Ci estingueremo da soli, assiemea ai nostri poveri resi tali dall’ingordigia dei ricchi, dalla mancanza di lavoro. Ci estingueremo da soli perché non abbiamo futuro da trasmettere, umanità da rivendicare. Ci estingueremo da soli con le case sfitte e le persone per strada, con le barriere che eleviamo per non essere invasi da poveracci che fuggono da ciò che a noi dà ricchezza e a loro miseria infinita. Ci estingueremo perché non abbiamo più cultura, non sappiamo cos’è un uomo, non distinguiamo tra bene e male. Ci estingueremo e saremo pianti da chi non volevamo perché i nostri figli non vorranno riconoscerci come padri. Ci estingueremo lentamente nel brodo letale dell’egoismo che genera paure immotivate e mette poveri contro poveri. Ci estingueremo, per ignavia, vigliaccheria, indifferenza. Ci estingueremo per incapacità di speranza e di governo delle nostre vite prive di umanità.
uso delle parole
Ci sono parole come arrabbiato, traditore, dolore, importanza, contare, libertà, sovranità, democrazia e molte altre, che meriterebbero una riflessione per capire se possiamo usarle. Cosa facciamo noi per il nostro Paese? Cosa facciamo noi per la libertà? Cosa facciamo noi perché la legalità sia la norma e non l’eccezione? Cos’è la democrazia oggi, in Italia, nel mondo? Ognuna di queste parole contiene un prezzo, una fatica e invece pensiamo di aver pagato il biglietto e di assistere a uno spettacolo. Di avere un diritto all’indifferenza, all’inumanità perché tutto ciò che non ci riguarda direttamente non esiste. È così che il buono si raggrinza in ambiti ristretti e il resto diventa grigio terreno d’opinione, ma cosa ci autorizza a diventare Dei, signori del bene e del male, detentori dell’indifferenza? La colpa è un retaggio antico, spesso usato a sproposito, inutile se non produce frutto, se non aiuta a trovare in noi l’umanità che ci è stata regalata da innumerevoli dolori passati, dal pensiero e dalla vita di chi ha avuto il coraggio di guardare il nero che alberga in fondo all’uomo e di indicare una via d’uscita. Per questo le parole diventano specchio, predizione, futuro e se le parole scaturiscono dalla violenza, la libertà, la democrazia perdono significato, non aiutano a trovare soluzioni umane e non salveranno nessuno. Neppure chi pronuncia quelle parole.
Un testimone sopravvissuto, ricordando quanto avvenne in Francia nel 1942, quando furono rastrellati 13152 ebrei, di cui oltre 4000 bambini, poi avviati ai campi di sterminio, disse che la Gestapo da sola non sarebbe mai riuscita ad arrestarne così tanti e che i bambini non li avrebbero presi. Erano stati il governo di Vichy, la polizia francese che aveva proceduto con ferocia e inumanità non richiesta, che utilizzò la delazione e l’indifferenza dei cittadini. Nessuno di quei bimbi sopravvisse e per molti anni nessuno pagò una colpa di inumanità immane. Ecco perché dovremmo stare attenti con le parole e con l’indifferenza perché tutto poi diventa possibile.
manca sempre qualcosa
Manca sempre qualcosa, un antefatto, una circostanza, dei pensieri non conosciuti. A volte è una distrazione di troppo: è passato qualcosa per la mente e così le parole sono arrivate sciolte da un senso. Per loro conto hanno corso mentre l’orecchio ascoltava un silenzio pensante. Poi, le parole, si sono comunque raggruppate, forse in una domanda oppure un mutare di ritmo, così ne è venuto un interloquire quasi a tono. Ma mancava sempre qualcosa.
Anche da soli capita che un pensiero si mostri per un attimo e poi si rintani. È uno sprazzo, un richiamo che subito tace; tornerà, si dice, e non è vero perché il tempo interiore aggiunge ma non ripete.
Vedendo uno sguardo corrucciato, una ostentata chiusura, viene da chiedersi cosa sia mancato. Ma solo quando interessa davvero chi c’è dietro quello sguardo la domanda si ripete, diviene sensazione di una colpa per distrazione. Per disamore. Per gli altri si dice che ne facciamo una ragione, ma ha un altro nome e si chiama indifferenza.
