Nessuno è in grado di vincere i fantasmi che albergano in noi se non guardandoli a fondo.
Mi torna spesso questo pensiero, come quello di un equilibrio impossibile. E invece l’equilibrio si può perseguire attraverso la consapevolezza, che non è un immoto contemplare ciò che accade in noi, come fossimo agiti da qualcosa che alberga nel profondo e che ci conduce ( paradossalmente più verso la rovina che la felicità ), ma la comprensione di cosa siamo nel flusso del vivere. Quindi la consapevolezza contiene la comprensione del sé e del moto e accetta il dolore che esiste nello iato tra realtà e desiderio, non volgendo il capo altrove.
Così si vedono i fantasmi: con lo sguardo che prende e trattiene e guarda nel viso. E si vincono poi nel rialzare gli occhi, nel guardarsi attorno, capendo che ciò che ci lega (il fantasma), è la paura del disamore che infine lo provoca.
28 anni fa, in questi giorni, mi fu regalata una seconda vita. Non è stata l’unica volta, ma è stata certamente la più importante. Un banale incidente, come si dice per esemplificare la precarietà in cui si vive e l’eccessiva sicurezza su cui ci appoggiamo, ma il cui esito poteva essere conclusivo. Bastava un centimetro più indietro. Ci furono 4 mesi di immobilità, qualche conseguenza che resta ancora, ma andò bene. Cosa ne ho fatto di questa seconda vita? Perché è indubbio che tale è stata. Certamente molte cose accadute poi sono proprie di una seconda vita. E per diversità, obbiettivi, risultati è cambiato il mio approccio nel vivere. Altre condizioni preesistenti sono continuate e hanno proseguito il loro cammino con me, vuol dire che erano importanti davvero. Ho pensato, anche, a quello che mi sarebbe stato negato e credo che la cosa più pesante sarebbe stata non vedere mio figlio crescere e non godere dell’amore che ho avuto e ho. In alcune tribù centro africane quando una persona si ammala e sembra non avere possibilità di guarigione, quando risana, gli viene mutato il nome, la sua famiglia precedente dev’essere nuovamente scelta, ma gli si concede, se vuole, di farne una nuova. Cambia lavoro e spesso anche ruolo nella comunità. Credo che quando ci viene data una seconda vita le scelte, sia confermate che nuove, dovrebbero essere discontinue rispetto a un passato in cui è subentrata l’abitudine. Perché magari non socialmente, ma interiormente qualcosa è accaduto e l’idea della fine che viene allontanata, esorcizzata, è diventata concreta, reale nel senso di possibile in quel momento. Ci sono persone che riempiono libri sulle esperienze post mortem e sul ritorno alla vita, ci sono molti articoli scientifici che spiegano, ipotizzano, giustificano, razionalizzano, ciascuno sceglie ciò che gli è più consono e gli piace, ma ragionare sulla vita significa anche considerarla una esperienza che si proietta in avanti e che dovrebbe farci considerare come si è vissuto sino a quel momento. Devo dire che sono stato un pessimo allievo, che dopo aver ripetutamente sognato il momento, il dolore successivo, rivissuti i momenti, ho messo il tutto in un luogo che è più angolo di riflessione che di cambiamento continuo. Ho anche smesso da molto di fare i bilanci di fine anno e i buoni propositi per il prossimo, ma una sensazione cresce da un po’ di tempo, ossia che le possibilità dobbiamo un po’ sfruttarle e meritarcele, che la fortuna coincida spesso con l’ottimismo e con la volontà gioiosa di essere, che lamentarci sia un modo per nascondere il dolore e trasformarlo in abitudine. Credo valga molto anche nei sentimenti, che il renderci conto che siamo vivi ha molto di positivo nelle scelte che si compiranno e che non sia necessario un incidente perché ciò avvenga, basta che sia qualcosa che ci muta davvero dentro. Ricominciare dai no per arrivare ai sì che contano sul serio. Se posso trarre qualche insegnamento da ciò che mi è accaduto dopo l’incidente, di certo sono diventato meno saggio, più combattivo, più determinato a capire cosa contenevo dentro e più ascoltante nei confronti degli altri. Sarebbe accaduto lo stesso, immagino, ma quando il pensiero torna a quel momento avverto uno spartiacque, un prima e un dopo, e fatti e cose sono accaduti, e mutamenti, e discontinuità, che prefigurano, nell’interpretarli, una diversa fase della vita, più giovane e meno connotata di passato. E allora mi penso davvero fortunato perché non solo mi è stata regalata una seconda vita, ma me ne rendo conto.
Un film che colpì molto nel ’73, parlo di chi allora aveva 20 anni o giù di lì, fu “Scene da un matrimonio” di Bergman. Vivevamo in un Paese in cui, pur con il ’68 appena passato, era meglio sottacere, far finta di nulla. Si discuteva di divorzio, ma il divorzio ancora non c’era, si parlava e si tentava l’amore libero, ma i sentimenti erano gli stessi di prima. Allora vedere che un matrimonio normale si rompeva perché lui s’innamorava di una sua allieva, ma poi le cose continuavano, i sentimenti evolvevano, si intrecciavano di nuovo, restava la sensazione che la vita era normale, dolorosa, difficile e civile. Un bel bagno di realtà, rispetto al ribollire di idee e di confusione che avevamo dentro e attorno.
