Un vecchio barbiere a cui spegnere la sigaretta,
proporre i miei pochi ricci,
e portare dentro bottega.
Ha le parole guardinghe di chi non conosce,
il tempo che batte la vetrina,
e la strada con le auto ormai troppo grandi.
Ci sono ancora per fine anno
quei piccoli calendari dal profumo sguaiato?
Prima ciarliere, le forbici ora esitano,
lo specchio rimanda il viso stupito,
tra ironia e ricordo, si schiara la voce,
tra poco la pensione lo porterà altrove,
e l’asciugamano umido e caldo sul viso
è un abbraccio tra vecchi.
inutile
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Inutile, come il rintocco lontano,
il ricordo si sveglia
è bronzo pensoso,
traccia d’aria e di colore sulle cose.
C’è il borbottio del sole d’inverno,
quello gentile sui vetri,
che accarezza la neve,
e s’accontenta di brillare la pioggia,
dolce senza illudere
mormora la stagione del gelo.
Tra oggetti ora fidati
le cose si sentono scordate,
ma attendono, madie ricolme
di pazienze infinite in cui si consumano,
eppure stanno,
certe d’essere riprese.
Con gli anni s’affinano I mesi,
i minuti stanno al loro posto,
solo gli anni s’ammucchiano
e l’inutile diventa arco di stupore,
molto si è compiuto
ma ciò che attende è nuovo,
come quel germogliare
di cui non si conosce la foglia
mentre la radice è parte di noi
e beve nel mondo.
Ho amato e il cielo rammenta,
urge la vita in questa unione
in cui ogni segno è curvo
come cuore forte e paziente.
Se stendo le braccia alla luce
ne sento il battere dolce.
in cerca di sé
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Da dove si fosse originato tutto ciò non importava molto, era una risposta a qualcosa e forse era solo naturale evoluzione, crescita.
Come ci si muta secondo l’età? Ciò ch’era accaduto sembrava la prosecuzione dello stesso bisogno assoluto dei primi anni in cui ci si formava autonomi in famiglia. Quel darsi nella crescita senza un criterio, che non fosse il seguire tutto quello che prorompeva e premeva negli abiti, nel cervello, nei sentimenti, nel cuore in una novità continua che metteva in campo la voglia di misurare sé e il mondo, di non coincidere nei desideri comuni, nel mettere in discussione l’autorità.
Un individuo si forma, cresce, si stacca e nuovamente poi cerca di unirsi quando sa chi è, o almeno presume di saperlo, ma quella seconda unione non è la chiusura di una scissione dallo stesso corpo, piuttosto è il tentativo di riformarlo.
E questo riunire è più difficile, non solo perché ricerca pressoché impossibile a realizzarsi se non per pochi attimi, ma perché è un riunir restando individualità forte, un sentire comune che ha sentire diversi.
In questa fase, che già gli sembrata così forte, l’indipendenza s’era attuata, ne sentiva il sapore pregno di propri umori vitali, coglieva il legame con età vissute e mai sopite. E in essa c’erano le gioie profonde del coincidere, la necessità del distinguersi, il piacere di provare qualcosa che veniva condiviso ben oltre la superficie.
Tutto appreso strada facendo, in misura unica, perché l’unicità è in gran parte l’educazione che portiamo a noi stessi nei sentimenti, a partire dall’ambiente protetto dei primi anni e costruito più nelle difficoltà, nelle timidezze, negli scatti d’orgoglio che la costruzione della propria vita indipendente porta. E poi il lavoro, la fatica, i condizionamenti, le difficoltà e le gioie di un vivere autonomo fino ai diversi modi di vedere che si succedevano in un continuum di apprendimento che non apprende, di cadute e voli che dovevano lasciare il segno per iscriversi nei percorsi dell’anima.
