Mettere a posto un particolare,
una cosa minuta che nessuno noterebbe. Prendere qualcosa da uno scaffale,
seguendo un pensiero,
soffermarsi guardando l’aria.
Accanirsi nel riparare un oggetto,
che non vale nulla, eppure è una sfida.
Cose che raccolgono,
preghiere laiche
per dare tregua all’amarezza,
si celano nella mania di pensare.
Qual era il fiume che ci avrebbe fatto grandi,
quello che avrebbe colmato il desiderio
e sanata la crepa dell’assenza?
Era la felicità immaginata e condivisa,
la gioia del sollevare le foglie d’autunno
e ridere, si ridere di tutto e di nulla.
Trovata e subito perduta,
attesa al risveglio,
costruita con il lento caffè
e la sua prima quiete,
portata nella fatica ilare del giorno,
nella porta che s’apre e non pensa alla sera.
Della somma felice,
d’ogni vissuto restano succedanei,
e la quiete del rompicapo
che si ritrova nel solo ordine nostro,
una tranquillità
e un deporre le armi.
Quisquilie e coriandoli d’anima,
e a fatica si scrive il futuro.
Archivi categoria: l’ironia dei naufraghi
la stagione in cui si torna

Si sente il respiro lungo del sonno
e l’irrompere dei sogni nel reale,
sono giorni in cui il sole scava nelle cose
e genera piccoli grani per danzare nei suoi raggi.
È allora che la stanchezza di ciò che non accade avvolge il tempo,
e il suo scorrere sembra interrogare il senso.
Come sarà l’autunno,
che scandisce di impegni le giornate,
e i suoi progetti riprende con fatica?
Ancora starà zitto il cuore
mentre si commuove in una foto,
e piano scompone l’aritmetica d’assenza
chiedendo conto dell’andar dove?
Tutto cheta nel dirsi:
c’è la noia di chi ha visto e non s’è seguito,
ma non basta,
perché ci saranno i pomeriggi disarmati,
il senso che non acquista la profondità del rosso e nel blu si perderà pensoso.
Così si ascolta, si sente,
e il ricordo va all’instancabile
rimescolar di conchiglie e sassi,
mentre si vuotano scogli e sabbia.
I perditempo stan seduti a sentire
il pensiero del tramonto,
perché ancora una volta è sera
e poi notte e poi sogno.
Ancora. Di nuovo.
l’età del dissesto





Che finiscono cose, situazioni, amori
e odi ed emozioni,
bisogna pur saperlo,
e anche leggere l’ora che ne precede la fine,
per non trascinare nebbia nella notte
mentre attorno il colore già attende.
Ma chi coglie il mutare,
e sente dissolversi quell’eterno passato
comprende l’incapacità dell’agire
e in sé ne dibatte e patisce e si chiede.
Davvero tutto si sfalda, oppure c’è un’età in cui chi è leggero, vola
mentre altri sentono pesi che non ci sono
e vivono il tempo che scivola e ingabbia
come un gesso d’anima che frattura.
E si chiedono se la malattia sia ciò che non è stato, ,
o il possibile che ora non nasce.
Poco importa ai fatti, e sembrano oziosi pensieri
se si guardano i merli felici
che saltellano e cercano cibo.
La terra fradicia di pioggia,
per loro è una festa,
vivono del tempo e non lo subiscono,
mentre per noi è corsa
che vela la cura
e fa sentire sconclusa l’attesa
quando non compie il desiderio
d’essere altrove.
nuove solitudini
I proclami, le prese di posizione “definitive”, spesso contengono l’insofferenza per la propria solitudine. Cosa sia poi la solitudine è difficile dirlo, perché contiene molte assenze, proprie e altrui, ma anche i propri compromessi tanto che alla fine si mal sopporta persino la propria differenza. Oggi, come spesso è accaduto, fuori, nella storia grande, c’è bisogno di una linea che definisca chi sta da una parte e chi dall’altra di noi, insomma di escludere ciò che non ci appartiene per rafforzare la propria coincidenza con il noi che sentiamo giusto. Il nostro mondo. E perché mai perdere tempo con ciò che non è affine, utile o semplicemente troppo complicato per noi? Non ne vale la pena, ma se non accade maturano fratture che fanno dire cose assolute in un mondo all’etica ballerina e sostanzialmente indifferente. Quasi ad enunciare dei principi che poi principi non sono ma sono ingarbugliate sofferenze senza voglia di nome. Così i nomi, gli anti seguiti dai popoli e dalle religioni si mostrano per quello che sono: ovvero privi di senso di fronte all’umano e a ciò che non lo è. Allora guardare ai fatti e alla loro atrocità comporta tornare a noi, che conteniamo i problemi e le soluzioni su dove e con chi stare. E così uscire dalla solitudine delle parole violentate a giustificare sembra l’unica cosa davvero giusta.
sera d’agosto
Fa abbaiare i cani, il temporale ancora lontano,
e apre nel cielo squarci di nubi contornate dai riflessi dei lampi.
Rotola giù dai monti, il tuono,
diceva mia nonna quando lo scuro invadeva il cielo e la stanza
e i monti erano cornice per noi di pianura.
Immaginavo allora i fulmini come grossi fagotti di luce,
che scendevano rimbalzando su alberi e case
fino ad esplodere nella pioggia e nel suono. Stasera c’è l’annuncio di cio che verrà nella notte
ma il cielo è ancora quello del Tiepolo quando sovrapponeva agli azzurri, il grigio
e il bianco
per rubare luce all’immensità sconosciuta
e donarla all’attesa.
Chi verrà da quello squarcio ad occhieggiare gli uomini,
i loro pranzi e parole dei riti d’agosto?
Corrono adesso le nubi e nuovi azzurri si aprono
mentre i cani continuano ad abbaiare
e nel silenzio che viene dalle tavole sfatte,
parlano tra loro di qualcosa
che noi più non capiamo.
l’imprecisione dell’amore
Non lo dicevi con le labbra,
ma nei tuoi gesti l’imprecisione era confinata,
perduta in antiche severità
e poi scordata.
E così il muovere ritmico e attento delle dita,
che poteva essere quello di una sarta, di un geografo,
d’una orologiaia, di un calligrafo,
portava con sé piccoli segmenti di tempo,
stringeva con gentilezze sconosciute ai dinamometri,
ed era ciò che serviva: né più né meno.
Così, da ogni lavoro finito, emergeva una linea,
la stessa del palmo, credo,
che congiungeva di senso, la fine all’inizio.
Ed era la linea della vita,
non delle vite, ché quelle stavano,
colorate e vivaci, nei tuoi pensieri
a tacere e dire assieme.
Un colore ad ogni cosa, pensava,
con una leggerezza così sottile
da innamorare il filo che annodava le possibilità.
Ecco cos’era il connubio
tra ciò che merita l’esattezza
e la gloria d’ogni impreciso amore.
quanto è un lungo un bacio?
È salito allegro dal sottopasso di stazione,
verso un abbraccio stretto e un bacio. Sorrideva e li aveva attesi
e allora ancor più sorrideva.
Quanto è lungo un bacio?
È il tempo infinito delle bocche che si cercano,
si trovano, si premono e si vogliono,
finché c’è fiato
e poi si staccano per guardarsi gli occhi,
a cogliere le parole che non dicono le labbra.
E si riavvicinano per ascoltare,
esitano, ma poi si stringono.
L’una sull’altra mescolano sorrisi e desideri,
e ciò che non si dice, verrà in altro modo detto,
perché il bacio non finisce il desiderio
che tutto si unisca e condivida, .
e così continua sempre insufficiente e nuovo,
ancora perché mai basta.
Ma quanto è lungo un bacio di stazione
pieno dell’allegria dell’incontro atteso?
Quando scosta il viso, lui guarda,
e mi chiede: amico, un sorriso?
Allora capisco che si vede la stanchezza,
che in me la vita è altra,
e se la bocca s’alleggerisce e piega
per mostrare la mia speranza d’allegria,
il loro bacio continua nell’auto
che s’allontana.
E so quanto è lungo un bacio
che non t’appartiene.
epifanie

