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Di tutte le matite smozzicate, delle pennebic succhiate, dei morsetti nervosi sparsi ovunque, delle piccole gomme tormentate, dei residui di pensieri sospesi in un angolo minuscolo d’universo, resta segno. Chi è stato qui ha inanellato anni, temperato matite, fissato la macchia nell’angolo del soffitto, tormentato e sorriso il giusto, ha condiviso parole leggere e pesanti, pensieri indiscreti, chiacchiere e silenzi. Anche se li conosco, cosa so di lei/lui ? Nulla, ma posso leggere piccole abitudini, caccole di pensieri ripetuti che hanno lasciato traccia su piccoli appunti: la chiocciola dello scotch cosparsa di pezzi già tagliati e poi dimenticati, alcuni post- it accartocciati dal calore tra video e tastiera, quei trucioli di legno e mine colorate, compressi nel temperamatite. Timbri, mine 0.5 / 0.7, un perforatore per classificatori, il piccolo cestino di vimini ricordo di cioccolatini pretenziosi. Cose varie che non s’è osato gettare, sul lato una cucitrice vetusta col nome del possessore, un righello seghettato, il portapenne – tazza con la faccia di Bug Bunny, che magari avrà divertito per un attimo. Tracce di utensili che hanno racchiuso pensieri involontari: nulla d’importante e mai tra queste cose. Forse le voci che si sono scambiate nella stanza ora sono radiazione elettromagnetica dell’universo, come i sentimenti proseguono il respiro ampio del big bang, energia che c’impolvera ed impollina in continuazione. Forse le voci sono rimaste in qualche discorso importante, forse le teste hanno cambiato qualche connessione neuronica. Forse. Ma questo è un angolo di scrivania, testimone reticente ed annoiato del vivere. Che è fuori, comunque fuori, anche se qui si è trascorsa non poca parte del vivere. E chissà, se sapessi, cosa penseresti di me che mi perdo in questi pensieri inutili a ogni dire. Mi perdo.

disperazioni amalfitane

Il tono della voce è ricco di armoniche, racconti che vai a portare la tua disperazione sulla costiera amalfitana. Una decina di giorni, a casa d’amici.  Quando vedo il tuo numero, temo una telefonata pesante, ne hai fatte tante, con la voce alterata, con tratti di cattiveria che mi stupivano perché mi facevano pensare a quanto so poco giudicare le persone, e invece no, oggi mi racconti di Amalfi, Vietri e prossimi viaggi per il mondo, anche della tristezza che hai, ma con una voce allegra. Penso che quando si viaggia, si reagisce e la tristezza non annichila più, non impedisce di vedere. Così capisco che i problemi sono diventati relativi, me par ben, come si dice da queste parti. Penso che forse hai già una nuova dimensione e che a volte ci si preoccupa troppo, che le cose si dovrebbero lasciar andare per il loro conto. E’ vero il detto che se pensi di salvare una persona ti dovrai far carico della sua vita. Lo faceva anche Totò in un film. Prima veniva salvato e poi s’ installava in casa del salvatore e se ne impossessava con la minaccia di ripiombare nella disperazione. E la disperazione, senza reazione, è una violenza.

Ma io ho smesso da tempo di pensare che si può salvare qualcun altro, al più si può dare una mano. Ma anche in questo caso bisognerebbe riflettere perché l’aiuto magari non è quello richiesto. Sapessi quante volte mi sono ricreduto al riguardo e mi sono rimproverato perché avevo presunto qualcosa che facesse bene. Poi il rifiuto, l’ingratitudine ostentata m’hanno fatto capire che la miglior cosa è dare e non pensarci più. Dare e sparire.

Mi dici che non hai tempo e stai partendo, sorrido, hai chiamato tu. Continuo a pensare che davvero ascoltare è l’unica cosa da fare e lasciare che tutto proceda come deve. Il viaggio ti farà bene, il sole di più. E mentre ancora ci penso al sole e alle piastrelle di Vietri, capisco che ho imparato qualcosa: tendere la mano non è per sempre, che una strada le gambe disperate, la troveranno. Al più basta ascoltare e tenersi stretti i propri problemi, sono più che sufficienti.

breviario laico del limes

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Restare nell’attimo che precede l’azione, quando la forza è ancora una molla e il futuro non è scritto.

