Le cose s’avvolgono d’un silenzio immoto e greve, nella luce umida di nebbia, è il pigro scorrere delle ore nei giorni di festa quando sazi del cibo e di parole, s’ascoltano echi: ti voglio bene, ci sei, è bello ritrovarsi nell’anno che verrà, di certo sarà buono, forse. Resta l’ indecisione che si fa casa, nel sonno da tepore e d’aria respirata, mentre fuori la luce cala presto e la nebbia sale.
È passato, non ha lasciato tracce, neppure un’orma sulla neve. Neppure la neve. Si rammarica il cuore (?), l’anima (?), il semplice sentire (?), dell’aver perso un treno, ma da tempo non si sa dove sia finita la stazione.
Forse per questo molti fuggono via dalle feste, dal pensare, da questa nebbia che da troppo tempo parla e non si vuol capire. Forse per questo, o per altro, ma nel cuore del mondo nessuno fugge più, e stupito ascolta parole che capisce a stento, immagina, intuisce, guarda, mentre attorno scavano fossati.
Mi piaceva quel posto, c’arrivavo la sera da un corso, mai solo e con molta allegria. Mi piacevano le tovaglie pulite, il cotone pesante, gli antichi lini un po’ lisi, alle feste, le stoviglie retrò, le pesanti posate. Mi piaceva il menù consigliato la cucina milanese e toscana, la cassoeula ed i pici, il parlarsi tra i tavoli, le vecchie glorie sulle pareti, il fiasco di chianti al consumo, la scelta del pane tra sciapo o salato. Tra muri bianchi rivestiti di legno un angolo di fotografie, e un tavolo singolo per il ragioniere. Col cappotto addosso d’inverno cenava, d’estate un gessato, la cravatta col nodo stretto mai fatto di fresco. A monosillabi ordinava, un sopra ciglio o l’indice alzava, e non i piatti ma una sequenza del suo menù personale in cui c’era solo L’inverno e l’estate. D’inverno un brodo di pollo, la pastina sottile, poi patate lesse e costatina Ben cotta. Un minestrone d’estate, a volte insalata o verdura cotta e il pollo lessato, un bicchiere di vino, il fernet e il caffè. Sempre solo, in mezz’ora mangiava, alzava lo sguardo mentre i denti puliva, poi il cappello metteva e salutando usciva. Il mercoledì il posto alle otto era vuoto più tardi arrivava. C’era il varietà e al ragioniere piaceva, le ballerine com’erano? Il cameriere ammiccava il ragioniere taceva. Sorridevano entrambi. E la cena iniziava.
Sono rune le emozioni d’inverno, calligrafie che cercano chiarezza, s’allineano come percorsi d’uccelli nella neve che cercano nutrimento per aggiungere del tempo. Nell’invenzione del futuro s’è cancellato il presente, e la speranza porta fatica al nuovo giorno, attendo si ricomponga un disegno, un linguaggio di poche parole. limpide di chiarezza e semplici da dire.
Lei si era innamorata di un altro, all’inizio senz’avvedersene. O forse se ne avvide? C’erano le circostanze, il caso fece il resto. Lui disse ch’era già accaduto, ma prima s’era potuto rimediare. Adesso non c’era più nulla da fare. Passò il tempo, neanche tanto, anzi poco. Forse per un simmetrico bisogno d’attenzione, anche lui s’innamorò di un’altra. All’inizio senz’avvedersene. O forse se ne avvide? Si generarono dolori, qualcun altro ne fu sorpreso, in passato, gli pareva, d’aver saputo rimediare . Poi gli sembrò d’essere quasi ucciso dal dolore e che solo il ferire gli riportasse vita, ma si stancò d’essere senza luce, e cominciò a vedere il mondo che gli ruotava attorno. Mentre il tempo scorreva, nuovi nodi s’erano allacciati. Vite, che sembravano squassate, ritrovarono abitudini conosciute. Ma anche le altre vite, ch’erano apparse nuove, diventarono un po’ usate. Forse l’ urgenza ormai non era più tale. Tutto sembrò acquietarsi e ciò che sembrava forte, lo fu un po’ meno e quello che brillava, perse un poco la sua luce. Così avvenne che pensieri, più o meno uguali, si formarono in teste che s’erano profondamente conosciute: nei grovigli di destini, e un capo sempre fugge mentre disegna nuovi eventi. Ricominciò l’attesa che il nuovo accadesse e la storia facesse finta di ripetersi. Perché anche nell’abitudine allo star bene, la speranza ha sempre porte da cui uscire. If, si disse e di pescar la luna ricominciò a sognare.
L’ho amata questa mattina. Ancor prima che nascesse, l’ho sentita entrare nel tiepido del letto. L’ho amata nel cielo grigio senza luce, nella prima pioggia, nel freddo della notte. L’ho amata nella sua luce d’acquario, nel profumo del caffé che sale, nel sottofondo di radio 3, nella musica che conduce il cuore. Magia d’un silenzio che si fa parola.
