Anna è andata via

Anna è andata via. Ha scritto: buone vacanze, ci vediamo al ritorno. Era una bugia, non è tornata e lo sapeva.

Anna non si sa dov’è, ovvero si sa, è il segreto di Pulcinella, ma le città grandi sono così confuse che è come non saperlo. La immagino in qualche posto pieno di voci e di persone, magari dimentica e non pentita.

Nel bar chiuso han fatto gl’ inventari: poca cosa, è bastata mezza giornata per bottiglie e mobili, ora addossati in gruppetti polverosi. C’è qualcosa di più triste del rimasuglio di bottiglia in un bar chiuso? Da Anna sì, ed è la libreria divisorio, piena di libri da scambiare gratuitamente. Credo, non l’abbiano neppure considerata. Sono merce a perdere il libri, come le idee che ci siamo scambiati la sera, tra uno spritz ed un crostino, come la musica delle serate affollate tra versi recitati e qualcuno che suonava jazz o Bach, indifferentemente, come i discorsi di mattina facendo freddare il macchiatone, come gli appuntamenti muti e gli arrivederci.

Inseguiva un sogno, Anna, quello di un posto dove ci fossero amici che si ritrovavano a bere, chiaccherare e sperimentare un tempo diverso.

Ha lasciato creditori insoddisfatti e fornitori desolati, Anna. Il suo sogno aveva un costo che noi, amici, non potevamo condividere oltre il limite del bere e del consumare. Aveva un sogno Anna, e ciascuno a suo modo, l’ha sognato con lei. Pensavamo di chiamarlo Jung bar, perché esplorava meandri rosso fuoco e distese di profondo blu. E’ rimasto uno psico bar chiuso che di notte fa tristezza.

Anche di giorno fa tristezza.

Ma aveva un sogno Anna, chi più chi meno l’abbiamo condiviso, per questo spero lei sogni ancora.

entusiasmi professionali

La giovane psicologa mi conduce nei laboratori dell’interrato della facoltà. Mi spiega che sta facendo il dottorato, ma che vorrebbe fare la terapeuta. La guardo con attenzione come potessi misurarne la capacità d’introspezione. Faccio qualche domanda sulla scuola analitica che l’ attrae, sulle preferenze. Le chiedo se davvero pensa che si possa guarire da se stessi, oppure se questi lunghi percorsi di scavo non siano altro che un tirar fuori continuo  di materiale e che fare il minatore sia, alla fine, lo scopo. Consapevolezza, introspezione, analisi, tutto gestito con una mano che accompagna, ma davvero servirà per camminare da soli, per essere felici, oppure s’impara un “mestiere”?

Mi spiega i limiti, i ruoli, s’infervora, poi s’interrompe, non sono un suo paziente, sono qui per fare la cavia, non domande.  Già, faccio la cavia: ho visto un foglio appiccicato ad una bacheca in strada e ho telefonato. Come volontario mi sottoporrò ad alcune batterie di test. Devo dire che la cosa mi diverte, di analisti e psicologi di varie scuole ne ho conosciuti in vita mia, e m’ ha sempre impressionato che nel colloquio terapeutico si trasformavano, non erano più uomini, ma contenitori pensanti ed era bello duellare d’intelligenza con loro. Ma non è questo il caso, qui niente confronti umani. Mi viene spiegato il fine dei test, firmo qualche liberatoria, inizio. La cosa è rapida, pensavo peggio, ma l’impressione è che i test non siano congrui all’obbiettivo enunciato. Osservo alla giovane psicologa che i test sono incompleti, che trascurano cose importanti, che dalla pratica clinica chi li ha fatti dovrebbe sapere che …

Non sono fatti miei, finisco e taccio.

