Che sarà rimasto dell’impronta del mio corpo davanti al quadro?
Gli atomi e le molecole d’aria per accoglierlo si sono spostati, dei neutrini l’hanno attraversato indifferenti, qualcuno si è messo un po’ a lato e ha intrecciato le aure. Ma senza volere, con l’ indifferente pazienza di chi non conosce il tempo.
E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato, è rimasta solo l’eco e l’impressione d’una vibrazione che trasformava energia in materia? L’interno della bocca si è ammorbidito e poi seccato per la meraviglia.
C’erano voci attorno. Alcune normali, altre sussurrate, avranno spinto l’aria addosso. Senza sapere hanno accarezzato un timpano, degli abiti che si muovevano, un corpo avvolto, il viso e il collo d’uno sconosciuto.
E del viso che s’è girato, degli sguardi incrociati, dell’attenzione momentanea che ha trovato un particolare che stupiva, cos’è rimasto?
Mentre il quadro, apparentemente immobile, faceva muovere piano i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto, forse lo sapeva che pian piano stava diventando un foglio su cui ciascuno scriveva con caratteri solo a lui conosciuti, che ne dipingeva un lato, che metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta e che infine lo lasciava cadere volteggiando nella pila di fogli della sua memoria.
Poi il corpo si muoveva, gli occhi cercavano di essere sorpresi e occupavano nuovi spazi mentre vibrazioni, atomi rimescolati assieme al pulviscolo d’intelletto che staziona in ogni museo o biblioteca o montagna, foresta o mare, danzavano. Era la memoria dell’aria che finiva in uno stipo dell’universo dove tutto il possibile di quel momento si archiviava in attesa di un nuovo presente.
E il corpo era parte di quel possibile che coincideva con una delle infinite bellezze disponibili.
Allineando bisogni e soddisfazione di essi, manca sempre qualcosa. Non basta mai, come negli amori migliori. È questo che spinge a scrivere, a mettere in fila parole e concetti, oppure è l’assenza, il vuoto del non compiuto e possibile. I diari sono il dialogo con il sé profondo, cose da adolescenti che non crescono mai. Se è vero che tutte le età della vita coesistono e stanno silenti per dissimulare la complessità e al tempo stesso per non dare troppo nell’occhio ai severi censori della normalità sociale, non sono ferme, agiscono. Così nel poligono delle forze che contraddistingue le scelte, accanto alle necessità troviamo tutto sino all’innocenza e all’assenza di etica sociale. Difficile distinguere le influenze di ciascuna componente, servirebbe un gascromatografo dell’anima che distingua presenze e percentuali, ma sarebbero solo numeri, mentre basta un’ammaliar del bello perché tutto muti e ciò che sembrava importante diventi accessorio. I diari si scrivono a posteriori come noi fossimo il libro e leggessimo dentro una trama da comprendere, il gesto da interpretare, un pensiero che si fa insistente e diviene desiderio. L’adolescente si muove tra forze immani, quelle esteriori che comprimono e regolano e quelle interiori che non tollerano vincoli, che dialogano con i sentimenti. Da un lato sta il giardiniere che costringe e pota e dall’altro la pianta che sboccia e vuole trasformare se stessa, darsi un senso, seguire la pulsione. Il diario raccoglie strade, sentieri, percorsi. La ricerca della verità e del senso delle cose mai facile da mettere in parole.
Per molto tempo, lo faccio anche ora, mi fermavo in una vecchia osteria diventata bar, dove a volte incontravo gli amici. Ci fossero o meno, guardavo le persone attorno. Giovani soprattutto, un tempo erano coetanei o di poco più giovani e poi via via il distacco di età era aumentato. Guardavo, senza intenzione morbosa, lasciando che i gesti, i frammenti di parole mi arrivassero mentre immaginavo le vite. Erano libri da leggere, non ancora scritti eppure già in azione e non meno espliciti. Quando si immagina ci sono almeno due componenti, se stessi nel momento e il complesso di storie, nozioni, intuito ed esperienze che si sono accumulate. Se ci pensiamo bene in fondo tutto coincide in noi, si ricompone e ci porta verso uno specchio, verso la nostra immagine sfuocata ma riconoscibile. Le storie che leggiamo negli altri hanno molto di noi e delle nostre età conviventi, del luogo, dell’emozione che stiamo vivendo, del milieu a cui apparteniamo. Per questo è difficile separare, ma non estrarre e discernere, solo che ciascun elemento, ciascun tratto, che poi verrà tradotto in pensieri e in parole, è un’ approssimazione del compiuto che per fortuna non si compie. Capire che siamo destinati a restare interrotti spinge a fare, a essere, a costruirsi partendo da progetti che per loro natura sono sempre imprecisi. Analizzare l’imprecisione, il confine o meglio il limes, è il tuo compito, caro diario. Che tu sia scritto o meno, parli e rifletti, cerchi tranquillità nella bufera e generi tempesta, questo sembra essere il tuo compito mentre unisci passato al presente e generi futuro.
