inclusivo

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Alle 16 i marciapiedi della strada si riempiono di bambini festanti, di voci acute, risate, corse, piccole bizze. Vengono a frotte dalla vicina scuola privata, gestita dalle suore. E’ una scuola di rango, ce ne sono diverse in città, famose per la qualità. O almeno così si dice sia. I bambini hanno una mamma, o una tata oppure qualche giovanile nonna che li accompagna. Sciamano tutti verso il piazzale e i parcheggi. Lì troveranno o le case vicine, oppure auto spesso voluminose. E’ uno spettacolo che mi rallegra molto, c’è la gioia dei bimbi di essere fuori da una costrizione e l’amore di chi li sta accompagnando. Tutto si vede sui volti distesi, sulla disponibilità a fermarsi a chiacchierare.

Bene, oggi pensavo che gli 80 euro, promessi da Renzi alle neo mamme per 3 anni, dati a queste persone che non ne hanno bisogno sarebbero sbagliati, mal posti, inutili. Pensavo anche che i servizi, gli asili nido, gli aiuti domiciliari, il lavoro, per le neo mamme che ne hanno bisogno sarebbero ben più importanti. Pensavo anche che l’eguaglianza non è per forza giusta se non tiene conto delle condizioni di partenza. Fine dei pensieri e mi sono goduto il concerto di grida e corse.

Dal 2010 è possibile inscrivere sulla carta di identità l’autorizzazione a donare organi. Sugli oltre 8000 comuni italiani solo 24 l’hanno fatto. Manca il regolamento della legge. Stamattina una funzionaria del ministero della Sanità ha dichiarato che siamo (chi siamo?) in dirittura d’arrivo, manca solo un passaggio formale e poi il regolamento sarà disponibile. Quattro anni. E questo è uno degli oltre 700 regolamenti in attesa di emanazione da parte dei ministeri dopo l’approvazione di leggi che spesso hanno avuto  discussioni accese. Dopo l’eliminazione del Senato come fonte di lungaggini, chissà cosa starà pensando il Presidente del Consiglio e la Ministra competente per togliere questo spreco e vergogna amministrativa. Perché se si pensa che il balzello all’investire in Italia, sia nei diritti non più attuali dei lavoratori (esistono diritti non più attuali?) si sbaglia, in realtà ciò che limita gli investitori sono le incertezze sulle decisioni e sui tempi della burocrazia.

Il partito della nazione comincia a prendere forma. Ieri alla direzione del PD, c’è stato un uso smodato del termine “inclusivo”. Per avere un partito di tutti bisogna metterci tutti, da scelta civica a Sel e magari anche altri se lo ritengono opportuno. A mio avviso, allora, bisogna togliere il termine partito dal nome, è un non sense, partito è di parte, non può comprendere tutti, ma solo quelli che la pensano in un certo modo, che perseguono gli stessi obbiettivi. Allora come si pensa, e opera, in questo Paese? C’è un pensiero, e una azione, comune? Ovvero, sappiamo tutti dove vogliamo andare, con chi, in quali modi e con quali eguaglianze e diritti? Credo che il pensiero che si sta formando sia quello del tradurre le larghe intese, ossia una situazione transitoria e di emergenza, in un modo di far politica permanente, basato sulla eliminazione del confronto e del contrasto.  Questo non avviene solo nel pd, ma ovunque ci sia un partito di grosse dimensioni: la lega, forza Italia, il movimento 5 stelle. Il Presidente della Repubblica spero stia meditando su quanto avviene, anche perché non è un arbitro, ma ha scelto di fare il giocatore. Il dissenso scompare, diventa un problema “inclusivo” oppure viene marginalizzato, espulso. E’ questo il concetto dialettico democratico che si ritiene utile per governare il Paese? Dire chiare le cose agli Italiani servirebbe, serve, è necessario. Poi ciascuno deciderà cosa gli piace.

