Scopro blog per me bellissimi, mi pare d’ascoltare quello che ho sempre voluto sentir dire. Un parlare quieto, a volte dolente, spesso con l’allegria della vita intima. E’ così incongruo non vederli frequentati. Dovrebbero conoscerli tutti, come il libro che ti interpella, il film che resta in sala un giorno e ti cambia la vita. Ed invece in pochi, ci si ritrova, quasi un circolo di bisbigli complici. Che sia un effetto del narcisismo della rete, l’ascoltar se stesso, mentre gli altri intelligenti annoiano, oppure avviene una selezione tra simili. Se così fosse sarei contento, meno somiglianze ci sono e più mi sento sicuro di questa unicità a rischio perenne d’invasione.
Oggi non si sogna più educatamente, ovvero si sogna sempre asincrono, senza riferimenti col reale e gli indovini non sanno interpretare. Lamentano che viviamo in un paese avulso dalla ragione. Dalla realtà, dai desideri, dalle necessità, dai sogni collettivi. E’ colpa nostra se questo è un paese impermeabile alla pioggia sporca, consegnato al quotidiano. Così dicono gli indovini, ma questo non era un paese piacevole?
I miei sogni sono datati, forse per questo non mi tiro fuori e vado a votare anzichè spazientare, ma parlo per me, non ho consigli e faccio quello che mi pare giusto.
Lo farò ancora e non mi stancherò di dire che è il mio paese quello in cui vivo, quello che mi stanca è il già visto, l’eccesso di interesse personale, il parlare a chi è già convinto.
Mi manca un disegno che faccia convergere aspettative e sogni, ma senza questo a che serve un paese piacevole?
Nelle rotatorie, alterno, aggressività e cortesia, come in un tango. Nella notte, è bello il giallo agip , scomposto dalla pioggia, che non intristisce. Verso le mura, il verde aggiotta l’acqua scura del fossato. La notte è piena di sorprese e di colori, come questo mix mp3 che salta da Ravel al rock.
Se potessimo sommare le nostre sensibilità, stanotte, ti parlerei del colore nuovo dei tigli, dei semafori e delle luci scomposte sul vetro, della melancolia che m’ accompagna da sempre, ma non è un problema per l’allegria. L’allegria che mi fa pensare che tra non molto, la primavera ( e poi l’estate) spazzeranno i pensieri più grevi.
E’ anche questo piegarsi troppo dentro, che rende miope. Ma un sentiero si sta aprendo, e ci sarà pur una scelta su dove andare.
Hai mai osservato che quando si sceglie non c’è nulla di epocale? E’ una cosa che doveva accadere, anzi è quasi già accaduta, per questo scegliere è una liberazione. Resta quel poco d’ansia e di paura che pone domande ed impedisce la noia.
Mi pareva di dire cose intelligenti, ma non ne ero ben sicuro: seguivo i pensieri. Lo faccio anche adesso, sempre più, come quelle persone che parlano da sole, per strada, solo che io rispondo quasi a tono. In questo modo di comunicare, mi sono accorto presto che i bisogni altrui erano molto più terra-terra, con domande semplici, risposte precise e senza subordinate. Non avevamo quasi mai le stesse letture, neppure lo stesso umorismo, nè il senso del paradosso o la conoscenza del vocabolario. Anche gli interessi divergevano. Ma soprattutto non avevamo gli stessi pensieri. Ho messo un bel po’ a capirlo, chiara testimonianza d’ un intelletto non acuto.
