la casa dei matti

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Sono piene di verde le vecchie case dei matti, rimesse a nuovo nei colori pastello, che quasi non c’è traccia dell’abisso di sofferenze che hanno contenuto. Solo in vetrine chiuse nei corridoi di rappresentanza, giacciono in mostra vecchi strumenti. Evocano elettricità e mente, scosse elettriche, dolore, guance incavate, denti radi, bruciature (erano proprio bruciature, le ustioni sono troppo impersonali), distruzione progressiva, richiesta d’annientamento, dolore. Sembrano diagnostica di un tempo, curiosità asettiche ricche di manometri e fili, ma da qualche parte saranno pur finiti i letti di contenzione, le camicie di forza, le apparecchiature per l’elettroshock. Anche se non si mostrano, c’erano.

Ora ci sono molti alberi alti, molti uccelli, molte presenze, molte auto. Servono ad altro adesso gli edifici, eppure le alte mura, i cancelli, i tavoli di cemento e le panche ormai marce nel parco, ricordano altre presenze. Venivo per lavoro, quando questa era la casa dei matti, e loro, dopo la riforma Basaglia, in gran parte se ne stavano andando o se n’erano andati, ma c’erano presenze stabili, quelli che nessuno poteva o voleva accogliere, definite con due parole terribili: residuo psichiatrico. Erano più di 300 allora, che s’aggiravano per il parco senza essere più nessuno, se non la loro malattia.

In una di queste mie visite incontrai, per caso, una conoscenza d’infanzia. Magro allampanato come allora, ma senza quella bici da corsa rossa che da ragazzo lo accompagnava ovunque. Ricordo che correva con il calzone destro alzato con una molletta, veloce, indifferente se non ai suoi pensieri, pronto a bloccarsi solo per quella cerimonia che ogni tanto officiava quando gli veniva l’attacco: si fermava, scendeva e, in silenzio, scuoteva furiosamente la bici finché non si calmava. Per questo lo chiamavamo mambo, ma non faceva altro di particolare. Se aveva voglia discuteva con noi di calcio, di ragazze, con un eloquio curato. Parlava un buon italiano a noi che rispondevamo in dialetto e se pur aveva qualche anno in più, i suoi pensieri erano simili ai nostri. Insomma c’era e sembrava come noi. La domenica suonava l’organo in chiesa, era bravo, trovava musiche adatte ad un pubblico che apprezzava maestria e cantabilità, possanza ( se un organo non è possente che organo è ? ) e pianissimi da trattenere il respiro. Chissà perché era finito dentro alla casa dei matti, forse non aveva più nessuno. Quando chiesi se suonava anche lì l’organo, mi dissero di sì e che il prete capiva se accanto ad un corale di Bach o una toccata di Widor, c’ infilava l’internazionale o bandiera rossa. Anche qualche canzonetta c’infilava, ma i suoi colleghi erano contenti e spesso cantavano in coro durante la messa. E se era: in ginocchio da te, pur sempre in ginocchio erano. Mambo era comunista, questo me lo ricordo bene, chissà se significava qualcosa lì dentro. Credo servisse solo a discutere molto.

Incontrai altri durante quelle visite, ne ricordo due, in particolare : un amico d’infanzia che non rimase molto. Entrava ed usciva, poi alla quarta o quinta volta si stancò e prese la scorciatoia della tromba delle scale. Era bravo a scuola, un anno avanti, anche nella laurea, studiava molto, e aveva già un buon lavoro assicurato in famiglia, gli mancava la forza di vivere quel futuro. Trovai anche una ragazza che m’ era piaciuta quando avevo 20 anni, era strana anche allora, e non s’era combinato niente. Era lì su sua richiesta, per poco, mi disse. Parlammo di amici comuni, davanti a un caffè, con la familiarità che si trova quando si ha voglia di sentir l’altro. So che poi è finita  bene ( ma finiscono davvero queste cose, nella presunta normalità ?), in fondo era solo una pena d’amore, eccessiva come quello che le stava attorno.

Adesso il residuo non c’è più, anche il ricordo di ciò che c’era prima svanisce. Si scioglie un poco per volta con gli anni del prima e del dopo. Qualcuno più vecchio, fuori, rimpiange il passato, i matti sono un problema e la società, noi, non amiamo i problemi, ma non si torna indietro. Intanto qui e’ rimasto il verde, più curato di allora. Un poliambulatorio, laboratori, diagnostica, uffici, attività di formazione, del prima restano le panchine tra gli alberi, alcuni edifici sbarrati e transennati. Forse erano finiti i soldi per ristrutturare o non hanno pretendenti.

Se l’edificio non fosse stato vincolato, forse sarebbe andato all’asta per farci appartamenti o trasformato in scuola. Forse.

E adesso vorrebbe essere altro, è così anonimo, però è inconfondibile nella sua struttura di casa dei matti. Cerca di mutare, e qualunque sia il suo futuro quelle teche disseminate nei corridoi non dicono tutto.

