dovremmo

Dovremmo impedire che il terrore diventi storia e cessi d’essere esperienza. Dovremmo conservare l’orrore assieme alla pietà. Dovremmo tenere la razionalità per discernere, assieme al sentimento per compatire. Dovremmo avere chiari dei principi che non possono essere toccati, mediati, contrattati: il rispetto della vita anzitutto. Dovremmo parlare con serenità di ciò che è accaduto perché intero il dolore faccia il suo corso. Dovremmo riflettere che ci furono assassini, complici, conniventi, consenzienti, indifferenti. Dovremmo capire che ogni cosa avviene se non la si impedisce. Dovremmo pensare che ci riguarda ancora, che ci riguarderà, che non fu follia, ma uomini come noi fecero – o non fecero – l’orrore. Dovremmo pensare a ciò che differenziò i comportamenti, perché lì si trova una speranza. Dovremmo pensare che non ci sono giorni per pensare, non ci sono luoghi da vedere, non ci sono pagine da leggere, se questo non ci cambia nel profondo.

Dovremmo, e già la parola si corrompe, diventa fatica quotidiana, difficile; c’è quel dovere che pesa come se pesasse la pratica del giusto, del dover essere uomini. Non è forse più facile pensare che sia cosa che accadde, che altri furono gli uomini, che i fatti e il caso hanno una relazione forte per cui, in una congiuntura triste, ci fu un tempo, dei luoghi, persone che non siamo noi. Non è forse più facile osservare l’orrore come in fosse un acquario, cosicché, distogliendo lo sguardo, esso cessi di disturbare. Non è forse più semplice amare una persona, una storia triste, un gesto eroico, anziché pensare che erano moltitudine, come noi, con le loro differenze e miserie, e che furono isolati, resi singoli, togliendo la solidarietà finché la normalità dell’orrore divenne abitudine quotidiana. Non è forse più semplice pensare che un vaccino terribile è stato inoculato e che non accadrà più? Ve lo dico serenamente, è più facile pensare così, per arginare il pensiero che possa riaccadere, ma accade continuamente e solo gli uomini possono fermare gli uomini se non si girano dall’altra parte. 

passaggi senza rete

Ci sono passaggi, momenti, in cui tutto, o quasi, sembra senza sovrastruttura. Emerge allora il fiume carsico che ci scorre dentro: era ricoperto prima da tutto quello che avevamo messo in disparte per la fatica di scegliere e il troppo ragionare. E’ il tempo della chiarezza, dove si mostra il vero nostro fluire, con le sue urgenze vere. E qualche domanda ricacciata a fondo, chiederà risposta con insistenza, perché è tutto chiaro finalmente.

C’ è un tempo delle risposte semplici, delle scelte, del cosa significa voler bene. C’è un momento per capire come evolve la vita e come essa, ci faccia, adulti e piccoli assieme.

Quindi c’è pure un tempo per capire quanto bravi siamo ad accudire il bambino che è in noi, lasciandolo parlare. E magari allora sceglieremo che sia lui a rispondere ai bisogni d’amore e alle domande, con le sue risposte nette.

mi manca Altman

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Prendetelo per uno sfogo, quindi con tutti i limiti che hanno le cose che vogliono uscire e che trascinano tutto, malmostosità comprese. Mi manca Altman, Fellini, Monicelli, mi mancano molto Calvino, la Morante, Carlos Kleiber, anche Moretti mi manca, assieme a Flaiano, Roth. Mi manca tantissimo Borges, adesso Abbado, prima Sinopoli, ma mi manca anche la produzione di musica leggera degli anni ’60 e ’70 e qui mi fermo perché non è un elenco e neppure un amarcord. E non è neppure una mancanza vera, nel senso che questi autori sono disponibili e rileggibili, ascoltabili, vedibili, ma è la temperie culturale che rappresentano che non c’è più. C’è un vago color di lillà, nessun colore deciso, il pensiero che qualcosa sia successo e che la mia generazione ne sia in qualche modo responsabile.