Il profumo di un luogo, di una situazione vissuta, muta nel tempo e si mescola al presente, è un potente generatore di storia che agisce, ma ha radici talmente profonde e contorte che ciò che lo alimenta si perde dentro. Ci sono verità acquisite, magari da mettere in discussione perché ormai obsolete, sentimenti forti che sono i punti in cui salvarsi, un mescolarsi di rifiuto e accettazione, di desiderio e rinuncia, di tempo senza limite e fretta. Tutto in salsa quotidiana cioè scandito da quelle consuetudini che tengono assieme il giorno, ne sono trama finché non emerge una passione forte e imperiosa che scardinerà ogni priorità. Tu, caro diario puoi essere un insieme di frammenti, un mosaico a cui le tessere si aggiungono e mutano intento e figura, oppure un fedele registratore di indizi la cui chiave resta nel possessore della logica, ovvero in chi ti scrive. Leggere un diario è spiare dal buco di una serratura, si vedono solo parti della stanza, delle figure, si completa con la mente il quadro, ma cosa agisce e sosta nella penombra, negli angoli morti non è dato sapere, però se ne vede l’effetto. E questo, caro diario, tu sei: un libro mastro di effetti e di cause in cui resta un insieme ma la forza del particolare si smorza, per questo vorrei tu fossi un insieme di tracce, di storie che iniziano o che continuano mentre il loro cominciamento si perde in anni, esperienze, vissuto. Un insieme di storie che mescolano il parlato al pensato, la riflessione all’impressione e che il tutto sia un testo aperto che continua, annoda e scioglie, tace e attende il momento propizio in cui la pianta e il fiore, tutt’uno sembrano compiersi ma in realtà, insoddisfatti, proseguono e ancora generano. E’ così strano il tempo, caro diario, così galantuomo nel suo codice morale che ogni cosa trova un posto e si deve decidere se lasciarla o tenerla con noi, ovvero pensare che vi sia una circolarità, un ripetersi che ci rende prevedibili, oppure una linea che con fatica traccia se stessa e di cui tu sei testimone. Ognuno sceglie e in questa scelta mette un bisogno che fatica a distinguere la fuga dalla corsa verso il nuovo o l’antica mancanza dal circolare ripetersi di un rimpianto che muta e si rinnova. Se si toglie la colpa non resta l’innocenza, bisogna ricordarlo, e tu caro diario, non dimentichi, approssimi. Ricordalo.
Ognuno di noi è il prodotto di un numero grande di variabili e di scelte altrui. Le strade che generano e percorrono le vite sono il frutto di scelte che si intersecano con il nostro libero arbitrio. È il regno della possibilità e degli universi paralleli e molto più concretamente è la nostra storia che deriva da una catena ininterrotta di vite e presenze. Mi capita di pensare a mio nonno, di lui ho una fotografia, pochi pezzi di racconto degli anni di vita, storie di famiglie che si scindevano perché una morte toglieva la possibilità di continuare una attività, un commercio, l’integrità di un clan. Così un gruppo si spostava, cercava fortuna lontano dalla piccola patria che per secoli era stata il luogo della presenza unita. Mio nonno con l’intero ramo familiare non aveva fatto eccezione, ma questa è un’altra storia. Da questo nonno sono venuto anch’io, dalle scelte sue e soprattutto di altri, si è determinata la sua vita e quella di mio padre e mia nonna e come onde in uno specchio d’acqua, altre vite e scelte in un intersecarsi continuo. Quattro anni fa ho cercato il luogo dove si è annodato un tempo con altri tempi, ho capito che tra quelle doline, macchie di quercia, terreni aspri e case sparse, era accaduto qualcosa che era dolore, storia e continuità. Gli ho reso grazie, come sò e posso. Ognuno di noi inizia ed è continuità, questo il senso di essere flusso. Passato, presente, futuro. Non ci si perde nella memoria e lì si trovano dolcezza e gratitudine e senso.
