lo scrutatore non votante

p.s. pare che al minuto 6.24 ci sia un errore interpretativo, se non me l’avessero detto non me ne sarei mai accorto e mi sarei goduto la bellezza sublime della musica e di chi la suona, senza quel minimo di retro pensiero.

l’affetto delle cose

,

vivere senza pretese

Oltre i vetri case lavate dalla pioggia,
e finestre chiuse per l’acqua di stravento.
Nei minuscoli giardini s’agitano palme
con secco battere di foglie che sembra applauda al tempo.
Ci si stringe attorno, si rinserrano persiane e scuri,
ma non del tutto, restano pertugi
e occhi del tempo altrui curiosi.
In cielo nuvole tozze e grigie,
e raggi di luce che radono i profili.
Nella vasca dove son nati, due piccoli piccioni,
mescolano le piume infreddoliti, 
la mamma li copre, 
prima l’uno poi l’altro, assieme
e guardo loro
e i rosa e i gialli degli intonaci carichi di pioggia,
come se in essi l’inatteso avesse un senso arcano.
Con noi e senza di noi, muta tutto attorno,
così l’emozione prende e rinserra il cuore come casa e nume,
come porta che resiste al tocco,
e si chiude nel bene che l’attornia.
Si pensa il proprio stare,
terra fertile, nutrice di ricordi
e fiori di campo senza necessità d’un nome,
ma la sera cala come lacrima,
per dire: ancora di nulla e di tutto m’emoziono.
Storia potente è il vivere e la vita.

crinali e orli

domande prive di risposta

Quella che sembrava una testa, 
uno sguardo di minaccia,
si rivelò una tenda poco stesa,
gli occhi fiori blu,
pervinche o fiordalisi,  
messi in file un po’ banali, 
che la luce dipingeva
per mostrare del suo dire, un vero.
Il buio che inzuppava case attorno
sollevava solitudini discrete,
stirando le lenzuola della notte.
Bastò chiudere una persiana,
porre qualche domanda al vento
e, una ad una,
risposte sfilarono in parata.
Conosciute da buon tempo,
allegre, salutavano con mano,
le cullava il sonno,
e, incuranti di tempo e luogo,
furono sogni,
fino ad inaugurare la mattina.
Alzando la persiana,
venne alle spalle profumo di risveglio
e, la tenda, senza più volto e occhi
ora, offriva fiori blu contro la luce
e d’essa si gonfiava, ingorda,
fino a traboccarne i vetri.
Di risposte non v’era traccia,
dalle strade strepito,
che non pareva nulla,
solo il poliestere di finestre a fronte
occultava qualche pensiero,
desiderio
o ansie simile alle mie,
ed era troppo poco
per un sogno nella luce.

il vento ha un suo narrare

realtà è anche plurale

la primavera, di libera vita ti riempie

l’amore in tempo di bufera

Vorrei parlarvi d’amore,
di quello quieto,
ma anche dell’altro che ustiona e brucia.
Vorrei dire che un passo,
nell’indefinibile infinito, s’è compiuto,
che l’amore è più dolce e maturo
al tempo della paura,
Vorrei dirlo,
e tra le mani giro il fragile vaso
che contiene il sentire,
è porcellana esile, fine,
color rosso cuore,
se la agiti piano si senton le parole pronunciate,
quelle trattenute,
quelle pensate e poi svanite.
Parole che suonano del tintinnio dolce degli amanti,
sperano come mai sarà altrove,
mentre lamentano ogni patita assenza,
termometri veritieri,
nell’aria dolce di primavera.
Nulla dice che qualcosa sia mutato,
che quel passo di speranza già si sia compiuto,
e come in ogni tempo di bufera
si stringono i corpi,
cercando nell’altro l’unica certezza:
l’ esser soli e salvi,
nell’attimo che non rispetta il tempo.
Ma poi il pensiero afferra
e se pur spera,
già, non muta.

il kairos, paziente attende