del prendersela con qualcuno

Se non si capisce con chi possiamo prendercela, perché trasferire il problema su di noi? E’ possibile non prendersela con nessuno, e quindi neppure con noi stessi?

Se qualcosa accade è perché l’intelligenza applicata non è un muscolo che si esercita contro sé stessi. Casomai bisogna adeguarsi, oppure essere così forti da cambiare le regole. Faccio un esempio: in politica il compromesso è un’arte che permette a diverse visioni di interagire e coesistere, altrimenti avremmo, nella migliore delle ipotesi, la dittatura della maggioranza. Ma il compromesso, nella sua forma onesta di comprensione delle ragioni dell’altro, non è tutto, esistono tutta una serie di norme disdicevoli che portano ad una prevalenza dell’ astuzia nella politica, ovvero come posso guadagnare potere e spazio, mantenerlo, farlo fruttare a spese degli altri? Non parlo dei cittadini, parlo di come si costruisce un consigliere, un assessore, un sindaco, un deputato e via cantando. C’è un’ambizione personale (in sé positiva) che va molto oltre l’enunciazione del servizio alla comunità, ma non è l’ambizione disdicevole, piuttosto l’astuzia che altera il fine per cui si aspira a governare. Così ci sono regole non scrtte ed eticamente disdicevoli, la convenienza attiva l’intrigo, viene naturale il rafforzamento delle elitès, fino all’espulsione della dissidenza pericolosa. Queste regole prescindono dalla maggioranza, dalla democrazia e per scalzarle bisogna avere la forza di rovesciarle, anzitutto, ma servirà poi una forza ben più grande per mantenere le nuove regole e far sì che non sia vero che tutto cambia perché tutto deve restare eguale.  

E se una persona decide di fare politica deve sapere che esistono queste regole sotterranee, deve relazionarsi con esse, e decidere da che parte stare. Se si sceglie la direzione della propria coscienza, si accetta che a volte andrà bene, ma più spesso malamente. Per questo nella politica, come nella vita, bisognerebbe capire contro chi davvero dovremmo prendercela e quali erano i nostri obbiettivi e le regole che abbiamo rispettato. Se decido di essere furbo e qualcun altro è più furbo di me perché dovrei dolermi? E ancora, se quanto faccio è coerente con me, se non prevale, non diventa prassi non dipende forse dal fatto che devo dimostrare ad altri che questa è la strada per star bene, che questo è un modo alternativo con regole diverse, di vivere. Ecco, nell’autocritica e nella critica dovrebbe emergere il progetto e i suoi strumenti, non solo il risultato.

a poco a poco

Le nubi bianche, gonfie contro il cielo azzurro, la piazza tra i palazzi e il centro commerciale di periferia, i mattoni rossi per terra, le panchine, le sedie allineate. Attorno un cerchio di persone. Quante saranno? più di duecento. Al vento caldo, le bandiere rosse della C.G.I.L., quelle del PD e una dell’Europa, vicino alla bara. Una bara di legno povero, con le rose rosse, la musica di De Andrè. Ti sarebbe piaciuto vederci attorno a Te. Ma avresti tagliato corto, non amavi le cerimonie: la tua vita è stata una vita di cose concrete. I discorsi servivano per convincere, per lottare, per fare, dovevano essere utili a qualcosa.  E ti piaceva fare, imparare con le mani e con la testa. Oggi non c’è più questa abilità, un tempo era quasi naturale saper fare, per questo hai costruito cose che sembrano impossibili, fatto più mestieri e tutti bene.

Gli anni ’50 e ’60 per crescere, come la tua ce ne sono state tante di vite. La guerra finita da poco, le migrazioni dalla campagna alla città per carenza di lavoro, la fabbrica, il PCI, il sindacato. La militanza, si diceva così allora, significava esserci, capire, ma anche diffusione dell’Unità tutte le domeniche, le campagne elettorali, le discussioni in sezione. Comunisti. Era difficile allora lavorare e dire quello che si pensava, nel lavoro bisognava essere bravi il doppio, perché non c’era lo statuto dei lavoratori e per motivi politici o sindacali, si veniva licenziati, allora bisognava essere preziosi per il padrone. E la dignità era un rischio che chi aveva cuore correva, ma quanti stavano zitti.