Il 17 agosto era il suo compleanno. 17 anni li aveva lasciati nel secolo precedente e 17 nel nuovo. Era abituato a fare conti, confrontare numeri, vedere i risultati. I numeri erano curiosi a volte, ma non tradivano, si sommavano, sottraevano, dividevano, ma alla fine restava un numero che rappresentava qualcosa di univoco. Un dare e un avere. Lui pensava che doveva ancora avere molto. Aveva persone che amava, due figli, una moglie, un lavoro, una vita da vivere assieme, quindi i conti erano aperti, i numeri dovevano tornare. Quella notte ci fu il trasferimento che era stato comunicato in giornata. Poche parole in italiano ripetute dagli ufficiali, verso i sotto ufficiali, e poi giù fino alle orecchie dei soldati. Le sue. Tra soldati parlavano in dialetto, il battaglione era stato costituito all’interno di due province vicine. C’erano anche altri che venivano da regioni diverse e parlavano altri dialetti, ma alla fine ci si capiva. Lui era abituato a capire lingue e dialetti differenti, parlava anche la lingua di quelli dell’altra parte dei reticolati, ma non serviva, non c’era molto da dirsi in linea, c’erano solo urli e sfottò. Ed erano meglio i secondi perché significavano quiete. Venivano da un turno di riposo, dopo essere stati in linea dal 13 maggio al 23 luglio, sempre da quelle parti, ed erano stati dimezzati: 1806 uomini e 36 ufficiali morti. Poche centinaia di metri conquistati, erano passati da quota 224 a quota 247. Numeri che erano piccoli dossi e buche che lì si chiamano doline. Buche in cui si ammucchiavano vivi e morti, pietre e ordini, assalto e fortuna. Numeri. Si contavano muti, la sera, poi c’era la notte per pensare e la speranza che la sera dopo si potesse contare di nuovo. Chissà cosa pensava ricordando maggio, giugno e luglio. I visi si confondevano, le persone e i fatti, tutto nel rumore degli scoppi, la corsa dell’assalto, l’acquattarsi nella dolina. Fare, sparare, correre e attendere la notte, non pensare, restare vivo. Nei momenti di quiete ci si aggrappa a quelli certamente vivi, alla famiglia. Contava la famiglia e lui, lui e la famiglia. Vivo. Durante il riposo e le esercitazioni si formavano gruppi, assonanze sociali, quasi parentele, ma sapevano tutti che erano su un crinale, vivere era questione di attimi, dipendeva da una coincidenza con una pallottola o una scheggia, dalla caduta di quello a fianco, dal caso. Fino ad agosto riposo, meno di un mese e poi il 17, il giorno del suo compleanno, di nuovo in linea, immersi nel caldo torrido del giorno, con la pietra che si arroventava e lì c’era solo pietra. I pochi alberi erano stati spazzati via dai bombardamenti preventivi, i cespugli bruciati dai lanciafiamme. Pietre a pezzi, sminuzzate, frammiste a metallo di scheggia, reticolati, doline e trincee, teli sbrindellati e la comunanza di essere accalcati gli uni sugli altri. In attesa. Il tempo si comprime e dilata, lì per giorni si caricava con la molla dell’attesa. Non passava mai ed era sempre corto, immediato. La notte del 17 era fresca, come tutte le notti, si faceva sentire l’alito del vento del mare di Trieste che s’incanalava tra quelle valli strette, lambiva quei cumuli di pietre. A luglio, dal colle di Sant’Elia, il mare si vedeva e sembrava così strano che laggiù ci fosse una vita normale, che le persone andassero al lavoro, a casa la sera, dormissero in letti normali, facessero l’amore, bevessero birra fresca nelle osterie e a cena accarezzassero la testa dei figli chiedendogli com’era andata la giornata. Li, anche se non formalmente, c’era la pace. Il Papa aveva parlato di inutile strage per tentare di fermare la guerra, non c’era riuscito anche