l’inverno della passione

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Ma cosa sentiamo davvero di comune e di collettivo?

Abbiamo sentimenti forti e individuali, l’amore, il disamore, affetti, solitudini e su questi regoliamo il sentire un po’ più profondo, generiamo stati emozionali che modificano i rapporti, e magari seguono un po’ le vite. Ma poi ? C’è un difetto di speranza che pervade lo stare assieme e si ripercuote sulle capacità individuali di venir fuori dal contingente, di superare i dolori e le difficoltà. Preclude anche la capacità di star dentro a ciò che vorremmo durasse. Insomma corrode l’idea che la vita abbia un discreto diritto alla felicità come bagaglio di nascita e ci rimanda alla precarietà, come nei tempi in cui le vite era molto più insicure. Questo devolverci a noi stessi come zattera unica di salvazione, ci consegna interamente alla fallacia, all’insicurezza dubbiosa delle nostre passioni dove ogni orgoglioso,e ottimista, per sempre, viene temperato dai fatti, dalle contraddizioni interiori, dalla testa e dal sentimento d’altri. Mancano le passioni collettive, che sono a loro modo più forti perché s’alimentano non dei dubbi di ciascuno, ma dalla necessità che scaturisce nell’analisi del reale, dalle certezze enunciate, sono pur sempre un divenire. Le passioni collettive non sono date in un adempimento vicino, ma includono la felicità relativa del sapere che si procede, e si conquistano posizioni, nella giusta direzione. Ebbene, queste passioni, oggi sono più flebili, quasi più petizione di principio che una forza condivisa.

Qualche sera fa, in un incontro politico dove, tra diverse parti della sinistra si discuteva sulle ragioni dello stare assieme, è stato consegnato un documento di 7 pagine, scritte fitte, con carattere 6 o 8 e interlinea 1, con moltissime parti in grassetto, sottolineature e un argomentare sull’imprescindibile. Pensavo, leggendo, che tutto questo ordinare per assoluti senza esercito, è debolezza intellettuale e fisica, e che esprime l’incapacità di uscire dalle gabbie e dai luoghi comuni dell’ideologia passata, ma che soprattutto impedisce di trovare ideali condivisi perché esso parte dal delimitare confini anziché evidenziare ciò che dovrebbe tenere assieme. Ho ricordato questo fatto, non perché la politica sia particolarmente importante, ma perché essa è misura della presenza o meno di ideali nella società, oltre le convenienze, l’interesse personale, il giorno per giorno. E del resto, non accade così anche nelle vite dei singoli, negli amori che si trascinano e ancora così si chiamano ma sono incapaci di futuro e di novità? L’immagine che mi veniva da quelle pagine e dalla loro assolutezza, da quel così o niente, era quella delle infinite riunioni, un tempo molto fumose di qualsiasi cosa si potesse fumare, e ricche di opinioni, in cui il numero spesso superava quello dei presenti, ma che alla fine non uscivano dai circoli, dalle conventicole, e non investivano la società proprio perché essa nelle discussioni era sbagliata e spesso astratta, priva di bisogni che potessero diventare cultura, insomma indocile a conformarsi al fine alto. E i bisogni venivano visti come espressione individuale, non gestibili in un bisogno che li contenesse, come se tutti avessimo le stesse paure, lo stesso corpo, la stessa età, gli stessi desideri. Non riuscire a capire  che la passione nasce da un obbiettivo alto, ma si alimenta nel suo farsi, nel suo generare sentire condiviso, è il sintomo della difficoltà di questi anni.

Quindi mancano i modelli e i condottieri forti di pensiero, ma noi dove siamo e cosa sentiamo davvero? Perché non c’è attenzione e analisi per ciò che si ripete, per ciò che si accetta senza discutere? Cosa vi dicono queste parole: povertà, occupazione, lavoro, diritti individuali e collettivi, Ucraina, Isis, Libia, immigrazione, sicurezza personale e collettiva, libertà, democrazia, futuro, presente, patrimonio comune, altro da me ?  