La giovane psicologa, ribadisce che vuole fare la terapeuta, che la parte di ricerca è un complemento che le è stato imposto, qui, sottoterra, tra cemento e bocche di lupo che guardano tubi e grate. Osservo che qui dovrebbe nascere il rapporto armonico tra l’uomo che apprende, capisce, studia la testa e le motivazioni delle opere dei suoi simili. Invece questo posto è alienante, castigante, inadatto, pur essendo stato partorito dall’ufficio di progettazione dell’università, ovvero da chi doveva ben sapere cosa serviva per insegnare, imparare e trovare il nuovo. L’impressione che ho, è che ci sia un che di punitivo nello studiare, che qualcuno voglia fargliela pagare agli studenti. Anche i docenti non scherzano, non manca la spocchia, il pregiudizio d’ignoranza ed incapacità, e si respirano in battute tagliente, risate velenose, nella scortesia del superiore. Un sistema malato dove si pratica la vendetta della condizione precaria, spesso insoddisfacente.

Le chiedo se vuol fare carriera universitaria oltre che la terapeuta. Mi guarda giustamente come un deficiente: all’università? impossibile, dovrei attendere una vita, fuori avviene tutto più in fretta. E’ compatibile fuori …

Già, è compatibile.

camminando 2.

L’autunno è una stagione dolce per Venezia, anche quest’ autunno, pur con l’acqua alta, lo è particolarmente. Ho alle spalle la pennellata densa e potente del Tintoretto, gli occhi e la testa colmi dei bruni, dei colori scuri di tragedia dei grandi teleri, ma anche dei volti di popolo, delle donne così piene di pensieri terreni e spirito vitale. Il campo dei Frari si apre davanti alla Scuola di san Rocco, e c’è un bar all’angolo dove fanno un buon caffè. Nel bookshop, tra le cataste di libri e gadgets su Tintoretto e gli altri pittori della Scuola, ho visto un libro sui cappuccini a Venezia. Parole garbate per una passeggiata tra caffè, chiese, luoghi descritti con il filo dei bar e del cappuccino, bevanda preferita dagli stranieri, ma amata dagli italiani per la sua capacità di rassicurare. Era sotto un libro dedicato alla Venezia immaginifica di D’Annunzio, altre parole, febbrili, violente d’immagini, destinate a mutare tutto ciò che toccano. D’Annunzio mi attrae e respinge, forse è l’eccesso che lo allontana dal fascino delle parole gonfie, come fosse lui stesso a spingere indietro gli altri, per far posto, per lasciare una scia aperta in mezzo alla folla in cui passare solo. Il caffè è buono, ma sbrigativo, troppe persone e pochi posti a sedere. Confusione: meglio una panchina.

Le panchine a Venezia sono poche e molto usate, sia dai turisti che dai veneziani, entrambi le dividono come posti di riposo, i veneziani c’ aggiungono la ciàcola, fitta e sommessa come un merletto. “Tajare tabàri” era un’espressione che sentivo da mia nonna, e significava il parlar male di qualcuno, anche dicendo la verità, mettendola in piazza, porre cioè in vista ciò che stava sotto, il tabarro, per l’appunto. Mia nonna aveva parenti al Lido. Come fossero finiti lì non l’ho mai saputo. Di certo non era stato per andare al Grand Hotel Des Bains. Lei, assieme alla sorella o alla nipote, oppure anche da sola, almeno una volta all’anno veniva a Venezia. Se vogliamo andare con lei bisogna seguire un percorso veneziano di metà novecento, con molta strada a piedi. E’ stata mia nonna che mi ha insegnato ad amare, a trarre piacere dal camminare, gran parte delle cose e dei luoghi che frequentavamo assieme li raggiungevamo camminando. E parlando. Io la interrogavo e lei rispondeva volentieri, con un dialetto così dolce e calmo che mi quietava, mi entrava dentro. Anche la sera quando mi prendeva la malinconia perché mia madre non era ancora tornata dal lavoro, lei mi consolava, e la sua voce mi seguiva in un piccolo sonno, dopo la cena assieme, che avrebbe asciugato le lacrime e m’avrebbe svegliato con la mamma finalmente arrivata. La nonna arrivava a Venezia in treno, in quelle belle carrozze di terza classe con i sedili in legno e lo scompartimento unico. Nell’imbarcadero davanti a San Simeon Grande c’era la prima scelta: vaporetto o a piedi fino a San Marco e poi vaporetto per il Lido? Spesso andava a piedi, e gli itinerari convergevano su Rialto, tra calli e artigiani che lavoravano all’esterno delle case, un riposo su una panchina se non c’era molta fretta e poi di nuovo tra calli e ponti, perdendosi appena, per avere un leggero smarrimento fino a trovare nuovamente la strada. Era una Venezia quasi senza colore, con molte donne vestite di scuro, bàcari nelle calli e fritolini nei campielli, pieni di uomini, cichèti, spunciòni, molti bambini, molte voci, molto rumore. Credo che uno degli zii lavorasse all’Arsenale, ma anche questo abitava al Lido, e mia nonna prendeva il vaporetto per raggiungerlo da San Marco. Non conosco i percorsi nelle strade decò, tra le ville liberty del Lido, certo fu che quelle passeggiate si spensero presto con le morti premature di quegli anni, sostituite dall’andare all’Isola dei Morti.