Un vecchio barbiere a cui spegnere la sigaretta, proporre i miei pochi ricci, e portare dentro bottega. Ha le parole guardinghe di chi non conosce, il tempo che batte la vetrina, e la strada con le auto ormai troppo grandi. Ci sono ancora per fine anno quei piccoli calendari dal profumo sguaiato? Prima ciarliere, le forbici ora esitano, lo specchio rimanda il viso stupito, tra ironia e ricordo, si schiara la voce, tra poco la pensione lo porterà altrove, e l’asciugamano umido e caldo sul viso è un abbraccio tra vecchi.
Da dove si fosse originato tutto ciò non importava molto, era una risposta a qualcosa e forse era solo naturale evoluzione, crescita.
Come ci si muta secondo l’età? Ciò ch’era accaduto sembrava la prosecuzione dello stesso bisogno assoluto dei primi anni in cui ci si formava autonomi in famiglia. Quel darsi nella crescita senza un criterio, che non fosse il seguire tutto quello che prorompeva e premeva negli abiti, nel cervello, nei sentimenti, nel cuore in una novità continua che metteva in campo la voglia di misurare sé e il mondo, di non coincidere nei desideri comuni, nel mettere in discussione l’autorità.
Un individuo si forma, cresce, si stacca e nuovamente poi cerca di unirsi quando sa chi è, o almeno presume di saperlo, ma quella seconda unione non è la chiusura di una scissione dallo stesso corpo, piuttosto è il tentativo di riformarlo.
E questo riunire è più difficile, non solo perché ricerca pressoché impossibile a realizzarsi se non per pochi attimi, ma perché è un riunir restando individualità forte, un sentire comune che ha sentire diversi.
In questa fase, che già gli sembrata così forte, l’indipendenza s’era attuata, ne sentiva il sapore pregno di propri umori vitali, coglieva il legame con età vissute e mai sopite. E in essa c’erano le gioie profonde del coincidere, la necessità del distinguersi, il piacere di provare qualcosa che veniva condiviso ben oltre la superficie.
Tutto appreso strada facendo, in misura unica, perché l’unicità è in gran parte l’educazione che portiamo a noi stessi nei sentimenti, a partire dall’ambiente protetto dei primi anni e costruito più nelle difficoltà, nelle timidezze, negli scatti d’orgoglio che la costruzione della propria vita indipendente porta. E poi il lavoro, la fatica, i condizionamenti, le difficoltà e le gioie di un vivere autonomo fino ai diversi modi di vedere che si succedevano in un continuum di apprendimento che non apprende, di cadute e voli che dovevano lasciare il segno per iscriversi nei percorsi dell’anima.
Eppure non erano le difficoltà ad aver mosso prima l’inquietudine, poi il silenzio -che era modo di capire- anche se era stato a partire da quel silenzio interiore, da quella difficoltà a bastarsi com’era, che si era fatta strada la consapevolezza della necessità di un nuovo affrancamento, che pur essendo solo la naturale continuazione del precedente giovanile crescita e indipendenza.
Ciò che aveva mosso tutto era il rideterminarsi per sapere cosa era disposto a dare, cosa poteva essere. Una misura di sé, insomma, che non doveva dimostrare nulla a nessuno, ma costituire quel movimento verso il trovarsi, riconoscersi. E tanto bastava per motivare scelte difficili, banali e alte, sbagli e piccole rabbie per la difficoltà di mutare con la necessaria adeguatezza. Così gli pareva, occorreva velocità e intensità. E c’era la pazienza da apprendere e il proprio tempo, ché mica coincide con quello degli altri, ma è solo proprio, e capirlo.
Possiamo riflettere serenamente sul risultato elettorale e mi limiterò a questo, anche se la partita politica che si è aperta riguarda le politiche nazionali future. Due regioni importanti del sud, Campania e Puglia sono andate al centro sinistra. Sommate alla Toscana, pareggiano il conto numerico, della tornata elettorale. Difficile individuare elementi di discontinuità nei programmi, che sono elenchi di intenzioni e desideri. La novità toscana e campana è il comparire di liste di sinistra che si collocano oltre lo schieramento e che raggiungono percentuali vicine al superamento del quorum di ingresso nei Consigli regionali. L’astensionismo ci certifica che ovunque perdono, quelli che non vogliono enti locali distanti dai problemi del territorio, dei suoi abitanti, del futuro loro e dei loro figli. Le regionali hanno evidenziato che c’è una parte maggioritaria di elettori che non vota più. La sinistra ne è più colpita e ciò si deduce dalle percentuali che rimescolano i votanti mentre diminuisce Il voto assoluto.
Questo fa molto bene alla destra e giova alla sinistra neoliberista.