Ricordare il prima dell’accadere, quando non si sapeva e le cose erano consuete, percorse di pigro svolgere di tempo.

Percepire i piccoli segni di ciò che accadrà, con meraviglia tranquilla, lasciando che il possibile accada e diventi vita.

Sentire il filo, trasparente e forte, che lega le cose e ne fa tempo, ciò che sta prima e ciò che viene poi, amarlo in un sussulto d’amore che non si spegne.

Cogliere l’attimo e disporlo nel vaso, con ordinato amore, farne risaltare colore e bellezza, mettere l’armonia in accordo con esso perché sia per sempre nostro.

Restare sospeso nel meriggio del pensiero, fare del razionale una lama di luce netta in cui danzano i bagliori del sentire.

Guardare ciò che finora non si è visto, in un vuoto di pace che lascia agli occhi il loro lavoro.

Vedere e non sentire l’urgere di sé, quieto, in onde di respiro aperto, parte di una eternità che finalmente dura.

la sera in pianura

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Vorrei raccontarti la sera in pianura, tra i campi, appena oltre la città. Qui si vede la sera tra le case, le facciate, i vetri si riempiono di luce rosa e poi aranciata, ma il petto un po’ si stringe. Vorrebbe respirare, s’allarga, ma lo spazio non lo contiene. Così ti racconto che basta uscire un poco per vedere il sole pieno di sé, che invade il cielo e promette mentre se ne va. Promette una notte che finisce, una luce nuova che verrà. Parte e promette, con una certezza che toglie la paura dell’abbandono.  

Stasera gioca il sole e si nasconde dietro ad una nuvola grigia.  E da lì preme, e avvolge nell’abbraccio la nuvola che non lo contiene, finché  questa s’arrende, e paga  allora lo riflette e lo spande, con la luce che trabocca, incendiando una tenda di nuvole bianche. Chissà se vedi la fila di pioppi, alti e serrati contro la luce, se cogli la finezza dei rami ancora privi di foglie, che filtrano di nero l’arancio, un confine alla terra che punta al cielo e si imbeve di luce, come fa con l’acqua, aspettando anch’essa il giorno, dopo il freddo della notte.

E sotto, la terra, tagliata in solide zolle squadrate dai lavori di primavera , velata dai confini d’alberi, eppure dilagante a perdita d’occhio. Chissà se vedi il bruno dei campi che si macchia di verde flebile e nuovo, chissà se senti il suo freddo che si riscalda nell’arancio che piove dal cielo. Se tu lo senti con me, allora vedrai anche quei piccoli pali piantati a reggere fili, le case di mattoni che s’accucciano nei cortili, la strada che percorre e non si ferma, vedrai fino a quel trattore che usa le ultime ore di luce per ancora lavorare e sentirai che sono piccole cose di noi davanti all’immane luce della pianura. Sentirai che rispettando la luce possiamo accogliere il buio sapendo che finirà. Sentirai che i sogni della notte non porteranno la paura d’essere altro, che saremo solo uomini che sognano. Sentirai, nell’arancio che si spegne nel blu, che non ci perdiamo perché la luce torna e tutto attorno a noi lo dice.

lettera alle donne che conosco

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Le donne mi affascinano da sempre, ma l’ammirazione è altra cosa e quindi va riservata. Non mi piace la differenza di genere eppure sento che esiste davvero. Mi è naturale pensare alla parità, ma so che non basta dirlo e che il maschio ha molto da cambiare assieme al farsi perdonare.

Non mi piacciono le ricorrenze, però l’8 marzo è cosa d’altri e sapranno bene che farne le interessate.

