Ti parlo di un tempo in cui mare, terra e roccia si confondevano.
Il mare entrava nella terra ed i nodi erano gli stessi nell’albero di prua o al giogo del vomere.
In quel tempo il marinaio andava e il pescatore era un contadino del mare che tornava la sera. Il pastore era un marinaio che percorreva mari d’erba con portolani di rocce e di stelle.
E il contadino restava a mezzo, parlando con gli uni e gli altri. Arrivavano pezzi di lingue strane e oggetti, assieme ai pesci, a volte il contadino costruiva barche e il marinaio seminava.
In quel tempo la differenza era tra chi andava e chi restava e per parlare delle tempeste le parole si confondevano, le onde diventavano montagne e l’erba un mare.
Parole salse e parole di terra si mescolavano, restava la polpa di significato a tirare linee d’eventi, tempo e storie.
Allora, il naufragio non aveva salvezza, ma era nell’ordine delle cose. Come le vite, allora così poco conclamate come preziose, ma piante ed irreparabili in chi restava.
Il naufragio aveva lo stesso senso in terra e in mare e i contadini in cerca di terra buona in Brasile o in Argentina, si perdevano nei piroscafi senza scialuppe per loro.
Di quest’eco lontana, ti parlo, ed una traccia l’ho ascoltata ben dentro alla terra, tra i monti:
venivano i pescatori, con un cesto di pesce e d’aragoste, camminando per chilometri, e mio nonno offriva un pecorino in cambio. Poi il vino e il pane si consumavano assieme, parlando.
Ti parlo di un tempo in cui il mare, la terra e la roccia vivevano assieme. Poi venne altro a separare i luoghi, le priorità, i lavori, le persone.
Ed anche i naufragi, come i fallimenti acquistarono altri significati.
Dopo che Tiscali mi ha annullato tre anni di storia scritta, e memore dei disastri di Kataweb, ho deciso di salvare alcuni dei post di questo blog. Rileggendo a salti, ho visto com’ è mutato il mio modo di scrivere e gli stessi interessi raccontati.
Cos’è rimasto:
la riflessione sociale, che poi diventa politica,
l’interesse sui temi legati ai sentimenti,
porre domande e il cercare di capirmi, attraverso la risposta,
la voglia di scrivere senza l’obbligo della prosa,
l’indignazione, anche se oggi, più sconsolata,
troppi aggettivi e similitudini,
la curiosità e l’interesse per quanto mi viene detto.
Quello che se n’è andato:
molta ironia,
la ricerca dello scrivere asciutto,
la limpidezza del pensiero,
le riflessioni sulle liason dangereuses,
lo scrivere di musica,
il diario,
i dialoghi tra me,
il raccontare fantastico.
Queste considerazioni mi stanno portando verso l’ipotesi iniziale, che sia meglio separare il personale dal generale e scrivere in più posti, dove ci sente liberi e soprattutto bene. Anche considerando che, a parte l’inevitabile narcisismo, questo scrivere è un gesto gratuito.
Ma perchè scrivo in questo posto e quanto sono willyco?
Credo che il bisogno di scrivere lo conosca solo chi ce l’ha, agli altri può sembrare una perversione, un bisogno di mettersi in mostra. Poichè scrivo da molto e non mi sono mai molto curato della meccanica dello scrivere, devo pensare che questa sia una mia modalità del vivere. Conosco bene anche i limiti del mio scrivere, non ho attese particolari, forse ci sono state in un passato davvero remoto in cui pensavo di interpretare cose che potevano servire, ma da molto lo scrivere è un modo per capirmi. E per capire. Mettere caratteri in fila, dà ordine al pensiero, è una disciplina e soprattutto, se si scrive qualcosa di bello, lo si sa. Quello che per un po’ mi è parso strano, era che le cose belle per me, non lo erano per gli altri. Questo mi ha portato a pensare che questa sensibilità d’essere è mia e che il metterla in mostra non deve farmi coincidere con il lettore. Il fatto che non pubblichi più pezzi di racconto o elaborazioni di testi, è stato un adeguarmi alla struttura di questo particolare tipo di blog, dove ci si incontra, ci si apprezza e ci si annusa, al buio, cercando di capire quanto dell’altro ci piaccia e non quanto siamo bravi.