Vivere in disparte nello stesso treno permette di partecipare della storia e, pur non essendone protagonista, di capire con i tempi appropriati. A se stessi, naturalmente. Soprattutto permette di pensare ad altro e di curarsi d’una semplicità personale che rappresenta l’ingenuità più raffinata ovvero l’impressione che ci sia qualcos’altro da dire. Ma in realtà non c’è nulla da dire in più, perchè tanto non verrebbe capito. Provo ad esemplificare: un giorno stavo spiegando il mio interesse per la riproduzione del suono. Come tutte le cose che ho frequentato, era un interesse senza definitività, mi piaceva pensare che qualcosa si avvicinasse al vero e che quell’avvicinamento fosse progressivo, fatto cioè di componenti in equilibrio, ma al tempo stesso, incrementanti. In quel periodo si adoperava spesso una espressione: stato dell’arte ed indicava un insieme di numeri che fatalmente sarebbero stati superati di lì a poco da apparecchiature più avanzate tecnologicamente. Bene, stavo parlando di questo interesse, delle apparecchiature e dei brani musicali che ascoltavo, dei dischi, della collocazione spaziale, quando mi accorsi che al mio interlocutore la musica non diceva nulla e che, al pari di Goethe, la considerava un disturbo quando impegnava troppo. Ma non era un filosofo, nè tantomeno un meditativo, era una persona comune che ascoltava per cortesia e si meravigliava nei punti sbagliati. Mi fermai e dissi che la settimana successiva sarei andato ad un concerto, col nome del cantante, la sua attenzione divenne massima. Mi subissò di domande sui biglietti, il posto, l’attesa, mi parlò della sua esperienza, di quanto gli piacesse e di come ogni concerto fosse impresso nella sua vita. Dal mio silenzio traeva nuovi motivi per dire ed invidiarmi dell’occasione, l’unico motivo per cui non gli regalai il biglietto fu la sua scarsa attenzione precedente che m’aveva un po’ offeso. Anche a distanza di tempo, quando ci troviamo, usa il grimaldello del cantante per riprendere il filo e chiede di me, della mia attività, delle mie passioni. Rispondo reticente, oppure parlo leggermente d’altro ed il suo interesse aumenta. Credo mi consideri intelligente perchè riconosce in me un tratto di sè. Una cosa che neppure ho. Il mio interesse per l’alta fedeltà è scemato, anche quello per quel cantante, mi guardo bene dal dirgli cosa ascolto. E soprattutto quanto ascolto, ancora una volta non capirebbe, sporcherebbe una passione di disinteresse.
In un libro, in un film, in un interprete, abbiamo bisogno di identificarci, di sapere che siamo diversi, ma in fondo un poco eguali a chi ammiriamo. Sono le manie dei grandi, le cadute di stile che li portano alla nostra dimensione ed il virtuosismo, l’intelligenza somma, ma limitata viene ricondotta nell’alveo del confrontabile. Come quando vogliamo riconoscerci nel protagonista di un libro, ma se questo diverge troppo da noi, man mano lo sentiamo distante e ci passa la voglia di leggere, le sue vicende diventano noiose, il mondo in cui vive, insulso. Questo processo di mìmesi, ad un certo punto me lo sono precluso, ed adesso parlo d’altro sbagliando interlocutore, finchè mi accorgo di ascoltare la mia voce. allora mi annoio e smetto.
E da questo silenzio gli sguardi si avvitano su di me, diventano interrogazione, finchè riprendo il discorso con qualche frase che cerca la fine formale. Ma non c’è calore, non c’è più nulla che m’interessi comunicare, solo finire e andarmene.
Ah, dimenticavo. Qualcuno ha detto che ero sensibile. Sensibile a cosa?
Così generico non è vero, ma non importa.
n.b. perchè ho scelto questo brano? si attendono suggerimenti
Sono un ritardatario. Lo sanno tutti e ormai tutti arrivano in ritardo ai miei appuntamenti. Eppure non ho mai perso un treno o un aereo. Non conta, sono un ritardatario che infligge ingiuste attese agli uomini e alle cose. Anche gli eventi della vita li capisco in ritardo e questo mi ha permesso di sopravvivere quando i puntuali venivano travolti. La solitudine ingiusta del puntuale corrisponde al mio immenso senso di colpa. Il puntuale in ritardo mi fa sentire un verme per il mio ulteriore ritardo. E’ il sorriso del puntuale che mi sconvolge: un misto di rassegnazione e soddisfazione maligna. Un lo sapevo senza scampo. Il puntuale mi maltratta, con il mio senso di colpa dovrei aver già dato, nella mia inferiorità temporale sono già ai suoi piedi ed invece il puntuale dileggia, toglie la possibilità di riscatto, mi rende reo senza redenzione. Con il puntuale non ce la farò mai, anche perchè io arrivo in ritardo, il che rende impossibile la competizione.
Mi sono chiesto se non sia utile separare l’umanità: i puntuali da una parte, che si incontrano per il loro congresso in Svizzera una volta all’anno e nel frattempo fanno funzionare i treni, gli aerei, gli orologi e si vedono tra loro con precisione scandita dall’orologio atomico di Heidelberg.
