiacchiere da bar. Un Paese è un corpo coeso, che ha bisogno di tutto, delle mani e dei piedi, del cervello e dello stomaco. Non si possono cambiare pezzi senza aspettarci che i riflessi non siano evidenti altrove, quelli positivi e quelli negativi. Per questo è necessario cambiare e al tempo stesso mutare con ciò che è compatibile, possibile, non enunciando le cose e poi dire, scusate, ho provato.

Cambiare è necessario, impellente, ma dobbiamo cambiare tutti, avere un’idea condivisa. In Bersani riconosco la voglia e la volontà di tenere assieme, di includere, mantenendo le distinzioni tra ciò che è da una parte e ciò che è dall’altra. L’ha fatto nel partito democratico, lo farà nel governare in modo chiaro tra una maggioranza ed un’opposizione, ma nella consapevolezza che la situazione è talmente grave che non si può perdere l’apporto di chi può dare risorse al Paese. Io sono di sinistra, non mi piacciono tutti, distinguo, scelgo. Non è forse quello che facciamo tutti ogni giorno? Però mica prendo a ceffoni quelli che non la pensano come me. E se l’obbiettivo riguarda più persone, li ascolto, alla fine deciderò secondo i miei principi e obbiettivi, ma cercherò di coinvolgere il più possibile. Coinvolgere è necessario per un progetto importante, e un Paese è un progetto importantissimo.

Ho fatto politica a tempo pieno per meno anni di quelli che hanno visto Renzi vivere di politica, credo che, come me, ci siano centinaia di migliaia di persone che hanno considerato che nella vita si può fare anche altro e l’hanno fatto. Quindi è ora che un po’ di persone si facciano da parte, contribuiscano diversamente se vogliono o possono al Paese, ma questo sta avvenendo comunque e Bersani ha praticato nei fatti il rinnovamento del pd, certo come poteva, lasciando crescere i giovani nella responsabilità dei ruoli, non eliminando il dissenso interno. In nessun partito c’è in atto uno scontro tale tra generazioni e politiche così composito e trasversale da far capire che davvero il dissenso può essere fertile e rinnovante, eppure è un partito coeso alla base. Merito enorme in un tempo in cui è più facile distruggere che costruire. Già dire che il governo che verrà avrà più giovani competenti che capi corrente e lo stesso numero di donne e di uomini, è talmente dirompente per la politica che significa che chi lo propone ascolta, capisce cosa si muove nel Paese, ci crede.

I prossimi saranno anni difficili, Monti ha portato innanzi una politica di destra che ha tolto diritti e non ha inciso sui privilegi, che non ha eliminato gli sprechi. Basti pensare alla sanità o ad altri settori della pubblica amministrazione quando dice che bisogna trovare nuove forme di finanziamento e non mette mano allo scandalo degli appalti, dei costi diseguali, degli stipendi d’oro dei manager, ecc. ecc. .

Saranno anni difficili per il debito accumulato e ancor più per non aver riconosciuto la crisi, per questo la priorità dovrà andare al lavoro e ai diritti da conservare. Quindi il primo problema è far ripartire il paese e modificarlo in corsa. Questo non si realizza improvvisando, neppure pensando di azzerare ciò che esiste, anni che avranno bisogno di ogni risorsa, non solo quelle dei soliti reperibili e noti.

Per questo pur non essendo bersaniano, voterò Bersani, perché mi fido, non mi affido, perché so che quando sarò critico, e lo sarò, oh sì che lo sarò, potrò confrontarmi, essere dalla “parte sbagliata” eppure contare, portare innanzi quello in cui credo.

p.s. Mio figlio, un mese fa,  mi chiedeva cosa avrei fatto e spiegandolo gli ho detto che facevo coming out. Si è messo a ridere: coming in, casomai papà.  

tutti son buoni

Tutti son buoni a parlare della poesia della nebbia oppure  a parlar male di politica.

Tutti son buoni pure a capire gli amori che finiscono, se non sono i loro.

Tutti son buoni a indicare una soluzione spiacevole, se non li riguarda.