Ma a chi interessano davvero i dolori altrui del passato quando già quelli dei presente sono difficili da sopportare?

p.s. sono stato fortunato qualche mese fa: per due volte, in momenti diversi, ho ascoltato, su radio tre l’intero monologo recitato da Giulia Lazzarini, semplicemente strepitosa, Lei è Mariuccia Giacomini che scrive il suo diario, un’ infermiera dell’ospedale psichiatrico di Trieste, prima travolta poi conquistata dalla riforma Basaglia. Semplice e così intima, nel suo triestino, dolce e terribile, fino a rovesciare totalmente il proprio modo di vedere e la propria vita. Due volte l’ho ascoltato e per due volte non sono riuscito a trattenere le lacrime.

Peccato non sia disponibile interamente su you tube, bisognerebbe farlo sentire nelle scuole, passarlo alla tv, far capire cosa c’era prima di Basaglia e della legge 180..

la psicoanalisi del feng shui

Una premessa è doverosa, quanto segue è poco più di una sensazione, un’ubbia di cui tengo conto, ma non è definita nell’analisi, prendetela come un inizio di riflessione e magari passate ad altro. Mica m’offendo.

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Oltre alle persone, cos’è che fa di una casa, un luogo percepito come sentimentalmente caldo, come possibile contenitore di felicità?

Ho l’ idea che le case, i luoghi che una persona ha abitato abbiano -e conservino- una loro immagine di felicità o meno. Anche per chi abita dopo, resta qualche sensazione di chi ha abitato prima. C’è una differenza tra una casa nuova ed una abitata magari da molto tempo, da molte storie e molti rimaneggiamenti. Non voglio parlare di cose che sconfinano nell’esoterico, ma molto semplicemente già interessarsi a chi abitava precedentemente è un rendersi conto che quella casa, quelle stanze, sono state viste e sentite con altri occhi, altre sensazioni.  

I luoghi seguono nell’umore i loro abitanti, ovvero sono allegri o tristi o indifferenti, e questo non dipende solo dalle persone, e neppure solo dalla bellezza o dagli arredi. C’è un’ iterazione del tutto con noi che, inconsapevoli pupari, tiriamo i fili del nostro ben essere ovvero del suo contrario. Quindi almeno c’è una necessità di essere consapevoli che i luoghi ci possono influenzare e che “governarli” va verso lo star bene.

Ma da cosa dipende questa sensazione? Dal colore delle stanze? Dalla luminosità? Dalle cose che contenute?  Il fatto che quel luogo sia cresciuto con noi, che sia nostra immagine?

Quand’è che una casa, anche la nostra, diventa il posto dove rifugiarsi, ma non è automaticamente il benessere che vorremmo?

Se torniamo indietro nelle nostre vite e pensiamo alla casa dell’infanzia, alle sue stanze, come la sentiamo? Era generatrice di felicità oppure solo contenitore delle persone?

Con queste domande vorrei afferrare quello che interagisce con le persone, che porta la casa oltre la sua funzione di sicurezza ed espressione ed entra nella percezione di essere un posto in cui si sta bene. Trovo elementi fisici, che chi fabbrica complementi d’arredo conosce bene, ad esempio i colori chiari, pastello, che infondono serenità. L’abbondanza di luce che aiuta ad essere più positivi, a guardare fuori della casa stessa e di noi. I mobili che scegliamo e non subiamo, le cose che diventano una nostra estensione, quindi parte di ciò che sentiamo. Potrei continuare pensando che lo spazio fisico è comunque un contenitore di desideri realizzati o meno e che questo influenza il grado di soddisfazione e quindi di benessere. Ma tutto questo non basta a far dire che quel luogo sia il possibile contenitore della felicità. Ecco, io penso che una casa sia un insieme che interagisce con i suoi abitanti e che viene percepita come un luogo felice se viene riempita di condizioni di equilibrio, di dinamiche non aggressive, di desideri soddisfacibili, di comunicazione attiva.

Se vado indietro nelle case della mia infanzia ci sono parti che sento come luoghi del ben essere ed altri invece come negativi. Allora devo chiedermi quanto hanno influenzato quei luoghi, la mia famiglia, l’amore che è circolato. Ne nasce una psicoanalisi delle case e dei luoghi come contenitori di sensazioni e di decisioni, comunque non neutri, bensì interagenti. In qualche momento questo apprendistato a rapportarsi con i luoghi si è maturato e compiuto. A mio avviso è stato dopo che eravamo usciti di casa. Se si pensano i tempi dell’andarsene che coincidono poi, con un progetto di vita, la casa ne diviene espressione. Da allora noi ci misuriamo con le nostre famiglie d’origine, oltre che per amore,  per confronto su quello che abbiamo creato e quello che abbiamo ricevuto per costruirci come siamo. Man mano si procede con gli anni, si capiscono cose che un tempo ci hanno fatto male ed allora emerge il bene ricevuto, anche i luoghi vissuti distrattamente capiamo e sentiamo, ma in fondo se siamo diversi dai nostri genitori, se abitiamo in luoghi diversi, un motivo c’è ed è che ci siamo costruiti -ed abbiamo costruito- a partire da loro, anche materialmente, ma non siamo come loro. Se immaginiamo come sarebbero loro adesso al posto nostro, dove viviamo e come siamo, il confronto salta nella nostra testa: non li riconosciamo più. Od almeno lo spero, perché con tutto il giovanilismo che circola, il rischio di avere genitori e figli in competizione sul versante dell’età percepita, luoghi compresi, non è inusuale e così le categorie di confronto saltano, sostituite da una perenne comune adolescenza. 