Manca sempre qualcosa, avremmo voluto dire di più, o tacere abbastanza, così si sarebbe riempito un tassello che ora resta vuoto, ma non è così e se ci si nega la soddisfazione di un compiersi, tutto resta aperto. Tutto quasi sempre resta aperto in attesa di ciò che manca ed è in noi.
giorni
Dei giorni sono stanco,
ma non tutto il giorno.
Dei giorni sono triste,
ma non tutto il giorno.
Altri giorni m’infurio
o sono vertiginosamente felice,
ma mai tutto il tempo:
e credo sia perché mi ritrovo col mondo.
Lo stesso che non posso mutare
e neppure subisco,
quello che fa piangere di rabbia impotente
o d’invincibile speranza
È la realtà che tira la giacca,
inumidisce di occhi
e sembra indifferente mentre traccia
un solco profondo di trucioli, sangue e attesa,
dicendo: qui sono gli uomini e qui no.
polito e scabro
Col tempo si investiga sull’ombra, così anche la luce diventa meno apparente e più ricca. Ci si sofferma su una parola, la si sente carica di significato e si potrebbe dire quanto essa ci emozioni. Magari anche descriverla approssimando, per poi accorgersi, della propria “pazzia” e della disattenzione altrui.
Così si pensa che togliere, togliere e ancora togliere, lasci il levigato significare dove il ricordo e il futuro possibile si annodano. Come per quei legni o quei sassi che si trovano in spiaggia e si prendono tra le mani perché evocano nella loro politezza un essenziale che assomiglia all’innocenza. E si riempiono tasche e sacchetti che forse alla fine della vacanza ci seguiranno in città. Politi e scabri ornamenti per dirci cosa fa diminuire il caso e come esso si ripeta nell’essenzialità. Un dirsi piu che dire, perché non c’è bisogno di dimostrare nulla, basta vedere.
piccole passioni
Dicono che una passione possa far crollare un muro, rendere inutile un’abitudine, togliere significato al tempo. Così dicono quelli che le passioni ancora le cercano, dentro di sé oppure negli altri che ascoltano a bocca aperta. Dicono che non gliene importa nulla, a chi ha una passione, che non si sente solo. Anzi. Sostengono che la solitudine non può esserci in una passione. Concludono che non basta mai a chi la prova, la passione, che è come un amore, solo che non manca, che la si porta con sé e la si può condividere. Ma solo con chi la sente allo stesso modo, sennò è inutile e si spreca, la si annega in due occhi divertiti, e il cuore si mortifica e poi la notte ripete: ma come ho fatto a fidarmi, perché l’ho detto così come lo sentivo e chi ascoltava non capiva, anzi mi compativa per quello slancio di assoluto. Eh sì, la passione è un arco di assoluto che non scompare nel proprio cielo e solo chi la prova, e pochi, forse uno o una che può condividerla davvero vede quell’arco. Lo sente come il segno disvelato del senso di un vivere. Non di tutto il vivere, ma di quella parte che ciascuno può scegliere ed è propria. Solo sua e di chi amorevolmente condivide.
Mi chiese quanti amici avevo. Gli risposi che ormai non c’era più nessuno a cui potessi davvero dire tutto. Che la noia e i tentativi ci avevano condotti nell’abitudine. Ci conoscevamo a memoria e la memoria sapeva ogni modo di dire che si ripeteva, ogni birignao. Vedeva l’insofferenza e sapeva quando era ora di andare. Ma le passioni no, non le raccontavo e pian piano costruivo, anche nelle amicizie, piccoli muri di convenzione. Che sì, forse solo le donne, una donna, poteva essere davvero amica, perché le donne hanno quella capacità di sentirsi riempire l’anima e di attendere che questa non sia una condizione transitoria. Le donne non frequentano il cinismo, gli dissi, perché hanno i figli o gli amori che le trascinano e le fanno volare. E a così a volte capiscono quello che non si può spiegare, sentire come proprio ciò che ancora non comprendono bene ma si può abbracciare.
