Li conosco i soddisfatti, gli lavevodettoio, gli acidosi da maalox, che con il sorriso dell’ovvietà bieca percorreranno circonferenze di chiacchere per tornar da capo. Chi aveva capito (cosa? come?) si vanta: proprio lui ha fatto cadere i potenti, ne ha visto per tempo i piedi di sabbia, ed ora è pronto per essere scelto. Nulla aveva fatto prima, nulla farà poi, una scelta perfetta, conveniente per chi vive non del proprio pensiero ma di quello altrui. La conservazione li sceglierà, chi non vuol cambiare punterà su di loro perché nulla cambi e la mediocrità eccellerà in ciò che è insostituibile, ovvero convincersi di interpretare ciò che davvero ciò che pensa la gente.
Se il voto non premia l’arroganza del decidere senza capire i bisogni ci sarà il lamento che la gente non capisce. Sic anzi sigh: chi dovrebbe capire si lamenta di non essere capito. Dove andremo se non in braccio ai negromanti che leggono passato e futuro allo stesso tempo, quelli che vivono in torri di compromesso e si informano, leggono più giornali, parlano tra loro e si convincono. Professionisti dell’esegesi, non camminano (scendono) tra le persone di cui parlano, si informano se il popolo ha fame, se è inappetente, se è satollo. Hanno contratto quella malattia che nella sinistra si conosce bene ed è afasia strutturale del capire politico, ovvero il problema è altro, non capite e comunque l’avevo detto.
Avete visto un impegno vero perché la destra non trionfi? Se davvero cadesse Meloni, cadrebbe il circo della lega e di forza Italia, perché si reggono non sul governo ma sul fatto di governare dando l’impressione di essere altrove, sul contrasto senza oppositori radicali. Per questo non cadrà davvero la Meloni, perché regge un sistema vuoto di proposte e pieno di problemi. Qualcuno si ricorda da quarant’anni a questa parte quale sia stata una proposta politica riformista complessiva che sia durata più di due anni? La più recente idea, l’Ulivo, che non era certo un mostro di radicalismo è di 30 anni fa. Ecco il male dentro, da estirpare. Sono nate parole nuove per descrivere un mondo nuovo, la guerra si affaccia all’Europa e ne nega la stessa ragion d’essere: era nata per non ripetere gli orrori della seconda guerra mondiale. Dovrebbe essere il trionfo della diplomazia e invece prevale il militarismo. la qualità degli uomini di stato è precipitata nel calderone del potere, trascinando con sé le idee di gestire il mondo e la sua crescita equa e sostenibile, ma se non possiamo aspettare che sia la destra a rialzare le bandiere dell’umanità cadute nel fango, il compito di leggere bisogni antichi e nuovi spetta alla sinistra. Ad essa la parola e il mea culpa perché cadendo un muro mille altri ne sono nati e la libertà non è cresciuta ma la stessa democrazia diventa democratura. Se il silenzio fosse comprensione e meditazione sulla via da intraprendere sarebbe una attesa ormai fuori di tolleranza ma giustificata ma questa assenza di risposte priva di un motivo la sofferenza, perché se c’è da soffrire, un motivo, una prospettiva futura ci deve pur essere.
Si può sbagliare ma bisogna che il livello di realtà irrompa nella politica, che trovi soluzioni e non accordi cercando il piccolo inutile potere. Tutto questo è diseducativo, rende possibile che divengano giganti i nani. E se cambierà, più per caso che per volontà, ricordiamo che quelli che diranno di aver sempre saputo, e guardavano. Guardavano e basta.
tra dottrina e diottrie, preferisco le seconde che permettono di vedere
… se si vuole restituire una dimensione, umana, comunitaria, ecologica, non tanto in senso ambientale quanto psicologico esistenziale, alla nostra vita, se si vuole sfuggire a quello che ho chiamato il “ modello paranoico” che ci costringe a consumare per produrre a livelli sempre più insostenibili, a competizioni sempre più stressanti e ci priva del vero valore dell’esistenza, il tempo, non c’è “bio”, “ecocompatibile”, “we”, “sviluppo sostenibile” che tengano, il solo modo di tornare a “un’economia di sussistenza”, vale a dire, sia pure in modo graduale, limitato e ragionato, a forme di autoproduzione e autoconsumo che passano necessariamente per un recupero della terra e un ridimensionamento drastico dell’apparato industriale, finanziario e virtuale… Massimo Fini ne “ il fatto quotidiano “ del 20-11-2010
Per un mio quasi coetaneo, benestante, realizzato e inquieto può essere facile dire “ torniamo ad un’economia di sussistenza”, in fondo l’aggettivo graduale non inficia né il tenore di vita, né le opportunità residue, e neppure le abitudini vengono sostanzialmente toccate. Le priorità di valori, le necessità si alterano con l’età e si invertono quando si esprimono salendo sulla scala delle possibilità economiche, vale a dire che a seconda di dove ci si trova nello spazio-tempo sociale si hanno bisogni differenti. Ma ciò non toglie che quanto diceva Massimo Fini mi trovi consenziente. Purché non sia un lusso occidentale: il n.i.m.b.y che sposta altrove le nostre difficoltà, senza rinunciare a nulla.