Il rapporto della nonna con Venezia era un rapporto di persone, forse per questo nei miei pelegrinari quando arrivo alla fermata Celestia, dietro all’Arsenale, in quella riva che guarda Murano, così piena di case popolari e di sole, di persone che abitano e che lavorano chissà dove, ma sono veneziani davvero, penso che andare da un posto all’altro significa vedere, portar dentro la bellezza che c’è attorno, ma soprattutto incontrare persone. E parlare di poco o nulla che davvero resti, se non il senso di calore che procura un incontro. La nonna badava a quello, non pensava molto ad altro, credo che lei della città vedesse i percorsi, qualche chiesa in cui sostare, le persone. A dire il vero, capisco ora che sto camminando e che procedo negli anni, che non ho ricordi di ciò che si dicevano tra loro i parenti quando s’ incontravano. Ricordo i convenevoli, ma mi manca la sostanza dei discorsi. Eppure parlavano, molto e a lungo. Credo dovremmo curiosare di più da bambini, avere gli argomenti del tempo, sapere cos’era importante o banale per chi ti era molto vicino.

Una sensazione che avvertivo era quella di un arcaico trattamento delle cose della vita. Non c’era che la mediazione dell’educazione acui si teneva molto in casa, ma le loro gioie erano gioie vere, le risate piene, i dolori assoluti. Ho ricordi delle une e degli altri, credo siano stati per me un’apertura su un mondo che stava scomparendo, dove gli affetti erano primari, molecole assolute di sentimenti, forse l’unico modo per uscire dalla costrizione di ambienti che prevedevano la coesistenza della continuità delle famiglie e della precarietàdei tempi. Che consideravano con rassegnazione dissesti assoluti, incontrati dalle vite in conseguenza di guerre e migrazioni e rovesci economici. E le fortune, le piccole crescite che si inserivano in un vivere fatto di abitudini, di piccole cose, vivevano nell’ apertura a ciò che accadeva, considerate con la modestia e la sufficienza dello star meglio. Qualcosa da conservare ed al tempo stesso da considerare come un tratto raggiunto, transitorio, e non assoluto. In un senso o nell’altro e perciò prezioso.

Mentre cammino lungo la riva priva di turisti capisco il privilegio d’aver vissuto in un secolo ricco di passioni e di eventi che avevano toccato la famiglia, erano entrati ed avevano lasciato traccia, ma pur visti e vissuti era stato l’elemento umano che aveva fatto da filo conduttore ed aveva tenuto assieme. Alla fine, perdendo cose, averi, affetti, erano rimaste le persone, e queste si erano misurate su di sé prima che col mondo, perché questo, comunque, veniva dopo di esse. Al contrario di molti vecchi che si chiudono in casa, che sopportano con difficoltà la perdita della gioventù e scivolano nel livore progressivo del rifiuto di tutto ciò che è nuovo, le mie prime donne, mia madre e mia nonna, diversamente, avevano continuato a vivere nel mondo e ad entusiasmarsi per esso.

continua quando si potrà…

bocca, labbra, baci, rossetto

Dal catalogo della tua bocca, labbra, baci, rossetto,

le espressioni lette assieme agli occhi,

l’arricciare del labbro, ragazzo impertinente,

una mostra di sorriso, l’accenno dei denti.