Finché gioco col mio computer, al più leggo, spesso guardo e non sento che un breve brivido di fronte alla minaccia, distolgo subito e passo ad altro. Lo so che finché non mi faccio domande posso solo soggiacere alla tecnologia, essere il suo punto debole e al più ricondurmi ad una virtualità di persone che sono come me. Nel mio aprirmi ad ogni cosa virtuale, nella mia curiosità vorace, resto in superficie, relativizzo ogni cosa, aspetto passi, anzi la faccio passare subito distogliendo lo sguardo e mentre penso d’essere aperto in realtà mi chiudo alle passioni comuni. La tecnologia così adoperata mi porta alle mie passioni e le rende totalizzanti, così ho un ambito in cui posso essere felice o triste, ma sarò inequivocabilmente solo. Ecco perché queste domande si accantonano, perché sono difficili e ci pare di essere inani di fronte a qualcosa che avviene, e avverrà, nonostante noi. Senza passioni comuni si fa strada l’idea di essere prigionieri di un dio che impone secondo caso e sua necessità, umiliati dall’assenza di un’eresia che cerca la verità e indichi una strada e che se non salva dia almeno dignità al vivere comune. 

Non perdo la speranza, passerà l’inverno della solitudine e dello scontento. Lo so che non è nuovo agli uomini e che tornerà un sentire comune e forte, un motivo per cui siamo assieme. Vorrei fosse per scelta e non per necessità.

identità

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Se la strada mi calpesta, se il mare mi sommerge, se il cielo mi schiaccia, di chi sono io?

Sono terra, acqua, aria? Oppure nella mia pretesa individualità, nella differenza che ostento, nell’offendermi dinanzi all’essere accomunato, in realtà sono pasta nel mortaio, mescolanza tra le dita di un demiurgo al quale incautamente mi sono affidato?

La mia libertà è nell’essere elemento e direzione, cosa ed essenza, passo, nuoto, volo, insieme ghepardo, delfino ed aquila.

Uomo.

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In quella foto ci sono mesi di privazioni, anni di disciplina. Chirurgia estetica della mente per assomigliare, per tendere ad essere altro. Una costruzione/decostruzione di quello che la natura applicata all’ambiente non avrebbe fatto e così il viso si è scavato, eppure c’era abbondanza di cibo, le spalle si sono raddrizzate, anche se non c’erano pesi da portare, l’incedere è una perenne ricerca di equilibrio che non ha bisogno della corsa. Il capo si è portato indietro e il bacino in avanti, anche se non c’è alcuna gravidanza e il ventre è piatto. La morbidezza contro le carestie passate si è risolta in linee nette, tutto converge in una coincidenza tra desiderio e dover essere.

Cosciente dello scatto, la posa si è resa vigile per la ricerca d’attenzione. Il tratto assume un’ espressione ammorbidita, forse gli è stato suggerito qualcosa. Non è un selfie, è un ritratto voluto, accettato, forse desiderato, ma fatto da altri che vogliono solo l’immagine e così è emersa la summa della ricerca precedente attuata su quel corpo. Accade sempre che ci sia il tutto in una posa, però è totalità che appare, ed è ben differente dal viso distratto, dal corpo fermato in una posa che seguiva altro. Nei corpi senza intenzione emerge ciò che c’è sotto, un dialogo complesso che include tutto ciò che è stato mutato, ma non sono soli, mentre in un ritratto c’è una solitudine grande, grandissima. Se questo rappresenta solo il soggetto, viene lasciato in una stanza di dubbi, ogni parola lo modifica, c’è qualcosa che vorrebbe uscire ma gli viene impedito. E questo dovrebbe essere colto e poi mostrato, in una comunicazione senza asperità, che offre e non porta via. 