La strada dell’alternativa a questo modello di vivere non può essere indolore, bisogna perdere in abitudini, rinunciare per avere. La mia esperienza di lavoro cercava di proporre una compatibilità incrementante nell’uso del territorio e una riduzione progressiva dell’impatto, ma nell’attuare il processo, non conoscevo la velocità del degrado complessivo e dovevo, per eccesso di variabili, assumere che alterando di meno comunque miglioravo l’ ambiente, mi restava il dubbio, che oltre alle parole, vendevo un sottointeso, un inganno. E il solo motivo per cui venivo creduto era nella parola compatibile. La mia proposta non alterava desideri, attese, abitudini, ma semplicemente le arricchiva della speranza di non essere in un treno lanciato verso una catastrofe. Ma anche una catastrofe non faceva paura, perché si pensava che qualcuno comunque ci avrebbe salvato. Questo è un pensiero generalista che coinvolge il rapporto tra presente e futuro ed esonda dall’ambiente, alla pace, al benessere, alla tutela collettiva, sono cose che vengono affidate a un potere che dovrebbe risolvere, provvedere mentre è proprio questo che conduce verso la catastrofe. C’è una presunta distinzione tra i più forti, i possessori della tecnologia, ma non tra i più deboli, quelli sono dati per perduti al benessere che conosciamo. Illusione, se non subentra la consapevolezza che il futuro è nelle nostre mani, se non verrà esercitato il potere del voto, dell’opinione pubblica, si salveranno i lontani, quelli che hanno poco o nulla perché resterà poco o nulla.
Tutti pensano sia meglio appartenere a questa parte del mondo ed è vero, purché si veda dove esso sta andando, sempre più velocemente e lo si fermi. Questo riguarda anche quelli che si danno da fare per avere un mondo migliore perché ciò che era urgente ora è indifferibile, ma non sembra. La quiete del 1914 e la ricchezza di speranze nelle sorti magnifiche del mondo, ci dovrebbe insegnare qualcosa. Solo quelli che davvero scendono negli inferi del disagio, della fatica, capiscono che il mondo è salvabile ma che deve mutare non per tecnologia ma per convinzione (che in questo caso significa rivoluzione economica). E se le cose procedono indisturbate, bisogna trovare la speranza altrove, chiederla a chi conosce il disagio profondo di chi vive la contraddizione tra l’essere uomo e non essere riconosciuto come tale.
Oltre al degrado del pianeta che già da solo dovrebbe mobilitare tutte le nostre risorse per incidere sulle scelte del potere, c’è la minaccia di una terza guerra mondiale, che pericolosamente le menti maneggiano come fosse cosa possibile e distante. Einstein dopo aver assistito alla sperimentazioni delle prime due bombe a fissione, disse che se quest’arma fosse diventata una possibilità concreta per risolvere le questioni tra gli uomini, la quarta guerra mondiale sarebbe stata combattuta con le pietre e i bastoni. Allora si era agli albori di un’era in cui il potenziale distruttivo è tale da lasciare vivi i virus, che vivi non sono ma sanno il fatto loro. Per il potere la carne da cannone non ha mai cessato di nascere e si riproduce ovunque, al ritmo necessario per il suo consumo da parte delle élites. Se si diviene consapevoli di tutto ciò, cosa se trae se non la percezione delle proprie contraddizioni ed inanità. E per sfuggire all’apatia o alla disperazione del fare, quale strada resta a disposizione?