La tua è stata una vita piena di studio, analisi, e di cose concrete, lavoro anzitutto, anche quando hai cominciato a fare il sindacalista a tempo pieno. Rigore nell’analisi e nella discussione e allegria nella vita. Ti piaceva il cinema, la lettura, la musica. Chi ha detto che i comunisti erano tristi? Apprezzavano le cose della vita, avevano una speranza molto materiale: vivere meglio qui e non altrove o dopo.

Ieri guardavo i volti, moltissimi li conoscevo, ma c’erano anche tanti giovani. Tu ci credevi ai giovani, discutevi con loro, li sostenevi. Tenere insieme le generazioni è un valore perché la lotta è lunga, il cambiamento lento, i diritti difficili da ottenere e mantenere. Ma questo lo si pensava allora, e tu hai continuato a pensarlo. Ci sono stati tre discorsi, la tua vita è stata raccontata, un giovane ha parlato per ultimo e s’è commosso. Come tutti noi. E ci sono stati gli applausi, più volte, perché te li meritavi. A me non piacciono gli applausi in chiesa, neppure i discorsi in chiesa mi piacciono, ma eravamo in una piazza. C’era la tua gente e gli altri che passavano e chiedevano di questo funerale sotto il sole, con le nuvole bianche del primo pomeriggio e il caldo già estivo. E pareva bello che si fosse assieme, un po’ strani, ancora, come allora, per questo gli applausi ci stavano tutti. 

la forza del dire

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Non importa sia la verità assoluta, però finché non si dicono le cose esistono meno. In particolare nei rapporti tra persone, e non solo. L’evidenza è meno evidenza, anzi è relativa e vivibile sinché non la si dice, perché non ha la radicalità del reale. Il reale comporta scelte, lo stare da una parte, e come in tutte le scelte, qualcosa verrà buttato via. 

Amori che hanno lo stesso nome dell’amore

Amori micragnosi d’affetto, giocati sulla necessità, sul ricatto dell’assenza.

Amori in cui l’alba non diventa giorno, in cui non si distinguono le cose, privi di luce.

Amori che tengono e non lasciano volare, che chiudono porte e assorbono le vite.

Amori in cui ogni anno vale il doppio e invecchiano l’anima prima del corpo.

Amori che devono chiamarsi amore, che maltrattano senza picchiare, che rubano anche quello che poteva essere e non ci sarà.

Amori senza tempo perché non lo vogliono, amori senza progetto, senza respiro.

Amori di volontà per tacitare bisogni.

Amori che sorprendono, che sembravano altro e magari erano altro.

Amori senza disperazione, amori che sembravano al sole, amori d’ombra.

Amori che hanno lo stesso nome dell’amore eppure sono altro.

Amori poveri dentro.

la bellezza resta

Credo che la bellezza non dipenda dall’amore,
ma che esso, solo, la evidenzi,
credo che la luce non abbia segni
al più mostra l’ombra per apprezzarla meglio,
forse tu parli della felicità,
altra cosa, che entrambi sappiamo fugace
e ripetitiva,
come l’amore, quando lo si lascia irrompere.
La bellezza resta e l’amore si spande attorno,
vestiti e terreno ne sono bagnati,
come in una corsa con un catino d’acqua sulla testa
dove conta arrivare
e ridere per quanto sta accadendo,
ma la bellezza resta
anche quando il terreno s’è asciugato.

la festa della mamma

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A mia madre questo giorno piaceva, lo sentiva come una cosa sua e che fosse una ricorrenza commerciale basata su interessi molto venali non le importava niente. Se le spettavano cioccolatini e fiori e il pranzo assieme ai propri figli, lo voleva. La società doveva riconoscerle quello che non le aveva dato e noi eravamo il tramite di quel riconoscimento.