l’uomo della pioggia

Ha cominciato a lavare la camicia come facevano le lavandaie di un tempo, solo che non aveva un fiume a disposizione, ma una piccola bacinella di plastica e la rastrelliera delle biciclette davanti alla chiesa dei Cappuccini. E intanto pioveva a raffiche mentre lui lavava immergendo nella bacinella e sbattendo sulla rastrelliera. Era a capo scoperto e cantava in una lingua che sembrava chiusa in gola, fatta di vocali buttate in mezzo a consonanti di saliva. Cantava strascicando le parole, come ad ascoltarne il suono, e lavava sotto la pioggia. Nessuno chiedeva. Il piazzale era vuoto. Tutti giravano al largo sotto i loro ombrelli. Vedevo che molti di questi ombrelli erano variopinti, come a ingraziarsi quel cielo grigio e forte di vento che strattonava le tele e faceva procedere di sghimbescio. I cestini erano pieni di ombrelli rotti, di stecche piegate, di molle ormai senza senso, di manici nuovi su aste spezzate. Poi ha preso da un sacchetto giallo, ch’era dentro a una cassetta da frutta messa a mò di cestino su una bicicletta, una coperta, l’ha stesa sul selciato tirandola bene, in modo che non facesse pieghe. Come un tappeto. La coperta era consunta, di quel colore nocciola che andava di moda un tempo, ed aveva qualche strappo che lui accostava per coprire la pietra sottostante. Poi, sempre sotto la pioggia s’è accoccolato sui talloni continuando a cantare. Allora ho visto due cose distinte e notevoli: il volto, che era abbastanza giovane, con una barba nera più da carenza di cura mattutina che di scelta, e gli occhi che guardavano ostinatamente verso il basso. Il viso forte, poteva essere di chiunque, solo che questo era bagnato fradicio, rigato in continuazione di gocce e chiuso al modo circostante, ma, pareva, non a sé e al suo pensiero. L’altra cosa che ho notato era la direzione della coperta. Era rivolta verso sud sud est, la stessa direzione del vento ch’ era girato. Poi dalla posizione accoccolata ha posato le ginocchia, e allora ho pensato che si sarebbe allungato in avanti con le braccia tese fino a posare la fronte, e invece ha preso il sacchetto giallo e in ginocchio, sempre sotto la pioggia, con cura ha cominciato a piegare le poche cose che aveva. Come a metterle dentro un cassetto che profumasse di lavanda, di legno, di casa. Per ultima ha piegato la camicia lavata e poi col palmo ha preso la pila delle sue povere cose infilandola in quel sacchetto giallo. Solo allora si è alzato e ha ripiegato la coperta, ancora cantando tra sé e sempre con le persone che giravano al largo. Potrei raccontarvi il resto, ma non avrebbe molto significato. Però vi dico un pensiero che, brevissimo, mi ha attraversato allora: quello era un uomo come me, con una sua solitudine grande. Si teneva a galla con qualcosa. Come facciamo tutti. E non lo meritava. Nessuno merita la solitudine. Ho ripensato ad altri luoghi, ad altre solitudini e mi sono sentito più solo.

vi racconto perché comincio ad aver paura

Vi racconto perché comincio ad aver paura. C’è una guerra in corso in Europa, è in Ucraina. Può restare un conflitto circoscritto, ma anche no, basta un niente perché degradi in escalation di ritorsioni. Ci si fida che accada come per la ex Jugoslavia, dove tutti hanno fatto combattere in conto terzi, ma non è così. Qui siamo ai confini della Russia e sembra che non ci si voglia render conto che questo Paese non è solo un mercato, ma una potenza nucleare tecnologicamente avanzata, che non può accettare di avere la Nato alle frontiere. Sembra a parti inverse, la crisi dei missili a Cuba. Solo alle porte di casa, stavolta. Manca una politica estera europea, un esercito europeo, una determinazione comune e gli Stati, in ordine sparso, si accodano alla politica americana, che ha altre logiche e sopratutto lavora su uno scacchiere mondiale, magari con i risultati che vediamo. 

Ma questa è solo una parte della paura. Uso la parola paura perché ha un significato preciso, timore non lo ha più, la paura dovrebbe far reagire, analizzare ciò che accade. Chi ha paura si sente solo, bisogna uscire dalla paura e condividere. Sono inquieto, metto insieme segnali, li interpreto, certamente mi sbaglio ma i segnali sono fatti precisi.