se i re e gli imperatori erano tutti cristiani. Ma poi quelle parole così comprensibili e adatte ai tempi non erano esse stesse una contraddizione: quale strage può essere utile? Lui non pensava tutte queste cose, la notte del 17 agosto, sentiva che andava in linea, compiva gli anni, e sperava che quella pace poco distante nelle retrovie avrebbe potuto raggiungerla. Contava i giorni in cui restare vivo. Iniziava quella notte l’11.a battaglia dell’Isonzo, un numero palindromo. E bisognava conquistare quota 219 poi quota 246, la dolina della bottiglia. Ma tutte queste cose non gliele dicevano, quando la molla del tempo si scaricava, usavano parole semplici: baionetta in canna, tutti fuori, all’attacco. Qualcuno gridava Savoia, qualcun altro moriva subito, altri correvano e i feriti urlavano. Col cuore in gola, sparavano e correvano, vivi, finché durava. Era la notte del 17 agosto, compiva 34 anni, si chiamava Antonio, aveva due figli piccoli e una moglie e li amava tutti. Restò vivo e li pensò fino al 22 agosto, in quattro giorni morirono tra quota 219 e 246, 1594 soldati e 67 ufficiali. Numeri, ma Lui fu uno di questi e il suo luogo convenzionale di morte fu indicato in quella dolina delle bottiglie che ora non c’è in nessuna carta geografica.
Aver fede nell’essere è fiducia in sé stessi. L’essere contiene tutto ciò che conosciamo, ciò che siamo e ciò che non conosciamo di noi. Tutto interagisce nell’essere, pesca nella memoria e nel futuro, è il tessuto che genera il genio e la sciocchezza. Questo non significa che tutto sia uguale, che non capiamo cosa ci fa bene o ci dà piacere e cosa è negativo, c’è un discernere che è un processo in parte cosciente e in parte si affida all’intuizione, ciò che ne esce è comunque contenuto nell’essere. Questa percezione che siamo più grandi e più capienti del giudizio che di volta in volta abbiamo su di noi, non è alterigia o peggio supponenza, ma piuttosto la percezione che quella parte in ombra che è sempre nostro essere, andrebbe rispettata, indagata con rispetto, accolta con umiltà. Pensiamo alla capacità di fantasticare, quella di immaginare scenari con veridicità elevate, la possibilità di ricordare, di elaborare un ricordo e riconnetterlo al presente. Il ricordo diventa vero nel processo che lo riporta al presente e contiene non solo il fatto accaduto, quanto mai impreciso, ma tutta la strada che lo riporta fino a noi, ossia l’essere com’è mutato. L’essere contiene il giusto e l’ingiusto, non sono capacità immanenti, ma forse ci sono tratti comuni della specie che affondano nell’istinto di conservazione e nei rapporti di clan che diventano archetipi trasmissibili. Questo emergere del giusto è connesso con un rapporto paritario tra specie, una sorta di armistizio che rende norma la cooperazione in funzione di un benessere. L’essere non cessa di essere tale nel gruppo, trova l’individualità come coscienza e mezzo di relazione e al tempo stesso accresce la sua capacità di crescita. La conoscenza è gli strumenti di comprensione si accrescono nell’analogia, diventano memoria di gruppo e sono trasmissibili, quando diventano limite è l’essere che si porta oltre e li infrange secondo un obbligo di fedeltà a sé che pacifica il confronto tra esteriore e interiore. Chi ci conosce davvero siamo noi stessi, è la solitudine della comprensione che sente il limite del comunicare. Il senso del vivere diviene la comprensione di ciò che è potenziale, che è presente ma non conosciuto. In questo consiste il vivere come approssimazione di ciò che siamo interamente, con la verità che rappresentiamo e che ci accompagna in ogni nostro pensiero, sogno, passione, scelta.