Il senso della musica di Bach sul viso,

scivola al centro delle labbra, 

e distende un muscolo prima contratto, 

s’ illumina un distratto pensiero:

nube che s’avvita si risucchia in sé,

un attimo poi basta.

I suoni sono leggibili se diventano parole, 

le tue labbra sono parole, il viso è parola

mutevole, profonda e fugace,

da prendere e conservare

(belle le cose che si rinnovano nel cuore),

o lasciare sia suono assorbito, sentito, donato:  

un dire d’espressione ora è mio,

racconto rubato.

Mirabile fusione è musica posata sulla parola,

ancella che sogna d’essere regina, ma

cantata sommessa, è essa stessa parola.

Baci, labbra, rossetto,

nulla è più tuo della tua bocca,

che, muta, parla a te senza sapere,

ed a me che guardo e attendo,

gatto assiso sulle ginocchia che s’ascolta,

ascolta.

le vanità oggettive

In quell’attività dell’anima,

ch’è guardarsi nel mio specchio,

vedo segni del tempo,

un lampeggiare d’occhi,

tratti che riconosco,

e allora indugio nei pensieri,

che resistenti, han modellato solchi, tracciato mappe:

segni ch’io seguo e ricordo.

Chi mi vede, scivola su tutto questo,

chissà che cerca,

ma anch’io mostro la vanità d’esser un po’ sopra il ripiegar la schiena,

e tengo per me, e per pochi altri davvero,

il senso di quelle strade che anch’io costante indago.

Di tanti anni, ed errori, m’è riuscito il riconoscermi

(il ricordo è così mutevole e creativo),

mentre a dire ciò ch’è accaduto, solo i segni restano oggettivi ,

forse ciò rende contento, d’improvviso, il sapere

che una mano ancora lasci impronte di calore sulla mia.

Andare, mentre mi guardo,

andare in scelta compagnia,

andare restando qui,

in cerca di me stesso.

anche gli uomini scrivono lettere che non spediscono

Qualche anno fa, un romanzo parlava del perché le donne scrivono delle lettere che poi non spediscono, accade anche agli uomini o meglio accade anche a me. Eppure non dimentico le lettere, le lascio sulla scrivania dopo l’ultima parola che ha esaurito la spinta a scriverle, può essere che poi, passato il tempo di spedirle, finiscano nei cassetti. Una loro funzione comunque l’hanno avuta, su di me, almeno, per capirmi di più e se qualcuno non ha letto, ha perso il pensiero del momento, non ciò che penso davvero. Mi riprometto -e molto spesso lo faccio- di riprendere quella comunicazione, di farlo quando ho capito meglio.

Dovrei seguire l’attimo, forse, spedire e non pensare, come si fa per le mail che magari un attimo dopo vorremmo precisare, invece rileggo ciò che ho scritto a mano, di getto, e il riscrivere è davvero nuovo e posticipa.

Ma poi, non tutte, le lettere partono; per uno che scrive con la stilografica, il piacere di scrivere esiste, eccome, e lo scrivere a mano fa parte della cura e dell’intimità che riservo a chi mi è caro, quando posso farlo. Nello scrivere a mano c’è un denudarsi, un mostrare a chi sa leggere, le caratteristiche del momento, ma anche quelle profonde. Oltre le parole si rivelano tratti del carattere, propensioni, una lettera è come un testo a doppia lettura, dice con le parole rivela con lo scrivere. 

Non è per romanticismo, ma per piacere personale che guardo le lettere, le parole allinearsi sulla carta, penso che chi le riceve le legga con disponibilità attenta e mi pare che le parole acquistino profondità, che il loro sapore verrà, almeno come eco, trasfuso in chi legge.

