Oggi il cielo era così ricco d’azzurro, di grigio scuro e di perla che pensando di parlarti, non avevo parole. E non era quell’intercalare vuoto che oggi si adopera per manifestare uno sconcerto di maniera, ero proprio senza parole. O meglio, mi sembravano tutte imprecise e poco ricche per racchiudere la sensazione. In questi momenti vorrei che le parole avessero la forza delle immagini, quelle fatte dai fotografi che vedono nei particolari un mondo che si disvela e lo mostrano. Così gli occhi passano dalla distrazione alla meraviglia e l’evidenza di un colore, una connessione, una prospettiva riprendono il loro significato di una parte per il tutto. Ma non era di una figura retorica o dell’uso delle parole che ti volevo dire, era invece del sentire, cioè di come si avverte che siamo in un contesto e di come questo sia eccentrico rispetto ai nostri problemi o anche solo ai pensieri che ti avrei voluto raccontare. Come se ciò che non vogliamo vedere avesse una ragione forte in sé, indipendente e indifferente a noi se restiamo con le nostre piccole categorie e urgenze.
Mi guardavo attorno e nessuno aveva la testa verso il cielo, alcuni leggevano il giornale, altri parlavano bevendo caffè e cappuccini, altri ancora andavano verso auto che li avrebbero incolonnati da qualche parte. C’era vita, molta vita, ma singola e senza contesto. Per spiegarti, e avrei spiegato ben poco, dovevo dirti della sensazione che c’è nell’ oscillare tra cecità e vedere a seconda che si sia troppo dentro di sé oppure si esca e ci si guardi dall’esterno. E quando accade di vedersi dentro a un mondo ben più complesso di noi, ciò che è bello colpisce con una sua gentile forza. E’ il particolare che diventa contesto, mondo in cui si è. Credo che questo riguardi anche il comunicare e l’ascoltare in particolare. Ci accade in un concerto, oppure nel dialogo tra chi è molto interessato all’altro: il luogo diventa parte dell’esperienza.
In questa poca capacità di avere le giuste parole capivo perché ho la consapevolezza di non aver mai pensato d’insegnare nulla, ma al più parlato ad alta voce. Capivo che tra la saggezza e la sconsideratezza avevo quasi sempre preferito la seconda perché non aveva l’obbligo di dirsi. E così, anche ora, comunico quel che vedo e sento e il racconto, la trama di esso, è spesso così impalpabile da perdersi in un sussurro. Una sensazione è, a volte, un acuto ben tenuto, altre volte un mormorar di labbra che si scioglie nel silenzio. Così era stamattina, un non dicibile che volevo condividere, che riempiva di profondità e di luce, minacciava e prometteva, era presente eppur distante. Se avessi detto sarebbe stato un parlar del tempo, ma in realtà non era così: eravamo, in molti, immersi nella bellezza eppure non ce ne accorgevamo. Per questo spesso si è soli, troppo soli.