Ho letto a lungo. La luce ha tagliato la stanza, mi ha raggiunto, avvolto, abbandonato. Cercava curiosa le cose. Sembrava riflettere sul loro ordine perché si soffermava sulle pile di libri, sulle riviste, sugli oggetti messi in attesa. Ha percorso tre pareti prima di assumere una gradazione pensosa. Le nubi assorbivano il tramonto. In questa stagione rifulge di rossi e aranciati prima di scivolare verso le tonalità del blu. Già si vedono le stelle e l’impero della luce traccia le linee dei monti, attende la notte. Seguendo la luce, lo sguardo si è alzato dalla pagina, e sollevato dalla distrazione dal testo si è sentito libero. A volte il bello della scrittura, la sua precisione nello scavare e nel descrivere le altrui emozioni genera fatica e chiede di poter fare propria la bellezza e la bravura, ma prende, coinvolge profondamente, affatica. Così ho visto le piante aromatiche sul balcone. Ciascuna di esse aveva la difficoltà dell’estate, la lontananza dalla serra che le ha partorite. Le loro foglie sono poca cosa rispetto all’opulenza del sottobosco, i prati stanno riprendendo il sopravvento sulla terra rasata, mentre il fieno dell’ultimo taglio non è ancora nei fienili. Fiori ed erbe trovano equilibri, succhiano con decisione la vita, esondano nel sottobosco, gareggiando con miriadi di felci ed erbe da ombra e fiori e orchidee selvatiche. Le mie aromatiche si accontentano di una vita modesta in attesa di nuovi spazi e fanno il loro lavoro, con dedizione e umiltà pensosa. Dialogano con la luce e l’acqua, con il mio sguardo, chiedono comprensione per la fatica di vivere e regalare profumo. Però sono amiche della notte e i loro sogni sono nel profumo che si fa più intenso mentre il buio avvolge la stanza e le cose. La notte cancella l’ordine e il senso, fa emergere altre guide per i pensieri di chi ancora non ha sonno.
E il riposo è lasciar scorrere nuove regole, togliere barriere e prima di dormire alzare gli occhi al cielo per cercare la luna. La stessa che in questa notte, molti anni fa, veniva toccata per la prima volta da un uomo. Impieghiamo troppo tempo a lasciarci cambiare dai fatti, l’uomo non è diventato migliore da allora e ancor oggi un libro può spostare più a lungo il pensiero di un’impresa. Così le vite, nel loro mistero, racchiudono più desideri e sogni di quanti ne contenga l’orgoglio e la tecnologia che diventa storia.
Le mie, le tue, erano spesso virtù ineguali, lasciate all’estro che pescava dal profondo, e di tanta oscurità il colore ne soffriva, il voler essere cangiante era prigione: parlavamo d’altro eppure eravamo incredibilmente prossimi e vicini. Chi s’intendeva di magie avrebbe conosciuto l’assonanza, non noi, così aperti e chiusi, non noi che donavamo senza risparmio e conto. Eppure di quella necessità d’essere riluceva l’assenza, il grido acuto che non aveva parole, non ancora, o forse mai. Nell’occasione ripetevamo l’io, la necessità, il bisogno, mentre da tutto il vero urgeva il noi, l’allacciarsi nell’assoluto, e ancora il noi.
Riflettevo in questi giorni sulla difficoltà della sinistra dentro e fuori il Pd. L’onda montante che porta verso una società escludente parte dal basso, i ricchi sono cosmopoliti, possono permetterselo, i poveri oscillano tra due emozioni fondamentali: la paura di perdere il nulla che hanno e la solidarietà del proprio bisogno con quello dell’altro. Solo che la prima emozione prevale sulla seconda perché la politica di destra sociale si organizza nell’insicurezza e nella paura, mentre la solidarietà di sinistra sembra un valore personale, un buonismo che non risolve i problemi e che al più è carità. Confondono poi le indecisioni sulla priorità della pace, i silenzi sulla tragedia di Gaza, mancano le parole, le manifestazioni che uniscono, il coraggio di essere dalla parte di chi soffre e ha meno. Oggi un immigrato a Latina è stato scaricato davanti a casa, nel fosso. Gli mancava un braccio, tranciato da una macchina agricola. Hanno gettato anche quello con il corpo. Come fossero cose. È morto all’ospedale. Probabilmente se soccorso subito si sarebbe salvato. Questo raccapriccio che dura un attimo, che solo in alcuni è emozione profonda è indice di disumanità, di indifferenza. E nell’indifferenza