Eppure non erano le difficoltà ad aver mosso prima l’inquietudine, poi il silenzio -che era modo di capire- anche se era stato a partire da quel silenzio interiore, da quella difficoltà a bastarsi com’era, che si era fatta strada la consapevolezza della necessità di un nuovo affrancamento, che pur essendo solo la naturale continuazione del precedente giovanile crescita e indipendenza.
Ciò che aveva mosso tutto era il rideterminarsi per sapere cosa era disposto a dare, cosa poteva essere. Una misura di sé, insomma, che non doveva dimostrare nulla a nessuno, ma costituire quel movimento verso il trovarsi, riconoscersi. E tanto bastava per motivare scelte difficili, banali e alte, sbagli e piccole rabbie per la difficoltà di mutare con la necessaria adeguatezza. Così gli pareva, occorreva velocità e intensità. E c’era la pazienza da apprendere e il proprio tempo, ché mica coincide con quello degli altri, ma è solo proprio, e capirlo.
Profondamente capirlo e farlo proprio.
sabato pomeriggio
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È lo sfogliare quieto
del catalogo già visto,
la vita scorsa:
figure e tratti di discorso
attirano interesse
e le fantasie di percorsi abbandonati, spremono il possibile mai stato.
Ozio pensoso per il freddo sabato
che già novembre saluta
e fugge dalla calca
e dalle luci delle feste.
Il giorno s’addensa nel tramonto
freddo del colore pieno
che riga l’orizzonte,
è l’aria limpida che lo scrive
e porta il sospiro lieve della notte.
Poi sarà il laborioso sonno
a traboccare dove tessono
I fili mai tessuti
e le trame inusitate.
Storie dal senso arcano
di figure amate,
sicure di sé interpellano,
tra enigmi ed emozioni.
Ci penserà il mattino,
con luce piena e fretta di pulire,
a cancellare quel dirsi
perentorio e senza luogo.
Ma cosa sono quelle briciole rimaste?
Colori e pezzi di vissuto
da spargere nel giorno,
come coriandoli di festa
all’usato nuovo
che già urge l’attenzione.
parliamo di quisquiglie
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Possiamo riflettere serenamente sul risultato elettorale e mi limiterò a questo, anche se la partita politica che si è aperta riguarda le politiche nazionali future. Due regioni importanti del sud, Campania e Puglia sono andate al centro sinistra. Sommate alla Toscana, pareggiano il conto numerico, della tornata elettorale. Difficile individuare elementi di discontinuità nei programmi, che sono elenchi di intenzioni e desideri. La novità toscana e campana è il comparire di liste di sinistra che si collocano oltre lo schieramento e che raggiungono percentuali vicine al superamento del quorum di ingresso nei Consigli regionali. L’astensionismo ci certifica che ovunque perdono, quelli che non vogliono enti locali distanti dai problemi del territorio, dei suoi abitanti, del futuro loro e dei loro figli.
Le regionali hanno evidenziato che c’è una parte maggioritaria di elettori che non vota più. La sinistra ne è più colpita e ciò si deduce dalle percentuali che rimescolano i votanti mentre diminuisce Il voto assoluto.
Questo fa molto bene alla destra e giova alla sinistra neoliberista.
Né l’uno né l’altra, per questi elettori non votanti, rappresentano una alternativa o una speranza. Il non voto è stato rappresentato a lungo con metafore vegetali. Praterie, boschi, ma in realtà si tratta di un voto da conquistare con una proposta che sia alternativa e concreta. Orbene, a sinistra, nessuno, sottolineo nessuno, ha ancora proposto una sintesi tra diritti e cambiamento, tra equità e crescita, tra gestione della cosa pubblica e legalità, tra il dire e il fare che cambia le vite di chi dovrebbe essere rappresentato. Sembra un luogo comune ma non è evocando il nuovo che esso si realizza, è lottando per esso che le persone sfiduciate riconoscono coerenza e concretezza. E forse possono dare il loro consenso a chi risulta credibile oltre le parole, quando vengono sostanziate dai fatti.