Non si parla più di energia, il crollo del prezzo del petrolio ha reso anti economico lo share oil canadese. Per fortuna, ed è una manna per l’ambiente visto l’alto inquinamento di questa tecnologia, ma non si parla più delle importazioni di gas e petrolio dagli Stati uniti verso l’Europa. Intanto è stato revocato il progetto South Stream che doveva portare gas dalla Russia attraverso Turchia e Grecia, la Russia parla con la Cina e noi dipendiamo ancora dai vecchi gasdotti che passano per l’Ucraina. quanto può durare questa situazione se la crisi si impenna? Anche a sud, nel Mediterraneo le cose non vanno bene, l’avventura libica, ha prodotto un bubbone a pochi passi da casa e anche quell’area non è più un fornitore certo di energia.

La percezione di un diffuso senso di malessere si diffonde attraverso l’incertezza: che sta accadendo? E il rifiuto verso l’Europa dei burocrati non riguarda solo la destra o la Grecia, ma la stessa idea di Europa unita, che è più una possibilità che una realtà, certamente non una entità politica rilevante.

Ieri ho ascoltato questo dialogo tra due imprenditori che parlavano nello spogliatoio della palestra. E’ rilevante pur facendoci la tara perché non siamo a un convegno, e sono parole in libertà, senza dover rassicurare nessuno:

…ma tu lo sai che in Grecia non ci sono medicine negli ospedali, la gente è alla fame. Non esporto più in Grecia, ci sono stato il mese scorso, una desolazione. Chi vuoi che compri di prodotti di consumo, non hanno soldi, a Marrachech o Dakar hai più mercato, e se ti ammali ti va meglio. Ieri ero a Bruxelles, incontro con un funzionario UE, 40.000 euro al mese di stipendio. E’ uno di quelli che contano, anche se non un capo. Parliamo, lo dice lui, l’Europa è morta, la teniamo in vita per le banche non per le persone. Poi a cena, in un ristorantino, 148 euro. A testa. È normale, a Bruxelles. Dice ancora, qui non si rendono conto del mostro che è stato creato, ma ogni quindici giorni ci spostiamo con carte e persone a Strasburgo, e poi di nuovo indietro. Ascoltiamo più le lobbies che le commissioni, in fondo coincidono. Equilibri, non c’è politica, solo equilibri e nascondere i cadaveri.

Sai cosa ho pensato tornando? È perché non siamo alla fame come in Grecia ma non abbiamo niente in mano, nessuna sicurezza. Sai che faccio, porto via due rami d’azienda, un pezzo un Italia per il marchio, il resto all’estero per le tasse e la sicurezza del futuro. Renzi ? Bravo si, ma un sacco di parole, ma almeno Berlusconi mi dava garanzie. Cosa vuoi che me ne freghi del senato, in sei mesi in Europa, dove non può ricattare non ne è venuto nulla. Voto lega anche se sono quattro sfigati, che vivono di rendita sulle disgrazie. Ma ha ragione Tsipras questa non è l’Europa di Spinelli è un mostro delle banche. Hai visto con Junker, che gli hanno fatto per i suoi trascorsi di primo ministro? Nulla. Il fatto è che c’è un patto tra popolari e socialisti, e non si può dire che il dittatore è morto, finché non si sono sistemate le cose per la successione, come facevano in URSS o nei paesi comunisti. Prima o poi crolla tutto e chi si salva è chi l’ha visto prima.

L’altro interlocutore concorda, è un professionista, parla del falso in bilancio, entrambi ridono sulle norme che rendono possibile il “nero”. Salutano ed escono.