Mantegna agli Eremitani

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La porta d’ingresso laterale era una staccionata da cantiere, fatta d’assi sconnesse e legata col fil di ferro. Appena dentro il buio, forte e poi penombra, il fresco d’estate e il freddo umido d’inverno. E un immenso cantiere che andava in verticale dal pavimento, già a rettangoli di marmo rosso e bianco, al soffitto, ricostruito nel legno della carena di nave rovesciata; poi, in senso longitudinale, per più di cento metri, si andava fino a quell’abside rabberciato, quell’altar maggiore sbeccato dalle bombe, quelle pareti di cappelle che erano state una chiesa colpita, offesa, polverizzata, che ora ritornava pian piano ad essere edificio, memoria, vita. La guerra era finita da dieci anni e quella ferita rimaneva. Anche in noi ragazzini che pure la guerra non l’avevamo vista ed ora correvamo scivolando su quei pavimenti lisci, facevamo battaglie con pigne tra le staccionate, ci arrampicavamo sui ponteggi inseguiti dai carpentieri. Era accaduto l’irreparabile, ma noi eravamo vivi, spensierati, pieni di voglie piccole e immediate, giochi, dolciumi, corse, stanchezze felici.

Cosa può interessare del ricordo personale a chi non l’ha vissuto ed oggi vede una porta grande, in noce di una chiesa apparentemente, ben conservata? Poco o nulla, ma facciamo un esperimento e provate a seguirmi nella grande chiesa che allora non era più tale, alla fine degli anni ’50. La chiesa degli Eremitani, era stata bombardata per stupidità e incompetenza dagli alleati, l’11 maggio del 1944. Dovevano colpire un edificio vicino, il distretto militare, centrarono una delle più belle chiese di Padova, e un caposaldo dell’arte distruggendo il ciclo di affreschi del Mantegna giovane che aveva cambiato il pittore prima della pittura. Quella cappella Ovetari era stata contrastata sin dall’inizio, piena di lotte tra giovani e anziani artisti, gloria di una famiglia e altempo stesso di una Padova che voleva rivaleggiare con Venezia. Mantegna veniva da un paesino del contado, Isola di Carturo, ma era un caratterino non da poco. E per fortuna è stato così, altrimenti mica ci sarebbe stata la rivoluzione che cambiò modo di intendere la rappresentazione del vero. Da altre parti erano ancora alle prese con i fondi oro, con le quantità di lapislazzuli da mettere in un affresco con manti e abiti da rendere munifici e salvifici. Lui, il riottoso allievo, ha molto altro da dire e si dovrebbe parlare dei suoi rapporti burrascosi con Squarcione, Vivarini, Niccolò Pizzolo, Bono da Ferrara, Ansuino da Forlì e con i Bellini per via di matrimonio, ma sono notizie che potrete trovare ovunque. Eppoi a 8 anni mica le sapevo quelle cose, e neppure di Mantegna sapevo. Giocavo in quella bellezza infranta, con una frotta di ragazzini, inseguito dalle imprecazioni degli operai che disturbavamo. Ogni tanto eravamo richiamati dal Parroco, che era troppo buono per non capire che in quelle corse non c’era nulla di male e credo pensasse, c’era meglio tenerci vicino al campanile, piuttosto che altrove. La chiesa man mano veniva ricostruita, noi correvamo e gridavamo e a volte se ne parlava in casa. Il giorno del bombardamento, molti padovani erano andati a vedere il disastro. De Poli, Zancanaro constatarono piangendo la rovina, sparsero la commozione, anche i miei ne parlavano. Poi, constatati i recuperi nelle casse di “ruinassi” (il dialetto in queste cose è impietoso ed icastico, rovine, ecco quel che erano), forse qualche pezzo di figura o testina di affresco finì altrove. Chissà che riemerga col tempo, le cose nell’arte se non vengono distrutte, ricompaiono. Comunque il danno era stato immane e irreparabile. C’è stato un tentativo eroico di rimettere assieme i pezzi, ciò che si vede sono lacerti ed è giusto sia così, il miracolo non ce lo meritavamo. Tutti, perché ciò che si è perduto definitivamente è emblema della stupidità e non c’è giustificazione. Chi mise un distretto militare tra cappella degli Scrovegni ed Eremitani era stupido e altrettanto stupido fu chi fece l’incursione e sapeva. Se non ci fosse stata la stupidità quel luogo magico in cui si erano scontrate due visioni dell’arte ci sarebbe ancora. E forse anche la storia di noi ragazzini sarebbe stata diversa. Qualche sera fa Edoardo Boncinelli, presentava il suo ultimo libro sulla fisica e su “le leggi di Dio” nella immensa sala del Palazzo della Ragione, e così ha iniziato: sono stato a tenere conferenze in molte parti del mondo, ma in un luogo così bello non mi è mai capitato di farlo. E tutti, assieme a lui, abbiamo guardato le pareti affrescate, il soffitto a carena di nave rovesciata, e magari abbiamo pensato che quel luogo era stato ancora più bello con gli affreschi di Giotto e il soffitto di fra Giovanni Eremitano perduti nel ‘500. Ma eravamo consci della bellezza concessaci e della fortuna di esserci.