Quindi lo spazio per chi vuole pensare, agire ed essere, a sinistra c’è tutto, ma è faticoso. Implica trasparenza e coinvolgimento di chi elegge, comporta che anche in coalizione ci siano principi che non si negoziano, obiettivi che sono una verifica interna di coerenza oltre ad essere risultato tangibile.
E se i protagonisti di questa nuova sintesi sono giovani è meglio, perché nessuno dei “vecchi”, può fare il protagonista di qualsivoglia cosa, parlo anche di me stesso, al più possiamo essere utili .
Il fatto che sia stato messo il privato davanti al pubblico, esaltato il successo individuale come misura della benedizione del dio del mercato contro l’idea che pensare agli altri sia vecchio e residuale, ha tolto una prospettiva comune al cambiamento.
Ha fatto un danno assoluto perché ha tolto dalla politica una società per cui lottare.
Sinistra Futura, l’associazione politica che coordino, parte da queste consapevolezze e cercherà di costruire con chi è disponibile, una proposta sociale alternativa, che è generata dai problemi di chi non ha difese, di chi vuole giustizia sociale, pace, un ambiente sano in cui vivere e un lavoro che porti con sé la crescita e l’equità.
Il lavoro di chi non accetta il politicismo come fine della politica e mezzo per il potere personale, continua con più forza e determinazione oltre il voto. Interroga, propone, pretende il giusto e si vede dalle iniziative che si moltiplicano per la pace, per la difesa del lavoro e la sua dignità, per avere servizi sociali, sanità, scuola in grado di assicurare benessere ed eguaglianza.
Siamo liberi se le idee sono forti, se siamo disposti a lottare per esse.
.
oziosità
In evidenza
Decifro le mie vecchie annotazioni
contendono il margine nei libri,
hanno il candore degli anni,
tremori inutili di senso.
Le parole hanno scadenze e paure,
e il significato è voragine
ma spalanca fondi luminosi,
e vedersi può accogliere il limite,
il suono che non torna,
ricordare il sussurro che fioriva
e arricciava il labbro
mettendo il pensiero nel sorriso.
E ora ciò che è stato è aria,
traccia che conduce,
come il profumo della rosa impavida
che solitaria affronta l’inverno,
Dallo zaino riposto
esce un rivolo di sabbia,
l’odore di battigia e il profumo del sole sulla pelle,
tutto congiura lieto
nel pensiero d’un allora
diverso e stato.
da qualche parte nascerà
In evidenza
Da qualche parte nascerà il mondo nuovo,
non dubitatene.
Scorre nel sangue,
s’ annida nei pensieri,
la realtà lo alimenta e lo fa crescere.
Sarà con noi oltre la convenienza,
oltre la cupidigia,
oltre l’egoismo.
I sentimenti hanno misura
solo nell’uomo senza amore
assieme diventano fiume e mare.
E’ un bisogno di vita,
non un desiderio e così emergerà,
prima, come grido di pochi,
poi crescerà
e dilagando farà battere i cuori,
scaldare le tempie.
Farà esercitare le intelligenze,
per mostrare l’evidenza a chi non vuol vedere.
Del resto vediamo, subiamo, sentiamo cosa produce un capitalismo senza dialettica.
Lo viviamo nell’ambiente che si deteriora E ci rifiuta, nel lavoro che manca, nelle crisi che non trovano soluzioni, nel distacco sempre più forte tra chi ha e chi non ha.
Lo sentiamo nei diritti che si affievoliscono, nell’uomo che conta meno del denaro, lo vediamo nella diseguaglianza che cresce, nella povertà senza riscatto, nella ingiusta lotta tra poveri per strapparsi un diritto.
Perché consumata la democrazia, il rispetto, la dignità degli uomini, il denaro lucra sulla crisi, sulla salute, sui settarismi, sull’intolleranza.