Né l’uno né l’altra, per questi elettori non votanti, rappresentano una alternativa o una speranza. Il non voto è stato rappresentato a lungo con metafore vegetali. Praterie, boschi, ma in realtà si tratta di un voto da conquistare con una proposta che sia alternativa e concreta. Orbene, a sinistra, nessuno, sottolineo nessuno, ha ancora proposto una sintesi tra diritti e cambiamento, tra equità e crescita, tra gestione della cosa pubblica e legalità, tra il dire e il fare che cambia le vite di chi dovrebbe essere rappresentato. Sembra un luogo comune ma non è evocando il nuovo che esso si realizza, è lottando per esso che le persone sfiduciate riconoscono coerenza e concretezza. E forse possono dare il loro consenso a chi risulta credibile oltre le parole, quando vengono sostanziate dai fatti.
Quindi lo spazio per chi vuole pensare, agire ed essere, a sinistra c’è tutto, ma è faticoso. Implica trasparenza e coinvolgimento di chi elegge, comporta che anche in coalizione ci siano principi che non si negoziano, obiettivi che sono una verifica interna di coerenza oltre ad essere risultato tangibile. E se i protagonisti di questa nuova sintesi sono giovani è meglio, perché nessuno dei “vecchi”, può fare il protagonista di qualsivoglia cosa, parlo anche di me stesso, al più possiamo essere utili . Il fatto che sia stato messo il privato davanti al pubblico, esaltato il successo individuale come misura della benedizione del dio del mercato contro l’idea che pensare agli altri sia vecchio e residuale, ha tolto una prospettiva comune al cambiamento. Ha fatto un danno assoluto perché ha tolto dalla politica una società per cui lottare. Sinistra Futura, l’associazione politica che coordino, parte da queste consapevolezze e cercherà di costruire con chi è disponibile, una proposta sociale alternativa, che è generata dai problemi di chi non ha difese, di chi vuole giustizia sociale, pace, un ambiente sano in cui vivere e un lavoro che porti con sé la crescita e l’equità. Il lavoro di chi non accetta il politicismo come fine della politica e mezzo per il potere personale, continua con più forza e determinazione oltre il voto. Interroga, propone, pretende il giusto e si vede dalle iniziative che si moltiplicano per la pace, per la difesa del lavoro e la sua dignità, per avere servizi sociali, sanità, scuola in grado di assicurare benessere ed eguaglianza.
Siamo liberi se le idee sono forti, se siamo disposti a lottare per esse. .
Nel pomeriggio radioso lungo una banchina di stazione, o la sera in un bar di periferia, tra chiacchiere e fumo tazze orlate di schiuma e bicchieri bagnati di birra, qualcosa si rompeva incidendo la carne. Parole senza tempo né luogo e neppure creanza, irrompevano nell’estate che si apriva alla festa, o nella riva ancor calda del mare d’ottobre, ridevano di noi, dei nostri passi nudi tra sassi impietosi in torrenti a primavera, erano il tempo che illude il suo compiere e piccoli addii per costellare malinconie ed errori
per fortuna vissuti. Così riposta la memoria, alimentato il rimpianto, è rimasta una scia, di scarpe lasciate a fianco dei cassonetti di città, per rinnovare il cammino, ma conservo il giallo dei tigli di maggio, la ferocia dei tannini di noce, l’asprore dolce dell’uva da vino e la bruma dell’erba dei mattini d’attesa. Non ho memoria di ciò che ho nascosto ma stanotte I tuoi sorrisi erano luce nell’ombra, quieti I timori posti nel canto del futuro subito, e tra notturni sogni di fuoco e di polvere, c’era l’ultimo calore condiviso nel cielo impietoso che stringeva l’abbraccio. Nulla s’apprende, nulla che conti, l’amore, la gioia sono sorprese, e nel loro riflettersi la luce si perde, in un gioco di specchi dove la sostanza rapprende e nasconde, ma non trattiene qualcosa di rosso ed è nel lampo che il moto degl’occhi intravvede d’essere stato e non ancora compiuto.
Chiusa la porta ora l’aria è una lama che sfugge, la luce batte sui vetri, sgomita, apre varchi, chiede alle probabilità, che gli occhi socchiudono, che il sogno inizi. Là dove il verde si guarda e s’intenerisce di sé chiedi a chi tiene conto, dei fili dell’erba, d’ogni orma passata, del volo in ogni sua specie. Vedi come scava la luce nei muri, cogli l’ombra dei passi che addolcisce la pietra, E senti del cuore gli inciampi, il canto sommesso delle cose in disparte, e il dire tuo, nel pensiero che esita, diviene cura eccessiva del gesto, sino al sospiro che ammutolisce. Immagino la penombra, il rumore della quiete e l’offerta che sceglie, dal senso la forma del dirlo, accosti il sentire come fosse colore e dissona o converge del tutto la piena armonia.