Essere cresciuti in luoghi che oscuramente riportavano al bello, che parlavano di cose che non conoscevamo, mi piace pensare che sia servito per essere un po’ più attenti, che ci abbia spinto appena un poco sulla curiosità del conoscere. E se ora ho una diversa, e più pesante, ignoranza da allora, ho anche la consapevolezza di un Paese che, ben oltre quello che si dice negli slogan e nelle stupidità che riguardano la cultura e i monumenti, ha dentro di sé la possibilità di essere migliore. Di giocare e di essere felice, ma anche di fermarsi di fronte a quello che sente superiore a sé, goderne immeritatamente e poi restituirne il senso in rispetto, tutela, crescita e nuova felicità. La bellezza non fa PIL, ma dà una cosa che nessuna ricchezza è in grado di dare, ci rende migliori.

“For the great desire I had to see | fair Padua, nursery of arts, I am arrived… | and am to Padua come, as he that leaves | a shallow plash to plunge in the deep, and | with satiety seeks to quench his thirst. “

Per il grande desiderio che avevo di vedere | la bella Padova, culla delle arti sono arrivato… | ed a Padova sono venuto, come chi lascia | uno stagno per tuffarsi nel mare, ed | a sazietà cerca di placare la sua sete.

 

(William Shakespeare: la bisbetica domata . Atto 1, Scena 1)

lettera per il compleanno

Gli anni hanno continuato a scorrere e Tu hai smesso di aggiungerli, ma domani è il Tuo compleanno, e in questi giorni ho pensato a come hai amato festeggiare questo giorno. Prima quasi sottovoce, erano anni in cui le feste non erano così tante, poi, col tempo, quel giorno è diventato sempre più importante e doveva essere particolare. E lo era.

Ci si vuole bene tutto l’anno, ma il giorno del compleanno ci si abbraccia in modo speciale. Ed è come si riassumesse, in quell’abbraccio, il presente e futuro dello stare assieme, nella certezza che il passato che abbiamo vissuto è stato solo l’inizio di un percorso che non si interromperà. Non so se i figli maschi abbiano un rapporto particolare con le madri. Lo dicono, ma Tu non potevi averne la controprova, perché hai messo al mondo due figli maschi, ma pur essendo non poco diversi, in Te ci siamo sempre ritrovati.