Trascurando i cambiamenti repentini da catastrofe, resta la via del cambiamento delle coscienze, la consapevolezza del pericolo, il proporre, l’essere conseguenti e l’attuare stili diversi di vita. Rifiutare per resistere, non delegare la propria vita, praticare ciò che è compatibile con sé stessi, approfondire le analisi e le compatibilità con il vivere, ma resistere alle menzogne che modificano la percezione. Abbiamo bisogno di riscoprire la verità, di chiederla come condizione per delegare potere. Oggi la comunicazione manipola come mai prima, approva, rende compartecipi dei magnifici destini del comportamento prevalente, della moda dei consumi, della scienza orientata a trovare soluzioni a ciò che si altera in un percorso infinito di rottura e riparazione, propone immagini in cui la morte diviene un fenomeno distante, toglie la pietà e con essa l’umanità. Abbatte l’etica e con essa le difese perché sembra che quanto si decide e accade, non ci riguardi, ma non è così. Bisogna resistere ed essere conseguenti, maturare consapevolezze, essere progressivamente innervati di priorità diverse, di cultura che conosce l’altra faccia della realtà e non ne ha paura, ma cambia in conseguenza.
Resistere significa avere i giovani dalla propria parte, senza la maggioranza dei giovani non si cambia e non si vince la paura che tutto sia determinato. Ma i giovani sono la parte più difficile da convincere perché devono ancora consumare, temono di perdere possibilità in una concezione del mondo che appare “pauperista”, meno ricca di opportunità di star bene, di avere. Restare in un ragionamento riduzionista è castrante, riconduce a gruppi piccoli, religiosi, mentre serve una laicità del crescere differente che evidenzi un modo nuovo di crescita, che si alimenti di selezione nel consumo e non tolga possibilità, anzi aggiunga incessantemente e con evidenza, qualità al vivere. Non è facile, anzi, il vedere la propria necessità diventare norma, toglie la capacità di cogliere i problemi, le difficoltà del mutare abitudini, le implicazioni di un modello che si basa su una libertà di scelta apparente, ma sostanziale. Rinunciare all’auto per andare a lavorare a piedi a 3 km di distanza non è una grande fatica, ma se il lavoro fosse a 30 km, con i mezzi pubblici insufficienti alle necessità? E per le donne che hanno sempre un lavoro doppio tra reddito e accudimento, sempre di corsa, come possono fare? E ancora in una società basata sulla sussistenza ci sarebbe lavoro per tutti, e con quali garanzie? L’industria ha permesso la formazione di una contrattualità che ha generato la conquista dello stato sociale da parte dei lavoratori, l’agricoltura non era in grado di farlo. Il commercio mette in relazione il mondo, ma ha bisogno di una moneta comune non del baratto. Immaginate un mondo in cui gran parte delle cose che fate, avete e usate, non abbiano più significato comune, un mondo artigiano in cui la tecnologia non ha serialità, una tecnologia resa solo funzionale, quasi domestica. Il progresso che rallenta perché non servono in continuazione nuove “release” di software o di hardware. Immaginate un mondo con il manifatturiero ridotto, un mercato basato praticamente sull’uso e non sul possesso. Immaginate che questo commercio svuoti le scelte nelle vetrine e nelle bancarelle. Immaginatelo questo mondo che colloca le persone e le cose al centro del loro significato quotidiano, perché deve esistere una via aurea per combinarlo con il mondo senza critica in cui viviamo. E questo mondo fatto di consumi e di sfrenato consumo di energia, si alimenta con tutto ciò che trova, con l’ambiente anzitutto, ma esonda nella guerra perché essa diviene l’affare di chi fornisce armi e poi ricostruisce. Il più grande affare della storia dell’umanità può concludersi con la scomparsa della civiltà e del genere umano ma per chi idolatra potere e rischio, c’è sempre il pensiero che gli altri soccomberanno. Per questo oggi ambiente, guerra, si intrecciano in un nodo che definisce non il benessere futuro ma la sopravvivenza della specie. Per conservare ciò che abbiamo ricevuto a partire dalla bellezza, per modificare le abitudini e per scoprire le nostre felicità, per diffondere benessere, abbiamo bisogno di cambiare la concezione del potere che consuma uomini e pianeta, abbiamo bisogna che la pace non sia un ideale ma la realtà dei rapporti tra gli uomini. Essere vivi e liberi, non prigionieri della volontà di potenza, delegare e pretendere saggezza nel governo. Se qualche centinaio di trattori hanno imposto la possibilità di continuare a usare i pesticidi e di avvelenare ulteriormente l’ambiente, se anziché toccare le catene commerciali che sviliscono il frutto del lavoro agricolo, si sono tolte le tasse per i redditi alla produzione, allora è possibile che le persone possano cambiare in meglio il mondo e allontanare la minaccia di una distruzione della specie umana. Basta chiedersi se davvero vogliamo un futuro in questo mondo e cosa siamo disponibili a pagare per averlo.