Vi lascio procedere da soli sulla capacità di starne fuori e di dare una mano alla comprensione, ma qualche volta il guardare e il vivere si saldano, diventano partecipazione, perché accade di rado?

Perché rinunciare ad essere poeti, se serve, incazzati e fattivi, se le cose non van bene (e pure quando van bene), educati ai sentimenti (questo è difficile davvero) quel tanto che dia senso alla sofferenza propria, se capita e la renda apprendimento per capire, per uscirne e non per annegare nel dolore senza sbocchi.

Non credo sia solo nostra responsabilità se ciò non accade. Possibile che il mondo proceda a sussulti e che solo talvolta, tutti escono convinti nella piazza, la speranza comune viene riaccesa, si capisce di essere in tanti simili e sopratutto, la sensazione di solitudine, scompare? Possibile che la normalità sia questa lunga sonnolenza sofferente, dove la sensazione d’essere soli predomina e la dimensione personale diviene l’angusta prigione del futuro?

Certo anche quando sembra che tutto debba cambiare, le storie personali restano, i destini si svolgono con le solite gioie e sofferenze, però è diverso. L’epicità di ciò che sta attorno invade il personale, vi faccio un esempio, ricordate la storia di Lara e del dottor Zivago? fuori dalla rivoluzione sarebbe stata non meno sofferta, ma più banale, meno importante per le stesse vite, in quel contesto, invece, spinte innanzi nella storia collettiva oltreché personale.

Quindi vivere in un contesto grande, usare la comprensione di quanto ci sta attorno e partecipare porta a vivere diversamente le vite. Non importa come, ma il sentirsi parte di qualcosa di più grande ci rende poeti per le nostre storie, induce il bello ad entrare. E il bello, con la sua luce, aiuta a trovare la dimensione di ciò che accade. Di ciò che ci accade.

Un detto cinese, nato in una società immota, augurava ai nemici di vivere in tempi interessanti, di subirne la durezza del cambiamento. Oggi, rovesciando l’augurio, ci si può augurare di vivere, partecipando, ai tempi interessanti, di esserne parte attiva, di mutare con essi in positivo.

domande inopportune

Si può chiedere ad un ragazzino di undici anni cosa farà da grande, anche credergli, ma poi seguirne la volontà è altra cosa.

Cosa significa ascoltare i figli, attribuire loro una capacità di giudizio indipendente dall’età? A mio avviso è una falsa libertà. Ci sono ruoli non abdicabili, la responsabilità del sentire, capire, non solleva dalla responsabilità di decidere per altri. Ecco un effetto dell’interpretazione sessantottina dei rapporti familiari: non decidere per altri, ma lasciare che la decisione si formi per suo conto, come se le forze interne ed esterne avessero un senso positivo nel loro comporsi. Una sorta di provvidenza per laici in grado di togliere il peso del decidere. E di sbagliare. Lasciando da parte le tentazioni di veder realizzate nei figli le proprie aspirazioni frustrate, ascoltare significa accompagnare, anche contro volontà immediata. Una sorta di libertà in itinere che si fa assieme per strada dove, forse, la parte più importante è riconoscere non il merito, ma l’eventuale errore.

Certo oggi alcune scelte vengono posticipate, la scuola ad esempio, tiene lontani dal lavoro. Quand’ero ragazzo non era così, si decideva presto se studiare oppure lavorare. E non erano i ragazzi a decidere, casomai le necessità economiche, oppure la visione del futuro della famiglia.  Allo studio corrispondeva un altro tipo di lavoro. Per le differenze sociali che ciò produceva, non era giusto. Il primato di chi studiava non aveva un senso pratico, riduceva i diritti apparentemente uguali a seconda della classe di appartenenza, e segmentava la società tra culture differenti producendo la perdita di quelle considerate inferiori. Era il contrario della lezione illuministica dell’ Encyclopédie, del riconoscimento della sapienza dei mestieri, ma questo era stato il risultato della rivoluzione della merce, ovvero della rivoluzione della fabbrica. Adesso le scelte possibili nell’immaginario di un bambino si sono ridotte, e si ridurranno sempre più nel senso dell’imitazione familiare: difficile imitare positivamente un genitore precario. Ricondotte piuttosto, agli esempi esterni della società dell’immagine e dell’effimero. Per questo, oggi, forse più che allora, se si escludono i talenti innati, la scelta del lavoro non è cosa da giovani e nei padri e madri cade la necessità di capire cosa indicare, rafforzare, scegliere.