Le vite si complicano, anzi ci mettiamo molto di nostro per complicarle. C’è un deviare impercettibile, nato chissà quando, e da quel momento tutto scorre su un binario parallelo. Vediamo come ci piacerebbe vivere, è lì a portata di mano eppure viviamo altrimenti. In questo confronto ravvicinato nascono molte stanchezze, e domande, e ad ognuna di queste, per nascondere quella piccola deviazione iniziale (come fosse una colpa), forniamo risposte sempre più complicate. E’ così che ci si incasina la vita e ci sembra faticoso vivere, guardare avanti, riportare le cose alle giuste dimensioni, cioè a noi e al nostro star bene. Tu avevi i tuoi crucci, cose che avresti voluto fare, ma le avevi messe in un luogo dove non c’erano rimpianti e la Tua vita era rimasta sicura, decisa e semplice. Molto ricca, perché non avevi paura del nuovo, ed eri contenta di ciò che sceglievi o volevi. E così avevi voglia di vivere anche quando gli anni erano tanti e ci sembrava che ci saresti sempre stata. E’ importante che si sappia che un amore non se va, che ci sarà ogni volta che ne avremo bisogno. Credo che questo sia stato un grande modo di dare amore: senza comunicare dubbi, con risposte semplici a domande semplici. Che poi sono sempre la stessa domanda. Quella che ti facevo da bambino: tu ci sarai sempre, vero Mamma, non te ne andrai? E Tu dicevi che ci saresti sempre stata e lo facevi sentire. Non ci stanchiamo mai di chiedere se chi ci ama ci sarà e se quella domanda riceve una risposta semplice e calma, sparisce la tensione, si ridimensiona la paura di non essere amati. Quella risposta continui a darla ed è sì. Per questo non te ne sei andata, ci sei.

riccioli

i miei capelli han preso troppa pioggia,

al mattino s’arricciano:

vorrebbero compagnia di dita aperte e leggere

che percorrano i pensieri al risveglio.

C’è il grigio dell’afa d’autunno:

si mescola al caldo del sogno appena concluso.

Lo specchio, il viso, la finestra,

su un ballatoio, una piscinetta di plastica blu

sta ritta e vuota,

ricordando che l’estate è passata.

Torneranno altre stagioni, 

non questa,

saranno grandi, i bambini, il prossimo anno,

e più non basterà l’allegria dei piccoli spazi

blu d’acqua e di plastica.

Dopo il primo gioco

ti metteranno da parte,

piccola blu piscinetta,

ma non noi che cresciamo altrimenti,

ed è solo mattina,

mentre i miei capelli s’arricciano ancora,

e grigi,

attendono carezze già state.

gufo di sera

Perdonate i riferimenti molto personali, avevo pensato di rispondere ai due commenti del precedente post, poi parlando con un’amico della situazione politica, mi ha detto che passerà, che occorre capacità di discernimento tra ciò che è importante e ciò che non lo è. Questo mi ha fatto scoprire ancora una volta l’inadeguatezza delle mie percezioni: non sono allineato ad una realtà di cui partecipo. Quello che a me sembra importante per altri lo è di meno, o non lo è. Eppure dovrei avere gli strumenti giusti: non faccio più l’amministratore pubblico ormai da 10 anni, mi sono messo in disparte da solo e se ho incarichi di partito non li ho cercati, anzi. Non avere secondi fini e tantomeno personali dà una bella libertà. Allora da cosa deriva questa scontentezza e perché quello che vedo mi rattrista e preoccupa? Concludo sempre più spesso che c’è confusione sotto il cielo, nessuna pazienza e molta arroganza e protervia. Sembrano cose da vecchi, da panchina o da bar. E così penso che quelli come me si possono tirare in disparte e dedicare a ciò che hanno troppo a lungo trascurato, pensando che ci fosse un dovere nell’esserci. E so che nessuno verrà rimpianto anzi quelli che oggi sgomitano ovunque, da molto non accettano neppure il regalo di una disponibilità gratuita.