Mi si può obbiettare che i luoghi siamo noi, che tutto viene riportato a noi e quindi che è fatuo cercare all’esterno ciò che già abbiamo, ma se anche questo fosse solo un sintomo, una traccia, perché trascurarla, perché non riconnetterla a ciò che si desidera, ovvero il ben essere e il ben stare?

Voler vivere bene ovunque modifica i luoghi, ma dove si permane li modifica di più, siamo esigenti e non è incidentale il fatto che un luogo venga sentito come desiderabile, positivo, caldo. Questa sua natura percepita dipenderà da come noi lo viviamo, in tutti i sensi.

 

scirocco

Soffia forte lo scirocco dal mare, schiocca la tela degli ombrelloni, spinge onde e livella la sabbia. Pivieri e gabbiani volano di lato, a volte, con rabbioso sbattere d’ali, si guadagnano il cielo, altre veleggiano, poggiando queti, su correnti d’aria calda.

Nel meriggio arrivano barche bianche: l’acqua pulita e la tranquillità attraggono dai porticcioli vicini, ma sono distanti la spiaggia. Solo una moto d’acqua volteggia al largo. Speriamo si stanchi.

Guardo tatuaggi e corpi che si consegnano all’acqua ed al sole, i rumori sono ovattati, rispettosi, e c’è una pace che lo sciabordio d’acqua e di tele, rende respiro del mondo.

In questo mare antico, così pieno di legna, di sabbia, di detriti d’animali e d’uomo, l’acqua si rinnova e vince. Terra d’uccelli e di pesci prima che d’uomini e c’è maestria in entrambi, di saperi trasmessi.

Lo scirocco fa volare alghe seccate, costruisce piccoli grovigli marroni da impigliare tra i fiori delle valli tra le dune.

Basta chiudere gli occhi e il tempo si spegne paziente.

la dimensione della voce

Piccolo di statura, con muscoli in crescita, un po’ sovrappeso, pancetta su canottiera e calzoncini neri, ha tatuaggi grandi, sguaiati, con un sole da tarocchi su una spalla e la luna e le stelle sull’altra. Molto bardato con ginocchiere, contabattiti, mette la cintura addominale e si guarda sullo specchio, mentre fa esercizi con pesi e macchine.

Chissà che pensa, di certo a sé, è concentrato sul suo corpo, sul suo rapporto con l’esterno. Forse vorrebbe fare outing, dire cos’è davvero, ma nessuno lo baderebbe, il suo problema e’ che e’ invisibile tra le ragazze in canottiera, le anoressiche muscolose, i giovani avvocati che parlano della loro movida ad alta voce mentre alzano pesi. E’ solitario in un mondo di solitudini, la palestra è questo, essenzialmente, un perfetto specchio delle contraddizioni e desideri esterni: la salute, l’apparire, l’incontinenza alimentare, la rincorsa dei miti, il benessere, la giovinezza perenne.

Lui s’accanisce, controlla i battiti, ha l’espressione corrugata di chi non è contento del risultato: ci sarà molto da lavorare. Ecco in palestra si dice lavorare per intendere la fatica, lavorare sul corpo, sulla volontà e la costanza, lavorare assume una connotazione strana, incongrua. Per me il lavoro è altro, cambia l’ambiente, la società, questo è un gioco, serio come tutti i giochi, formante e ricco di regole, ma resta un tempo che produce per chi lo pratica, non per altri. La dimensione sociale del lavoro è assente, se non si vuole considerare la bellezza e la forma fisica come una funzione sociale. Di certo lo era nella Grecia classica, magari anche all’epoca dell’impero a Roma, ma il praticare l’equilibrio del corpo e della mente era un processo in cui le cose andavano, almeno nelle intenzioni, assieme. Qui si può disgiungere ed infatti il silenzio dei molti lo testimonia, si parla al più dell’accadere della vita, ma poco anche di questo. Si fatica, non si parla.