Il difetto maggiore di questa scrittura è che tendo ad adeguarmi ai suoi limiti: post abbastanza brevi, necessità di concludere, il procedere per intuizioni e suggestioni, più che per tesi, evitare l’approfondimento che annoia e diventa specifico. Mi ribello, ma sento la costrizione. Ad esempio, le passioni caratterizzanti, quelle strane, meglio metterle da parte oppure riservarle ai blog poco letti, per semplicità e per evitare confusioni. La mia passione per gli inchiostri, le penne con pennino, la carta da scrivere, oppure per i solidi in cristallo, o gli orologi meccanici sono bizzarrie se raccontate, ma fanno parte della mia vita profonda. Come i libri, i giornali, le troppe cose che conservo, la musica registrata e così via. Sono cose che si raccontano quando si è certi d’essere capiti, altrimenti un commento frettoloso fa chiudere la conversazione e lo scambio. Quindi se ne parla proprio quando si vuol correre il rischio.
Quanto mi sento willyco, ovvero willy cojote? Molto. Da sempre. Per la sua caparbietà, per l’incessante produzione di idee che falliscono, per il suo cadere e rialzarsi. Il provando e riprovando di galileiana memoria. Non è l’unico personaggio che ho sentito vicino, appartengo a quella parte del genere umano che si schiera con i perdenti che non demordono. Topolino mi stava sulle scatole, Paperino era il mio eroe, ma era così anche l’uomo tranquillo di Ford, oppure gli eroi sconosciuti e positivi dello sport che correvano, inventavano, e stavano in un angolo dell’universo a misurarsi con sè. Credo che la miglior compensazione alla melancolia non sia l’aggrapparsi all’immagine di sè introiettata dagli altri, alle proprie scelte vincenti, ma piuttosto alla coscienza che si può riprovare e che la severità dell’autogiudizio non lo impedisce.
Questo è un filo interpretativo della mia vita: la misura delle occasioni perdute, ciò che non ho chiesto e non ho avuto, gli errori compiuti, le cose fatte. Molte, queste ultime, se viste da un pigro, poche per la voglia di fare. Willyco per l’appunto.
Il rosmarino s’è accomodato, si butta indifferente, verso il vuoto, esondando con fiori viola-azzurri.
Il timo, le mente, la santoreggia, parlottano tra loro di questo prepotente, ma non hanno timidezze e serpeggiando, già meditano rivalse.
Il basilico cresce, rorido di verde e sapore, nell’ attesa dei matrimoni estivi, vicinoc’è l’erba cipollina, già piena di fiori violetti, e steli magri. Fanno gli alternativi, si parlano poco.
C’è un’ impudicizia esuberante nelle aromatiche: mostrano, fanno sentire, non s’accontentano e vogliono essere viste.
Solo l’erba luigia vive ritirata nell’angolo E’ una signora cagionevole, che ogni anno fa temere per la sua salute, ma anche quest’anno le foglioline verdi, quasi unghie di neonati, già cospargono di colore e di profumo di limone, il tronco e il ramo.
Chissà dove hanno svernato le api e gli altri soggetti volanti che si muovono con gran succhiare curioso tra fiori omologhi. Spollinano, incuranti delle folate di vento, sono attratti da ormoni che chissà dove insemineranno.
La meraviglia di ogni anno si ripete nella vasca di vetro che fu un acquario, guardarla la mattina mette buon umore per la giornata: gran cosa la vita.
Ieri c’era il sole, la maratona del santo, lunghe file di auto che andavano verso il mare e davanti all’università, unica in Italia, decorata di medaglia d’oro, la celebrazione del 25 aprile. Era difficile arrivare, il percorso dei maratoneti ha transennato l’intero centro, ma alcuni determinati sono arrivati a sentire i discorsi, la banda dei vecchi bersaglieri, il cerimoniale imcomprensibile delle bandiere.
La liberazione non è la festa del Paese, non di questo paese, almeno: è una festa di parte. Ed è giusto che assuma questa dimensione. E’ giusto che non si mischi tutto, che il sindaco leghista che vuole festeggiare con la canzone del Piave, festeggi con questa se ci riesce. E cosa festeggerà, la liberazione dall’Austria Ungheria già avvenuta all’entrata in guerrà, i morti cafoni, mandati a tappare le falle dei generali sabaudi, oppure i contadini sardi, abruzzesi, siciliani, macellati sulle doline del Carso? Cosa festeggerà col sangue di chi vuol mettere distante da questa terra ?