Come tutti quelli che hanno uno splendido avvenire dietro di sé, penso al peso delle idee e del vissuto come a un valore per guardare avanti. E non perché ami il reducismo, ma perché è impossibile non cercare analogie, non vedere singolarità che si ripetono e trarne qualche conclusione. Ecco, su questo vedere oltre il quotidiano sta la mia e altrui inutilità, e sul considerare che c’è un mondo che si agita e urge, sta un altra inutilità. Insomma ci si sente inadeguati al reale medio e urlato e un po’ per volta ci si rivolge ad altro, ma vivere senza passioni collettive e personali è amare un po’ meno. E quando passano gli anni l’amore manca di più.

la conferenza

Nel pomeriggio mi aveva preso una grande stanchezza. Non avevo voglia di nulla. Al più di ascoltare. Così andai ad una conferenza. C’era l’autore di un libro che conoscevo e apprezzavo. Una buona occasione, sono così rari i libri che ti sollecitano davvero… L’intervistatore invece l’apprezzavo molto meno. Nella grande sala, le prime file erano già tutte piene. Insegnanti di liceo, ragazzi, padri e molte madri. Mancavano i lavoratori, vista l’ora, quindi un buon campionario di borghesia cittadina. C’erano baci di saluto diffusi, abbracci e sorprese del vedersi che sembravano autentiche. Nella fila a fianco, due ragazzini si baciavano distratti sulla bocca, vedevo bene gli sguardi che cercavano oltre i visi.

Ero abbastanza avanti di posto, avevo potuto scegliere, e pensavo a come si dispongono le persone in una sala: secondo timidezza, protervia, noncuranza, necessità. Alcuni parlavano restando in piedi verso altri seduti. Posture inusuali, visi, profili. L’estate era appena dietro i finestroni, incurante dell’autunno, così non pochi erano in camicia o in polo. Io avevo una giacca e mi guardavo attorno, cercando di condizionare il cervello a non avvertire troppo caldo. Si riesce a farlo anche con il freddo. Fino a un certo punto. Cercavo di star bene e di imbevermi del suono delle voci. Era l’atmosfera che precede qualcosa di scelto. L’attesa consapevole. Distolsi il pensiero, adesso guardavo solo, senza interpretare e senza immaginare pensieri altrui.

Mi venne in mente la scrittura di Hemingway, assomigliava a quello che avevo attorno, il suo procedere spingendo l’azione riottosa, i particolari spezzettati, il suo generare senso di attesa per qualcosa che poi non accade. Pensavo ai suoi dialoghi, che aveva imparato così bene a Parigi e che, diceva, facevano la differenza tra uno scrittore e un grande scrittore. Non mi piacevano più come un tempo, quei dialoghi così serrati. Adesso, ricordandoli, mi sembravano poco sinceri, anche quando erano verosimili, come se i personaggi, in continuazione, dovessero essere altro da sé. Dimostrare qualcosa. Però c’era così tanta vitalità, così tanto senso immanente dell’accadere assieme alla consuetudine… Chissà se lo leggevano ancora Hemingway. I ragazzi intendo.

La sala era ormai quasi piena, con un flusso costante di persone che entravano. Qualcuno mi salutava, altri mi sembrava lo facessero. In una città media, per strati spesso ci si conosce o si è conosciuti. Il rumore delle voci era un tappeto sonoro che mi toglieva la stanchezza. Osservai che decisamente c’erano molte donne. Insegnanti credo. I ragazzi scherzavano, chattavano, telefonavano. Spesso si baciavano, anche i due ragazzini continuavano a baciarsi tra un fiotto di parole e un guardarsi attorno, salutando. Qualche bottiglietta d’acqua usciva dalle borse e s’avvicinava alle labbra. Con grazia ed educazione. Bisogna bere molta acqua. Pensai. E gli uomini sono spesso sguaiati anche nel berla. ma sono così ridicole le borse delle donne. Pensai. Enormi, piene di cose, cosparse di fibbie, lacci, cinghiette. Un pozzo d’identità da portarsi appresso. 