Mi ricapita davanti il nostro protagonista, ha la sua scheda in mano, si avvia verso la conclusione del ciclo di esercizi. Gli sto occupando la macchina che gli serve, mi chiede: sta finendo? Rispondo, lo faccio parlare, gli chiedo dell’allenamento. Racconta di sé, con una voce piccola, fatta di toni alti. Penso che anche la voce dovrebbe irrobustire, farle acquisire muscoli e volume, altrimenti come farà ad imporsi. Perché è qui per questo, per non essere invisibile, per imporsi. Non sarà facile, non qui almeno, qui è più facile lo sfottò, la battuta, si dovrà esercitare all’esterno.

Cedo la macchina con un sorriso: nessuno bada a noi, di quelle parole non resterà traccia: questo è un mondo di singoli, al più ci sarà un saluto le prossime volte. 

seggio campione

Chi era nel seggio della piccola frazione, seggio campione, raccontava il voto e lo scrutinio come cosa epica. Alzava il mento e la schiena nel farlo, poi parlava lasciando angoli di discorso appena accennati, che erano, si capiva, parte di una storia singolare. Un anno in cui c’era particolare animosità e concorrenza, nel seggio, dove tutti si conoscevano fin da ragazzini e ne avevano viste di cotte e di crude assieme senza mai confondersi tra baciapile e mangiapreti, però tutti partecipando della vita degli altri e all’occasione dandosi una mano, tutti, dico tutti, anche il segretario di seggio, che stava zitto perché tartagliava, convennero due cose preventivamente: che le nulle (le schede) erano quelle in cui non si capiva davvero cosa si volesse votare, e che il divieto di bere alcoolici nei seggi, era giusto sì, ma riguardava solo i seggi altrimenti diventava una punizione ingiusta.

Concordato il primo punto, si convenne sul secondo che una fiasca da venti litri fosse a disposizione di elettori e scrutinanti allargati, ovvero scrutatori, rappresentanti di lista, amici nullafacenti, nonché militi che volessero sospendere temporaneamente, a turno, il servizio ed infine il segretario, a cui fu dato compito di predisporre appositi buoni da consegnare alla bisogna assieme al bicchiere, per aver conto dell’effettiva disponibilità di “rosso”. Sul colore del vino si accese una disputa non da poco, che considerava il colore come evocativo d’una parte politica e quindi non nominabile nel seggio. E poiché le domande dei votanti erano specifiche e circostanziate sul tipo, colore, provenienza, decise, com’era giusto fosse, il presidente di seggio, vecchio democristo, nell’ affiancare alla prima, un’altra fiasca di “bianco” e lasciare, oltre alla libertà di voto, faticosamente conquistata, anche la libertà di bere.

A mezzogiorno, un servizio di ristorazione predisposto dalla locale sezione dei rossi, arrivava con un paniere nel seggio, e all’interno, pane, prosciutto, salame, uova sode, focaccia, ben commisurato alla fama di un partito, guidato sì da intellettuali, ma spinto e fatto crescere da operai e quindi abbondante e preventivo per le fatiche che certo sarebbero arrivate, perché l’inazione era fatica più grande del lavoro fisico e le ore di seggio erano tante, e lunghe, e con il pensiero a tutto quello che restava in disparte e si sarebbe dovuto fare nei giorni seguenti lavorando il doppio.

Per non essere da meno, anche il partito bianco portava il suo paniere ben fornito di pane e soppressa, e pure uova, salami e dolci, perché se la politica divideva, le abitudini, il lavoro in fabbrica e nei campi, univa. I socialisti con discrezione, ma senza soggezione, pure avevano un loro paniere, del partito provinciale questo, ed essendo di analoga vita e frequentazione, pur essi mostravano salami, formaggi e sottaceti. Ed era tutto uno scambio, un assaggiare, un mettere in comune, confrontando e sfottendo, ma tutti ridendo. Repubblicani, liberali, e financo il missino, senza salmerie, erano coinvolti e pur neghittosi, a bocca piena, ripetevano sia la bontà del cibo, sia la storia del piatto di lenticchie e che loro non si vendevano per un pane e salame, erano in amicizia, ma il voto poi, e lo scrutinio, erano tutt’altra cosa da questo condividere, da questo clima allegro e fraterno. E tutti a dire che, come poi effettivamente era, che non c’erano cedimenti in questo essere insieme a mangiare, che l’amicizia era un conto e il voto, la politica, un altro, e che no, non si confondeva il dovere con il piacere, tutto era nei limiti e nella moralità dell’agire politico senza tentennamenti. 

I più imbarazzati a questi discorsi erano i “rossi”, perché l’idea della rivoluzione non era mai stata abbandonata del tutto; alcuni erano stati partigiani, altri avevano partecipato alle dure lotte in fabbrica, sopportato le discriminazioni, e non si poteva, proprio non si poteva dare tutta la confidenza, per cui era tutto un susseguirsi di battute frenate, di tu e i tuoi, di e che ne dici di…, di ti ricordi di … che neppure attendevano le risposte come definitive, ma erano solo un alleggerire la piccola sensazione di intesa con il “nemico”.