Ho letto un paio di settimane fa, l’ultimo libro di Andrea Scanzi: non è tempo per noi quarantenni. Mi è sembrato utile all’autore, quindi poco utile a me, come fosse una serie di post che, cuciti da un filo temporale di senso, si sommavano e si rappresentavano in quella rassegna di miti generazionali deboli che testimoniavano (per lui) più indolenza che spinta a fare, a essere. Poi c’ho ripensato, non tanto sul giudizio sul libro, ma sulla descrizione di una stagione in cui c’è stata l’ eclisse di qualcosa.  Scanzi ha ragione quando dice che il prodotto massimo della generazione degli anni ’70, forse è Sorrentino, e pur piacendomi Sorrentino come autore di libri e di film, mi pare sia un po’ poco per provvedere a coprire tutto il bisogno di cultura di una stagione.

Adesso a molti di voi verranno in testa altri nomi: confutatis maledictis, che non riescono a vedere il buono che hanno attorno. Disperdete il mio ragionare leggero, che vede sfumare i colori e le passioni. Perdonate ma a me impressionano gli elenchi delle Book Rewiew americane o inglesi dei libri dell’anno, con ai primi posti molti titoli che qui non ci sono ancora e tutti definiti capolavori. Quando li leggeremo ci saranno già altri capolavori in circolazione e così via all’infinito, come si fosse abbassata l’asticella e che il capolavoro fosse un prodotto di consumo. E’ la generazione del ’68, la mia, ad aver prodotto questa indolenza ? In fondo ha risucchiato tutto all’interno di un narcisismo che guardava l’immagine di sé e se ne beava, piuttosto che spingere ad osare, a cercare, e insegnare il rigore e la fatica ai propri figli. E non è che per far vivere meglio abbiamo creato una serie di rimandi e poi di vuoti? L’inadeguatezza che si respira è anche frutto della mancanza di maestri veri, di persone e idee di cui discutere per gli anni, non per un paio di settimane. E’ la sensazione che il giovanilismo sessantottino si sia combinato con una maturazione ritardata perché troppo protetta. Faceva comodo ad entrambi, i padri e i figli, solo che ora il terreno su cui camminare è fragile, ci sono vuoti che si colmeranno da soli, ma non gratuitamente.

Eccolo, le solite previsioni catastrofiche E’ solo la tua incapacità di vedere, ma il buono c’è, la stagione culturale ribolle, sei tu che ormai sei miope e perso nella cultura lenta da cui provieni. Adesso è tutto veloce, è la velocità, non la lentezza Calviniana, a dettare il tempo. La gassosità e la pervasività, la cultura e il tempo, si respirano, si è superata la leggerezza. Oggi il giorno contiene già il mattino successivo e tanto dovrebbe bastarti per capire che non capisci. Sei perso altrove, la tua generazione sfuma.

Già, forse. Avevo preso il libro di Scanzi per capire la generazione dei figli, quello che non ho capito in corso d’opera illudendomi di capire e ora scopro che sono vecchio: bastava guardare la data di nascita. O quella di scadenza? Come uno youghurt. 

 

p.s. Vedo che Repubblica da domani venderà una serie di cd di Abbado, neanche a basso prezzo, e sono sicuro che tra poco la Deutsche Grammophon farà un cofanetto, magari con tutta l’attività registrata con i Berliner e questo mi lascia un sapore strano, come ci fosse qualcosa di sbagliato in tutto ciò, che il nuovo viva su ciò che non ha prodotto e quindi non si consolidi.

Se in politica ha funzionato prima Berlusconi, poi Renzi e Grillo, come se al posto della nave per andare in crociera si usasse la zattera, un motivo ci sarà. E magari Scanzi ha pure ragione, la sua generazione non ha mai perso perché non ha mai giocato, ma adesso cosa vincerà? Continuano a mancarmi Altman e gli altri. 

dire al limite del dire

In quest’epoca,

dove il t’amo rarefà

o si spreca, virtuale anch’esso,

spesso è solitudine gradita il pudore trattenuto

nei sentimenti preziosi,

celati nel dire al limite del dire.

Via via, fuori dal tempo:

in ben serrate scatole, 

c’è purezza racchiusa in timidezze démodé,

e le reticenze non si confondono col timore di sentire.

 

common man

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Le vite normali sono talmente ricche di eccezioni, di particolarità nascoste che chi le vive, da molto, ormai non nota.