Amava questa festa, anche più dell’otto marzo, che pure sentiva e le ricordava quanto fosse stato difficile essere donna in una società maschilista. Ma l’essere stata madre era una soddisfazione e una responsabilità in più e questo era un conto aperto con la società. Non con noi che la riempivamo di bene, ma con tutto quello che avrebbe dovuto essere riconosciuto a chi dava continuità a un popolo, a una cultura, a un genere: servizi, eguaglianza, rispetto, lavoro. Queste cose le diceva in altri momenti, raccontando sorridendo quanto fosse stato naturale e insieme difficile avere figli, senza nessuna risorsa che non fosse il lavoro suo e di mio padre. E crescerci, e darci di più di quanto lei avesse avuto, con gioia, senza pensarci. In fondo l’amore era facile, ma l’impegno per andare avanti era ogni giorno.

Non le piaceva la retorica dei politici che parlavano di famiglia, e tantomeno l’osannare le  madri del fascismo per farne carne da cannone, non le piacevano le parole prive di concretezza. Le piacevano i fiori, i cioccolatini e che il giorno in cui qualcuno aveva deciso, per chissà quale motivo, fosse la festa della mamma, che noi la festeggiassimo. Io non la pensavo come lei, dicevo che erano tutte cose che inventavano per vendere, che le volevamo bene sempre non un giorno solo, ma poi le facevo gli auguri, le davo un regalino dicendole che oggi le volevo bene di più. E lei era contenta. Anche oggi gliel’ho ripetuto che le voglio bene, anche se c’è sempre e non c’è più, perché in fondo questa, oltre che delle madri, è la festa del voler bene e dei figli. E tutti figli lo siamo di una donna.

Buona festa a tutte le mamme e a tutte le donne.

colmare di vita ciò che si scinde

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Nel percorso sghembo tra severità (con me anzitutto) ed eccessiva tolleranza, c’è una crepa. Una di quelle belle crepe che spaccano l’una dall’altra parte. E lì è cresciuto di tutto, si sono annidati animaletti da compagnia, il muschio ha reso piacevole ciò ch’era scabro, persino un albero ha messo radici. E cresce.  E ciò ch’era monolitico si è scisso per una interna tensione: intollerabile tirare avanti a quel modo. O più banalmente perché gli è mancata la terra sotto i piedi. Una terra presunta, supposta forte e invece labile al vento. Comunque sia stato, quel che è strano è l’accorgersi che la vita non è divisa o spostata in varia misura dalle due parti del monolite (questo non esiste più anche se lo si vuol considerare tale), ma invece ora cresce nella crepa, nel mezzo.

Così amica mia, tu così permissiva e inflessibile, come me od altri, sei stata percossa dalla vita, ingannata da ciò che ti pareva di dominare, ed ora non approfitti della crepa che si è creata nella tua rapida e polita vita. Non cogli il piacere del dubbio, per capire che lì sei, esattamente come molti di noi, che viviamo le nostre scissioni e raccontiamo di vivere per contrasti ed ossimori.

Dicono che in Giappone quando un vaso prezioso si rompe, esso venga saldato con l’oro che così evidenzia  la crepa e lo rende prezioso perché la vita l’ha percorso. 

credere per vivere

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Mi racconti il tuo limite al credere. Le candeline accese, la piccola preghiera, poi via, fuori dai luoghi in cui tutto si codifica. Un disordine ordinato t’accompagna, t’affascina il vivere che si codifica e s’incanala, l’ordine che emerge, che rassicura. Ma trovato l’ordine tutto s’impoverisce. Ha un posto e un nome, non fa più sforzi per sapere chi è. Lo sapevi? Eppure affascina e rende tranquilli. Almeno sembra.