“Per ogni agire ci vuole oblio come per la vita di ogni essere organico ci vuole non soltanto luce, ma anche oscurità”
Queste sono parole di Paolo Rossi, un grande studioso della memoria, se le riporto non è per dare forza a una asserzione, ma perché ne sono convinto. Se la memoria è un luogo in cui ci si può perdere, l’orlo dell’abisso di ciò che poteva accadere e non è accaduto, quando si cade, di colpo la luce attorno scompare, e lancinante emerge l’assenza di futuro. E’ come se un buco nero interiore assorbisse, con la sua immensa gravità, la luce. Abbiamo bisogno di sbagliare di nuovo credendo che non sbaglieremo per essere vivi. Per questo l’assenza di errore mi fa paura, come mi fa paura la fuga nell’esperienza che assorbe il senso. Sento entrambe come il tentativo di dimenticare qualcosa che non vuol essere scordato, che viene seppellito e riemerge. Se invece venisse affrontato riaprirebbe il futuro, ma non accade perché di finzioni siamo maestri, soprattutto con noi stessi. Dei divoratori di presente è fatto il mondo, ma è il mondo della penuria non quello del benessere, un mondo in cui si ha solo paura di perdere, in cui si smarrisce il senso dell’acquisire. Ben essere, è qualcosa che è in equilibrio dinamico con la propria storia, il presente e il futuro.
Torno, in questo girovagare sulla memoria e sull’oblio, nel mio concetto di tempo. Ho la sensazione di un tempo che s’allunga, non ha limiti al progettare, non consuma, si aggiunge e per questo può essere parco. Un tempo che può dare senza la fretta di consumare e non teme di perdere tempo, quindi un tempo che convive con la memoria, ma non la subisce.
Uscendo dal tempo cronologico si esce dalla necessità, le prospettive si dilatano, subentrano altri tempi, il kairos, il tempo dell’occasione, che non tiranneggia nel fare e riproporrà ciò che apparentemente si lascia, o il tempo del probabilmente, così presente in molta parte del mondo, dove l’uomo si affida alla propria volontà ed a quella del flusso del caso. Li sento presenti questi tempi e se, vivendo assieme ad altri, non sempre posso uscire dall’obbligo, sapere che posso vivere un mio tempo, mi regala una prospettiva diversa nella percezione di presente e di futuro.
Mi si potrebbe dire: illuso, non vedi ciò che perdi, non vedi che ti perdi? Ed io dovrei spiegare che non ho fretta, che progetto la mia vita e ciò che non ho fatto un tempo non lo rimpiango, perché allora era solo possibile, ma ora perché dovrebbe chiudermi la possibilità di fare, ed essere, con maggiore coscienza e gusto, senza l’obbligo di accumulare esperienze. L’esperienza adesso è vivere, non guardare l’orologio per sapere quanto sto vivendo, credo che sia per questo che si dimentica e ciò che si ripete sembra nuovo. E’ come avessimo dentro due orologi da leggere insieme, quello biologico e quello emotivo ed entrambi ci dicessero la stessa cosa, ovvero l’inutilità di rincorrere il tempo.
Sensazioni impercettibili di fastidio. Rapprendono senza chiedere aiuto alla ragione, sono il facile ricoprirsi d’altre ragioni. La domanda a cui rispondere è: con chi ce l’ho davvero e perché mi dà fastidio il suo interferire con me? Poiché la risposta neppure s’accenna, su croccanti modi di dire che sostituiscono le frasi, viene spalmato un sentire che mescola assieme la mancanza della giusta cura con la certezza di una incomprensione profonda. Una piccola colpa viene attribuita e il tutto è mescolato in crema da racchiudere sotto altri croccanti modi di dire. Si può continuare a lungo, anche perché il gusto dolciastro dell’essere incompresi alimenta non poco la considerazione di sé, fa sentire la propria differenza persino negli ambiti in cui ci si sente amati e protetti. Quella crema che si crea diviene appetibile giudizio, una sorta d’offesa lieve che tiene un po’ in disparte e accende l’attesa delle domande che si riferiscono allo stare. Tutto si misura tra ciò che verrà intuito e quello che resterà in ombra. In fondo è un gioco che lascia sempre la porta aperta al recupero. Un broncio del bimbo che è in attesa dentro i gesti, le attenzioni. E come bimbo è egoista, chiede d’essere accudito mentre non si prende cura. Non ha la leggerezza che sarebbe necessaria, però fa i conti con la ragione e il sentimento e questi sono nani forzuti che riportano le cose in un ambito dove ciò che c’è davvero emerge. Che stai facendo? Di cosa t’Incupisci? Non ci sarà la forza per sorridere e neppure per accantonare del tutto, ma il limite è già chiaro e tutto ritrova un posto d’importanza propria. Come nascono, i piccoli wafer di risentimento, vengono consumati, digeriti e scompaiono nei modi del vivere che di ben altro hanno bisogno. Non farli evolvere ma considerarli parte del silenzio è una pratica salutare. Neppure dovrebbero nascere, ma la perfezione attribuita è intrinsecamente fallace perché è bisogno d’altro, non libertà. E sul bisogno d’amore non si riflette mai abbastanza, ma neppure lo si lascia cadere se esso esiste davvero. Se è bene solvibile nel conto acceso tra anime che hanno innumeri ragioni d’essere insieme e che neppure devono attingere alla ragione per capire le alchimie profonde che le lega. Nella ricerca del benessere facciamo i conti con noi stessi e il mondo, quando siamo meno in equilibrio, insoddisfatti, preoccupati, giochiamo a chi risolverà la fatica che ancora non ha dimensione, per farci star bene. In questa sfera nascono dolcetti che tali non sono, che scompariranno dal ricordo ma fotografano un momento, una immagine in cui siamo a centro e attorno tutto è sfuocato, c’è e attende di essere riconosciuto. E’ solo stanchezza, tutto si rimetterà a posto. Riconoscere d’essere stanchi è già capire che il problema è in noi e che costruire silenzi è fatica inutile.