Credo che essere genitori aperti oggi, sia ascoltare, insegnare come produrre idee, come conservare ed accrescere la speranza di un mondo differente e più giusto, come lottare per quello che davvero si vuole, a partire dalla propria vita. E tutto questo costa fatica, sia per i genitori che per i figli, significa capire e poi decidere secondo la propria responsabilità. invece troppo spesso i ruoli tra genitori e figli si invertono e la volontà dei secondi prevale sulla ragione dei primi, per stanchezza ed incapacità, forse, oppure per malintesa libertà.

C’è stanchezza in giro, la fatica di vivere in un mondo precario fa cambiare i ruoli, ci si affida a ciò che accadrà sperando in un’eterna altra possibilità e questo non produce felicità.

smussare le punte

In questi giorni di giuste proteste della mia vecchia frattura alla colonna, penso di essere fortunato di vivere qui ed ora. In fondo ho solo dolore e neppure sempre. Certo a tratti è lancinante, ma è per poco e perché faccio qualcosa che non dovrei.  Vivere con questa compagnia esigente significa smussare le punte del dolore e non obbligarsi a fare cose incompatibili con l’acuzia del momento. Non è per farmi consolare che ne scrivo, piuttosto per il pensiero che se fossi nato un secolo fa ed avessi fatto il minatore o l’operaio, sarei stato licenziato, senza tutela, destinato alla miseria, alla fame. O peggio, nato qualche anno dopo, essendo dissidente, sarei finito in qualche campo di concentramento per motivi politici, e in quanto non utile, semplicemente eliminato. C’è una civiltà nel dolore, nella tutela dello star male che è sintomo di un tempo, di un’alta concezione dell’uomo. Se non possiamo tenerci in sintonia, se non per brevi tempi, con il dolore altrui, possiamo sapere che esiste il dolore, smussarne le punte, considerando la natura etica della sua esistenza nelle scelte personali e civili.

Lasciar soffrire, perché anche il dolore ha una sua libertà, ed al tempo stesso operare per diminuire la sofferenza, è espressione di quel prendersi cura civile che contraddistingue una società partecipe. Se ci si pensa, quando non viene rispettato e lenito il dolore, a qualsiasi livello, è l’uomo a non essere rispettato. Vale per i deboli, ma in fondo, anche per chi sta bene e si pensa forte, perché il dolore come le radici, pesca e si dirama dappertutto.

Se non capisco chi sta soffrendo, far soffrire non mi costerà poi tanto. Lo sa chi riceve violenza, qualsiasi forma di violenza. Dovremmo pensarci anche in occasione delle tante ricorrenze, domani ce n’è una dedicata al dolore della violenza sulle donne, che scorrono via senza lasciare traccia, come vi fosse un rifiuto del dolore altrui, della sua evidenza che non diviene fatto educativo. Se non veniamo educati all’esistenza del dolore, lo rimuoviamo, come la morte, pensiamo che solo il piacere e l’attimo siano le dimensioni della vita. 

Il mio dolore è acuto, ma breve, banale nella sua genesi e poca cosa. Posso curarmi, un massaggio gentile mi farà bene, qualche antiinfiammatorio, e passerà. Anzi come occasione di riflessione mi è pure utile. Ci sono dolori sordi e diffusi, che non hanno analgesici, sono privi di comunicazione, tutela e solidarietà. Dolori che a volte solo la fuga può allontanare, ma quanti generi di fuga contempla la nostra mente?