Tu hai già le tue difficoltà, i problemi di crescerti assieme, ammettere gli errori che insegnano sempre. A tutti. Facciamo così fatica ad accettare gli errori, sembra si perdano pezzi di noi per strada. Definitivamente. La libertà di credere ciò che c’aiuta e ci fa bene, anche quando si sbaglia è una gran cosa.  E se questo induce la contraddizione in noi, come non viverla? Noi conteniamo le nostre contraddizioni, siamo abbastanza grandi per tenerle tutte. Anche senza sentirne colpa. Si dice di noi, di ciò che sentiamo e ci pare d’essere proprio quelli. Ci si abitua ai rifiuti come ai complimenti. Basta vivere ed emerge una assuefazione agli aggettivi che li svuota. Gli aggettivi mi ricordano i gusci vuoti dei molluschi, in riva, con il loro leggero rumore metallico: non hanno più vita, sono altro, ma ci sono ancora. Rumore piacevole, appunto.

Così si tiene tutto, anche il credere e il suo contrario, basta volersi un po’ di bene: una candela, un pensiero positivo e poi via nella luce esterna che nei giorni di sole (senti la similitudine?) abbacina e scalda, e muta i colori, svuota e riempie d’altro l’anima.

(c’è l’anima? non è importante basta sentirla)

C’è un prima e c’è un dopo, ma soprattutto un durante. Vivere è durante, durare un minuto di più delle cose che tolgono, che fanno male. Far resistere un minuto di più di una parte che si chiude e già una finestra si apre. Chissà cosa ci sarà poi, qui, tra poco, quasi adesso.

vorrei parlarti del mio vento d’aprile

Golfi così ampi e campi, sembrano respirare

nello sguardo che si perde,

e tra essi,versi crepitanti, odorosi di resine,

bruciano, nei fuochi di stoppia e rami.

Vento d’aprile,

dall’orizzonte vicino di collina,

dalle altezze d’albero, 

dal verde verticale, che spinge

verso il blu di cieli rigati dalle nubi

e poi s’atterra in tinte pastello, e bruni

risucchiati verso il nero d’anfratti e terra: 

pianura, monte e mare,

c’è vita tra bianchi di calcare,

grigi di selce, 

rumore di sassi smossi dall’onda,

spuma che si scioglie o vola via,

strappata.

Di questo, e del vento che accarezza le foglie

prima di strapparle nelle ventate d’aprile, 

del suo percuotere lamiere, 

e fischiare con voce di basso, 

di tutto questo vorrei dirti,

ma le parole

sono bulimici ciechi di gusto

e divorano perdendosi nel senso.

Per questo non so dire,

né dirti, se non un silenzio

che nei miei occhi canta.

frammento sul tempo

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… dovresti considerare se ciò che si vive sia un luogo utile alla vita, alla propria crescita. Il tempo s’assottiglia con gli anni, non è più sangue grosso privo di riflessione, che tumulta, spuma, e si perde inconsistente in mille luci di momento. Il tempo ora è lama affilata, che rade, seziona, classifica, e ci segue e ci precede per suo conto. Sembra poco il tempo eppure non sappiamo spesso che farne. Ci fa paura e con il nostro mordere il presente lo vorremmo ubriacare, ma alla fine ci accorgiamo d’aver contemplato ombelichi bene annodati di cui resta ben poca sostanza per sentirci più quieti.

Potremmo vederlo davvero, il tempo, in noi stessi, e darne giusta misura se ci peritassimo di vederci allo specchio, però questa è operazione che esige libertà dall’assomigliare e pazienza nel capire. Ci si accontenta troppo spesso d’un complimento che ci porta distante da ciò che si vive davvero, ha il difetto che dura poco e c’è già bisogno d’un altro e poi ancora, in continuazione, per non vederci davvero. Chissà perché non vogliamo vederci e dove sia maturato questo giudizio così negativo che ci fa cercare in noi qualcun d’altro. E tutto questo non fa capire se si sta bene dove si è, e se questo ci sia utile a vivere. Mi piacerebbe una tarantella del tempo dove si mescola gioia, attesa e ironia e il modo di vivere fosse parte di tutto questo. Nella tarantella c’è la maschera e il reale, ed entrambe sono la stessa persona, …