Stamattina pensavo alle donne fondamentali della mia vita, perché un uomo comunque non prescinde da questa coscienza del femminile. Pensavo a mia nonna, che nata nell”800, aveva viaggiato molto e chissà cosa aveva visto, che si muoveva da sola, ma non entrava in un caffè e tanto meno in un’osteria, se non accompagnata. Pensavo a come tutto fosse -ed è – tenuto assieme, ben oltre i disastri, dalle donne. Mi veniva in mente la loro marcia che ho visto, e gli scossoni, i ripiegamenti, gli errori, le lacrime, perché le donne hanno fosse lacrimali profonde che contengono la dignità. Parola abusata almeno quanto le donne e non a caso di genere femminile, ma che contiene l’essenza di un uomo.

Capivo che le donne contengono la parola, che non hanno bisogno di usarla sempre, che hanno una natura aliena per gli uomini, che capirle è una pazienza da trovare perché mai si conclude. Ma tutto questo era ancora poco per spiegare il fascino e l’attrazione, come se dovessi rassegnarmi a non capire appieno, ad accettarlo ed esserne sconvolto, pur rimanendo uomo. Ad esempio, quando vedo donne sole, o in compagnia tra loro al bar, sono incuriosito, ammirato. Guardarle è una bellezza che dà piacere, non so cosa dicono, ma capisco ora che è qualcosa che non riuscirò mai ad eguagliare nella confidenza e nella comunicazione empatica. Non so se questo sia comprensibile per una donna, non si tratta solo vedere la bellezza fisica, ma quella di un altro mondo che si mostra e che convive con il mio.

I tempi mutano, questo parlamento è ricco di donne, come mai prima, forse è ora di avere un presidente del consiglio donna, un presidente della repubblica donna, forse è ora, basta che le donne ci credano. Gli uomini sono abbastanza inermi nel gestire il potere immeritato che hanno, alzano la voce, a volte sono violenti, ma sono deboli, capiscono che non hanno possibilità logiche o  intellettuali per opporsi e soprattutto hanno paura. Paura di una visione del mondo, delle priorità, che non coincide con la loro. La “questione” femminile non è cosa da uomini e questi lo sanno, tanto da aver dirottato sul tema della parità le questioni da risolvere. Non basterà quindi avere il potere, ma esercitare la visione particolare che se ne ha. Non amo molto le distinzioni basate acriticamente sulla differenza, ogni bandiera contiene qualcosa che occulta altro, ma vedo e sento la differenza. Vorrei solo che questa diventasse un modo di vedere condiviso, qualcosa che arricchisca entrambi. Solo che raramente è così e spesso la differenza è il recinto, una difesa, in cui si chiudono le donne, dove gli uomini non possono entrare perché incompatibili. E siccome non credo sia così, allora penso che la differenza arricchisca se viene condivisa, accettata, capita e se poi la differenza generica si sostanzia nella singolarità, diventa unicità. Vale anche per gli uomini. Che saranno e resteranno egoisti, sopraffattori, infantili e affezionati alla loro nascita, timidi, tracotanti, complicati, disarmanti, perfidi, ingenui, affascinanti, predatori e prede, forti e incapaci. Ma quante di queste qualità saranno condivisibili, migliorabili, modificabili e non semplicemente scambiate tra generi se la contaminazione dei mondi non avverrà? Quanto potrà diventare gene recessivo se non riconosciuto come tale da entrambi?