L’impressione che ne traggo è quella di una Italia divisa, dove la realtà è altrove da quella dell’ agenda di governo. Il debito italiano è 10 volte quello della Grecia, non possiamo fallire senza far scoppiare l’Europa, ma siamo anche nella paralisi. Ho visto gli interessi pagati in questi anni a chi ha finanziato il debito. Ovunque, c’è stato un flusso enorme di denaro verso i creditori che non sono prestatori d’opera o promotori di sviluppo, ma semplici prenditori. Per paradosso si finanzia l’usura perché continui a fare il suo mestiere. Questo ottenebra tutto, l’economia è disgiunta dai popoli e dalle persone, non conta più neppure il successo personale, tutto viene subordinato a decisioni prese in consessi dove l’unica cosa che conta è : ti ho dato i soldi, li rivoglio indietro con gli interessi, il contesto non è affar mio. Per questo non si capisce quali siano le politiche di sviluppo, se il sistema è divisivo le politiche tornano negli Stati, diventano non competitive, ma aggressive e questo è il contrario del processo di unificazione. Ieri è stato detto alla Grecia che la democrazia, ovvero la decisione del popolo conta fino a un certo punto, ci sono regole sovraordinate che limitano la democrazia, il pagamento del debito ad esempio. Eppure Tsipras non chiede il suo annullamento, ma di pagare secondo la crescita, ovvero aiutateci a crescere e vi pagheremo prima. pare non sia accettabile, sarebbe un precedente.

Torno ad un altro precedente, il riconoscimento unilaterale del Kossovo indipendente dalla Serbia fatto dall’area dei Paese Nato. E’ un seme tratto dal vaso di Pandora. Non si sa cosa possa generare, ma sicuramente cose non buone visto che ha violato trattati e frontiere. Infatti la Crimea è altrettanto legittima se lo è il Kossovo, e anche le nazionalità interne agli Stati Europei lo diventano, la Catalogna, oppure i Paesi Baschi, o il sud Tirolo, o chissà quanti altri pezzi di nazionalità che sono distinte e autonome dentro a Stati che hanno altra lingua e cultura. L’Europa dei popoli serviva a questo, se è persa traccia, soffocandola nell’Europa della finanza, che neppure è Europa, ma qualcosa di sovranazionale che sta indifferentemente a Shanghai o Ginevra, o Londra.

E intanto ogni 15 giorni le carte fanno la spola tra Bruxelles e Strasburgo, ecco perché comincio ad avere paura.

inadatto

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Ho preso un pennino largo, non troppo però, un inchiostro comprato a Praga in anni senza luce. Ho arginato i ricordi, eppure ce ne sarebbe da dire, ed ora guardo il tratto che prende possesso della pagina, la scia che asciuga rapida, l’azzurro “brillant” che ne resta. Per essere efficaci bisogna scrivere cose brevi, frasi icastiche, sapere che qui tutti possono leggere. Per avere l’attenzione bisogna sollecitare ciò che è conosciuto oppure sonnecchia e s’agita dentro. Il dubbio deve restare generico, la domanda personale mai troppo intima. Rispettare le regole dell’immateriale dove vanno bene gli stati d’animo, non le anime, che al più, occhieggiano. Come stai? Cosa pensi? E il resto? Non conta, davvero non conta, nello storytelling tutto si consuma subito, anche crudo, ma al banco, non con candele e atmosfera, sguardi negli occhi, comunicazione multi canale, quella è altra cosa.

Non stai scrivendo un romanzo, perdio, e neppure un diario. La comunicazione è una scienza, beh magari proprio una scienza in senso galileiano no, però ha delle regole. E delle eccezioni, vuoi lavorare solo sulle eccezioni, bah…

Se penso che le parole sono nate per descrivere il simbolo e ciò che lo genera. Che oltre ad essere più rapide della paura hanno la lentezza del fuoco governato. Che hanno la pazienza dell’estrarre, del confacere, perché i gomitoli non s’aggrovigliano per caso e c’è un ordine interiore. Se penso a tutto questo, allora capisco che l’utilità è facile e il piacere è difficile. Che questo si può condividere con fatica perché in sé inutile. Che ciò che facciamo, apre o chiude. Tutto. E’ semplice no? Cosa apro e cosa chiudo? Mi isolo o accolgo? Capisco che la “sequela mundi” non è solo il conformarsi, oppure il guardare, l’apprendere, il fare nostro, ma mettere in discussione ciò che lo muove per permettergli di aprire, di procedere. Però se questo è un mondo apparentemente aperto e in realtà chiuso, capisco d’essere inadatto, ma l’essere inadatto ha significati differenti e, a volte, si traduce nel piacere dell’inutile, nel non assomigliare, nel dire che chi capisce è nel cuore.  Per quanto, vale, nel mio cuore, ma v’assicuro che per me vale molto e tanto basta. 