Lui voleva sapere di più, seguire nel racconto un pezzo di quella vita che era mia e non si disvelava, per questo gli dissi che ormai le amicizie le avevo messe da parte e mi erano rimaste le passioni. Piccole passioni, inesprimibili ai più, che avevano due facce, come le monete, una evidente per le curiosità transitorie, per i commenti affrettati che si dimenticavano subito. E l’altra invece, portava un segno, una specie di cifra o ideogramma, che non spiegavo perché lì c’era il motivo della passione. La sua radice che affondava in me e portava lontano dalla superficie. Così la moneta si lanciava per aria e qualsiasi cosa venisse, pareva ma non era per davvero se non per me o per chi poteva capire. Ma chi aveva la pazienza di capire per davvero?
E la passione è inutile ai molti e totalizzante per chi la prova. Questo dimostra che solo ciò che non si comunica, per amore o indegnità di chi ascolta, rende vivo ciò che altrimenti verrebbe lasciato, lo trasmette a chi è in grado di accoglierlo, lascia dei segni indelebili e piega le vite verso il senso. Un senso che diverso si ripete e rende diversi, ma bisogna avere passioni per essere davvero diversi.
quasi una certezza, adesso
Averne il sospetto e non poter dargli la giusta dimensione, ovvero lasciarlo crescere come un palloncino e farlo diventare certezza. Una certezza che può volare per aria, tanta è la sua leggerezza e la sua libertà dal bisogno d’essere ricordata. Una certezza che si collega alla passione e al tempo e ne stabilisce il legame comune, che è quello d’essere privi di limite.
Mia nonna si sedeva vicino alla finestra su una sedia di legno curvato. Il sedile aveva dei disegni floreali a rilievo su cui mi divertivo a passare le dita per leggerne delle storie. Lei preferiva quella sedia, in tutto ce n’erano sei, alle altre. Lungo la parete, vicino al secchiaio, c’erano due sedie impagliate che quasi sempre avevano sopra qualcosa. Erano abbastanza rozze, rispetto alle altre, comprate al mercato di piazza dei frutti e tagliate da qualcuno in campagna, d’inverno, quando oltre alle uova e le verze, c’era poco da vendere al mercato. Per ultime, due Thonet, stavano ai lati di un mobile che faceva da madia e canterano, con la loro aria di ragazze alla moda d’un tempo e la fragilità della paglia di Vienna, venivano usate quando c’era necessità per accogliere qualche ospite non troppo corpulento. Ma ho l’impressione che in quegli anni ci fossero pochi grassi tra i parenti. Mia nonna, dicevo, sedeva vicino la finestra e si prendeva qualche lavoro da fare tra le mani, ma non lavorava. Guardava fuori e pensava. Di certo aveva molto a cui pensare, una vita densa, ma alle mie domande non rispondeva se non con frasi brevi, modi di dire che venivano da un dialetto arcaico. Guardava il sole che illuminava la casa vicina, poi un terrazzo tra due case e infine il palazzo dell’università. Tra la nostra casa e quel luogo del sapere così famoso, c’era un ramo del fiume che entrava in città, ma più che vederlo, se ne sentiva l’odore d’acqua che d’estate, diventava più acuto per i resti di pesce delle pescherie gettati nel canale.
Gli occhi di mia nonna erano belli, scuri e acuti, scrutavano dentro di sé e fuori, avevano un’aria ironica che toglieva domande anziché aggiungerne. Avevano un senso del tempo, quegli occhi, e vedevano e guardavano. Quando era vicina alla finestra vedeva mentre il pensiero ripassava la vita, forse, oppure si concentrava su cose sue che attendevano da tempo una soluzione. Con me, invece, guardava. Mi mostrava le cose, raccontandole più che additandole, con una discrezione particolare perché non si evidenziano gli interessi, mi diceva. Gli interessi mostrano le nostre debolezze, quello che vorremmo e non abbiamo, quello che non sappiamo e vorremmo sapere e ci rendono più deboli a chi possiede e a chi sa. Qui non capivo bene, ma mi adattavo a meravigliarmi senza sguaiatezze, e imparavo a indirizzare lo sguardo, riservando lo stupore a ciò che davvero lo meritava. Mia nonna aveva scelto di vivere qui e ora e il suo senso del tempo era infinito. Avrebbe potuto scegliere di avere passioni che la assorbivano totalmente e ancora il suo tempo sarebbe stato infinito, ma non le era stato concesso, per cui con un atto di libertà grande aveva diviso i suoi interessi tra gli affetti e la necessità. Ogni necessità aveva il suo tempo e la sua ripetitività e lì si esauriva. Ogni tempo si chiudeva con un fatto e al tempo stesso si apriva su qualcosa di nuovo che sarebbe potuto essere. Quando eravamo assieme si dedicava totalmente a me, non pensava ad altro; quando si metteva a fianco della finestra si dedicava ai suoi pensieri.