Se penso alla vita, e non parlo solo di biologia, non riesco a immaginare un mondo che evolva e che proceda senza le donne protagoniste. Non riesco a immaginarlo e sono dipendente da questa consapevolezza, perché qualsiasi progetto inclusivo del genere femminile, lo sovverte, lo modifica, lo accelera o lo blocca, semplicemente perché irrompe un modo diverso di vedere le cose. Non è sempre giusto ciò che proviene dalle donne, ovvero, non è giusto per tutti. Non sempre un capo di stato donna, introduce elementi di innovazione e di cambiamento che assomigliano a quelli che ho in testa, ma so che anche la destra, la conservazione, al femminile, ha un altro sapore rispetto a quella degli uomini, che sarà meno acuminata, meno settaria, più attenta al sentire e ai sentimenti. Anche il diverbio, il confronto diverrà più acerrimo, ma più chiaro, la pace più netta, gli interessi meglio definiti.  E’ un altro modo di vedere che può coincidere con fatica e pazienza tra generi e qui mi torna l’immagine di mia nonna, che mi prendeva per mano e mi mostrava le cose, diceva le cose che vedevo, ed io, allora, vedevo con lei. Anche le parole vedevo insieme e diventavano mie, e così io ho le parole di mia nonna per descrivere il mondo essenziale, per sentirlo. Quel modo di vedere si è ripetuto nella mia vita, ma meno da parte maschile, perché non c’era tempo, l’attenzione era un lusso rispetto alla velocità, alla fretta di fare. Da parte femminile, invece, ho sempre ricevuto tempo, ho compreso che le donne donano tempo perché sanno cos’è la vita, l’attesa, e dalle donne davvero importanti per me, assieme al tempo, ho ricevuto modo di capire, di vedere diversamente e molto amore. Per questo le ammiro e l’ammirazione se diventa condivisione, non ha gerarchia, non mi sono mai sentito più in basso, ammirandole, solo preso per mano e capito.

Grazie.

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l’inutilità di avere ragione a futura memoria

Tu non sei stato, tu non fai, tu non sei più e peggio, non sei mai stato…

Dopo la puntigliosa enumerazione del non essere (il mio naturalmente), il nostro discorso si è arenato nelle secche della tua disillusione. A quel punto non ho più ribattuto, perché non dovevo dimostrare nulla a chi mi è amico e neppure mi interessa avere ragione a futura memoria. C’è un noi eravamo fatto di presunzione del passato, che quasi mai è stato realmente quello che c’è rimasto in testa, ma se si alza lo schermo della disillusione capisco che in realtà manca la fiducia. E’ strano, se cerco di convincerti è perché ho fiducia in ciò che credo e tu invece la neghi. Puoi ripetermi la stessa argomentazione e non faremo un passo avanti perché le nostre fiducie sono poste in luoghi antitetici. E’ davvero così? Ora lo è e sarà il futuro a dire chi avrà ragione, ma allora non m’interesserà più, perché non è di questo che c’è bisogno.

Non è il tuo caso, ma detesto i pentiti attivi, i folgorati sulla via di Damasco, i transfughi, quelli che delusi ora sono altrove, immemori e contro. Li detesto perché hanno qualcosa da farsi perdonare e non lo riconoscono, ora si ritengono perfetti, usano la realtà per pezzi, ovvero tengono ciò che fa comodo. E soprattutto non perdonano, non colgono ciò che cambia perché hanno scelto altro, e non possono nutrirsi del dubbio, della distanza, perché hanno ragione e quindi , se non da loro, nulla cambia.

Per questo non mi interessa ribattere punto per punto, e neppure dimostrare l’inconsistenza del proviamo altro visto che i miti ci hanno deluso.  Che significa tutto questo?  Che viviamo a tentativi?  Che futuro può esserci senza un progetto forte?  Per questo non contesto e non mi interessa gettarti in faccia le contraddizioni, le ingenuità, l’approssimazione, l’ego smisurato del tuo capo (pensa che io neppure ce l’ho un capo, al più un leader e neppure condiviso da tutti), l’assenza di democrazia, l’inconsistenza reale dei programmi fatti essenzialmente di alternative senza verifica economica.  Non mi interessa perché non posso salvare nessuno, e neppure ci penso. Per me la ragione e la passione si mescolano ed entrambe si nutrono di contatto e di discussione, su un reale condiviso, su un fare che porti ad azioni comuni. E’ questo che ci divide: il reale e ciò che si può fare, e in questo ragionare per contrapposizione assoluta non solo non coincidono, ma sono su due piani diversi, antitetici. Io voglio modificare quello che c’è portando quanti più possibile verso un Paese più equo e giusto, tu pensi che prima si nega e si disfa e poi si farà un nuovo totalmente tale perché non se ne può più e non c’è speranza. Vedi che il mio silenzio alle tue argomentazioni ha una ragione sostanziale?