scanner

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Storie, racconto, presente, ricordo che si mescola, sensazioni, ciò che si vede o si prova, spesso entrambi. Raccogliere l’emozione, approssimarla, sezionarla per vederne il cuore, astrarre il generale, l’evidenza di ciò che si ripete, oppure usare termini contenitore, specifici se hanno una storia, gioia, felicità, dolore, disperazione, atonia, catatonia, speranza, è il tempo che regola le serie, come si mescolano e dove si fermano. Ancora metafore, notte, buio, luce, nuvole, strada, vicolo, scrivere di cose, di come esse entrino nel sangue, per dove, le aperture del sentire, del piacere, come si annidino, per sempre, oppure per un poco, la genesi di un’emozione, la sua evoluzione, con pochi aggettivi necessari, un suono, un’immagine casuale, la realtà col minimo di volontà. Flusso. Distrattamente un barattolo viene preso a calci, il suono rimbalza, eccita il calcio successivo, toglie il pensiero, riporta indietro, monello, rimprovero, desiderio, calciare, ancora, rumore, finisce com’era iniziato nel suono che si spegne, pensiero, il flusso riprende, deviato, tenue, si può persino parlare di ciò che si pensa, placebo. Nell’angolo una lampada accesa, luce gialla paglierina, limitata, un cono, sottofondo di musica dal pc, un canale digitale mescola la luce con il clarinetto, il sax e il pianoforte, il pensiero si fa morbido, si ferma sul margine della luce, o dell’ombra, non c’è limite, terra di nessuno quindi terra tua, la razionalità si decompone, si quieta, assenza di parole, sensazioni, fuori resta fuori, scendere dentro mentre s’allungano le gambe, rosso, morbido, avvolgente, pulsa piano, tepore, assenza/presenza, tu, insieme eppure soli, solitudine equilibrio dolcezza per sé, comprensione, misericordia. Lista recente di chi non ha usato la dolcezza, poveri che rubano ai poveri.  Auto terapia, pace con sé, sonno leggero e vigile. 

Come trovare un senso privo di luci nette, una fotografia casuale dove il particolare è prigioniero di un caso, ingrandire, decifrare lo stupore di chi si sente visto, scoprirsi nello stesso stupore. Ciò che passa, passa, non c’è controllo su ciò che resta davvero, i luoghi comuni sono più vitali perché non vengono messi in discussione, abitudini senza riflessione, poco resiste all’analisi, è più forte ciò che si vuol credere, vedere, fede, siamo intrisi di fedi, insicurezze, risposte, labilità di esse, paure, insicurezze che sembrano nuove e in realtà si ripetono, generano fedi. Mania, problemi irrisolti, rinviati, indefinitamente, piacere come risposta, la sua ricerca, c’è felicità nel caso, la felicità del non esserci. Simmetrie, la disperazione è un eccesso, la tristezza è simmetrica, servono punti di riferimento, solidità, tranquillità, assenza di passione, leggerezza che si sbriciola tra le dita, tempo senza nome, né oggetto, un portolano per andare, sennò lentamente si muore, si spegne lo scanner.

l’entomologo

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Se la pelle è di vetro, si impara a difenderla bene, mai abbastanza però. Ci si applica come si può, chi è fragile è spesso anche ingenuo e non diventerà mai furbo. Però impara ad occultare quel tanto che consente la vita. Se si è fragili è facile essere feriti, è una banalità. Ed è pure banalmente indifferente pensare che a chi accade si sviluppi una sorta di abitudine. No, al più nasce la difesa del ritrarsi e lasciar trasparire poco. Oppure si può scivolare nel cinismo, ma quella è una malattia che uccide anzitempo e chi è fragile non ha voglia davvero di non sentir più nulla. Almeno il pessimismo  ancora conserva la capacità d’essere stupiti dal contrario di ciò che si prevede, no, il cinismo è proprio l’incapacità che qualcosa sia positiva e riattivi lo stupore del mondo, insomma non è cosa da fragilità di sentire.