Ma c’era molta creanza, il segretario distribuiva buoni e bicchieri e nelle lunghe ore di ozio si parlava di tutto, del paese, dei figli, delle difficoltà, dei matrimoni giusti e sbagliati, delle nascite in corso, del lavoro che c’era e mancava assieme. C’erano pochi votanti, in quel seggio campione, la frazione era stata importante, ma poi era stata spopolata dall’emigrazione e dalla chiusura della cartiera, lo scrutinio era breve. Nei segni si riconoscevano le mani di chi era entrato riverente e chi spavaldo, di chi voleva sentirsi dire conosciuto e non mostrare il documento (erano tutti conosciuti, ma si diceva ogni volta ed era bello sentirselo dire), delle donne che avrebbero volentieri evitato quella cosa da uomini e delle ragazze che avevano il vestito nuovo e sorridevano molto ed erano più sicure dei ragazzi, dei ragazzi che avevano già le mani grandi dei padri e dei vecchi che si fermavano a parlare e non se ne andavano. Insomma si riconoscevano senza dire, tenendo chiuso nelle teste il segreto del voto e senza dire nulla, al più c’era qualche sorriso scambiato sottecchi tra scrutatore e rappresentante di lista, come a dire: ecco è uno dei nostriPrima che arrivasse il ’92, chi sapeva di politica era in grado di scrivere i verbali di scrutinio, una settimana prima del voto, sbagliando al più di un voto, e pur se tutti sapevano come sarebbe andata a finire, pure lo scrutinio era atteso, e vissuto, con trepidazione virile, ossia ferma e battagliera.

E dopo aver combattuto su ogni voto possibile, chiusi i verbali, salutati i militi, consumati e bevuti gli ultimi avanzi, chi a piedi, chi in bicicletta, si avviavano verso casa. Era comunque sul fare della sera, per non essere da meno degli altri seggi, e andavano verso una luce gialla, verso le domande curiose di chi era a casa, verso la ripresa della vita conosciuta. Finiva tra i ciao e gli alla prossima, e gli a domenica e i ci vediamo. Finiva, ma non finiva.

Credo di aver sempre saputo perché era davvero un seggio campione.

dal tempo esatto al tempo probabilmente 1

Percorro la città a passi lunghi e veloci, un’andatura da studente per raggiungere un tempo che non è il mio. Il tempo personale viaggia con me, mi accompagna, accelera o rallenta secondo segreti nostri, che ci borbottiamo reciprocamente. Sapere che ci sono molti tempi, che se possiede più d’uno, aiuta non poco a sistemarci nel mondo in cui si vive.

In Ucraina, in Moldova, in Russia, e in genere nei paesi dell’est, il tempo scimmiotta il correre dell’occidente. Ci sono spesso interlocutori con colori giusti nei vestiti e tagli sempre un po’ sbagliati , l’orologio troppo evidente, le ventiquattrottore che andavano di moda dieci anni fa con dentro tre fogli, un parlare urgente e serrato. Quando si discute, il tempo, e la sua urgenza, irrompono, diventano parte concreta nell’alzare il prezzo di qualunque cosa e non si capisce perché, visto che attorno c’è il deserto, ma non importa, se il tempo ha un valore dovrà essere pagato. Si tratta dell’uso appreso sui tempi d’occidente, appreso chissà dove, forse nei film, oppure nei libri o nelle rimasticature di chi c’è stato e che vengono proposte assieme all’inglese farcito di tecnicismi. Basta concludere e poi il tempo vero, riprenderà il suo corso. Mi ricordano, queste persone, i commessi viaggiatori d’un tempo, le riunioni dei dei venditori di enciclopedie, dove non occorreva conoscere ciò che contenevano i libri, bastava usare il linguaggio giusto con le persone che dovevano comprare, la stessa aggressività e la stessa tristezza mescolata alle barzellette.

Diverso è il tempo dell’Africa, di quella meno occidentale almeno. Qui gli avverbi cambiano significato: adesso può essere tra un’ora, un giorno, un mese, di sicuro non è tra un minuto. Presto ha lo stesso tempo e significato, in realtà vuol dire che accadrà quando si può. Non credo dipenda dalla religione musulmana, forse neppure dal clima, è proprio una diversa concezione del tempo. Il bidello della scuola dell’Asmara, quando gli chiedevo quando m’avrebbe portato i soldi cambiati, mi diceva: dopo. E se io gli chiedevo: dopo, quando? Lui rispondeva stizzito: dopo, più tardi, presto. Ecco che torna presto, come tornava in Senegal: quando arriviamo che siamo stanchi? Presto. Ma alle sei ci siamo? Probabilmente. E arrivavamo alle nove. Basta sapere come funzionano i rapporti tra parole e tempo, adattarsi al tempo del luogo. Poi subentra l’impressione che tutto accada quando è ora, che solo il muezzin abbia un orario vero, che il resto segua una sequenza in cui ciascuna cosa matura e succede quando può. Succede è conseguenza di qualcos’altro, perché affrettarlo? Quello che ad un osservatore disattento potrebbe sembrare imprecisione, scarsa valutazione, in realtà è rispetto per il flusso delle cose: bisogna salire sul tempo comune, lasciarsi trasportare, non guidare il convoglio, lasciare che i fatti si incontrino con noi. Questo tempo accelera e rallenta, ma non dipende da noi, è nell’aria spessa di calore, nelle buche della strada, nei problemi risolti momento per momento. Si direbbe provvisoriamente, qui, nel tempo d’occidente, ma in realtà è il modo, un modo alternativo per risolvere le cose. Diverso e reale, il cui effetto è principalmente economico, impedisce il controllo delle prestazioni secondo i nostri parametri di guadagno, si negozia volta per volta, dal taxi all’albergo, e anche il signore della foto, bisogna svegliarlo se si vuole comprare, ma è davvero un problema quando si sa che funziona così ?