Dall’altra parte, i ritardatari, che si affidano al caso per incontrarsi tra loro, che allegramente non fanno il congresso, perchè tanto non ci sarebbe nessuno, visto che tutti sarebbero in ritardo. A volte i ritardatari potrebbero incontrare un puntuale in vacanza e sarebbe una festa perchè non era previsto. La festa della puntualità condivisa, con l’ingiustizia del tempo confinata in altri ambiti.
Ai ritardatari affideremmo i treni in ritardo, gli aerei in ritardo, le lettere che non vorremmo spedire. Insomma tutte le possibilità che non avverrebbero perchè sconfitte dal tempo: una seconda opzione per la vita, gli amori, il lavoro. A loro affideremmo la fretta per scomporla e riconsegnarla ai puntuali. La consegnerebbero in ritardo, ma vuoi mettere avere una fretta privata del tempo.
La complessità mi respinge. Spesso ho le idee spianate dall’ordine interiore, è così che m’ indico la strada, ma se non è complicato, non mi riesce bene. Credo si tratti dell’abitudine a ragionare su più piani e di considerare alternative. Oppure saranno tutti questi libri pieni di idee che ronzano. Ma se la semplicità sembra ad un passo, chiara come un navigatore appena tarato, mi pare riduttiva del mondo, così la devo smontare e rimontare finchè mi si adatta come una scarpa usata. Per questo, scartafascio portolani, cerco mappe rosicchiate, mentre basterebbe guardare l’atlante per esplorare il conosciuto. E che me ne faccio delle cose facili? Dev’essere nato così il rifiuto d’ appartenere, a persone, o a idee senza il vaglio dei principi e questo era troppo semplice da capire? Adesso che i principi sono pochi, mi sembrano buoni quelli che ancora riescono a sanguinare. L’ho dichiarato, detto preventivamente, ma non m’hanno creduto. Mi dicevano, quando ascoltavo, che m’innamoro delle idee che si sdraiano nel cervello e fanno ponte tra idee lontane e così mi complico la vita. Non capivano che non ci si innamora a comando, nè delle persone, nè delle idee, al massimo si finge una semplicità che non esiste. Per questo forse, m’è parso bello seguire la passione. Quella che di solito si confonde con l’innamoramento, ma è altra cosa ed ha un vantaggio rispetto a questo: si combina con il desiderio di esistere.
Adesso sono convinto che la semplicità è ad un passo: bisogna decorticare, lasciar leggere, intuire, agitare campanellini e qualcuno che solleverà il capo, pensando d’aver finalmente visto chiaro. Invece, semplicemente, avrà riconosciuto ciò che già sapeva.
Ecco, basta ascoltare e la semplicità è lasciarsi prendere dalla propria meraviglia.
p.s. il pezzo di Thomas Tallis è per otto cori e quaranta voci, e alla fine neppure pare complicato: suona bene.
Amapola se n’è andata molti anni fa, portandosi il suo essere gatta, strana, pronta alla tenerezza e al graffio. Sarebbe stata un magnifico giornalista, presente ai fatti dell’orto cittadino e indolente verso il mondo che non la riguardava. E’ scomparsa come sanno fare i gatti, senza lasciare tracce fisiche, lasciando un ricordo pennellato di tempo, età, intonaci sbrecciati e case antiche, mai più abitate.
Rimasto il nome ed il ricordo amoroso, non sapevo a chi attribuirlo. Così il tentativo di sovrapporlo ad una ragazza fallì senza appello, per incompatibilità di carattere. Chi poteva essere così strana da allevare un cane e ricordargli d’essere tanto gatta da cacciarlo dalla sua cuccia? In quegli anni in cui si discuteva moltissimo di liberazione, di amore libero e coppie aperte, Amapola rimase un’icona ed una semplificazione di pensiero: aiutava persino negli aneddoti.
Ma soprattutto, anche se non credo si possa usare il pronome possessivo per un gatto, è rimasta l’unica mia gatta di sesso femminile.
Parlo, miser’, o taccio?
S’io taccio, che soccorso avrà il morire?
S’io parlo, che perdono avrà l’ardire?
Taci, che ben s’intende chiusa fiamma
tal’or da chi l’accende;
parla in me la pietade,
parla in lei la beltade
e dice quel bel volto al crudo core:
chi può mirarmi, e non languir d’amore?