Di tutto quel film mi restarono in testa due scene. La prima era quella in cui Liv Ullmann-Marianne parla degli anziani zii, (vicini ai 70, ma allora era già vecchiaia) che la sera si ritrovavano nel grande lettone e la vita sembrava ormai pacifica per loro e invece la zia chiede il divorzio perché i figli sono grandi e non c’è più motivo per stare assieme, non c’è più amore. La seconda scena era il ritorno assieme dei protagonisti per una notte, entrambi si sono risposati, si dicono felici, si ritrovano assieme per un anniversario. Stanno cercando una traccia importante di loro nel presente, forse un futuro, anche se non lo dicono. Fuori c’è silenzio, freddo e buio. Che sia la solitudine il motivo?
Il matrimonio veniva visto come contenitore di sentimenti: l’amore si era svolto, poi l’affetto non bastava più e la soluzione risiedeva nella razionalità del divorzio. Ma pure questo non bastava per rimettere assieme vite e sentimenti. Come se il lasciarsi fosse comunque una ferita che non rimarginava perché l’amore era una risposta alla solitudine e questa permaneva per sempre, al più si attenuava. Così mi pareva che la tesi fosse che le vite procedono e includono i sentimenti, ma l’esito può essere lo stare assieme oppure lasciarsi e che l’una o l’altra cosa dipendesse dalle scelte contingenti e che alla fine tutto ciò dipendesse dalla solitudine.
C’era una logica stringente nella meccanica delle cose, gli amori nascono, crescono, finiscono e pensavo che questa idea era così naturale che la sapevamo tutti, ma lì funzionava e qui no. Forse perché in Svezia c’era la razionalità protestante mentre da noi diventava persino arduo pensare l’idea che i sentimenti evolvono, e così il bene delle persone veniva spostato verso una loro relativizzazione. Una sorta di utilitarismo legato alla famiglia come entità socio economica prima che come insieme di affetti e siccome non si era trovata una buona soluzione economica tutto veniva tenuto assieme, si derubricava la paura del disamore, la solitudine. Certo gli amori per una vita esistevano, e si dicevano, ma non erano la norma, erano una conquista delle persone, non del matrimonio, però quello che ci stava dietro non si indagava. Per noi che eravamo giovani, già il poter esibire l’amore, sperimentare, discutere era rivoluzionario. Bastava, e sembrava che alla fine il cambiamento avrebbe risolto tutto toccando motu proprio la radice del bisogno di stare assieme.
Cosa e quanto è mutato da allora? Perché non si indaga abbastanza su questa solitudine che si insinua tra di noi e che nessun contratto riesce a sciogliere?
La domanda che si fa Marianne-Liv Ullmann, anche oggi pare abbia solo risposte personali e che in fondo non sia mutata:
“Credi che viviamo in una totale confusione? Credi che dentro di noi si abbia paura perché non sappiamo dove aggrapparci? Non si è perso qualcosa di importante? Credo che in fondo c’è il rimpianto di non aver amato nessuno e che nessuno mi abbia amato?”
Ecco questa forse era una radice del problema, ma esisteva il cambiamento, la psicoanalisi, gli psicofarmaci, e tutto venne semplicemente rinviato.
Scrivo come penso, confusamente. Senza rabbia e ben pochi giudizi. Servirebbero entrambi per mettersi su un piccolo sopralzo e dire chi ha ragione e chi no. E a me dire, non ho colpa, ma non è vero. Se mi sento troppo solo, m’ accontento di mettermi con una parte che ha un capo, ma non un’anima, né una coda. M’ ingegno a spingere senza guidare, cerco di accompagnare qualcuno che m’assomiglia. O almeno così mi pare. Discernere ancora mi riesce, di rado ho ragione. Sembra ci sia sempre qualcosa che non è stato considerato. E spesso ho l’impressione di qualche oscuro animale che nel suo sotto muoversi, impone volontà e poteri fuori della mia portata. Allora cerco di scavare, capire meglio, ma è tutto così agito che sembra d’essere burattini mossi da mani che non si toccheranno mai. E allora mi dico che forse mi sbaglio, che è una scusa per non fare qualcosa di buono. Buono per chi? Per me e per qualcun altro che la pensa più o meno allo stesso modo, ma anche per gli altri, solo che a questi sembra non importare poi molto..