memoria d’acqua

Pescatori e marinai seduti sul muretto al sole, parlano con fiotti di parole, saluti e silenzi: aspettano la cena ed un altro giorno uguale a questo. C’è poco da fare, poca pesca, poco lavoro, solo spazio per ricordi recenti, famiglie.

In quest’isola reclutava la marina imperiale austro veneta, ed un timoniere di qui, Vincenzo Vianello,  ricevette la medaglia d’oro dell’imperatore per aver affondato a Lissa, la corazzata re d’Italia. I piemontesi, che,  per molti, ancora non erano italiani, forse sentirono i viva san Marco dalle navi nemiche. Quando vincevano sul mare, fossero veneti, istriani, o dalmati, vinceva san Marco, e sui ponti di comando delle navi imperiali, in Adriatico si davano ordini in veneziano. Anche Tegetthoff lo faceva, i suoi ufficiali avevano studiato al collegio navale di Venezia, il Morosini, il mare di casa era l’adriatico. Ma di tutto questo ribollire non è rimasto più nulla, neppure la fatica di diventare italiani è stata davvero celebrata.

Anziani bruciati dal sole, caparosolanti (pescatori di cozze) in fermo pesca, reti ripassate perché non si sa che fare. Si sale in barca si pulisce, si mette in moto, e si ri-ormeggia. Qui tutto attende qualcosa che rovesci un senso di fine. Un matrimonio, un battesimo, i bambini alla comunione, qualcosa che porti fuori da un tempo che s’è spezzato. Si spezza il tempo degli uomini, in qualsiasi cosa che finisce mentre nulla ricomincia. In un passo del contributo alla critica dell’economia politica, Marx diceva qualcosa che allora mi sembrava ovvio, ossia che il nuovo, nasce  nel vecchio che fa i conti con le sue contraddizioni, e questo lo alimenta finché il nuovo prenderà il sopravvento. Marx era un positivista prima del positivismo, pensava che alla fine le cose si sarebbero messe in ordine. Mi pareva che bisognasse cercare, per capire, il filo rosso che lega le cose, e i fatti, e le vite nel sociale. Solo il filo che si riconosce quando ha già cucito ed occlude la vista dei tanti futuri possibili ed abortiti, delle possibilità spazzate dal reale. Ma qui, mica lo sanno che bisogna trovare un senso alla storia, in quest’isola di vecchi, il senso della storia è nell’orgoglio dì essere il terminale di una catena ininterrotta.

La stessa sensazione si prova nei paesi di montagna dove il turismo non ha costruito troppe case vuote, e tra gli abitanti, la nascita di un bimbo, un matrimonio, una persona che sceglie di restare, è un fatto collettivo, una speranza per tutti. In questi luoghi il legante e il motore, è stata la tradizione, fatta più di abitudini che di principi. La tradizione era un principio, fatto di vite sovrapposte, di saperi trasmessi, che ora si sgretola perché non si trova menti, dita, luoghi in cui esercitare l’imperio del sapere antico. Ed è proprio questo imperio che si smarrisce, qui come altrove, perde la nozione di forza comune, finché il legante si scioglie e sulla riva, davanti a una casa, una donna si siede accanto ad un’altra. Parlano sapendo che il futuro è così vicino da confondersi con il presente, ed il passato, un amante a cui attingere per riempire i discorsi, anche se alla fine, opprime un po’. Parlano e guardano per pensieri brevi, quasi informazioni e sentenze.

E’ la stessa donna che ho fotografato un anno fa, oppure un’altra? In fondo non importa, è il gesto che scosta la tenda, la mano che ripara gli occhi dal sole che conta, il guardare me,  foresto, eppure con lo stesso dialetto. I foresti ora restano poco, arrivano e vanno, prendono il sole, il mare, la spiaggia, l’aria, l’azzurro del cielo. Prendono, lasciano dei soldi e se ne vanno. Un tempo il foresto restava, raccontava di sè, imparava la lingua, aggiungeva parole e significati, lasciava le cose com’erano e, se pur restava foresto, diventava uno di noi. Così sembra pensare la donna finchè mi parla, e così pensa il pescatore che aveva il bisnonno nella imperiale marina Austro Veneta, così penso io che sono foresto e so che quel mondo è finito nelle sue gerarchie e priorità, lasciando le persone sui muretti e sulle soglie di casa. E so che questa generazione, sarà l’ultima, con memoria, poi sparirà anche quella. I ragazzi ricorderanno a breve, perché nessuno gli racconterà, e così saranno la scuola, i genitori, qualche amore, il bar a farla da padrone in un passato così breve che sembra antico già in una vita.

