la dimensione della voce

Piccolo di statura, con muscoli in crescita, un po’ sovrappeso, pancetta su canottiera e calzoncini neri, ha tatuaggi grandi, sguaiati, con un sole da tarocchi su una spalla e la luna e le stelle sull’altra. Molto bardato con ginocchiere, contabattiti, mette la cintura addominale e si guarda sullo specchio, mentre fa esercizi con pesi e macchine.

Chissà che pensa, di certo a sé, è concentrato sul suo corpo, sul suo rapporto con l’esterno. Forse vorrebbe fare outing, dire cos’è davvero, ma nessuno lo baderebbe, il suo problema e’ che e’ invisibile tra le ragazze in canottiera, le anoressiche muscolose, i giovani avvocati che parlano della loro movida ad alta voce mentre alzano pesi. E’ solitario in un mondo di solitudini, la palestra è questo, essenzialmente, un perfetto specchio delle contraddizioni e desideri esterni: la salute, l’apparire, l’incontinenza alimentare, la rincorsa dei miti, il benessere, la giovinezza perenne.

Lui s’accanisce, controlla i battiti, ha l’espressione corrugata di chi non è contento del risultato: ci sarà molto da lavorare. Ecco in palestra si dice lavorare per intendere la fatica, lavorare sul corpo, sulla volontà e la costanza, lavorare assume una connotazione strana, incongrua. Per me il lavoro è altro, cambia l’ambiente, la società, questo è un gioco, serio come tutti i giochi, formante e ricco di regole, ma resta un tempo che produce per chi lo pratica, non per altri. La dimensione sociale del lavoro è assente, se non si vuole considerare la bellezza e la forma fisica come una funzione sociale. Di certo lo era nella Grecia classica, magari anche all’epoca dell’impero a Roma, ma il praticare l’equilibrio del corpo e della mente era un processo in cui le cose andavano, almeno nelle intenzioni, assieme. Qui si può disgiungere ed infatti il silenzio dei molti lo testimonia, si parla al più dell’accadere della vita, ma poco anche di questo. Si fatica, non si parla.

Mi ricapita davanti il nostro protagonista, ha la sua scheda in mano, si avvia verso la conclusione del ciclo di esercizi. Gli sto occupando la macchina che gli serve, mi chiede: sta finendo? Rispondo, lo faccio parlare, gli chiedo dell’allenamento. Racconta di sé, con una voce piccola, fatta di toni alti. Penso che anche la voce dovrebbe irrobustire, farle acquisire muscoli e volume, altrimenti come farà ad imporsi. Perché è qui per questo, per non essere invisibile, per imporsi. Non sarà facile, non qui almeno, qui è più facile lo sfottò, la battuta, si dovrà esercitare all’esterno.

Cedo la macchina con un sorriso: nessuno bada a noi, di quelle parole non resterà traccia: questo è un mondo di singoli, al più ci sarà un saluto le prossime volte. 

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