C’è però una similitudine che attrae chi per noncuranza viene maltrattato ed è quella dell’entomologo che osserva, classifica, mette sotto teca e ragiona sulla meraviglia inanimata. Affascina il guardare le cose da distante, l’ordine e il ragionare per classi e sottospecie. E’ apparentemente freddo il mondo dell’entomologo, però attrae come liberazione dal soffrire. Si pensa che il rischio si distribuisca nell’attimo dell’etere e poi della formalina, poi tutto è fermo. Ma poi non resta nulla di ciò che prima palpitava, l’attrazione e il pensiero che essa suscitava. Solo la bellezza dei colori, la finezza delle ali, l’immaginazione che tutto questo era leggero e volava. Per questo chi conosce la fragilità del volo, pur nella tentazione, rifiuta d’essere entomologo di altri, sa che per difendersi non bastano le classificazioni, ma casomai volare altrove e più alto. Siamo così imperfetti nel fidarci che nessuna esperienza può davvero far da guida e il prezzo della vita è un compromesso tra una corazza e una leggerezza che consentano di essere liberi nell’universo. Se la pelle è di vetro rafforzare la libertà di dir di no è già un buon compromesso per discernere ciò che poi conta davvero.

c’era il sole


C’era il sole. Come oggi. Una giornata come questa, fredda e calda al tempo stesso. Eravamo andati alla ricerca di chissà che, ciascuno per suo conto eppure assieme. Anche oggi l’orrore delude, come allora: c’erano le baracche, il portone, il filo spinato, un forno crematorio che pareva ricostruito, un museo piccolo che colpiva molto per la sua assenza di suono, come un urlo soffocato in gola. La piccola città vicina, i boschi. Ricordo una curva di strada in salita, non distante dal campo, gli alberi e la sterpaglia che si fermavano su un muro di contenimento ben curato e a sinistra dei prati, una casa col camino che fumava. Pensai che quella casa c’era anche allora, che qualcuno, scappando, ci passò vicino (dai campi di concentramento/sterminio, qualcuno scappò, quasi nessuno ce la fece) e che l’odore del crematorio doveva arrivare sino alle finestre. Dovevano sapere. Conobbi il sindaco, socialdemocratico, gli chiesi con garbo, se qualcuno si oppose in paese: al campo, ai suoi odori forti di carne bruciata, al viavai di vagoni ferroviari. Insomma cosa sapevano davvero. Tergiversò, disse cose generiche, poi parlò della Rosa bianca. Lasciai perdere.

Furono giorni di sole pieno e freddo. Pensai che c’era anche allora, all’ effetto che faceva il sole a chi non aveva speranze eppure amava la vita come mai prima. Forse lo sentivano un insulto, forse una benedizione e una spinta a vivere. Forse. In questi anni è cresciuta la consapevolezza che qualcosa di orribile si è consumato senza una plausibile spiegazione. E al tempo stesso le cose vere, quelle accadute, si sono allontanate, anche quelle meno nobili che rendono più forte l’orrore. C’era con noi uno scampato al lager, è ancora vivo, ma non parla più. Gli anni, l’età avanzatissima. Mi disse allora: quando l’ultimo di noi morirà, tutto assumerà un’altra forma, diventerà storia e basta. Storia dell’orrore, assieme a tanti altri orrori.  Ho pensato in questi giorni che è vero, s’affievolisce il ricordo, la dimensione, l’atrocità moltiplicata per 10, 1000, 100.000, milioni, quando già il dolore di uno è insostenibile. Si organizzano viaggi della memoria, ma l’olocausto diventa una pagina di un popolo, soggetto di libri e film, epitome della follia di un dittatore, di un gruppo, di un popolo. S’affievolisce l’orrore, il grido, l’assurdità che ciò sia accaduto. Può riaccadere, quindi. Altrove, riaccade. Ci sono segnali del risveglio della bestia, l’orrore non l’ha uccisa e attorno l’intolleranza cresce.