Il rancore è un veleno serio, modifica dentro e toglie luce, è una lama che scende e taglia la percezione. Produce disastri a chi lo prova e non di rado a chi ne è oggetto. Lasciamolo da parte, non ci riguarda.
Gennaio ha pomeriggi di ghiaccio, cioccolate fumanti di tenere promesse, mani protese e pensieri leggeri che scavano solchi in cuori accoglienti. Mattine assolate e notti precoci, uno sbattere d’imposte giù, dove stanno i cinesi, giù, dove l’antipatia costruisce cancelli, giù dove la luce fatica a costruire riflessi ma è pianta tenera il gioco, il pianto di bimbo che germoglia singhiozzi ridenti. Le finestre, per poco tempo hanno strizzato lampi d’intesa: ci s’incanta con poco, una maschera, qualcosa da fare, il disordine immane di cose semper fidelis, vive paziente di polvere e attesa d’incontro. Nello scivolar d’ore la luce balbetta, si tinge di rossi improvvisi, ricorda che altrove è nato chi t’ha preceduto, e t’ha subito amato, e in questi azzurri improvvisi, ha vissuto e han preso i suoi occhi. Di gennaio ogni dire il limite eccede, la giornata si scioglie e breve è l’attesa mentre il ricordo nel cuore rintana caldo e fedele, senz’abbandono.
Esiste un orlo del tempo, una fretta che diventa creazione perché genera pensieri che dovrebbero essere continuati e allora attinge a risorse sconosciute, le allinea, cerca di mandarle a mente, le rimanda con il senso della perdita che non sarà colmata perché nulla si ripete davvero nei nostri circuiti di senso, ma intanto altro, interrompe e porta via. Resta un alone che ricorda, sarà dissolto dalla creazione, che è furore e nostalgia.
La ricerca di dominare ciò che è un protendersi nell’ignoto e trarne un immediato senso è solo un capo del refe tessuto d’ illusione: è il filo che tenendo assieme genera il senso e il nuovo.
Così esiste una calma che non è noia, né bonaccia, è l’intromettersi di pensieri che salgono e sconfiggono il rettiliano che vorrebbe tutto e subito. Riportano, i pensieri, in una sospensione del capire della superficie, persino l’intuizione sospendono. Ed è un dialogo tra il dentro e fuori che nei momenti di mirabile equilibrio è meditazione. Nulla urge, nulla va perduto, tutto è labile per sua natura e come il capire si deposita e permette di pensare senza farlo. Vedersi.
In quell’attività dell’anima, ch’è guardarsi nello specchio oltre ciò che ad altri può essere utile, vedo segni del tempo, un lampeggiare d’occhi, tratti che riconosco, e allora indugio nei pensieri, che resistenti, han modellato solchi, tracciato mappe: percorsi ch’io seguo e ricordo. Ma anche il nuovo vedo e non sempre è facile o benevolo, è ciò che trattengo che mi ha segnato? E come lasciare ch’esso si liberi e corrisponda non a ciò che è stato ma a ciò che vorrebbe essere?