passa tutto. A questo dovrebbe pensare la sinistra, a riportare umanità nella società, nel pensiero comune, ad estendere le solidarietà per far capire che esiste una società possibile e diversa. Se la vita è la realtà si trasferiscono nella politica allora il welfare, la povertà che cresce, l’economia, il lavoro precario che rende le persone cose, acquistano centralità. Si capisce allora che ciò che manca è un’ idea forte di società diversa da perseguire, la necessità condivisa di un cambiamento, di un vivere possibile e migliore che faccia abbandonare la paura divisiva del perdere. Stiamo tornando a un’idea aristocratica della società che si è trasferita dentro i partiti, anche di sinistra. Un capo corrente è in grado di distribuire benefici a chi gli porta voti e questo radica un potere nel territorio dove gli elettori diventano “clientes”, consolida l’ idea che il potere non si trasmetta democraticamente, per scelta libera, ma per interesse. Questa deviazione della democrazia nei partiti è una questione morale che genera altre questioni morali e mette il potere prima degli interessi di chi dovrebbe essere difeso. Finché non ci sarà un partito del lavoro e dell’equità che nasce dai bisogni, dal basso della condizione reale di vita e di disagio. Chi ha senso di umanità, chi persegue la giustizia sociale, chi vuole la pace, faccia quello che può per salvare la possibilità di cambiare. Lo faccia, dove è, vive, pensa e lavora per una città, un mondo diverso e una vita diversa. A misura di persona, di territorio, di politica, di identità. Non è mutata la necessità di essere umani e solidali anzi è aumentata.
Ho vissuto quel tempo senza lunghezza come un cavallo scosso, chi guidava erano gli impegni, le cose che giungevano già scadute, l’urgenza di un fare che implicava immaginazione prima che abilità e intelligenza. Ma forse si doveva unire il tutto e non me ne accorgevo, ci pensava il sistema simpatico a regolare le cose.
Mesi si aggiunsero ai mesi, diventarono anni e il transitorio mutò la programmazione del tempo. Le giornate erano folate di libeccio, si scuoteva tutto attorno, non dentro dove il periodare era diverso. Spesso contrapposto. Gli alberi nei giardini minuscoli, teste dissenzienti in balia di venti sconosciuti. Il sole appariva e scompariva tra nubi, tende, sbattere di imposte.
Ogni giorno aveva la sua quiete, la luce irrompeva nella stanza , il caffè, il silenzio delle prime ore del giorno, ravvicinato, trasparente e confuso con la vista dei tetti e delle finestre ancora chiuse. Correva la luce sui coppi, sui corrimani delle terrazze, sulla facciata ocra della casa oltre il vicolo. Offrivo al mattino un meditare che raccoglieva i sogni e li portava amorevolmente tra le cose del giorno.
Altri giorni erano i taxi per l’aeroporto nella notte piena che accoglievano i silenzi e le poche parole necessarie. Fuori le allodole già cantavano nel vicolo e i profumi dei giardini nella notte mi avevano accompagnato fino al corso. Asfalto, terra bagnata, rosmarini, rose, salvia, timo, tutto sparso nell’aria. Avrei dormito in aereo, in treno, da nessuna parte.
Non ricordo giorni di quiete fino alla piena estate. Ma della quiete c’è sempre poco da raccontare e meno da ricordare, certamente quei giorni c’erano perché ricordo i luoghi, i bozzoli di silenzio, i pensieri che liquefacevano e scacciavano le soluzioni.
Rispondevo a me stesso ben più che ad altri, del fare, delle azioni previste, budgettate e i pensieri, il meditare erano ben superiori all’apparenza del dire, dello stesso agire. Erano miei.
Fortificare se stessi e chi era con te, essere pronti, immaginare, conoscere i propri e altrui limiti, non eccedere, cercare aiuto in sé e solo se necessario, altrove.
La notte portava fresco, ricordi, musica nel buio, bagliori bluastri dalle finestre aperte. C’era il desiderio di essere parte sostanziale di qualcosa che si doveva compiere perché questo suggeriva silenzioso il daimon. Tra l’essere e le abitudini stratificate, c’era (c’è ancora, c’è sempre) un libro intonso che attendeva d’essere scritto. Ogni parola, scelta con cura di logica e cuore, parlava al vento d’ogni notte. Lo leniva e rassicurava, lo aiutava a preparare un altro giorno.