Nelle abitudini intime e consuete, nei dettagli che non si vedono, nelle cose che si accumulano o si gettano, nelle idee ripetute puntigliosamente senza ricordare quando sono nate, s’annida un’ umanità singolare che attende indefinitamente d’essere riconosciuta. E’ nell’arte del guardare senza fretta, e con rispetto, che si scoprono meraviglie intuite nell’ombra.

a qualcuno piace caldo

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Il caffè mi piace caldo, come la soddisfazione e altre cose più o meno dicibili, ma che fanno il piacere del sentire e del vivere. Se metto assieme l’urgenza del caldo, che ha una termodinamica severa, con la pazienza, che pure posseggo, capisco che gli ossimori non sono poi così distanti dall’essere, che si è più cose assieme, per fortuna, e che non c’è contraddizione tra l’amare la pioggia sul tetto e desiderare il sole al mattino.

Il calore si associa ai sentimenti e quindi al sangue, ma non solo. Lo si associa all’amore e lo si pensa lontano dal cinismo, dal distacco di chi non si aspetta più nulla e pensa di conoscere come funziona l’uomo, il mondo. Il calore ha un termostato nel sentire e ci si regola la vita su quello. Quando si sente poco, il calore prima abbandona lo spirito poi il corpo. Troppa passione, invece, porta all’ebollizione e la fretta consuma senza percepire tutto quello che accade. Una bolla di calore emotivo nell’amore, come nell’odio, fa perdere la percezione di sé, ma mentre nel primo caso è un’esperienza di annullamento e rinascita, nel secondo la distruzione diviene tutt’uno con l’essere e non c’è rinascita. Forse per questo fatico a considerare l’odio l’altra faccia dell’amore.

Se subentra un po’ di malinconia e c’è necessità di sentire qualcosa che rassicuri, una minestra calda fa bene, Me l’hanno insegnato le donne che una minestra di dado con la pastina consola. Probabilmente fa casa e mamma, come il plaid. A me piace il minestrone, devo essere sentimentalmente maleducato, anche perché lo preferisco a pezzetti e non passato (altra preferenza femminile, raccontatami). Il vino rosso scalda, consola e avvolge, fa intimità propizia (a volte anche alcoolismo incipiente, ma anche quest’ultimo sembra un effetto della carenza di calore, umano…), il vino bianco invece è più sottile, aggressivo come i finti mansueti, apparentemente innocuo come le parole maliziose, come le immagini, suggerite dalla seduzione. Secondo me il vino bianco ha qualcosa da nascondere e non perché ci sarà sempre chi dice che gli fa brucior di stomaco (altra forma di calore) oppure racconta di altri effetti collaterali meno dicibili, ma perché accanto a questi ci saranno altre che sosterranno che le bollicine che gli vanno su per il naso e danno leggerezza e tepore che scalda dentro e fuori (lo champagne non a caso sta meglio su abiti scollati e a spalle nude).  Ci sarà chi distinguerà tra champagne e prosecco, tra secco e dolce. Vincerà il secco senza fatica, magari il molto secco. Très sec per tutti. Pare sia una questione di dieta o altro,  e pare anche che il magro (di cui il secco è l’immagine più asciutta) abbia un fascino nascosco, un calore da estrarre rispetto al boteriano dolce, che non a caso s’accompagna ai dolci. Dolce su dolce, senza perder tempo a meditare, meglio abbuffare per dimenticare. C’è sempre qualcosa da rimuovere: un’altra fetta, ma sottile sennò ingrasso, grazie.

La cioccolata va calda, bollente. La panna fredda, ché altro non può essere e se ne può pure far a meno. La cioccolata sorbita, il caffè degustato. Lo ingollano i duri, il caffè, gli stomaci d’acciaio, non i colitici, ulcerosi, pavidi che mai affronterebbero una tempesta senza l’ombrello. A che serve l’ombrello nella tempesta? A nulla, ma questo solo i duri, che hanno una fornace interiore e un cappuccio, lo sanno ed escono dopo un caffè. La cioccolata è un cane fedele, ti segue a lungo, ti accompagna, è educata, inclusiva, ama la compagnia, scalda anche la conversazione, intreccia gli sguardi, evoca. Meglio amara, densa e caldissima, poi si vedrà.