Parlando di queste cose con un’amico indigeno, alla fine è sbottato: a furia de pensar el çerveo te va in acqua (a furia di pensare il cervello ti va in acqua). Memoria d’acqua, per l’appunto.

Tornando ho visto l’insegna della antica trattoria La fazenda, è del 1973, un’eternità.

luoghi dove tornare 1

Dietro il “colme” ( che bello il dialetto quando definisce un confine dell’uomo con il cielo) del tetto, spunta il campanile di sant’Andrea. E’ una chiesa stretta tra case, palazzi, viuzze medievali, vicina al palazzo di Ezzelino il Balbo, ad un passo dalla casa di Pietro d’Abano e dalla sequenza civile e gloriosa dell’Università, del Pedrocchi, delle Piazze, del palazzo della Ragione, delle logge del potere veneziano, della reggia Carrarese. Insomma una porta sommessa verso il potere civile, frequentata, da sempre, dalle preghiere delle donne che fanno il mercato, dai pochi abitanti religiosi del centro. Un pezzo d’altro tempo. E qui emerge il campanile, bello ed incongruo tra le case che si sono aggiunte sino a non far capire, dov’esso realmente sia. Non è l’unico caso in questa città, ma penso ve ne siano in qualsiasi città, quando l’aggressione del nuovo si ferma indecisa di fronte a qualche simbolo e rimanda la decisione di distruggerlo sino a dimenticarsene, salvo assisterne, poi stupito, l’esistenza e non sapendo a cosa ricondurla, a quale passato, a cosa s’è perduto senza conservare memoria, prova un piccolo senso di vuoto che scaccia con un moto del capo, come il preannuncio d’un pensiero molesto. 

Vedo il campanile da una sala bellissima del piano nobile del Pedrocchi, mi distoglie dal convegno sull’ennesimo futuro della città. Evoca, il campanile, un futuro che oscilla tra la disattenzione e la passione acuta che evolve, non solo i luoghi, ma la comunità che li occupa, il senso comune dello stare assieme nella città. Qui ho un lampo d’una diversa dimensione dell’essere: questo è un luogo dove tornare, ma dov’è il luogo dove stare? In fondo per chi ha buona memoria il presente è un continuo impastare di vissuto e da vivere (immagino le mani che affondano in una massa morbida e plastica che segue le intenzioni per dar loro scopo e forma), ed i luoghi sono il filo del discorso. Quello nostro, non d’altri.  

Qui ero da bambino, passaggio notturno delle passeggiate con mia nonna verso qualche televisione ed un bicchiere di spuma, ma anche punto d’ arrivo delle corse urlate nella viuzza con gli altri ragazzini.

E’ da sempre considerato il punto più alto della terra della città, cresciuta sulle macerie del suo passato. Fino a sette strati ne hanno trovati, ma ci pensi a quante vite e pensieri e desideri si sono stratificati e chissà come si pensava e si sentiva in paleoveneto, oppure in etrusco, od anche nel latino corroso di frontiera. Frontiera e incrocio, prima e dopo Roma, qui si capivano, perché questa era terra grassa da conquista, e dopo un qualsiasi confine, i denti barbari, etruschi o latini, trovavano carne e roba in cui affondare e si fermavano. Il punto più alto è la gatta mutila della colonna (è un leone di san Marco malridotto, ma i padovani non amavano molto i veneziani dopo la conquista), animale di casa, la gatta, sberleffo e simbolo, insomma un luogo. Da ragazzo questi riferimenti sono stati la spirale delle scorribande notturne, ma non ne ho nostalgia, ne ho ricordo, che è molto di più.

Il convegno procede, ascolto e penso che l’architetto per la cuspide del campanile, prese una coppa di vetro (Murano di certo, la stessa forma la vediamo ancor oggi), e la rovesciò coprendola di rame, prima di poggiarla sulla greca fatta di mattoni della tonda cella campanaria. Otto archi di trasparenza per il suono ovunque senza risonanze e poi la discesa verso terra, ma già nulla più si vede. Si può intuire. E quella cuspide di campanile è il simbolo del vecchio e del nuovo che si intersecano nella città. La città che fagocita, digerisce, si trasforma come accade a qualsiasi organismo vivente.