Non resta che l’augurio di un buon futuro, perché tu non mi cercherai sulla politica, mi considererai sbagliato, colluso, superato, ogni cosa fatta da quelli in cui credo avrà un secondo fine e sapore di vecchio. Però abbiamo una risorsa comune: abitiamo lo stesso Paese, chissà che il futuro riannodi chi lo abita, metta assieme chi si impegna a cambiarlo. E’ poco per adesso, ma è già una speranza di poter parlare in futuro. Il nuovo comunque avanza: per questo non interessa aver ragione a futura memoria.

prevista neve

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C’è il sole e una luce sghemba che si riflette sulle nubi. Strano tutto, le nubi, corpulente e bianche nell’azzurro, la luce dal basso, l’aria quasi tiepida. Attendono neve, molta, ma non se ne vede traccia. Verrà, forse. Il meteo è un grande argomento di speranza contro la precisione delle sfighe quotidiane. Non ci riguarda però, non ora almeno, così ti riempio di silenzi e di parole e tu colmi e apri le mie curiosità. Tra poche ore partirai, nel frattempo divideremo cibo e diversi caffè, fino alla stazione. E poi giorni di telefonate e altri trucchi che sappiamo. E ci fa ridere questo dirsi che non ha fine.

Torna presto o vengo io da te, mi basta camminare, ascoltare, sentire ciò che ti sta attorno. O anche solo arginare il grigio che ogni discorso interrotto lascia.

Però adesso vai, qui è prevista neve, ne rideremo al tempo giusto.

il fine del dolore

Che ne diresti di respirare un po’ d’aria pura, o almeno diversa, da questi miasmi in cui ti rivolti da anni? Il tuo dolore costante, esibito, è ammantato di thanatos, è nutrito di psicofarmaci, si rivolta su se stesso trovando sempre le sue ragioni per esistere. Ma quali sono le tue ragioni? Davvero vorresti star bene oppure c’hai definitivamente rinunciato? Il dolore è un bozzolo forte e caldo, come la percezione di vivere nella sfortuna, alimenta una diversità che è comunicazione. Spesso è arrogante questa comunicazione, ha un solo oggetto importante: il dolore sentito. E’ anche violento perché esibisce il lato oscuro che tutti abbiamo in misura più o meno grande, ma è fragile perché oltre il momento in cui avvince allontana.

Forse è la solitudine che vuoi, il far largo attorno: o partecipate della mia pena oppure non mi considerate davvero e quindi meglio che non ci sentiamo, vediamo, parliamo. Credo che la solitudine in questo caso non consoli, ma sia la verifica voluta del proprio star male, un modo per star male di più. Ma è davvero questo che vuoi? Star male indefinitamente? Non dirmi che non capisco, però nessuna guarigione è possibile se si cura solo il sintomo, nessuna speranza oltre un ripetersi di pastiglie, ritualità che diventano i punti nodali della giornata. Ansiolitico, altri farmaci per le reazioni psicosomatiche, sonnifero. Non vorrei tu smettessi, ma che fosse un percorso verso una liberazione dal dolore di vivere, verso una luce. Il fine del dolore non è forse la sua fine?

Lo so che hai pensato e pensi, non di rado alla morte, ma so anche che sei nella vita, la coltivi, la speri. Te lo dico perché i suicidi hanno una disperazione diversa dalla tua e un dolore innominabile (e tu invece ne parli diffusamente), perché nel loro approfondire si trovano di fronte alla morte come negazione del dolore di vivere. Ma la loro ricerca non è la tua, non hanno più spiragli e neppure voglia d’essere capiti. E’ una solitudine estrema dove qualsiasi presenza diventa eccessiva, con una comunicazione che neppure parla e resta la sola presenza. Ma non sono assenti, si interessano, hanno amore, i suicidi, solo che non c’è più speranza e neppure  desiderio d’essere commiserati, anzi è proprio il contrario e quando non desiderano più essere amati hanno varcato la soglia.