Chi mi vede, scivola su tutto questo, chissà che cerca, mentre anch’io mostro la vanità d’esser un po’ sopra il ripiegar la schiena, e tengo per me, e per pochi altri davvero, il senso di quelle strade che costante indago. Di tanti anni, ed errori, m’è riuscito il riconoscermi (il ricordo è così mutevole e creativo), mentre a dire ciò ch’è accaduto, solo i segni restano oggettivi.
Forse è questo che rende contento il sapere che una mano ancora lasci impronte di calore sulla mia. Andare, mentre mi guardo, andare in scelta o solitaria compagnia, andare restando qui, in cerca di me stesso.
La strada sono gli stop dell’auto che hai davanti e due righe quasi parallele. La strada è la velocità compatibile, i tuoi pensieri e chi ti sorpassa a destra e a sinistra. La strada è la radio che parla e si perde, che racconta e svanisce. La strada ha davanti colline marrone bruciato, crinite d’alberi che affondano le radici in arenarie piene di fossili e sale. La strada taglia le altezze, serpeggia tra salite e passi ma a volte s’infila in gallerie, allora ha paura del buio, la strada, e lo trasmette a chi non ha il volume troppo alto, a chi non parla, non pensa, non sorpassa sfiorandoti e suonando il clacson. La strada si avvoltola su se stessa ad ogni uscita, dissemina fabbriche, alberghi, distributori, campi e rifiuti ai lati, la strada sa dove andare anche quando tu non lo sai. La strada è un mezzo e un fine, per questo è sempre in riparazione anche dove non si vede nessuno e ci sono solo i limiti e le restrizioni di carreggiata. La strada è onesta, non ti chiede di correre, di bere troppi caffè, di stancarti troppo, ti assicura aderenza e ti mostra i tuoi limiti. La strada è lì fuori che aspetta di perdersi dietro di te, è paziente nella notte, sa stare da sola, tollera il giusto, anzi la strada è giusta. A lato della strada ci sono i colori, anche sopra e davanti, la sera mentre il cielo stende strati di colori caldi nel cielo, ti chiederebbe di fermarti, di guardare attorno, di respirare l’umido che viene dai lati, dai campi bruni, dalle distese d’alberi che corrono verso l’acqua. Ti chiederebbe di ascoltare gli uccelli che raggiungono i nidi, il freddo che entra piano nelle scarpe e risale il giaccone. La strada ti direbbe di attendere, guardarti attorno, ascoltare i pensieri e cercare una locanda per la notte in un paese dove non si va in vacanza. E in una stanza d’altri tempi, con le lenzuola che odorano di cotone e di fumo di legna, mettersi a pensare che c’è tempo e la strada attende senza fretta. È così scivolare nel sonno, con gli occhi che vedono le rosse luci degli stop che si spengono e il grigio racchiuso tra due linee è solo un tappeto di stanchezze consumate.
Ricomporre, ripeto la parola ad alta voce, ascolto il significato e il suono che è gia il mastice che rovescia la sindrome di Pandora.
Quanto è stato mobilitato in noi, per rompere un vaso stretto al suo contenuto e quanti equilibri sono, inopinatamente, finiti nella fornace dell’esperienza?
Nulla s’aggiusta e ritrova senso se non attraverso il ricomporre. Lo conosce il kintsugi nel saldare in oro le fratture, trae da esse la pazienza e la rilettura di ciò che s’è appreso e disperso.
Abbiamo dovuto rinunciare al presumere, scelta non difficile se non si vive nel posto sbagliato, ma è rimasto l’intuito, a volte delicato come piuma d’angelo, altre volte lama che s’affila.
Ricomporre però è la conquista dell’interezza, della comprensione piena, non dell’apparenza o di un’età dell’oro mai esistita, rimette assieme i pezzi che erano stati dispersi, ceduti ad altri, dimenticati.
Ricomporre. Vedo un tavolo, di quelli da lavoro. Solido, grande, ed affidabile, allineo i pezzi che man mano si ritrovano e cominciano a dare idea dell’insieme.
C’è una sensazione bella quella del prendere in mano il pezzo giusto, del saggiare gli incastri, sentire la solidità del combaciare, chiedersi dove sia finito quello che manca e ricordare. C’è una fisicità nel ricomporre interiore, il senso che glorifica tutti gli altri sensi, che accarezza con i palmi le rotondità ritrovate e quelle nuove che si sono formate con l’esperienza.
Ricomporre l’esperienza ritrovandone la dolcezza. Messe da parte velocità e consumo, per essere di più, bisogna provare con la libertà della lentezza, con l’auto ironia, il senso del limite, la gioia della leggerezza.