Questo è ciò di cui si dovrebbe parlare in questo convegno, di come il nuovo può convivere e inglobare il passato, mentre invece si parla di idea guida, di attrattività, di eccellenza, intendendo idee economicamente vincenti, com’è s’usa quando sviluppo non è ragione e lo stare, è moda, più che stratificazione di interessi vitali. Invece sono ormai distratto dalla poesia del campanile prigioniero, eppure presente e vivo, da questo mescolarsi che è stato e che pure riabilita gli errori, li impasta con la speranza incoercibile del presente, nel senso della vita che continua. Ci si ferma nel vivere, e questo vale per gli uomini e per le cose che questi fanno, quando quell’incoercibile si piega su sé, e dilapida energia nel chiudersi, nel non andare, nel mirare la propria perfetta miseria. 

Non intervengo più, col poco o molto da dire, farei confusione con i luoghi, parlerei del dove tornare e qui si tratta del restare. Cose diverse. 

pasquetta

Ier sera, dopo il mare, percorrevo una riva di laguna, poi un ponte che, con sublime fantasia, hanno chiamato: dell’unione. Come se i ponti servissero a qualcos’altro. Poi di nuovo rive e calli, che si aprivano sui canali. Il sole tramontava tra i colli, come suole fare, con sublime indifferenza ai nostri commenti sui riflessi sull’acqua. Intorno c’era profumo di fritto. Al mare si cena presto, rumore di stoviglie dalle case nelle calli strette, richiami nel dialetto, così comprensibile e diverso dal mio, uscivano dalle finestre. Era cantilena dei molti bambini e molti anziani che tornano e giocavano tra loro nel parlare fitto, e si vedeva.

Chissà dove sono i fabbricanti di bambini, a quest’ora mancano le coppie sposate.

Sul corso, giovani con i capelli tirati di gel, ad affollare bar, i loro padri andavano per mare, a pesca o con i mercantili, e si riempivano di vino rosso e bianco, di carte e di fumo, quand’erano a casa. E’ rimasto solo il fumo, ma leggero se non c’è voglia di strafare e l’alcool, per dare coraggio, si trova nello spritz.

Pasquetta si chiudeva tra folate di vento gelido, funghi a gas per riscaldare i tavolini all’aperto, sfornate di appetizer. Vicino al municipio odore di vaniglia e crema fritta. Ciascuno trascinava un suo pensiero al passato (mi pareva), mentre il tempo volava verso un’altra estate. Al mare le estati s’aprono e chiudono come gli ombrelloni a sera: prima c’era un amore spampanato, l’auto vecchia e già venduta, il lavoro adesso precario, l’inverno pazzo e il sole che la settimana scorsa illudeva.

Vengono le vertigini se non si picchettano gli anni.

Ma qui per non piangere, le cipolle si fanno al forno.

conigli e fantasia op.80

L’erba tagliata di fresco, riempie l’aria di profumo, mentre s’ammucchia in piccoli grumi masticati. E’ il verde tenero e nuovo che i succhi dei tagli slabbrati trascolorano in nero. Il buon giardiniere ha lame taglienti, fatica con la falciatrice a rulli e non lascia imputridire il taglio, ma qui le cooperative sociali fanno quello che possono, i carcerati in affido non sono amorevoli giardinieri e i portatori d’handicap badano più a non travolgere i fiori con i tagliaerba a filo, che al taglio rasato.

In città le aiuole sono ritagli dell’urbanistica a metro cubo, arredo urbano si dice ormai da troppo tempo. Chissà se anche il russo steso sotto il cedro è arredo urbano. Non molto distante da qui, nel giardino dell’ospedale tisiatrico, s’erano formate grandi comunità di conigli che saltavano tra pazienti, fiori e visitatori. Poi in parte erano esondati verso altre aree verdi, finché la fame ha arrestato le migrazioni. La fame degli umani, intendo. Dal lato della specola, si sono formate grandi colonie di anatre e altri uccelli d’acqua che escono rabbrividendo e si spingono, ondeggiando verso i pezzi di pane o l’erba tagliata. E’ bello questo crescere d’animali oltre il domestico. Sono indisciplinati, non ascoltano, non hanno memoria di crocchette e divani, però banchettano allegramente alle spese della pubblica bellezza. Quella stessa che traccia file ordinate di fiori omogenei per colore, genere, fioritura. Ci si accontenta delle forme dei fiori, dell’esigua caducità del fiorire, mentre si potrebbe avere una città wild, con animali a spasso nei parchi, pronti a crescere secondo le loro regole di compatibilità. Un poco è già così e mentre falchetti e uccelli rapaci si annidano nei campanili e nelle torri, guardo le anatre e un coniglio disperso che saltella tra i grumi d’erba. Ai tempi di Beethoven, gli animali erano nelle città, un nuovo Disney penserebbe alla fantasia op. 80, che ho ascoltato ieri sera, con loro al parco, seduti a sgranocchiare erba, cantare in coro o dirigere con un tulipano, incantati che la primavera si riempia di suono.

p.s. per i puristi: Baremboim è decisamente bravo, ed Hélène Grimaud decisamente bella