Sono fortunato perché vivo qui ed ora, perché posso dire, se voglio, condividere. E bisognerebbe pensarci a questa fortuna, quanto si smarriscono le coordinate di dove si è e si guarda distrattamente altrove, dolore altrui compreso.

ipocrisie

Ieri mattina così un giornale locale dava la notizia dell’arresto del consigliere laziale dell’Idv, Maruccio, con a fianco la pubblicità delle slot machines del casinò di Venezia. Tra l’altro proprietà del Comune, il casinò. Che dire, da un lato giustamente si mette in prigione una persona che ha rubato soldi pubblici, dall’altro si invita a giocare e a buttare il proprio denaro. Qualche anno fa, dal Veneto allora grondante benessere, nei giorni di minor presenza, partivano pullman di pensionati diretti a Nova Goriza: pranzo e spettacolo al Casinò con prima puntata gratis. Tra belle donne discinte e gioco la giornata, e la pensione, se ne andavano leggere. Una botta di vita, per uscire dal grigiore delle vite che si ripetono e in più ogni volta c’era la speranza di tornare milionari. Per i nipotini magari. Non è durata molto la storia, qualcuno cominciò a stigmatizzare, e forse i parenti a preoccuparsi. Meglio i vizi nostrani, le partite all’osteria, il bicchiere di vino in più. Solo che all’osteria stavano arrivando i video poker, non occorreva andare in Slovenia, si giocava in casa. E il fiume di denaro ha cominciato ad affluire in macchine così stupide che solo la fortuna può ammansirle. Non certo lo stato biscazziere, che si è fatto soffiare la “percentuale” dalle società che gestiscono il giro delle macchinette: 98 miliardi di multa per reati vari, poi ridotti a 2 miliardi. Avete letto bene erano miliardi di euro da incassare, l’equivalente di tre finanziarie, il 5% del debito. Can no magna can, dicono da queste parti. E’ il lato oscuro dello stato, quello che non si cura se i suoi cittadini vanno in rovina, che legalizza ciò che dovrebbe vietare in cambio di una percentuale. Ipocrisie. Strano che queste leggi non ricevano le severe reprimente di chi è attento alla morale del paese, basterebbe vedere quante persone, e famiglie, vengono rovinate dal gioco legale.  Ma si preferisce che i vizi che non si eradicano meglio paghino una tassa.

Anche con tabacco ed alcol, funziona così, piccole pratiche trasgressive che si tamponano con le scritte sui pacchetti, o le multe dell’etilometro. Strano lo stato che spende milioni in campagne pubblicitarie per la buona salute dei cittadini ed al tempo stesso, lucra sulla vendita di ciò che può essere causa di malattia. E forse meno strano lo stato che persegue il contrabbando che di fatto provoca lui stesso con le tasse sul tabacco e sull’alcol?

Strano e discretamente ipocrita, con pesi e misure diversi a seconda dell’oggetto che deve regolamentare, è non di rado etico nel momento in cui regola una fecondazione assistito o il fine vita, molto permissivo quando si occupa di possibili minacce alla vita stessa.

Ma se gli uomini sono contraddittori, può lo stato che li contiene essere da meno? 

il moto dei gas e l’illusione del movimento

Le foglie mostrano palmi lucidi d’acqua. E’ quasi sera, riflessi di lampioni sulle pozzanghere, lampi di luce mossa dal vento. Sull’asfalto nero d’acqua, emerge il bitume. La polvere se n’è andata e i fiori colorati disegnano con le piccole foglie, vortici di lettere misteriose. Tutto dovrebbe rallentare per capire, per lasciar parlare le cose, gli uomini. Anche l’entropia (nome nobile del degrado e della putrescenza), ha bisogno d’attenzione non scontata per rallentare.

In questo muoversi di materia che attorno cangia e si trasforma, possibile che solo i nostri piedi prestino attenzione, ma per non scivolare?

Ci meritiamo ciò che sentiamo, ciò che vogliamo sentire, ciò che ci corrisponde, desideri e piacere compreso, ma non siamo sempre stati così. Lo sappiamo quando s’avvicinano le feste, quando il vuoto si fa largo dentro e la disattenzione si ritorce su noi, sulla nostra capacità di sognare. Disattenti a noi anzitutto, disattenti a ciò che ci sta attorno, a poco a poco ci siamo chiusi nella certezza dei nostri affetti più cari e resi impermeabili al mondo. Non ci era richiesto, si poteva conservare gli uni e la capacità di vedere il mondo, di rispettarlo. La cecità progressiva, invece, spinge su una china in cui tutto sembra essere bianco o nero, successo o fallimento, indifferenza o folgorazione, mentre attorno le sfumature di colore pian piano evolvono in un mosaico transitorio di sensazioni, fatti, sentimenti che si perdono.  