Tu puoi farcela, ma ora come un tempo dipende da te, dal tuo sorriso, dalla capacità di non accettare quella che sembra essere una condanna e non lo è, non è il tempo che ti toglie vita, ma sei tu che te la togli. Lo so che è difficile, ma non sei sola se superi il confine del dolore, prova a pensarci.

p.s. lo so che non leggerai, potresti dirmi, ma allora che scrivi a fare? Quello che ho scritto te l’ho detto a voce, magari le parole non sono state le stesse, è passato tempo, però le ho ripetute. Non ho nessuna verità né qui, né su altro, ma ciò che ti imprigiona l’ho visto altrove. Non era lo stesso, però era sovrapponibile e questo mi convince che non sei solo tu ad essere così. Altri stanno meglio, altri restano nel dolore, ma non vale per tutti,  e sarebbe bello che tu facessi un altro tentativo. E poi un altro ancora, caparbiamente, fino ad aver ragione. La tua non la mia, ovviamente.

il diritto a vedere

I miei sguardi, ciò che fotografo mi appartiene assieme a ciò che vedo.

Ciò che vedi nelle mie immagini sono io che vedo. Anche te. Non ti piaci? E ‘ perché sei tu che non ti vedi con i miei occhi.

Ricordati che il mio affetto non sarà mai il tuo, che io vedrò cose di te che tu non vedrai e che tutto questo sarà parte della mia verità su te.

E’ per questo che solo a volte coincidono gli sguardi, che il diritto a vedere non dovrebbe mai essere messo in discussione.  Potremmo parlare a lungo tra noi di ciò che vediamo e scendere nella profondità di ciò che si sente. Sarebbe un grande argomento per capirci di più.

Non basta che sia bello, ma questo lo sai bene quando fatichi a gettare un’immagine che ha poca tecnica e tanto cuore.

In fondo con gli occhi cerco ciò che sento, quello che non dicono le parole, e se sono insoddisfatto è il mezzo che non vede come io vedo. Quasi mai mi basta, ma quello che ne esce, pur essendo altro, è ancora me.

Il diritto d’mmagine inizierebbe se mercificassi il sentire, se ne facessi oggetto di un vantaggio, ma non è così. Per questo non darò mai via quello che i miei occhi vedono, il mio cuore sente, la mia testa interpreta. Al più lo regalo.

il rispetto del prato

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Un tappeto di steli piegati,

battuto da pesi inconsapevoli,

da neve corrotta e d’ansia pesante d’inverno;

neppure il cielo denso di bianco e di grigio, consola.

I disastri non hanno voce, come gran parte delle nostre pene,

anzi ci sediamo su esse in attesa di consolazione, 

perché esserci, nel momento della malinconia, è misura del bene,

e anche il silenzio è un tenero abbraccio.

Non sempre, non solo,

ché il bene dall’utile senso del vivere non si separa,

né dal tenere o dal lasciar correre,

liberi anche di tornare,

così, chi si risolve nell’essere consapevole del proprio respiro,

nel camminare, o alzare il braccio per cingere,

o ancora la mano aperta in carezza e la bocca pronta al bacio,

e ne conserva memoria costante,

sì che il gesto si rinnovi e sia guida di vita,

come altri, ancora, consumano l’attimo, tra fuoco desiderante e  spossatezze,

specchio di chi si trova in battaglia,

e nell’attimo in cui si gioca la vita, non la vede e non la coglie,

ma solo allora sente che pesa, importa e acquista senso.

Penso alle umili, per noi, cose,

che altro destino non hanno che la misericordia dei giganti indifferenti e idioti,

oppure che il caso le lasci sole a crescere il proprio destino,

nel rispetto del prato, perché gli steli raddrizzino il capo,

e a noi venga inattesa,

l’esperienza del verde irrompere

nell’assoluto del semplice.