Che questo strumento stia cambiando i rapporti sociali, è dire cosa scontata. Che i blog possano essere un formidabile strumento di voyerismo/esibizionismo è pure cosa scontata. Che questo sia un elemento non banale, nella vita di molte persone è cosa reale. Una delle caratteristiche del dire in rete è la libertà che proviene dal non essere accompagnato da tutta quella serie di canali comunicativi che sono i gesti, le espressioni, le sospensioni e le accentuazioni del linguaggio parlato. Se a questi canali aggiungiamo gli odori, i ferormoni, il contesto otteniamo un flusso aggiuntivo o sottrattivo del dire non replicabile nel blog. Però il blog è altro, è parlare in penombra, tirando fuori quelle parti di sè che usualmente passano in second’ ordine. Si può parlare della sensazione, dello stato in divenire, dell’emozione acuta, ma siano queste parole leggere, ovvero cose importanti, che in altri contesti saranno sottaciute, comunque sia il blog aggiunge e fa sperimentare modalità nuove di relazione. Per banalizzare la cosa, direi che chi scrive su un blog tende a scomplicarsi e capire meglio. Anche quello che dice e scrive. Faccio un riferimento esplicito: di me si sa poco, non mi conoscete se non per quello che scrivo e che fa emergere parte di quello che penso, eppure interloquiamo, scambiamo idee e sollecitazioni. Ma pur nella necessità della comunicazione e nel piacere dello scambio, come può emergere la mia tendenza a non essere troppo in mostra? Eppure l’ho scritto persino nel motto che accompagna l’alias prescelto. Essendo questa la mia natura, potrò solo seguirla per ricavare positività da questo mezzo e continuare ad oscillare tra la ricerca della chiarezza, dal togliere fino a lasciare l’osso delle parole, contrapposto alla sollecitazione che provoca la presunta oscurità, fatta di parole gonfie e dense come stoffe.
Insomma per capire di più e vedere oltre ciò che si mostra, bisogna far fatica, altrimenti ci si accontenta dell’apparenza.
Si oscilla tra il bisogno di sè, contrapposto al terrore del vuoto. Inseguiamo il mito del raccogliersi senza pensieri disturbanti, col tempo che fluisce e l’ozio salvifico, mentre le vite sono piene per necessità o per scelta. Qualche giorno fa ero ad un inutile corso per manager stressati. Ci guardavamo straniti ed in preda all’horror vacui, ma avremmo dovuto ricorrere ad altro che non fosse la banalità dell’ introdurre il life management nel time management. Finchè ascoltavo, distratto pensavo alla vita mia e a quella di gran parte degli umani e di come la vita venga riempita a mo’ di vaso, salvo romperla talvolta per eccesso di pressione. A come le donne nella loro vita colma, introducano affetti nel tempo ed invece, come gli uomini caccino gli affetti per utilizzare meglio il tempo. Credo si sappia che non amo molto le generalizzazioni di genere, ma in questo caso sono i ruoli ad aver introdotto una diversità evolutiva, configurato caratteri e sentire differenti. Più o meno, credo sia così. Quando si fa qualcosa che è fuori della propria abitudine o conoscenza questa prende il carattere del piacere o della necessità; in entrambi i casi per la sua episodicità, è più intensa e performante rispetto alla consumata gestione della consuetudine. Quando un maschio si occupa di bambini, anche se sono i suoi figli, lo fa con stile diverso, attenzioni differenti, non è abituato, non è il suo tempo prevalente. E’ un esempio, magari ricco di eccezioni, ma non distante dalla realtà. O almeno da quella che io percepisco.
Torniamo alla vita piena e alla risposta alla domanda: perchè riempiamo le nostre vite?
Per paura della della solitudine,
per non pensare alla banalità del quotidiano,
perchè è più semplice fare anzichè pensare,
perchè la stanchezza è una buona soluzione ai problemi irrisolti,
perchè la necessità rimette la vita in un arbitrario ordine confacente,
ecc.
Credo che sia per questi motivi e per molto d’altro. E se alla fine, come per l’amore, riempire la vita è una pessima risposta alla solitudine, al contrario di risposte più soddisfacenti, è semplice e dà altre soddisfazioni, quali il provvedere, il farsi carico, il denaro, il successo, il potere, o più semplicemente è quell’espressione del bene portato verso l’esterno che è la presunzione del rendersi utili. Quindi un bene deviato per sè, applicato agli altri e che non serve a nessuno secondo quanto promette. In realtà tutto questo riempire è una enorme ” ammuina” per fare apparenza, ma alla fine, come ben sa ogni donna e uomo, il chiudersi della giornata, lascia vuoti e sgomenti di fronte alla prospettiva di un nuovo giorno che ripeta il precedente. Solo l’horror vacui gestito, cessa di essere abisso e cambia i tempi, le relazioni, la vita.