La ragazza seduta davanti, aveva tre orecchini molto piccoli sull’orecchio destro. Si voltava spesso e attendeva qualcuno. Si vedeva. Era minuta con lunghi capelli e un grande orologio al polso. Quando arrivò il ragazzo, piccolo anche lui, con un ciuffo da cantante di rock anni ’50, sorrise molto e divenne accudente, poi lo cosparse di bacetti. C’erano le madri davanti, si voltarono al saluto e sorrisero con un lievissimo imbarazzo davanti a tutti quei baci. O almeno così a me parve. Adesso ero riposato e senza attesa, divertito da tutto quel salutarsi e baciarsi. Sembrava fosse il contesto comunicativo della sala, un riconoscersi e un appartenere contento e superficiale. Poi apparve il conferenziere e le voci si spensero lentamente. Come per abbrivio. 

scuola di montagna

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La mattinata è così piena di sole che non si vede che la luce, il sole c’è da qualche parte, ma non importa dove, conta invece tutto quell’azzurro. Un colore che contiene i colori, che avvolge la terra, dove tutto è dentro. Eppure le cose si stagliano, hanno volume, sono così nette che l’aria sembra sottile, priva d’altro che di se stessa. In quell’aria, su quella terra, c’è la scuola, anch’essa azzurra. Le finestre sono aperte. Si sentono le voci. I bimbi chiedono, uno in particolare ribadisce. Esce dal coro sinché la maestra risponde a lui. C’è un’inflessione particolare in entrambi, è calma, con le vocali dolci, come se il dialetto insinuatosi nella lingua rendesse più serene le ragioni. Chiedono entrambi, educato conto, di qualcosa. La voce della maestra è fatta di parole ben staccate, la sento a tratti, esemplifica, crea un’immagine conosciuta da entrambi. Due mondi si toccano, uno bambino con esitazioni e convinzioni che attendono conferme e sicurezza. E’ un saggiare la certezza, creare il dubbio come parte del comunicare, e poi deporre le armi in un insieme comune. Ho la sensazione di un passo avanti, di un procedere fatto di voci, la maestra insegna. E verifica se stessa. Adesso altre voci si alzano. Mi piace il suono, è una scuola che mi ricorda ciò che ho avuto e ciò che non c’è stato. Attorno ci sono il campo da gioco, lo spazio per le corse che rende un cortile una palestra.

E’ una scuola di montagna, ma non è piccola. C’è cura. Almeno un poca più del solito. Stona quell’isola ecologica così vicino al recinto. Basterebbe poco. C’è così tanto spazio. Intorno il verde, le case, molte di vacanza e senza nessuno, adesso, sopra l’azzurro. E una sensazione di bello che dura.

notturno blues rap

Molto è un po’ malato, e non ci sono verità.

Fan confusione le sirene: crisi, quiete e sicurezza, 

ma non c’è luogo e direzione in mezzo alla stanchezza.

E’ tutto un po’ malato, nulla è preciso a sé,

nuotan dubbi nella notte, ci son rumori sotto casa, 

tace il cane, chi sarà ?

E’ fatica esser un po’ sani, s’aspetta e poi si corre,

da chissà chi si scapperà? 

Vorremmo che qualcuno ci mettesse poi una pezza,

ma è tutto un po’ malato, non ci sono verità.

servirebbe un po’ sparire, lasciarsi andare, naufragare,

finché tutto si rinnova, non è tempo di star qua.

D’un piccolo disegno ci sarebbe poi bisogno,

bello, nuovo e colorato,

tappezzeria per questa notte di rumore soffocato,

la mattina verrà presto, ma molto non si combinerà,

Bisognerà darla un po’ a vedere, evitare verità, 

oggi piaccion gli animali che leccano a comando

ma non la raccontan giusta e il bisogno resterà.

Vorremmo essere tranquilli senza false povertà,

ma ci son sirene compiacenti dai rumori senza nome

e riposar non si potrà .