D’inverno, caldo ovunque e viso fresco, finché l’emozione non lo prende. Sembra sia la scelta della razza umana, forse memore degli altipiani etiopici da cui proviene. Invece la vendetta pare si serva fredda come certe frattaglie da osteria che fanno solitudine a vederle, e la vendetta gelata appartiene ai cervellotici, ai biliosi delusi dalla compagnia, persone che si consumano per aggiustare un torto di cui nessuno, tranne loro, si ricorda. Comunque dev’essere un piatto di difficile digestione, la vendetta fredda, come i nervetti in osteria appunto, e che non soddisfa mai completamente neppure il cuoco, che forse vorrebbe effetti maggiori. La polenta va calda, ma la polenta è come la povertà che si riscatta, ha speranza e si combina con tutto o quasi. Ama il vino rosso, caldo su caldo, poi quello che succede sono affari vostri. Non ci sono notizie di abbinamenti polenta e champagne, carenze del sistema cultural politico del nord.

Preferisco il caldo, non fuggo il freddo, ma solo per quanto è necessario per amare di più il caldo. E’ come per i sentimenti, l’assenza coltivata per acuire il desiderio è un po’ una perversione. Quest’inverno non nevica e m’impedisce di gioire al caldo della mia casa guardando i tetti che si riempiono di neve. Sentirsi caldi e guardar fuori il freddo dà una sensazione di potenza, significa che provvedo al mio corpo dandogli calore e lui è felice e rassicurato. Ben essere. Come cercare l’amore dove si trova (altrove, dove non c’è, fa freddo), sorseggiare il caffè, e meglio ancora la barbagliata che unisce mirabilmente caffè, cioccolata e panna. Guardar dentro e fuori allo stesso tempo, pensare che il non sense ci appartiene, che la logica ci fa dominare. La logica è fredda, l’amore è caldo, il caffè è amore.

inopinatamente il caki

Inopinatamente il caki,

aveva nascosto frutti tra le foglie,

e loro, nel grasso verde, solidali 

li han tenuti in serbo,

lontani da mani vogliose.

Ora sui rami spogli che puntano il cielo

alte sfere arancio appese,

sorprendono noi,

ch’ avevamo pensato perduta la capacità

d’essere nuovi.

reazioni a pelle

Ci sono persone che ti stanno sulle scatole a gratis. Non ti fanno fare fatica. E non è un giudizio sulle persone, è un giudizio sulla possibilità di un rapporto. La fatica per mantenerlo sereno è talmente elevata che ci si scoraggia presto e se non si è obbligati a sopportare per motivi di lavoro, od altro, si taglia. Magari in queste persone c’è certamente del buono, ma sarà questione di ferormoni negativi, se qualcosa fin dal primo momento arriccia e repelle. Il moralismo, la supponenza, l’arroganza, la viscidità, la furbizia, la rigidezza. Basta una di queste caratteristiche, che il titolare forse sente come positive, per mettere sul chi va là. Eppoi la bocca fa il resto, basta che parlino e quello che hai sempre rifiutato te lo senti dire, vantare, imporre. E allora è fatta, e quella persona che ti aveva fatto rizzare le antenne, non ha più la possibilità di risalire la china e ti sta definitivamente sulle palle. Da quel momento le cose vanno per loro conto, ovvero più lontano stanno meglio è.

dislessia che cresce

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Tra le cose che vorrei fare di più quest’anno, come sempre, c’è la lettura. Però spesso quello che leggo non fa scattare la magia del transfert, l’innamorarmi della storia e allora rimpiango un poco i pomeriggi e le notti in cui non sentivo nulla di ciò che avveniva attorno, le ore volavano e mi trovavo alla fine col viso fiammeggiante e l’impressione d’essere stato altrove, in un mondo comunque bello e differente.

Sarà che leggo cose poco interessanti, non scelgo con sufficiente accuratezza gli scrittori, oppure mi lascio ingannare dalle descrizioni dei risguardi e della quarta di copertina, che al pari dei titoli degli articoli di cultura, poi parlano d’altro. Sarà che ci sono troppe parole e pochi concetti, poca storia e troppo spesso i personaggi vengono presi, fatti vivere e poi abbandonati, riempiendo pagine e pagine di attesa che non conclude. La lettura in questi casi, diventa un lunghissimo coitus interruptus che toglie senso alla passione. Esigenze editoriali, un libro deve avere almeno 160 pagine per costare 16 euro, ma se ne faccio uno di 600 pagine e lo vedo a 20 euro sembrerà un affare.