Abbiamo una via d’uscita che passa attraverso il rischio e la curiosità. Entrambe come vengono e senza l’obbligo del fare, ché quest’ultimo non è obbligo inferiore all’inazione e chi sbandiera il fare ha spesso qualcosa da nascondere a sè stesso. Già sapere che c’è almeno una via d’uscita, aiuta, eppoi se una valigia vera o interiore è sempre pronta qualche significato ci sarà pure. Perchè è proprio l’andarsene la via naturale al troppo pieno, la soluzione modulare e semplice che ognuno utilizza come crede. Con la fantasia, con la realtà, a piccole dosi o con grandi strappi. Andarsene per avere un’altra possibilità.
Ho visto uomini e donne bellissimi in Senegal. Camminavano nella polvere che viene dal Mali, giocavano con i bimbi sul mirador, entravano nell’oceano ridendo, dopo aver corso sulla spiaggia. Non mi hanno mai lasciato il tempo di pensare: chissà cosa pensano davvero? Mi pareva coincidesse il gesto col pensiero.
Ho visto uomini e donne bellissimi. Vendevano pesci sulla spiaggia, si coprivano il viso se eri indiscreto, ti offrivano cibo prezioso per loro e difficile per noi, pregavano 5 volte al giorno restando animisti, meditavano guardando il mare.
L’ africa è una soglia che s’ apre con una tenda, le porte sono ornamenti senza sicurezze: noi chiudiamo e loro lasciano che una tenda ondeggi alla brezza della notte. Cumbacarà è una porta, Kolda è una porta, Dakar è una porta, la Gambia con il fiume che si solca con un arco largo è una porta.
L’africa è un continente a perdere, han detto sommessamente gli gnomi dell’economia, materie prime in cambio di rifiuti, carità al posto dell’autosufficienza, ma questo, gli africani, non lo sanno, non lo vogliono sapere e neppure si rassegnano all’evidenza. E’ per questo che avranno futuro, perchè non ci ascoltano.
Si allenano, mentre riposiamo in riva al mare. Si allenano, mentre ascoltiamo musiche fatte di suono puro, di ritmo senza tecnologia. Si allenano nelle notti percosse dagli jambè, si allenano alzandosi con il sorgere del sole, passano da un lavoro all’altro senza angoscia, pensano cambierà.
Per noi è ancora la notte senza leoni che si riempie di rumori, di fruscii e correre di zampette, è la notte in cui davvero riposa il sole, è la notte sudata che sovrappone pensieri di panna acida: l’occidente si può bere, ma non metabolizzare. L’hanno capito loro, dovremmo capirlo noi.
Ascolto idee semplici che parlano di credito rotativo delle capre, di sementi. Noi siamo complicati, ma adattiamo i sensi di colpa al bisogno, portando soldi per acquistare greggi e fare orti.
Le donne bianche chiedono dell’infibulazione, del dolore inutile che viene inferto, parlano di dominio dell’uomo, di potere reiterato. Non si capisce quanto sia diffusa questa tragedia femminile; con l’istruzione la pratica si allontana, dicono. Quanto lontano non si sa, ma in Guinea si fa ancora, dicono. E il confine è appena oltre le risaie del villaggio.
Il rappresentante di 53 villaggi della Guinea Bissau ha un berretto trapunto d’oro e la veste ricamata. E’ arrivato per chiedere che una frontiera tracciata dai bianchi non sia il muro per contenere la miseria e il bisogno. Aspetta il suo turno mentre parlano le donne – sono loro le protagoniste-, gli verrà concesso di parlare alla fine. Ogni giorno è giorno per le donne. Vanno a scuola con i proventi dell’orto e delle capre . Chiedono spazi in politica, vogliono partecipare all’ amministrazione dei villaggi, alla gestione dei beni comuni. L’autosufficienza alimentare che parte dall’orto di casa, permette di pensare, di fare richieste sui ruoli e meriti.
Gli uomini apparentemente lasciano fare. Adesso i bimbi vivono meglio, gli anziani sono rispettati e le nuove prassi hanno anche una loro saggezza. Chissà cosa accadrà quando emergerà davvero il cambiamento.