Domattina non combinerà poi molto, però questo silenzio dormirà,

c’interroga da troppo, nel rumore, tacerà. 

Vorremmo poi qualcuno che ci mettesse un po’ una pezza,

noi spariremmo quanto ci basta, solo a far sentir l’assenza.

E’ tutto un po’ malato e non ci sono verità

abbiam chiamato il medico, ha detto che ci pensa,

ma forse non verrà.

 

inizio un po’ fangoso

C’erano dei luoghi, a est, che erano incongrui alla mia immaginazione. Non sapevo quello che avrebbe dovuto esserci, ma ciò che c’era era diverso da quello che mi aspettavo. Ero in un paese doppiamente straniero, straniero a me stesso e pure a chi ci abitava. Così ho conosciuto il realismo socialista e anche l’architettura imperial austriaca, tutto mescolato alle cupole dai colori accesi, le chiese piene di marmi dei gesuiti, i mattoni dei francescani, i finestroni alti e i fregi sui portoni. Gli uni avevano copiato dagli altri, in pretenziosità, come si dovesse sempre dimostrare qualcosa. E’ tipico degli invasori non essere sicuri, lasciare tracce, prima sui corpi e poi nei luoghi, mettere lapidi, imporre lingue, regole che devono trovare una espressione che resti. Per questo scelgono la pietra.

Appena fuori c’erano le casupole basse allineate lungo le strade fuori dagli itinerari europei.

Erano, quelle lunghe file di case color fango, con i giardinetti minuscoli davanti, con i cancelletti di legno, con gli stivali di plastica appena fuori della porta, affacciate su marciapiedi di terra e strade affollate di camion e biciclette, quelli erano i luoghi veri dell’abitare. Erano le dalie e i cavoli, i tumoli di terra nera cosparsi di torsoli, le vecchie latte di conserva pieni di terra e fiori, quelle erano le case di chi c’era e non era stato conquistato da qualcosa. E quando un viso di vecchio mi guardava da una doppia finestra, da quei vetri piccoli, incorniciati tra profili bianchi e quadrati, pensavo che di lì a poco sarebbe comparso il viso di un bimbo. Con le guance rosse, i capelli biondi e lo sguardo serio dietro gli occhi azzurri. E puntualmente accadeva. Allora ero soddisfatto e mi sembrava d’aver capito, d’essere meno straniero.

…

pensieri a margine di una mostra di Corcos a Padova

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Palazzo Zabarella è un posto particolare, dimora antica, anzitutto. Negli anni di Corcos era abitazione importante e negozi e artigiani nel cortile. Come nel medioevo. Le sale sono quelle di una casa nobiliare-borghese, lo scalone importante, ma non eccessivo, c’è altro a Padova. Qui i quadri stanno bene per la dimensione raccolta, quasi domestica, si possono immaginare appesi nelle case in cui erano destinati. Case di nobili, di borghesi ricchi, la nuova aristocrazia mercantile ebraica e quella antica dove il bello, il decoro e l’apparenza fanno parte dell’educazione. Sono le istitutrici ai giardini, il piccolo Pierrot, il marinaretto, la ragazza nell’educandato: una infanzia che si prepara ad un ruolo assieme agli uomini di profilo, pronti per un affare o una festa. La prima guerra mondiale spazzerà via quel mondo, ma qui è ancora palpitante, pieno di vita, di ideali, di conoscenza che vuole prendere in mano il proprio futuro. Mi viene a mente l’uomo senza qualità di Musil, la forma, la sostanza, le vite: stessa epoca e stesse traiettorie.