Tutto era acuito, veloce o lento. I profumi, la temperatura sulla pelle, la percezione dei suoni, la musica, le sensazioni del tatto, l’odore mutevole delle pietre scaldate dal sole, lo sbattere di una lamiera mal fissata, l’abbaiare insistente di un cane prigioniero. Non ho mai fatto così tante foto di notte, passeggiavo e non c’era nessuno, ascoltavo i passi, le ombre, le luci che davano contorni netti ai palazzi, alle cose. Quei contorni che non aveva il tempo dentro di me, i pensieri divisi tra la concentrazione e l’assenza, come se uno scalpello interiore si esercitasse con pazienza a scavare la materia delle emozioni e decidesse cosa doveva contare e cosa mettere in disparte. Un togliere perché ci fosse una forma e una fedeltà a sé, a ciò che ero e che doveva mutare ma solo in accordo con quel profondo che solo a me apparteneva e generava.
Ci sono questi momenti nella vita, basta capirlo, sta sempre così arrotolato su se stesso…
Comunque, s’incollava alle dita ed accarezzava la carta, forse aveva paura di sporcarla, d’essere appiccicoso; di certo c’era un patto segreto tra loro. Un patto che escludeva me, le mie necessità. Mai che il cerotto usi la stessa attenzione alla mia pelle; gli dico: dai, uno strappo e via, ma è una scia di peeling che se ne va e per un orso è pur sempre un trauma d’assenza quando si guarda il braccio o la gamba. In quei momenti capisco la pazienza della ceretta femminile, la capacità di sofferenza per piacersi, capisco e divago.
Il nastro adesivo negava il suo nome e le foto, le poesie appiccicate sulle porte dell’armadio aspettavano solo che mi girassi per staccarsi e cadere. Sembrava autunno con tutti quei fogli per terra, raccoglievo in silenzio e riattaccavo.
Credo esista una pazienza per le cose diversa da quella che usiamo alle persone, una pazienza che parla loro, le interroga, cerca un patto, chiede ragione di tanto accanimento e riflette. La pazienza è uno specchio, deve riflettere, deve far capire cosa si agita dentro quell’immagine che la guarda. La ragione del perché le cose non funzionano sta lì, in quell’immagine che pensa ad altro, che non si cura del mondo piccolo attorno. E’ la meccanica dell’uso che offende le cose.
C’è anche un’ira per le cose, un’ira distruttiva, anch’essa diversa da quella degli umani, un’ira che distrugge e butta via perché, tanto, le cose non capiscono. Gli si spiega che non c’è tempo, che devono essere efficienti, che sono fatte per questo. E le cose si rifiutano; sono riottose, dinegano, è così l’ira prende e strappa, distrugge, getta. Ma loro, pur a pezzi, ridono di noi. Ho visto una volta gettare a terra con rabbia e forza, una calcolatrice meccanica, le rotelle, gli ingranaggi andavano dappertutto, correndo allegri, mentre l’iroso, ormai contrito, contemplava la sua sconfitta e l’irridere delle cose.
Ma non è colpa delle cose, se si rivoltano una ragione c’è: non abbiamo più il controllo, le abbiamo sopravvalutate prima e gettate in un canto poi. Il nastro adesivo ad esempio, sta lì arrotolato, ma è diventato telescopico, il calore della scorsa estate lo ha trasformato in un cono, se adesso appiccica a rovescio e si ribella, è per trascuratezza. L’ho trascurato perché ce n’è troppo, troppe chiocciole con nastro adesivo in giro e pochi utilizzi e lui capisce che è finita la sua epoca. Occhieggia il nastro carta, vede gli adesivi e le colle in tubo, si chiede se sia passato il suo tempo e così si offende e non appiccica più. Della vecchia cancelleria a malapena resistono le graffette e fermagli. Negli anni del post it e della virtualità si attacca meno. Tutto.
Così anche la colla è seccata, proprio incazzata nel tubo rosso e si rifiuta di uscire, non attacca più, piuttosto si strugge a pezzi di consistenza gommosa e inservibile. Un giorno ho detto a voce alta: ma ti ricordi il profumo della coccoina? anche se non mi serviva la colla, aprivo il barattolo d’alluminio per annusarla. aveva un odore di mandorle, di noccioli aperti e poi il pennello a setola dura che scorreva sulla carta, vuoi mettere… Dev’essere lì che la colla s’è offesa e ha detto: adessotisistemoio, perché ha cominciato a sbavare, a venir via a pezzi. Userei lei per i fogli da incollare sull’armadio, ma è secca, rincagnita dentro il tubo e quello che ne esce è solo rabbia collosa, a pezzi bianchi che sporcano, ma non attaccano.