Certo non è sempre così, a volte, inaspettatamente emergono meraviglie e resto incantato, ma da tempo ho questo senso di disagio, di dislessia crescente che se non mi stacca dal piacere di leggere, lo confronta con altri momenti.  Mi consolo pensando che mi accade anche al cinema, e ormai vedrei più volentieri un trailer mediometraggio che lasci intuire e dica l’essenziale, piuttosto di molti dei film che passano.

La lettura però resta un grande piacere e mi tranquillizzo, perché penso accada a molti buoni lettori che, accanto alla sempre forte voglia di leggere, emerga il bisogno d’ essere attratti, avvinti, stupiti e che il tanto leggere passato abbia prodotto graduatorie personali, che sono poi specchio del sé che muta, e cresce, e che queste graduatorie da un lato rifuggano la critica e l’analisi esteriore, ma dall’altro tengano e misurino la conformità a sé.

Col tempo, la lettura, come ogni cosa che ci sta attorno, diventa sostanza nel vivere e un abito che s’indossa. E pure l’abito nuovo dev’essere adatto a sé. Questo è il leggere e il goderne. Indossare una storia come un buon tessuto sulla pelle che, anche quando si toglie, lascia una sensazione di morbida bellezza.

10 gennaio

Le ruote dentate del pendolo hanno molti anni. Più o meno un centinaio. Cerco di regolarle, e mi pare di raggiungere lo scopo con l’equilibrio dei pesi e delle oscillazioni, ma poi i minuti mi smentiscono e un po’ accelerano e un po’ rallentano. Il pendolo irride l’ordine proposto e impone un suo ordine. Il pensiero scivola sui ricordi, sulla loro cronicità fallace, sulle stesse cose che occhi diversi vedono differenti e menti diverse vivono altrimenti. Più volte m’è accaduto di ascoltare episodi a cui ho assistito e sentirli differenti nel vissuto d’ altri, le sequenze cambiate, l’importanza di ciò che si disse, e accadde, mutata.

Oggi mio padre compirebbe 100 anni. Se n’è andato troppo presto, come troppo presto era andato via dalla città in cui era nato e non è mai stata sua. In lui la cultura dei nonni era la nazionalità, anzi il luogo da cui provenire e tornare. Se n’è andato quando si capisce a cosa servono i padri: troppo presto per tutte le cose che non sono state dette, per le domande inevase, per i silenzi da condividere vivendo. Ma forse è sempre troppo presto per andare e troppo tardi per dire ancora, così i ricordi sono sentimenti sovrapposti ai fatti. E ora contano molto i sentimenti. Non so se gli sarebbe piaciuto questo mondo, magari i figli come hanno poi vissuto, certamente i nipoti che non ha conosciuto, ma il resto avrebbe avuto la sua disapprovazione. Troppo distante dalla sua vita, dalle idee e dai principi che l’avevano guidato. Penso che nell’imprinting ciascuno di noi diventi unico, perché riassume ciò che c’è stato e ci aggiunge il suo. Ovvero ciò che pensa e sente davvero.

Affiorano le sensazioni, i ricordi riferiti in casa, la distruzione e la ricostruzione del vivere nelle due guerre: la prima che distrusse, la seconda che generò. Eppoi i figli, il lavoro difficile, anche per le idee politiche, il senso di responsabilità, l’onestà verso se stesso e gli altri, la precisione, per Lui, naturale nel proprio lavoro, la tolleranza, le idee di giustizia ed equità, i principi ribaditi. Era  gentile e mite e non erano debolezze, ma forza in chi non arretra e si prende carico di sé e degli altri.

Una direzione ci è stata fornita. Come questo scorrere di tempi che accelera e rallenta e irride la smania di precisione vuota. Così si capisce il tempo dell’occasione, si prendono gli appuntamenti necessari, si accetta l’errore fino a non vederlo più tale, ma riconoscendolo come parte del vivere. I ricordi sono pezzi di sé, abbiamo un puzzle dentro che ricompone in continuazione e non chiede. Casomai mostra soddisfatto il risultato ottenuto. E sorride, contento di sé come un bambino.