E prima, e più,, che le donne bellissime di Corcos, mi colpiscono i ritratti dei famosi di fine secolo. C’è il racconto delle sue amicizie importanti. Un ritrattista borghese, attento alla sua crescita economica, al suo successo, punta alle case più che ai musei. Si sarà gloriato il pittore di quelle presenze in salotto e ne avrà coltivato le relazioni. L’abilità, l’ingegno diventano mestiere nel far emergere lo sguardo, metterci dentro un messaggio inequivocabile. Carducci, Mascagni, un vecchio, ma forte e ritto Garibaldi redivivo, il critico letterario e l’editore, gli amici pittori, Lega, Yorick, altri. Uomini infervorati, sguardi penetranti. Nell’ultimo quarto dell’800 è accaduto molto in Italia. Si vedono le passioni fresche dopo le rivoluzioni. Un bisogno di dire, essere, di rappresentare l’acuto del singolo, del genio e la coralità di una nazione nuova. C’è una forza che solo la giovinezza delle idee può assicurare, un farsi determinato. Gli uomini in questa pittura così esplicita, si mostrano come le donne, si propongono, ma della seduzione esprimono la forza, il potere che punta in alto più che la bellezza.

Le donne sono sempre eleganti. In 100 quadri non c’è una popolana, una lavandaia. I vestiti attillati, le crinoline, si alternano ai decollete arditi per l’epoca. Fanciulle in bilico per diventare donne, piene di sogni e d’attesa. Ruoli pronti, maternità che verranno, feste, conduzione delle vite di casa, in una ricchezza che è negli abiti e nei gioielli. Corcos usa il photoshop dell’ammiccare, del migliorare collocando, correggendo anche le età. Molta seta e broccati, squarci di sfondi, di pareti dipinte con il liberty e il decò, ma anche l’esotico. Qualche sollevare di drappo ricorda che la vita è palcoscenico, recita e attesa dell’applauso finale. Furbizie, si smarrisce l’età della protagonista nel dettaglio, ciò che non è giovane propone il fascino del saper vivere. Mi sono chiesto cosa pensavano quei volti così diversi e ripetuti, quelle espressioni piene di luce. Come si guardavano quelle giovani donne nel ritratto appeso in casa, nei matrimoni giovani, ho pensato alla gioia della giovinezza che ha l’infinito essere davanti e l’inconsapevolezza che accompagna i mondi che non governano, ma sono trascinati dal mondo. Bisogna guardare il particulare, questa è la dimensione domestica della felicità, cose alla portata delle vite. Per questo le donne sono così diverse dagli uomini di prima, gioiscono e attendono, mentre altrove è la passione civile o degli affari a governare le vite. Sembra un giudizio, ma non lo è, in un’epoca segmentata nei ruoli e nelle classi, ognuno ha il suo posto, le sue passioni, il suo destino. Sembra tutto scritto, poi il mondo si incaricherà di strappare i libri.

Ma c’è un dubbio che emerge e quelle due donne, sua figlia ed Elena Vecchi, rispettivamente in Lettura al mare e in Sogni, sono due sguardi in avanti, diversi, sfrontati, inquieti. Modelle d’eccezione perché svincolate da una committenza, guardano il mondo, s’interrogano e mordono la realtà che arriva. La chiedono. Rappresentano la domanda di un pittore che dipingeva ritratti, piaceva al bel mondo, ed erano gli stessi anni in cui il mondo della pittura si rivoluzionava così tanto da scavare in ben altri modi gli spiriti, il vedere, le passioni. Quelle passioni che si sarebbero perdute con gli uomini della bella époque, trascinate altrove, superate e chiuse nei salotti mentre si spegnevano. In quei quadri così particolari per lui, il dubbio e la rassicurazione successiva, il successo in fondo non è forse questo: la rassicurazione di esistere. Corcos, morì poco prima delle leggi razziali, fu risparmiata a lui, ebreo, la nefandezza intellettuale di un pezzo di quel mondo che aveva ritratto. Forse questo non l’aveva capito ed è stato un bene.

Padova è bellissima in questa stagione, queste righe sono suggestioni mie, oggi c’è quasi il sole.