l’innocenza del leggere e dello scrivere

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C’è puro piacere nel lasciar uscire le parole sulla carta. Sbocciare sarebbe il verbo esatto, come fanno i tuberi che hanno una vita sotterranea ma vogliono saggiare la luce, come le erbe, come gli animali attratti dal cielo, come gli alberi che hanno bisogno d’essere sé. In fondo scrivere è tradurre quello che vedono gli occhi e che viene elaborato in qualche circuito di sinapsi e mitocondri. Insomma un mostrare ciò che si è percepito e mescolato con quello che si è. Questo è scrivere.

Non c’è un motivo particolare, non ne servono per scrivere, è una piacevole necessità, un bisogno d’ordine interiore che assomiglia vagamente all’innocenza. E quando si scrive senza un fine, si è innocenti.

Ma più che nello scrivere, che comunque dipende, e siamo, noi, sarebbe necessaria la giusta leggerezza del leggere. Leggere tutto quello che attrae e ovunque. La trama di tappeto, ciò che sta tra le righe di uno scritto, il libro che ci prende così tanto e che vorremmo divorare e non finire mai, la levità del tratto, l’aggettivo, il verbo che spinge una intera pagina, l’immagine che da quel momento farà tutt’uno con il significato di una parola, il bisturi che disvela, l’immagine, una fotografia, uno stato d’animo, ecc.ecc.  Tutto questo, e molto d’altro, letto e poi fatto uscire con la nostra penna, tra le nostre cose, disperso come sale, saporoso, indeciso, acuto, insoddisfacente, è il nostro scrivere. Leggere serve a scrivere. Leggere senza un fine è anch’esso innocente.

E poi nel tempo lento del leggere e dell’assaporare e quello veloce e furioso dello scrivere, c’è una sintesi di ciò che siamo noi. Una mappa che per quanto gli esperti nel carpire segreti si sforzino di comprendere non sarà mai del tutto chiarita, perché tale è l’innocenza dello scrivere e del leggere per sé.

inquinamento luminoso

Qualche anno fa verso Asmara.

L’aereo, nella notte, sorvola la penisola arabica. Sotto i deserti, le sabbie fino al mare e poi l’acqua, anch’essa nera. Notte nella notte, nero nel nero, sopra c’è un’immensità di stelle, sotto la dimensione spaurita dell’uomo che cerca il sonno per ritrovare al mattino la luce.

Dopo il Cairo e prima di Abu Dhabi c’è solo il buio. E di nuovo buio sino a Sana’a. Le imperscrutabili ragioni economiche della compagnia aerea tagliano due volte il deserto e il buio che avvolge tutto. Nella sosta forzata all’aeroporto, restare a bordo sarebbe il massimo del confort, ma si deve scendere. C’è un’espressione che mi torna in mente: gli occhi feriti dalla luce, ed è così. Il buio era primordiale, ma dolce e ovattato, induceva la vista di cose senza distanza o il sonno, secondo la stanchezza, fuori la luce violenta lo sguardo con la plastica dei duty free, degli arredi pieni di arabismi fatti in Cina, ferisce la quiete e il buon gusto. Tornare a bordo, dopo aver capito il proprio nome detto da un altoparlante pieno di consonanti, è una conquista e una liberazione. Ancora buio. Per ore di volo.

Anche la costa è buia. Penso al mare sottostante, incessante di moto, ai pirati di cui non si parla più. Chi si muove nel buio sa cosa deve fare, ha almeno due sensi in più, il primo è la capacità di coordinare ciò che i cinque sensi avvertono, il secondo è leggere il buio come spazio, dargli misura per potersi muovere. Chissà cosa vede e sente un animale notturno, noi, figli della luce, abbiamo abusato della nostra madre, scordandoci che la notte era anch’essa madre di vita e non solo di riposo e così per noi il buio non ha misura e ciò che non ha limite impaurisce.

Il buio sotto l’aereo dice che qualcosa è accaduto sulla costa, che lo Stato che sorvoliamo ha deciso cose che riguardavano le luci e quindi gli uomini. Mi raccontavano che Massaua era una sorta di territorio libero, divertimenti poco compatibili con un regime di povertà diffusa, poi c’è stato il taglio netto, via i giovani, via le attività, via tutto ciò che può nuocere ad una dittatura. Anche il divertimento e il turismo nuoce se fa parlare troppo liberamente.

Il nero della pianura continua verso l’altopiano, si vedono luci troppo piccole, anche se l’aereo non è alto, siamo su Asmara. Dopo le luci di Abu Dhabi, quello che c’è sotto è piccolissima cosa, sembra una strada di paese quella che taglia il centro, luci di lampione rade, si intuiscono le case, ma non ci sono palazzi alti, mancano le luci rosse di segnalazione. Eppure è una capitale. Scoprirò poi che quella dimensione di case che si estendono senza alterare le dimensioni, induce una quiete, come ci fosse una presa del territorio da parte dell’uomo, ma senza fretta. Intanto è notte fonda, l’aeroporto è illuminato di luci giallo brune, ma sembrano lampade notturne che non devono disturbare il sonno, e fuori, dopo il piazzale dei taxi improbabili, dilaga nuovamente il buio. Nelle notti seguenti ho spesso alzato gli occhi e li ho immersi in uno strepito di stelle. La Rift valley non è distante, e ho pensato: ecco ciò che vedevano gli uomini che ancora non sapevano d’essere tali.

l’odore della bachelite

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Ho preso un vecchio Luxman analogico, l’ho collegato con un sintonizzatore Sanyo, di molti anni fa, con una sintonia a condensatore variabile e l’ago demoltiplicato che corre su una scala grigio verde azzurra illuminata, ho aggiunto un vecchio lettore di cd per musica che mi segue da 25 anni, lamentandosi appena un po’, infine due Kef per sentire e ho spento la luce. Così la magia si è compiuta. Un suono caldo, ricco di armoniche, si è diffuso con le Suites per Cello di Bach, e nel buio, lo strumento sembrava a un passo. Poi il piano di Ricter, la voce di Diana Krall, quella di Jessie Norman. Tutto così datato, ma preciso, brillante. E la memoria è corsa indietro, alla mia prima radio a valvole, una Minerva, all’odore di legno e di polvere scaldata che emanava, all’occhio magico verde della sintonia che mi sembrava quello di un rettile assonnato.

Non volevo ricordare per forza, è venuto. E così è riemerso l’odore della bachelite con cui facevano i condensatori, un odore di liquirizia tostata, acuto e fermo nell’aria, persistente. Forse esistono i sommelier del passato, quelli che, come si fa col vino, possono raccontare come si sono fusi i profumi, passando dalle vite attorno alle cose e dando loro un nome e un posto nella memoria. Chissà se ci sono, magari tra i vecchi antiquari, ci sono quelli che davvero sentono oltre l’oggetto, oppure tocca a noi e solo noi possiamo farlo. Chissà…

E intanto nel suono e nel buio, c’era anche la vecchia casa, un rumore tenue di cose che accadevano dietro porte di legno pieno, fessure di luce, presenze e profumi nel ricordo. Come fosse ora.