Nascerà da qualche parte, avrà un nome antico, rivoluzione, e parlerà ancora con parole antiche: uguaglianza, fraternità, libertà, ma tutto sembrerà nuovo a chi lo vivrà.
Non è una speranza, è una certezza, è sempre stato così, la storia non si ripete ma obbedisce alla spinta verso l’essere assieme, verso il costruirla assieme.
Non prevalebunt è l’equivalente del no pasaran, sempre le stesse parole, sempre gli stessi bisogni.
Profondi, radicati, incoercibili, certi.
non c’è futuro senza lotta
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Cosa ha visto
il vecchio comunista palestinese,
la sua vita è lunga,
i suoi occhi sono chiari,
le parole scandite,
aguzze pietre intrise di terra,
ricordo e presente.
C’è l’ombra di un olivo,
s’appoggia appena
e toglie il sudore il dorso della mano,
il pensiero segmenta la vita,
il passato, l’attesa, il dolore.
Il quotidiano fare,
l’amare, sperare.
Non c’è futuro senza paziente lotta,
senza il bene che è giustizia.
Già nel lavoro è il rifiuto del sopruso
e nel dar vita alla terra amata e stenta
è resistenza, l’olio profumato e il grano.
Essere per i giorni che verranno,
sentirne il profumo
nel vento che il sole riscalda
e a sera rinfresca e parla di casa
come una carezza che fiorisce
dalla pelle dura di lavoro
e d’amore.
scienza che non s’apprende
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Nel pomeriggio radioso lungo una banchina di stazione,
o la sera in un bar di periferia,
tra chiacchiere e fumo
tazze orlate di schiuma
e bicchieri bagnati di birra,
qualcosa si rompeva incidendo la carne.
Parole senza tempo né luogo
e neppure creanza,
irrompevano nell’estate che si apriva alla festa,
o nella riva ancor calda del mare d’ottobre,
ridevano di noi,
dei nostri passi nudi tra sassi impietosi
in torrenti a primavera,
erano il tempo che illude il suo compiere
e piccoli addii per costellare malinconie
ed errori
per fortuna vissuti.
Così riposta la memoria, alimentato il rimpianto,
è rimasta una scia,
di scarpe lasciate a fianco dei cassonetti di città,
per rinnovare il cammino,
ma conservo il giallo dei tigli di maggio,
la ferocia dei tannini di noce,
l’asprore dolce dell’uva da vino
e la bruma dell’erba dei mattini d’attesa.
Non ho memoria di ciò che ho nascosto
ma stanotte I tuoi sorrisi erano luce nell’ombra,
quieti I timori posti nel canto del futuro subito,
e tra notturni sogni di fuoco e di polvere,
c’era l’ultimo calore condiviso
nel cielo impietoso che stringeva l’abbraccio.
Nulla s’apprende, nulla che conti,
l’amore, la gioia sono sorprese,
e nel loro riflettersi la luce si perde,
in un gioco di specchi dove la sostanza rapprende e nasconde,
ma non trattiene qualcosa di rosso
ed è nel lampo che il moto degl’occhi intravvede d’essere stato
e non ancora compiuto.
dolce e inerme è il restare
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Apprestarsi al meriggio,
fidando nei gesti appresi
e all’avaro pensare,
al fraintendere
che è richiesta.
Scorrono semi d’intuito,
scintille che non appiccano fuochi,
e anelano aria pulita,
come la mano che sente dell’acqua la carezza
ne scioglie gl’innumeri fili.
È così l’aria che di noi serba impronta
e mescola allegra ignare persone,
e non conosce la direzione del caso
ma avvolge di refoli tiepidi la pelle,
il viso, il corpo che l’accoglienza indiscreta.
Così è la luce, e il sospendere la penna sul foglio,
aspettando che la parola si colmi,
mentre è il senso che riempie
e ferma ogni tempo,
lo confonde, lo quieta.
Dolce e inerme, è il restare,
sospesi e inconclusi
come ogni buono che ci attende.