La liberazione non è la festa di tutti, non può essere la festa di chi considerava la libertà un’optional, di chi impediva l’espessione delle idee, la democrazia una jattura. Non può essere la festa degli omofobi, degli antisemiti, degli anti tutto ciò chenonpensacome me fino alla soppressione del fastidio.
La liberazione non è la festa di tutti, si deve celebrare in pochi, tra chi crede che alcuni ideali non siano carta straccia, deve riguardare i giovani e gli anziani che sono di parte, partigiani, per l’appunto. Sono stanco della retorica, dell’unanimismo, la maggioranza di questo paese non crede che le ragioni per cui ragazzi neppure ventenni si immolarono sia importante, bisogna prenderne atto, capire che occultare questo fatto è irresponsabile. Non sentite il sottile senso di fastidio, quando vengono nominati i luoghi delle stragi: Marzabotto, Sant’Anna, Ardeatine e basta , non se può più. Sono cose passate!
Questo è un paese diviso, che persegue e perseguirà la divisione, la solidarietà non esiste più nei posti di lavoro e tra le persone, si è cancellata la povertà perché il suo pensiero infastidisce, le libertà individuali coincidono con le capacità di consumo. La liberazione parlava di coesione, di libertà inalienabili, di accoglienza e tolleranza, di democrazia rigorosa, di servizio disinteressato al paese. Questi sono problemi, angustie di una minoranza e quella minoranza deve riflettere e commemorare. Riflettere su cosa intende fare, commemorare chi ha creduto e sacrificato. Ma non è un patrimonio comune, forse lo è stato, oggi è stato seppellito nella retorica e tolto dalla prassi. Sparirà dalla memoria e dall’insegnamento, restando in una minoranza che ancora ci crede. Che questa festa resti solo di questi, che cessi d’essere festa nazionale, che ridiventi un giorno di lavoro. Chi ci crede si prenderà un giorno di ferie, porterà i figli in piazza, gli parlerà dei ragazzi che lasciarono il liceo e l’università per farsi impiccare a Bassano o fucilare davanti un muro di caserma e gli spiegherà perchè. Allora la riunione del paese diviso si rimetterà in moto, così è solo una giornata di sole.
n.b. Due anni fa non avevo idee diverse, solo speravo un po’ di più.
Il minotauro osserva pensoso la riproduzione del labirinto sul pavimento. Medita sulla solitudine, sulla sua vita che scorre tra gole di necessità.
Fuori c’è libertà, di correre, vedere, di ricordare la fatica precedente e confrontarla con l’attuale. Qui, tra le mura del ricordo e dell’inedia, c’è solo consuetudine.
Fuori.
Oltre le mura ocra e rosse del palazzo, oltre il patio, la luce dall’alto, oltre le parole solidificate sui muri.
Oltre.
Ma attende.
Il minotauro spera, spesso sogna, ma soprattutto attende. E’ l’intelligenza che attende, non la bestia, non il destino segnato dal genere. E’ la specie che aspetta di far riconoscere la propria specialità, le fattezze da indossare per essere tra gli altri, amato.
Ed intanto investiga il rumore che sente, lo decodifica: è l’ignoto che bussa o il padre?
Chi mi generò non sapeva chi sarei stato, non seppe vedere, non volle.
Chi è Arianna e chi Teseo?
Come un filo rosso dipanano i giorni, la minaccia del tempo senza scoperta, e resta quel labirinto da decodificare per l’uscita.
Saper andarsene è simmetrico all’incontro, è il labirinto che cessa d’essere tale e conduce al proprio destino.
Il destino per capire i giorni come il filo rosso, che vede e non capisce, ma il minotauro non prova, attende paziente la conoscenza per uscire. E correre, ed essere stanco per poi riposare. E confrontare il riposo e la stanchezza, i sogni e la realtà.
Il minotauro non sa che attendere è la morte, che svuota e non perdona.
Mark Twain diceva: “smettere di fumare è facilissimo, io l’ho fatto migliaia di volte“.