Alcune lettere non partiranno mai (di solito quelle dei giorni dell’ira), altre verranno cambiate, le lettere di dimissioni da qualcosa, saranno pesate, espunte dei sentimenti profondi, al più mostreranno amarezza. Mi ha ferito che qualche lettera non sia stata aperta  forse per timore del contenuto, l’ho sentito come un rifiuto ed una incomprensione ingiustificabile e totale, ed a questo s’aggiungeva il mio non aver compreso i limiti dell’altro, la sua distanza dall’immagine che m’ero fatta di lui. E’ accaduto tre o quattro volte, ed anche se le lettere sono state dopo tempo, aperte, non mi interessava più, ne era nata una cautela, un alzare barriere interiori e ciò (sentivo) mi impoveriva. Non sono riuscito a dimenticare e quando non si dimentica non si perdona mai davvero.

luci rosse a destra, bianche a sinistra

Inzuppo la sera incipiente dentro uno spritz. Campari senz’acqua per favore. Attorno rumori di blu elettrico: mettendo assieme tutte le speranze verticali delle tre lauree che festeggiano si raggiungerebbe il cielo.

In queste sere, dopo la pioggia, è meno bagnato il fiume dell’aria che trattiene le risatine nervose, che spampana gli occhi  sul primo maglione leggero, portato con arroganza senza reggiseno. Nel tavolo a fianco, il venditore di pop corn, s’è seduto, stanco, con il dorso della mano ha spazzato le gocce di pioggia dal piano ed adesso si sta bevendo l’incasso. 

Delle sere di settembre bisognerebbe serbare memoria per i giorni in cui la luce scema, tenerne dentro l’equilibrio instabile, la tristezza non ancora sbocciata, le grida dei ragazzi, la sorpresa d’un caldo di scirocco che accarezza il viso. Bisognerebbe, ma non si fa scorta di medicinali utili e la malattia del vivere è furba, si nasconde in interstizi di stanchezza, fa stropicciare gli occhi tra una scossa di vita e la successiva, ma non si lascia prevedere.

Siamo bevitori all’osteria del vivere, gourmet sorseggiatori, queruli affabulatori che tessono ponti con il vuoto, silenziosi malati di sentimenti usi a bere a garganella, testimoni sapienti alle spalle dei giocatori. Se guardi attorno provi la sensazione della marmellata appena fatta che guarda il tappo che si chiude: quando ne uscirò? Per questo serve il cielo di settembre e la sensazione che il tempo mal usato sia uno sputo, solo maleducazione, ma che oltre ci sia ancora qualcosa.

Pensa, la speranza la chiamano fede e così si confondono le idee.

Verrà ottobre, il rosso invaderà i colli, ogni quadro nelle Gallerie dell’Accademia sarà smorto al confronto, eppure questa rincorsa del vero è servita a fermare un ricordo buono per un tramonto.

Tieni la rotta nel tempo, guarda le foglie che s’accartocciano in fretta, trai auspici, presagi e conseguenze, ma conserva un barlume del senso d’essere mondo prima che uomo.

Per questo e molto d’altro, tornando a casa, la sera cala in fretta. A destra le luci rosse, a sinistra le bianche. Ieri sera, dopo la pioggia violenta, c’erano scie di semaforo sull’asfalto e m’incantavo a guardare pennellate sgranate di luce finché ho alzato gli occhi ed uno spettacolo di rosa con nubi grigie riempiva il cielo. I piani alti dei palazzi, i colli azzurri e netti sullo sfondo, l’aria, erano tutti dipinti ed immobili nella luce rosata. Solo noi, nei canyon tra le case, eravamo nel primo buio d’asfalto e fumi. 

Luci rosse a destra, bianche a sinistra, lenti, quasi fermi verso casa.

Per questo bisognerebbe serbar memoria.

il nuovo e il movimento

Nel nuovo, spesso, vogliamo leggere il dissiparsi delle nostre paure. Forzando la realtà, piegandola verso di noi, come se il nuovo coincidesse con il movimento (e quindi con il succedersi delle esperienze) si pensa di risolvere il bisogno di guardare il lato che c’inquieta, c’illudiamo che il nuovo sia il cavaliere bianco che ci porta fuori dal temere. Questa confusione tra nuovo e movimento, dando ad entrambi un significato positivo, altera il rapporto tra dentro e fuori, fa girare la testa da altre parti. Ma lo specchio è fermo e noi ci vediamo in esso se davvero vogliamo vederci, come pure è fermo il lato oscuro che sta nel fondo di noi stessi, assieme agli  archetipi che c’appartengono, e che sono, come noi, specie. E non occorre fare molto perché i vapori di quell’oscurità emergano nell’insicurezza lieve, o forte, quando siamo soli con noi stessi, e s’installino nella mente quasi fossero un preannuncio negativo.