Non manca nulla e il lavoro procede, qui un pensiero, lì un ricordo, qua un desiderio, ancora una pulsione che aveva spinto ad essere, fare, osare e che ora diventa legante per altro.
Ricomporre come opera alchemica che oltrepassa il tangibile e modifica chi la compie.
Ricomporre per arare, seminare, e raccogliere con rispetto, equilibrio, gioia d’essere che si prolunga.
Nella sera la pace è un uccello che s’ammanta di rosso e di grigio, e pesca nell’acqua, per suo conto cenando, S’offende del mutare nell’aria, mi guarda, disapprova il mio essere altrove, le ali allarga, abbraccia nel bianco Il colore nel volo. Poco s’agita attorno, appena un sussurro, l’aria è il ferro e l’argento che cuce un tappeto alla sera. Lontano. Tace il piccolo bosco, nasconde ricci e nidi affollati, e mentre l’ombra divora gli arbusti, l’oro dei pioppi conversa col sole.
Nel tempo gaio in cui tutto importa, molto è disperante e finge la stessa natura della felicità, così la leggerezza è virtù di molti. Non di coloro che scavano nelle passioni, le scorticano come le parole che faticano a dire e restano intonse a percuotere il rimorso di ciò che non vien detto, allora le guardano sino a trovarne l’inconsistente anima ch’è solo porta per un altrove in perenne attesa di scoperta. Ci fu un tempo in cui l’addio era leggero, un prolungamento del tempo che ormai aveva preso altra attenzione. Certo c’era un arrestarsi, un riflettere, ma breve perché altro urgeva e soverchiava, cambiava il colore dell’alba e della sera, si immergeva nel giorno pieno d’attesa e di speranza nuova. Il soffrire entrava in un bilancio dove chi vinceva era l’urgenza del nuovo che cambiava l’ordine delle cose e come resistere a questa ondata di vita che non tollerava indecisioni. Si soffriva il giusto che sempre è ingiusto, così il difficile veniva consumato, reso relativo, portato nella natura delle cose e nessuno, o quasi, che aveva esperienza di notti consumate nell’attesa dell’alba, di un peso da portare verso una stazione, oppure un auto o un passo che s’allontanava verso un impreciso dove, giustificava se stesso se non con la necessità. Questo sentire sarebbe venuto poi, nel denso ribollire dell’interrotto, del non consumato, visto nell’esame impietoso dell’esausto andare, o nello strascicar parole che a nulla servivano se non a non dire. Quella parola che difficilmente si usa, regnava nel profondo e si scontrava con clangore immane di pensieri contrapposti: tradire era procedere, rompere ciò che sembrava essersi consunto e invece si sarebbe legato con tutto quello che prima era stato e ciò che sarebbe poi venuto .
Ciascuno è somma di ciò che è stato e sottrazione di quello che in vario modo gli è stato tolto. Gli addii sono sia nell’una che nell’altra parte e ciò che si è dato verrà subito, muta solo il porgere e il ricevere, l’essere sinceri con se stessi per dire ciò che è sentito e non può che far male mentre sembra solo bene. Non ci sono bilanci possibili, la vita è ciò che siamo nel momento in cui la pensiamo e sentiamo nostra, il resto è biografia. Essere fieri di ciò che si è diventati con fatica, piacere e fallimento e scontenti di non essere ancora ciò che si sarà.
In quei tempi così morbidi di vita, seta e sonno, dicevo che di me t’importava poco, troppa fatica per vedere oltre le parole, i piccoli moti d’espressione che già erano l’anima remota che s’agitava riconoscendo sé e te e che doveva usare il ragionar di perdere per trovare ciò che bastava, ma non bastava, ora come allora l’amore non si spegne, casomai muta e chiede d’essere riconosciuto, ed esaurito il tempo breve per capire mentre eravamo immersi nell’attenzione del desiderio, ciò che rimaneva era il ritirarsi come usa fare la luce al giorno, mentre gli sottrae memoria di colore, mette nella penombra i dettagli e chiama sommessamente a soccorso l’intuizione. Era poco e molto a seconda dell’ora della notte o dell’umore che il cielo regalava al giorno e agli uomini in attesa, eppure quel poco ancora cuce pezzi di tessuto, spazio, tempo, stato che non dissolve ma rammenda l’universo piccolo in cui ciascuno si rinchiude, fatto di finestre e piccoli canti d’ombra dove si posa polvere preziosa come ciò che ottenebra.