Bisogna parlare alle cose perché non si rivoltino, ripetere loro la funzione che hanno, fare qualche complimento: lo vedi che se vuoi attacchi, sei vecchiotta ma funzioni benissimo, come te non ne fanno più. E bisogna stare attenti, non pensare cose diverse da quelle che si dicono, perché le cose sono telepatiche. Se ad esempio si pensa: come te non ne fanno più. Per fortuna. Le cose sentono e si ribellano, sono permalose le cose. Bisogna stare attenti, parlargli piano, lasciare che diano la fantasia oltre la funzione, ma soprattutto considerare che aspettano, e chi aspetta nel migliore dei casi, pensa ad altro.
L’erba tagliata di fresco, riempie l’aria di profumo. La primavera eccita gli amanti dei prati rasati, i taglia margherite, che ammucchiano in piccoli grumi masticati. Sacchi d’erba messi davanti ai giardini in attesa della nettezza urbana che li trasformerà in compost. Nessuno lascia crescere l’erba, forse ne abbiamo paura e sembra che l’ordine sia nei piccoli fili ad altezza composta ed eguale. Così il verde tenero e nuovo trascolora nel nero i succhi dei tagli slabbrata.
Il buon giardiniere ha lame taglienti, ora fanno le macchine che non hanno bisogno di cote, anche quelle che con un pannello solare e quattro sensori si muovono instancabili a rasare il rasato. Perduto è il tempo della fatica con la falciatrice a rulli che non lasciava imputridire il taglio, il fai da te non ammette troppa fatica e chi lo rifiuta ricorre ai giardinieri che hanno fretta e uniformità di idee. Anche le cooperative sociali fanno quello che possono, i carcerati in affido non sono amorevoli giardinieri e i portatori d’handicap badano a non travolgere i fiori con i tagliaerba a filo che all’erba.
Questo ronzio delle macchine è una frenesia primaverile privata, nella città pubblica, a parte i grandi giardini, le aiuole sono i ritagli dell’urbanistica a metro cubo, trasformate in arredo urbano che da troppo tempo aborrisce gli alberi, che confina l’altezza dei cespugli. Il comune pianta bulbi per stupire ma l’idea di un verde comune si perde tra scarichi d’auto. Chissà se anche il russo steso sotto il cedro è arredo urbano.
Un tempo, non distante da qui, nel giardino dell’ospedale tisiatrico, s’erano formate grandi comunità di conigli che saltavano tra pazienti, fiori e visitatori. Poi in parte erano esondati verso aree verdi vicine, e di verde in verde avevano incontrato la fame che aveva arrestato le migrazioni. La fame degli umani, intendo. Dal lato della Specola, la Torlonga, si erano formate grandi colonie di anatre e altri uccelli d’acqua che uscivano rabbrividendo dall’acqua e andavano ondeggiando incontro al pane vecchio o all’erba tagliata. Gli appassionati umarel mai erano mancati. Era bello questo crescere d’animali oltre il domestico. Indisciplinati, non ascoltavano, non avevano memoria di crocchette e divani, però banchettavano allegramente alle spese della pubblica bellezza. Quella stessa bellezza pubblica che ora traccia file ordinate di fiori omogenei per colore, genere, fioritura. E ci si accontenta delle forme dei fiori, dell’esigua caducità del fiorire, mentre si potrebbe avere una città wild, con animali a spasso nei parchi, pronti a crescere secondo le loro regole di compatibilità. Un poco è già così e mentre falchetti e uccelli rapaci si annidano nei campanili e nelle torri, ora guardo le anatre e un coniglio disperso che saltella tra i grumi d’erba. Ai tempi di Beethoven, gli animali erano nelle città, chissà se ci pensava nella fantasia op. 80, che ho ascoltato ieri sera, con loro al parco. Li immaginavo seduti a sgranocchiare erba, cantare in coro o dirigere con un tulipano, incantati che la primavera si riempisse di suono.