Anche scrivere poesie è facilissimo lo si può fare migliaia di volte, magari con l’ironia del limite proprio, così la cosa è quasi inoffensiva. In fondo basta non fare come per le foto di viaggi: no, le diapositive, no, sussurravano gli amici a fine cena.
Le parole sono frutti carnosi di significato e possono suonare bene, se sono piene di noi. Partono da un ascoltatore certo, noi stessi, spesso insoddisfatti del prodotto, ma il caso in cui viene espresso il fremere dell’universo è diverso. Questo è riservato a pochi e sono quelli che ci educano le viste, interiori ed esteriori. Che ci suggeriscono i pensieri che volevamo fare, che ci vestono di consapevolezza, nella nostra nudità felice.
Per tutti noi scrivere parole, che suonano in accordo con quello che abbiamo dentro, non è tempo perso, è un modo per capirsi ed un esercizio di comunicazione emotiva, da altra prospettiva.
E senza emozioni espresse cosa resta: il male da relativizzare, perchè sennò la tristezza annulla il mondo. Oppure le delusioni amorose che deprimono la coscienza di sè. Od ancora il lavoro quotidiano che inaridisce e ha bisogno di qualcosa che ecceda lo stipendio. Agli innamorati della terreità, bisognerebbe ricordare che i sogni e i desideri, si legano con l’agire quotidiano, che le parole, guidano e sostengono le azioni, danno le certezze che troppo spesso la realtà vorrebbe smentire nella banalità dell’ovvio. A questo servono le parole messe in fila, a rappresentare come sentiamo il mondo. Che sia in prosa o in versi non cambia molto, basta avere almeno sentimento.
Ho visto due mostre molto belle nella marca che fu gioiosa ed una villa del Palladio, con la campagna di terra rossa, intorno che mostrava senza ritegno la peluria verde nuova.
Svergognata!
Ho visto persone che compitavano didascalie, senza guardare i quadri e si perdevano anche le pietre antiche, così inutili senza sguardi.
Da un vaso Ming ho trascritto l’ideogramma della longevità, cercando d’interpretare l’assonanza con quanto conosco. Ci si mette poco a capire che per pensare cinese forse non basta mezza vita, ma Matteo Ricci l’aveva detto. Lui che c’era riuscito. Bastava leggere le didascalie!
Nell’ignoranza solo i sensi salvano.
Le mostre affaticano per troppa bellezza, ma sono state onde di pace nel nervosismo dei giorni indecisi: le feste. Per chi procede a sinusoidi, apprezzare assieme, ciò che si vede dentro e fuori, è un cavallo difficile da governare. Infastidisce, infatti, cogliere l’andare senza senso. I gesti ripetuti, gli eccessi per mostrare d’esserci, l’ alzar la voce, e spacciare l’ordinario per inconsueto. Ma non era giudizio, solo fastidio per il rumore di fondo.
…
O quante cose qui
tacendo passo,
che mi stan chiuse al cor
si dolcemente…
Le Asolane. Pietro Bembo
Questo diceva il vivere che mi veniva raccontato e contrastava, pur evitando gli scempi del benessere acefalo, con quanto c’era attorno: perchè ci accade ciò?
Per questo mi taccio, osservando quello che non parla, non si muove, eppur respira dentro.
Domani si vola in Puglia, un po’ di realtà farà bene.
L’ invito per un compleanno, lo trovo sulla tavola, è nell’italiano creativo di chi mi tiene pulita la casa. Da sempre ci scambiamo messaggi urgenti e cortesie sentite: l’anticalcare è finito signor Roberto, dia una passatina ai vetri Maria, ha troppi giornali e libri, non si riesce a togliere la polvere, come sta suo marito, ha lavoro? e i ragazzi? E così via.