Questa terra è il luogo che mi ha generato, con la possibilità di essere ciò che sono. Nascere qui ha significato avere un cielo e una finestra da cui vederlo, una strada per andare a scuola, un cortile per giocare, il luogo in cui crescere. Così è stato per altri, con cui condivido la lingua, le storie dei genitori e degli antenati che si intrecciate nei secoli. È un luogo da cui partire, ma che genera nostalgia anche quando provo la meraviglia del mondo nell’andare. Forse per questo indefinibile sentimento torno a questa terra, al calore materno che è nelle pietre, negli alberi, nelle case, nel cielo. È il luogo in cui ho imparato ad amare, ad avere memoria, per questo la chiamo mia terra e non mi serve possederla, ciò di cui ho bisogno è camminare nelle strade, fermarmi a riposare lungo il fiume, guardare le case, le persone, il cielo e ascoltarne le parole. Anche le lingue che non capisco, ascolto, e diventano parte di questa terra che chiamo mia ma ne posseggo solo il posto dove dormire, mangiare, lavorare. Quando penso che andrò via, so che altrove non ci saranno le stesse sensazioni, che in un altro luogo per chiamarlo mio, ci sarà bisogno d’ amore, di pazienza, di capire bene cosa pensa chi lo abita. Finché questo non accadrà sarò un ospite e sarò parte di quel luogo solo quando le storie e il capirsi si intrecceranno, ma ci vorrà tempo e forse non basterà. Possedere una casa, della terra, avere denaro non renderanno mio quel luogo, perché mio significa appartenere per essere uno e questa non è una proprietà. Undici anni fa ero in Syria, in un piccolo villaggio del nord ovest, non c’era nessuno per le strade, le case ogni tanto lasciavano che un bambino uscisse per chiamarne un altro e giocare. Faceva freddo, c’era vento, allora una mamma o una nonna usciva e chiamava i bambini dentro. Al caldo. In una lingua di cui non capivo se non la musica delle parole. C’era amore e sollecitudine nelle voci adulte e i bambini rispondevano con lo stesso altalenare di toni, di vocali e consonanti, come in una canzone mormorata all’orecchio dell’amata. Una di quelle case a un solo piano, c’era una insegna in legno con scritto a pennello: museo e dentro l’unica stanza, un bellissimo mosaico di epoca romana, forse di quando Tito era imperatore. Mostrava con migliaia di tessere sapienti e colorate, una grande geografia di navi e pesci nel mare, di coste e deserti, tracciava i luoghi e i nomi delle città . Molte di queste città erano state potenti, ricche di uomini e monumenti, ma erano scomparse, e quel villaggio era quanto rimasto di una di esse, particolarmente grande. In quei luoghi le generazioni si erano succedute, erano passati i persiani, i greci, i romani, i crociati, gli arabi, i turchi e poi nuovamente gli europei, i francesi, gli inglesi e poi di nuovo gli arabi. Per alcuni di questi quella era diventata la loro terra, perché l’avevano amata, si erano fatti possedere da essa, avevano imparato dai vecchi abitanti, abitudini, lingua, il tempo della vita e della morte. Avevano onorato e preteso rispetto agli uomini, tanto che ormai chi si era fermato, diceva che era la sua terra. Uscendo dalla casa museo, era tornato il vento, nubi di polvere portavano le ceneri di chi era passato, i bambini giocavano, le donne e gli uomini accudivano le poche pecore nei recinti. Era la loro terra, non occorreva possederla, bastava vivere in pace, crescere i figli, parlare con i vicini e ogni tanto ridere o piangere assieme. Nessuno di loro versava sangue altrui per avere altra terra, che non sarebbe stata la loro e avrebbe preteso altro sangue e tolto sapore e volontà alla vita. La loro terra era piccola e bastava per vivere, chiunque si fosse aggiunto avrebbe avuto bisogno del necessario e poi di vivere in pace con chi c’era. La mia terra non è bagnata di mio sangue, mi disse la mia guida, e neppure mi appartiene ma è il luogo in cui vivere. Qualche volta ci hanno cacciato, poi siamo tornati, perché chi aveva preso il nostro posto, versato il nostro sangue, non era riuscito a dire che quella terra li possedeva, erano solo i padroni e volevano cose diverse da quello che essa poteva dare. Potevano essere cittadini del mondo, se avessero condiviso la pace e la vita e il mondo sarebbe stato loro e nostro.
La mia terra non è mia, non mi appartiene, io appartengo a lei, e lei lo sa quando mi fermo, la sera, a guardare gli uccelli, il cielo. Quando ascolto la musica delle parole è poi cammino in mezzo a esse, sa che con la notte cerco il caldo della casa e che mi basta perché ciò che mi dona è quello che mi fa sentire parte di lei. Per questo amore questa terra è mia.