La risacca ha lasciato legni sulla riva,
accade anche a noi dopo le tempeste
e non sappiamo che fare degli antichi naufragi,
già poche scaglie d’azzurro commuovono.
Sono segni del viaggio compiuto
e della vita perseguita,
nella vischiosita che cresce,
i ricordi che si divorano.
Mai come adesso sono la somma dei miei errori,
delle passioni che tutto hanno riscattato,
dei compagni che hanno creduto
dissolvendosi nel fiume
che pensavano di guidare.
Il cuore ritorna a dove si vive
ma altro speravamo,
Tra il successo e fallire spesso manca poco,
si confondono i significati nell’ultimo sforzo,
ma in fondo se s’impara la bellezza
mai si è perduto,
chi strappa un fiore la malintende
perché non si possiede
né il bello né la verita
e se poi una rosa illumina una casa,
è sua la bellezza
gli altri forse ne vedranno la fatica
d’essere ancora vita
che accompagna la luce.
sempre
Sei sempre oltre l’orizzonte, eppur vicina.
Splendida e luminosa
come le mattine uccise a letto per beffare il giorno.
Nascosta dentro un’ombra,
disseminata nella brezza dei tigli,
dispersa nel sole feroce delle ore legali.
Sconvolta come il mare
che attende la luna per desiderare il cielo.
Ritardi oltre il minuto,
che solo i gonzi pensano fuggente,
come la noia di sé, per l’appunto.
Ed io di me sorrido quasi sempre.
i ricordi sono casa

La sera durava sino all’infinito racchiuso nella prima lucciola,
e una punta di nostalgia di quiete,
incontrava il richiamo agli affetti.
C’erano state, ma prima,
ripetute grida nel buio,
ma quel buio non c’era nell’ultimo gioco,
nella confidenza bisbigliata sedendosi accanto,
e aveva taciuto sino allo scadere della fiducia in sé,
poi improvviso nel primo brivido di solitudine
era stato evidente, il buio.
E si stupivano gli occhi
per le pozze di luce gialla
che ora tracciavano i lampioni
li c’era dentro e il fuori della notte.
I marciapiedi erano luce riflessa,
la scia verso casa,
con la corte trafitta dal grido d’un rapace,
e il cuore nell’ansia della corsa.
Era bello il rimprovero
contenuto nell’abbraccio,
vedere le cose che avevano atteso
e sentire il buio che s’acquattava sul davanzale
come il gatto quando ci guardava,
tranquillo, per capire.