Mischa ha compiuto 21 anni, frequenta l’istituto tecnico, è un ragazzo normale, in una famiglia coesa, piena di zii, dove si parlano almeno tre lingue. Festeggiano bene, le persone entrano ed escono, ci sono le torte che trovo a Chisinau, il pane fatto in casa, i bambini e un affetto diffuso. Si vogliono bene, forse le difficoltà notevoli li tengono vicini. Le storie di queste famiglie sono così distanti dal nostro vissuto, che si preferisce rimuoverle. Madri che devono lasciare i figli piccoli a casa, amori che si nutrono nonostante la lontananza, vite che grondano difficoltà. Gli uomini non sono diversi e neppure le donne, solo che tutto è acuito e non c’è stato un periodo per crescere, per transitare in occidente, sono stati scaraventati qui dal bisogno, dagli stipendi a 80 euro al mese in patria. In Ucraina hanno creato centri di aiuto per il male italiano, è quello che provoca problemi psichici nelle badanti, per la vicinanza con la morte, il dolore, la malattia, vissute 24 ore al giorno e passando da una esperienza alla successiva. Si affezionano, vogliono bene e questo incide dentro, taglia pezzi d’anima e di vita perchè è difficile, anche a trent’anni andare a divertirsi e poi tornare a casa e trovare la sofferenza. Credo abbiano risorse e solidarietà ormai sconosciute da queste parti. Molti sono anticomunisti per conoscenza diretta, molti sono milanisti perchè hanno un oggetto per cui provare passione, spesso hanno un giudizio disincantato su Berlusconi perchè hanno avuto la guerra civile in casa. Se gli dessero il voto credo che molti lo voterebbero. Eppure mi sembrano una speranza perchè hanno voglia di fare. L’indolenza è vietata, ma soprattutto le famiglie si tengono assieme. Oltre i divorzi, moltissimi, oltre i figli da più padri, oltre l’ambiente spesso ostile, si tengono uniti. Il mare scarta quello che non gli serve, così nei discorsi allegri, emerge l’asprezza della condizione di soggezione. E la dignità. Una ragazza, madre di una ragazzina bellissima e piena di parole che suonano bene, mi parla della Transnistria, della guerra civile, del fatto che viene da una terra che nessun paese al mondo riconosce come stato. E sorride. Non dice del compagno italiano che la picchia, del fatto che faceva la giornalista e che qui pulisce per terra, parla poco perfino della figlia, che scrive poesie.
Anche un ex agente dei servizi segreti, ha scritto una poesia. Parla di rose: i fiori in Moldova sono regalati anche tra uomini e ci sono dappertutto. La moglie, legge la traduzione. E’ stata scritta per lei, nei due anni in cui non si sono visti e lui di giorno lavorava, pagato in nero e la sera scriveva, preso dalla nostalgia. E aspettando le domeniche telefonare.
I miei conterranei presenti, sembrano frastornati dal gruppo, parlano dialetto, sono ruvidi forse per controbilanciare l’affetto palpabile, attorno ad un tavolo troppo piccolo per così tante persone.
Della forza di queste presenze ne ho scritto, un anno fa in un post: Pascha. Allorami lasciavo attrarre dalle brigate lungo i fiumi, dai giochi così privi di filtri culturali. Dagli argini pieni di persone che festeggiavano il sole, la primavera, il tepore dell’aria riconquistato. Hanno una spinta in più, sono determinati dal bisogno, si adattano e al tempo stesso conservano l’identità. Prefigurano il mondo fatto di culture e di duttilità che verrà, se c’è un senso positivo alla storia.
Oggi sento il passaggio di questo compleanno, per Mischa il futuro non sarà semplice, ma cercherà in tutti i modi di lavorare. Non si parcheggerà all’università, accetterà cose difficili per i nostri figli mantenendo i desideri e regolando le aspettative. Ce la farà, ne sono sicuro, ha forza e volontà per andarsene se necessario. Sa che può contare su affetti forti e larghi.
Per qualche motivo oscuro, mi sono sentito voluto bene e a casa.
Auguri miei cari e a quelli che passeranno, state bene soprattutto.
Dovrei sapere dove collocarmi, invece metto passi in fila come le formiche. Ciò che m’assomiglia nell’andare è questo meridiano che percorro da nord verso sud. E all’inverso, incessantemente. Nella testa gli odori di timo e di cannella, nei polpastrelli, licheni che trattengono l’odore del sole come i condannati.
Si uscirà dalle linee virtuali, se ne riconoscerà il limite.
Intanto è piacevole vagare tra il grigio e i colori pastello. Così le sensazioni si sovrappongono ed emergono singolarità inaspettate: sono il terreno su cui camminare a piedi nudi.
Non lo senti come risuona andare: è una parola che oscilla dentro e chiede di ascoltare. Soprattutto ascoltare.
E non c’è obbligo all’ andare, è solo un motivo per cui si potrà tornare.