Non lo capisco ancora bene, segno che devo fare strada, andare più in profondità, ma il senso del tempo e della sua durata, mia nonna l’aveva risolto. Non si lamentava della vita, non raccontava stanchezze, stava in silenzio se la conversazione non la riguardava, però su ciò che la appassionava, diceva. Prendeva iniziative, era libera, partecipava, andava. Aveva trovato il modo di vivere qui e ora e al tempo stesso di curare le piccole cose che potevano crescere. Segmenti di necessità e libertà messi assieme e in sequenza, senza che la necessità diventasse un limite alle passioni. Piccole cose che potevano crescere e che chiedevano armonia, equilibrio. Lei aveva trovato un modo che permetteva di vivere in armonia e questo dava al tempo il suo senso, ovvero che era uno strumento, a disposizione e inesauribile. Capisco ora che non mi additava questa meraviglia, ma me la mostrava con il suo modo di vivere, m’invitava a guardare e poi a trarre le mie conclusioni. In libertà, e non subito, il tempo sarebbe stato quello delle domande, quando la necessità avrebbe trovato il suo limite e le passioni sarebbero state più forti.
non sono mai semplici le cose
Non sono mai semplici le cose, ovvero lo sono così tanto da diventare complicate. Hanno timore di ferire e d’essere feriti gli uomini, anche perché sanno che nessuna emozione è per sempre e così si vive nel mondo delle mezze verità e si è soli. Per creanza, rispetto e timore, anche in compagnia, soli.
Invidio la leggerezza
Invidio la leggerezza dei tanti che non pagano l’autobus come fossero abbonati,
ma anche quella degli autisti dell’atac che non ti rispondono se chiedi con cortesia un’informazione.
Invidio la leggerezza di quelli che usano l’auto come se non ci fossero segnali
e quella dei vigili che si distraggono a parlare tra di loro per non vederli,
Invidio la leggerezza di chi ti passa davanti nelle code
e se protesti ti rispondono che non ti hanno visto,
e restano dove sono perché sei anche un maleducato ad alzare la voce.
Invidio la leggerezza di chi si innamora di ogni persona e poi gli passa presto,
e quando se ne vanno dicono che soffrono tanto.
Invidio la leggerezza degli ingiusti, dei senza vergogna, dei cambia casacca
perché ti spiegano che così va il mondo.
Invidio la leggerezza di chi promette e non mantiene, di chi ci prova in continuazione,
dei maleducati, dei supponenti, degli arroganti,
di chi mente e di chi se la prende con i più deboli.
Invidio la leggerezza di chi dice di essere un imprenditore e non paga il giusto agli operai, di chi turlupina, froda e si appropria dei beni di tutti. Invidio la loro leggerezza perché non dormirei la notte, mi vergognerei ad ogni sguardo, non riuscirei a trovare pace e un momento di felicità, quindi ad essere onesti e gentili, nel dire ciò che si pensa non c’è merito ma solo pesantezza.