Ci ameranno, saremo amati, chi ci difenderà dal male? 

Basta muoversi e non pensare troppo oppure guardare in faccia l’inquietudine, sapendo che solo noi siamo malattia e medicamento, e che questo comporta il fermarsi, il togliere veli, anziché sovrapporne. Ma quest’ultima è solo una delle alternative: per molti non occorre affrontare i propri demoni, si può correre sempre innanzi, passando da un’esperienza all’altra e non  chiedersi se si sta precedendo qualcosa oppure se si sia perennemente in fuga da se stessi.

Credo che ognuno faccia il giusto se segue se stesso; io tendo a fermarmi, per riflettere e cercare di capire i motivi dell’andare assieme all’inquietudine, forse per dargli una direzione, ma è una strada questa mia, come le altre. 

scirocco

Soffia forte lo scirocco dal mare, schiocca la tela degli ombrelloni, spinge onde e livella la sabbia. Pivieri e gabbiani volano di lato, a volte, con rabbioso sbattere d’ali, si guadagnano il cielo, altre veleggiano, poggiando queti, su correnti d’aria calda.

Nel meriggio arrivano barche bianche: l’acqua pulita e la tranquillità attraggono dai porticcioli vicini, ma sono distanti la spiaggia. Solo una moto d’acqua volteggia al largo. Speriamo si stanchi.

Guardo tatuaggi e corpi che si consegnano all’acqua ed al sole, i rumori sono ovattati, rispettosi, e c’è una pace che lo sciabordio d’acqua e di tele, rende respiro del mondo.

In questo mare antico, così pieno di legna, di sabbia, di detriti d’animali e d’uomo, l’acqua si rinnova e vince. Terra d’uccelli e di pesci prima che d’uomini e c’è maestria in entrambi, di saperi trasmessi.

Lo scirocco fa volare alghe seccate, costruisce piccoli grovigli marroni da impigliare tra i fiori delle valli tra le dune.

Basta chiudere gli occhi e il tempo si spegne paziente.

fine agosto

La città, al ritorno estivo, si mostra intorpidita. Alcune cose lasciate a mezzo attendono, ma il caldo permane e le giustifica: potrebbe essere luglio con il tempo dell’estate ancora nuovo.  Così non si bada troppo al lavoro sospeso nel corso, all’ arsura, lasciata alla partenza, delle piante nel vicolo, al bar ancora chiuso. Più in là l’edicola davanti al bar ha riaperto, ma è spoglia di copertine recenti ed attorno s’aggirano persone lente, almeno così mi pare, che camminano sotto i portici in cerca di fresco.

Eppure qualcosa sembra sul punto di iniziare, forse è solo una proiezione d’un bisogno. Sono convinto che, distante, altre braccia si stiracchiano e rientrano in città, altri occhi vedono le stesse cose e chissà che pensano dei loro vicoli ed abitudini appena smosse dal caldo d’agosto e dai giorni senza impegno. Delle mie vacanze “intelligenti” d’un tempo non ho nostalgia, e se accumulavo stimoli per il resto dell’anno, adesso semplicemente mi riposo e lascio scorrere i pensieri, gli “stimoli” arrivano anche così, solo che sono più inattesi.

Mi sembra ancora presto per dire che è finita l’estate. Sarà che attorno, nelle cose usuali, ancora un po’ estranee, il leviatano del lavoro, delle urgenze, delle incombenze autunnali, non s’è risvegliato appieno, è ancora torpido e mi guarda interrogativo, quasi non mi conoscesse.

Buon ritorno ai viaggiatori, facciamo che l’estate buona continui dentro e fuori di noi.