In quegli anni, furono poco più di dieci, ci fu una normalità che rese tollerabile la soluzione finale. C’era  stata la satira antisemita e anti avversario, la stampa, l’intellettualità che trovarono ragioni, la discriminazione che creava nuove ricchezze, occasioni, posti di lavoro. Penso alla libertà di dire nefandezze, mi è tornato in mente in questi giorni in cui in Francia il tema della libertà ha trovato nuova linfa, ma anche dubbi su ciò che può fare la libertà quando viene posta al servizio del male, della discriminazione, del dileggio, della negazione del bene, e del giusto. La libertà allora uccide, non salva più l’uomo, non gli da diritti ma glieli toglie. Cosa accadeva allora mentre si toglievano diritti? Perché filosofi, giuristi, artisti diedero spazio e sostegno a tutto questo? Per interesse credo, per convenienza, ignavia, codardia, consenso. E tutti gli altri, queli che neppure ebbero una briciola di vantaggio ed eguale colpa? Primo Levi e diversi altri, non molti, cercarono di capire, investigare ciò che stava prima e durante, e perché convenne conformarsi a ciò che palesemente era orribile. Una risposta fu che bastò parcellizzare le cose, dire quello che bastava, separare gli atti in una meccanica di funzioni civili e piccoli problemi risolti, scindendo il fine e il risultato dal proprio contributo. Altri scientemente perseguirono, condussero, fecero con scientificità. Il tutto portò a questo risultato. Ma qualcosa sfugge, non ci fu ribellione delle coscienze. Si cita spesso la banalità del male di Hannah Arendt, le sue tesi sono suggestive, forse tolgono però dimensione all’orrore e lo portano nel quotidiano. Ci fu anche quello, ma non solo, perché c’erano gli artefici e i servi e poi un consenso diffuso. E tutto questo accadde anche in Italia. Se non ci fosse Israele, i sopravvissuti, le comunità ebraiche e un dibattito che continua sulle ragioni, non se ne parlerebbe più, come accade per gli zingari, i prigionieri politici, i comunisti, gli omosessuali, i testimoni di Geova. E anche questo rimuovere sarebbe da indagare.

C’era il sole, come oggi. Non capivo e neppure adesso capisco molto. A Ravensbruck, nacquero bambini nel campo, qualcuno sopravvisse. Pensavo che certamente ne nacquero in tutti i campi. E che questo sembrava talmente fuori d’ordinario per quell’orrore da usare l’avverbio persino. Come se l’orrore contemplasse solo la morte. Forse è questo che innesta l’oblio, non ci si confronta volentieri con la morte, al più si pensa che non ci debba riguardare. Quelli che non hanno paura della morte sono i bambini e a loro dovremmo parlare dei campi e di quello che accadde. Con le parole giuste perché le morti vengano distinte e perché certe morti non debbano accadere. Ecco quello che penso ora, che se ci fosse una educazione alla paura della morte, da adulti cercheremmo di rimuovere solo la nostra e tutte le altre le vedremmo. 

distratta evidenza

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E c’è pure un prima

e poi un dopo,

molti dettagli,

e qualche ragione che davvero spiega poco.

Le cose sono illuminate,

hanno di certo un nesso,

ma sono smemorate, 

e l’ allora non è adesso:

di certo ci fu spinta,

una motivazione dietro,

e fu scritto tutto in fretta,

sull’appannar d’un vetro.

Si spiega sempre troppo,

e qualcosa ormai s’è perso,

evidenza cara dovresti aver rispetto,

sarebbe giusto dicessi che l’anima si mosse,

che ci furon circostanze,

e molto contò il senso d’un cuore che si scosse.

E se poi non dicessi ed ascoltassi quieta,

come quando ci si sofferma nel dondolar di barca vuota,

lo sguardo all’acqua che accarezza,

l’orecchio allo sciacquio dell’onda,

vorremmo insomma un po’ d’intelligenza illogica,

distratta quanto basta

per lasciar che parli ciò che adesso rosica.

E a raccontare allora basterebbe:

che ci fu sì l’ apparenza,

che si mossero tempeste

ma la realtà del cuore

era ben diversa e verde.