dei molti inizi e indizi
Anche a pensarci con accuratezza, buttando via il banale (e già questo è lavoro non da poco), l’inizio di una storia è in realtà fatto di molti inizi. Prendiamo il caso più semplice, una nascita, c’è un momento preciso, ci sono persone attorno in grado di certificare, persino il minuto e il segno astrale, c’è una confusione ordinata, un evolvere di sentimenti, ci sono gradualità di sentire e un bambino che inizia a piangere. Ora respira in modo autonomo, è spaesato e ha pure sofferto, adesso ha esperienza del dolore e dell’aria, ma l’inizio della sua storia è prima, molto prima. Potrebbe raccontare dei nove mesi precedenti, se non lo fa è perché la sua memoria aveva altre esperienze, ora totalmente contraddette, se ha pensato, se ha sentito e di certo lo ha fatto, era in un contesto talmente differente che di questo resta solo la sensazione. Ciò che è certo è che l’inizio risale a prima. Per restare vicini nel tempo, è stato quando i suoi genitori hanno fatto l’amore oppure quando si sono conosciuti, o ancora quando un bisogno e una conoscenza progressiva li ha messi assieme; oppure le cose sono state molto meno romantiche e più violente. Comunque sia, l’inizio è certificato molto più da un’esistenza e da un’evoluzione, da rapporti intervenuti dopo e che sono a loro volta inizi, piuttosto che da una data o da un fatto meccanico. Quello che mi pare evidente è che l’inizio è più nella prosecuzione della storia, nel suo farsi e nelle scelte che racchiuso in un momento particolare. Siamo quello che diventiamo e se volessimo investigare avremmo a disposizione molti indizi che partono -e portano- alla conclusione parziale del momento che si vive. E questi indizi sembrano coesistere ed essere fortemente radicati in noi, per cui ci sarà sempre un po’ dello sconcerto del bimbo, della meraviglia del bambino unita alle sue paure, delle timidezze dell’adolescenza, della responsabilità poca o tanta dell’adulto, e così via, nelle nostre scelte e nei nostri atti.
Nei momenti di solitudine o compagnia, ci saranno sempre antiche malinconie e gioie irraccontabili, ci saranno atti gratuiti e cose che non si vorrebbero aver mai fatto, errori, fallimenti palesi ed occultati, glorie vere o farlocche, insomma un mescolarsi di colori, tracce, striature che conterranno ragioni vere o presunte, ma solo investigando in esse ci si accorgerebbe che ogni singolo filo finisce in altri fili e che la nascita non è davvero un inizio, anzi che esiste una indeterminatezza dell’inizio se appena si gratta la superficie. Siamo quelli che siamo e non è finita, ed è questo non finire che moltiplica gli inizi; siamo nuovi e somma di ciò che è accaduto, a noi e intorno a noi, in fondo legati a una sola verifica: siamo felici di esistere oppure siamo scontenti?
Attorno al letto c’erano le donne, la levatrice, una vicina, mia nonna. Mio padre fumava nella stanza vicina e ogni tanto veniva a vedere come andava. Pentole d’acqua calda percorrevano il corridoio e un lenzuolo di lino era stato suddiviso in lunghe strisce bianchissime. Era notte fonda, le finestre erano aperte sulla via ed entrava un po’ d’aria. Di giugno fa spesso caldo da queste parti, a mia madre non piaceva il caldo e sudava, mia nonna le bagnava la fronte e la incoraggiava. La vicina parlava con la levatrice ed entrambe avevano quella fretta che lascia al tempo il suo corso ma un po’ lo spinge. La levatrice spiegava cosa stava avvenendo, ma mia madre già lo sapeva. Mio fratello dormiva nel suo lettino e non si accorgeva di nulla o quasi. Poi, erano passate da poco le tre, tutto si risolse in un tuffo nell’aria, un detergere il sangue e i liquidi, un pacca sulla schiena e un primo grido mentre i polmoni aspiravano quella cosa nuova che era aria umida e calda della stanza e della città. Mio fratello si svegliò e si mise in piedi sul letto e guardando assonnato, chiese chi ero. Mia nonna tirò un’imprecazione perché non ero una bambina e poi mi volle ancora più bene. Mia madre, disfatta, sorrideva e appena fui pulito e asciugato mi ebbe a fianco. Mio padre guardava ed era felice, pensieroso e forte di volontà. Si rivolse a mio fratello e gli disse: te ghé un fradeo, dormi (hai un fratello). E lui, rassicurato, si stese e riprese a dormire. C’era parecchia euforia attorno, ma la levatrice aveva un’altra chiamata e la vicina il giusto sonno, così dopo un bicchiere di marsala con i savoiardi, se ne andarono, restammo noi. Ognuno con i suoi pensieri, diversi e loro modo belli, Qualcuno avrebbe potuto concludere che era un inizio, ma in realtà l’infinita ruota degli inizi era già in moto e con leggerezza mi prendeva in considerazione.