Sembra che il nostro muoversi muova il mondo, in realtà transitiamo e della nostra presenza resterà ben poco, se non rallentiamo il tempo.

Moto di particelle in un contenitore che si muove per suo conto. 

notizia buona, notizia cattiva

La notizia buona è che Obama ha vinto.

E’ buona per me e per molti altri, se Romney avesse vinto la notizia stamattina sarebbe stata cattiva. Mi avrebbe cambiato l’umore, la giornata, e non solo, anche le prospettive avrebbe mutato. Eppure gli Usa sono distanti, e Obama non mi ha convinto in questi quattro anni, perché allora è una così buona notizia?

Una notizia buona è tale perché apre una speranza, la consolida, testimonia che c’è una possibilità di cambiamento vicina a ciò che si pensa. Ma questo vale per me, per altri la stessa notizia chiude una prospettiva, fa scuotere la testa e, per loro, peggiora il mondo. Quindi una notizia è buona o cattiva a seconda di chi la vede, in alcuni genera gioia, in altri tristezza. E’ la stessa notizia. Colpisce la poca oggettività dei fatti, anche il loro mutare segno nel tempo: se Obama continuerà a non piacermi, ad essere meno peggio, a non mostrare una diversa visione del mondo e della libertà, quella che era una buona notizia diventerà un fatto negativo, lo spegnersi di una possibilità. Quindi non è il fatto in sé che è buono, è la mia speranza che si apre che è buona, che mi fa cogliere i segni come gli aruspici guardavano il volo degli uccelli o la direzione del fumo. Ma io non sono oggettivo, interpreto, con il mio modo di vedere, il mondo nei fatti, li connoto.

Per questo la vittoria di Obama è buona e mi rende allegro, perché rafforza le mie attese, mi consente di essere attivo nel fare e nello sperare, nell’evolvere e gioire anche del fatto che la mia parte vinca sull’altra. Nella non oggettività dei fatti c’è lo scontro tra diverse visioni del mondo, del futuro e di se stessi, come se i fatti fossero il portolano mobile delle vite, in realtà sono conferme del nostro mondo interiore, delle propensioni che sentiamo e ci costruiamo.

Non saranno quattro anni facili, ma si può sperare di uscire dalla crisi, rimettere in ordine le priorità e far sì che altre energie positive si sollevino nel mondo.

Sì, è una notizia buona per il mio mondo.

contro l’utile

Mi piacciono quelli che dilapidano i talenti ricevuti, gli intelligenti inutili, i flaneur, i perditempo di talento.

Mi piace chi esercita ciò che ha senza vederne il valore, solo per il gusto d’essere.

Mi piace l’intelligenza che si applica nelle piccole cose, che acquisisce abilità, che fa compagnia a sé ed ha bisogno degli altri.

Mi piacciono quelli che non si vantano mai, e sono i primi a meravigliarsi se un loro ragionamento fila davvero, che sono contenti di una scoperta, che hanno marinato la scuola e continuano a marinarla nella vita. Mi piacciono quelli che durante le lezioni ascoltavano con un orecchio, quelli che erano curiosi e facevano altro che non serviva per l’esame, quelli che se hanno un dubbio controllano e gli pare di star meglio.

Mi piacciono quelli che coltivano il dubbio come fosse valeriana, che lo tagliano e lo mangiano e poi passano ad altro con il sorriso sulle labbra.

Mi piacciono quelli che stanno zitti e scuotono la testa, quando gli dicono: ho ragione io, e quelli che controbattono, e si appassionano solo per il gusto di far emergere la ragione, non di averla.

Mi piacciono quelli che sanno di avere tempo, che sono generosi e non tengono per sé ciò che hanno in testa. 

Mi piace chi ha una passione inutile per chi si chiede quanto vale, mi piace il luccicare degli occhi quando viene raccontata, mi piace il sorriso di chi la tiene per sé, perché i segreti si condividono in silenzio.

Mi piace quello che risolve un problema e non se vanta, quello che cerca corrispondenze tra ciò che sente e ciò che ha attorno, mi piace chi si mette al servizio e poi, quando ha finito, se va.

Mi piace chi confina in un lavoro ciò che deve fare, chi pretende la giusta retribuzione e il giusto ruolo, ma pensa che avere un ruolo sia una fatica ed un servizio per chi dovrà guidare. Mi piace chi non capirà mai bene la forza del potere, ma ne avrà sempre un po’ paura, perché si sente inadeguato.

Mi piace tutto quello che non è costrizione, che segue un indole, che fa crescere un talento, ciò che rallegra e si ripete mai eguale. 

In fondo prima dei vestiti e dell’apparenza c’era l’uomo, no?

è ora di mettere lane e colori per l’anima

Il pensiero del freddo, prende lento il campo. A pennellate larghe d’azzurro, oggi nel cielo terso con il sole.  Stanotte era una luna nitida, dai contorni stagliati tra stelle. Morbida luce bianca di bellezza algida ed indifferente. Poi il giorno ed il sole, caldo e senza promesse: scalda a termine, fino al ciglio della notte.

Lascio definitivamente il pensiero dell’estate, in fondo è stato un regalo cullato nella consapevolezza della ciclicità del tempo. Lo so che il tempo lineare ferisce, mentre quello circolare è solido, lenitivo, con speranze certe e concrete. Ci racconta che si ritroverà la bellezza se la cogliamo ogni giorno in quello che ci viene offerto. Anche in ciò che non si ama. M’affeziono al tempo circolare che fa irrompere la natura in noi, che promette ciò che manterrà, che tornerà il caldo, il nuovo che ha piedi sull’antico solido che si ripete, ma non è mai eguale.

Ora è il tempo dei colori dell’aria, delle pennellate dense che trascolorano nel blù, ma non disdegnano il grigio. Ier sera un rosa giallo colorava nubi grigie, poi le nuvole se ne sono andate ed il nero della notte è sembrato annullare ciò che stava attorno. Sembrava il predominio dell’artificiale, degli stop rossi delle auto, delle luci gialle al sodio per pozze di luce nei marciapiedi, delle lampade inutili in strade deserte, ma è bastato attendere la calma della cena e poi della notte piena perché la luna rifulgesse e rendesse tutto meno importante.

La bellezza ha una sua ragione interiore, non ha bisogno d’essere riconosciuta, si offre e trova in sé la sua spiegazione. Questa è l’indifferenza della bellezza della natura, forse la stessa che nel nostro profondo non vogliamo indagare, paurosi che un suo riconoscimento ci renda soli, autosufficienti, mentre vogliamo il calore dell’essere riconosciuti, amati per quello che vediamo di noi e per quello che intuiamo, ma vediamo solo attraverso gli occhi degli altri. Debolezza? Non credo, probabilmente, direbbero gli analisti, quel legame tagliato alla nascita ci impedisce di vedere, più che di sentire. Com’era nell’utero materno? Si udiva e sentiva attraverso in un calore animato. E’ qui che il freddo ha acquisito una sua realtà negativa di vita che sfugge, da allora lo associamo alla solitudine, all’assenza di contatto, e quindi al bisogno d’amore insoddisfatto.

Torna il freddo, lo sapevo e non lo volevo, con esso le luci al neon dei bar di periferia virano verso lo sfacciato, cerco luoghi gialli di calore, luoghi da cui vedere passanti radi e frettolosi scorrere verso case. C’è già un indeciso preannuncio di festa, dobbiamo collocare scadenze allegre in tempi che consentano di valicare il colle del freddo, ma lo sappiamo che le feste imploderanno nelle nostre teste d’adulti lasciando il vuoto, un tempo era la meraviglia e l’attesa a riempire quel vuoto. Basta saperlo e sapere la ciclicità del tempo della bellezza, non attaccarsi al nostro povero tempo lineare. Quanti anni ho? Sto invecchiando, sono già vecchio, ho bisogno di parole dense per commiserarmi della fatica di vivere? Tempo buttato nella ricerca di un retrocedere del tempo lineare, solo il tempo circolare contiene la bellezza e la sua sussistenza in sé, nel suo ripetersi mai eguale c’è l’indifferenza rispetto alle povere cose del momento, la certezza che la bellezza esiste e si mostra ai nostri occhi. Sentire e vedere, ecco il nascere.  

Di tutto questo, confondermi, avere sottili refoli di sensazione, tenerli stretti, farne sostanza e sguardo che fa scorrere la sabbia tra le dita e intanto guarda oltre, attendendo.

E’ ora di mettere lane per il corpo e colori per l’anima.

bora

Fino a stanotte speravo di ridacchiare dei metereologi, perturbazione dal Portogallo, dicevano, con forti venti ed abbassamento delle temperature. I soliti pessimisti, pensavo, ma se è tiepido. O almeno, quasi tiepido, sì è vero, la pioggia insiste a scrosci, ma il forte vento non c’è. Poi stanotte la bora ha riacceso il ciocco nel camino, ha flagellato gli alberi scuotendoli per far capire che la stagione è cambiata davvero e che le foglie è ora di lasciarle. Adesso i giuggioli, i cachi, il mandorlo mostrano frutti tardivi non raccolti, molte foglie resistono, ma la battaglia è perduta. Tra poco sarà la rugiada e la galiverna ad ingentilire ciò che rimane. L’erba vira verso il verde spento, tanto vale adattarsi. Guardavo le bandiere che indicano la forza e l’indecisione della bora. Sembra un vento circolare, da queste parti dovrebbe venire da est-nord est, siamo pur sempre nel grande golfo che da Trieste si chiude a Venezia, invece ci sono raffiche da ovest, refoli da sud (refoli si dice da queste parti; è una bella parola refoli, sono rivoli di vento, forti e consistenti, ma limitati di ampiezza, come ruscelli impetuosi d’aria che prendono ed avvolgono), che improvvisamente tacciono e vengono soverchiati da ondate di vento da nord est. Attacchi e calma, la bora è così. La penso a Trieste dove le barche non s’azzardano d’uscire, che chiude gli uomini nelle case o nei caffè, al caldo, e all’uscita prende i foresti come me, li blocca increduli, attaccati ai corrimani nelle salite, come in ferrata, mentre vecchiette sottili risalgono tranquille verso casa. La penso a Venezia dove oggi c’è acqua alta, mica cose importanti, 125 cm, ma quanto basta perché ci si incolonni sulle passerelle, la laguna sciacqui san Marco, la città prenda, fuori dai percorsi affollati, il suo carattere malinconico e lamentoso. I turisti ridono, hanno una Venezia insolita, ne hanno sentito parlare della minaccia del mare che vuol riprendersi la città, gli sembra di vivere qualcosa di irripetibile, una nave che affonda. Non sarà così, la città si salverà, ma come? Ecco sul come e su cosa resti della città e dei suoi abitanti ci sarebbe molto da dire. La bora spazza tutto, anche i discorsi, rende la pioggia quasi orizzontale, inutili gli ombrelli, lava uomini e palazzi, indifferentemente.

Avevano ragione i metereologi è autunno, anche se non fa il freddo previsto, restare nelle case e al caldo porta un tepore interiore, pigro, di luce e pensieri. Nelle pasticcerie che hanno la creanza di ricordarsi dove sono, le favette dei morti fanno bella vista con i loro colori. Il loro sapore si scioglie sul palato, si sente la mandorla, che non invade (siamo a nord), lo zucchero a granelli, la consistenza morbida e croccante. E’ possibile avere una consistenza morbida e croccante? Certo se c’è la bora che è un vento circolare, saranno pur possibili diversi sapori nello stesso tempo.

E’ la bora che ha preso la scena e scuote gli alberi, è la bora che rinchiude nelle case, è la bora che ricorda che l’estate è andata, che ci saranno mesi in cui il sole sarà un dono da cogliere, prevarrà il grigio, il marrone e l’azzurro intenso, quando il cielo vorrà donare il suo occhio agli uomini. Si vive d’autunno e s’attende, imparare la pazienza dà molte soddisfazioni in quello che verrà.