Appartengo a una generazione che sembrava volesse cambiare il mondo e non è riuscita a cambiare le parti peggiori di sé. Oggi è più facile che qualcuno si chieda: ma quanto vali? O quanto vale, se parla d’altri. E non fa altro che applicare quel concetto di valore che dovevamo eradicare come fosse malattia infettiva, sapendo che è costruito sul nulla e compra cose e uomini, ma non compra ciò che si sente. Questo lo sapevamo bene, l’avevamo capito. Non avendolo fatto, la differenza oggi è rimasta la stessa, tra chi sente e chi non sente più. E ai primi resta un entusiasmo, una logica che illumina, un amore per sempre. Poca cosa, sembra, e così quelli che sentono si rintanano, non contano, a volte si trovano ai concerti, oppure si commuovono leggendo una pagina, guardando un quadro, dicendo a una donna che è così bella che gli toglie il pensiero e il fiato e davanti a uno sguardo stupito, gli spiace per un attimo di non essere come gli altri, ma solo per un attimo.
Solo il politically correct americano ha potuto inventare una dichiarazione di amicizia facile –e l’amicizia vera è ardua non facile- e il mi piace che può essere tolto dal contesto di un giudizio etico, limitandolo al ghiribizzo, o all’ estetica, o anche alla sola emersione momentanea dalla noia. E’ un modo ipocrita di far emergere le parti peggiori dell’individuo, senza pagare dazio, togliendole a qualsiasi riflessione. Così emergono i mi piace per sventure, tristezze, sfighe e porcherie varie, dove il mi piace forse vuol dire ti sono vicino, ma può significare anche molto altro: sei la realtà, è accaduto a te, posso guardare cosa si prova e non essere nella tua condizione. Tutto ben diverso dal con-patire, dal vivere assieme il dolore oppure la gioia, dal partecipare profondamente dell’altro, in questo caso sì amico. La rete, il virtuale, tolgono freni ed educazione alla riservatezza nel condividere. Tutto negativo? No, ma è un palliativo perché finiti gli aggettivi e contati i followers, la solitudine riemerge piena. Parlavo di ipocrisia perché non esistono i bottoni dei sentimenti forti, non c’è il ti amo, né il ti odio o il ti detesto, per questi sentimenti vengono lasciati lo spazio dei commenti dove potranno essere sfumati o meno. Quello che mi colpisce è la carica di aggressività che comunque esiste in questa società 2.0 , la trasposizione sul virtuale dei meccanismi azione/reazione che fanno così tanta parte della società economica e lo scivolamento di essi nella sfera emotiva è pieno e forse addirittura più forte, mancando il controllo sociale. Non è una novità, e neppure è nuovo che esso diventi fenomeno di massa, in tre anni Hitler mutò un paese che aveva una cultura imponente, classica, musicale, filosofica, che amava il greco e il bello, che aveva prodotto le principali invenzioni di fine ‘800, in un popolo che era disponibile a qualsiasi cosa, compreso perdere la vita per un concetto di superiorità che non c’era in nessuno dei parametri prima osannati come parte della propria cultura. Per questo non mi stupisco, ma mi preoccupo che non ci sia un argine, che al più si veli di ipocrisia l’emergere del superficiale come schema di pensiero, che non si analizzi e non si vedano le ragioni. Potrei consolarmi meditando sulla sublime inconsistenza del mi piace, del perché esso generi dipendenza. Magari ricordare che in una mostra d’arte raramente dopo tre bello, due bellissimo, un meraviglioso e un unico, resta ancora qualcosa da dire e si resta vuoti e ci sono ancora quadri da vedere, con l’annessa angoscia del mi piace reale. Quindi l’aggettivo è di per sé fallace e restrittivo, ma mi rattrista che in fondo si cannibalizzi il sentire e lo si trasformi in qualcosa che serve a sé, mentre l’altro ha l’illusione dell’essere al centro di una attenzione che in realtà è talmente labile da non avere consistenza. In fondo questa è la dimostrazione che il male della modernità è la solitudine e il disamore, ma parlar di questo non porterebbe molti mi piace.
Lama nuova, primo taglietto rituale dell’anno. Aspergo una goccia di sangue come un principe inca in omaggio all’esistenza.
Leggo i segni e ho colto una runa nuova sul viso: si è scritto un insistente pensiero. E’ bifronte, piacevole e doloroso. Consistente. Leggere il viso è leggersi dentro. Lietamente, per rispetto del passato proprio e degli apporti altrui. Ha segnato l’amore? E la delusione come s’è vendicata prima di dissolversi in consapevolezza? Sarà parola guida dell’anno: consapevolezza. Che sia lei che ha generato quell’ombra accennata? Era una scelta non fatta, forse? Nella geografia del viso le armate dei successi si sono infrante sul confine dei fallimenti. Accade così anche negli atlanti che il limite contenga un’ambizione e al tempo stesso ne abbia riempito di consapevolezza e cultura il territorio. Nel rito maschile del farsi la barba c’è una delle attenzioni permesse dall’ ego assegnato, in fondo giocare con una lama induce forza e tenerezza verso sé, ma è anche un momento necessario per guardarsi con attenzione. Vedersi. Se penso a una corrispondenza femminile, cosa di cui so poco, mi viene a mente lo stendere la crema o il togliere il trucco. Un fare e pensare raccolto: questione personale.
La lama scorre, liscia la pelle, il dorso della mano apprezzerà alla fine con un gesto rapido e un mezzo sorriso. Dei pensieri intimi davanti allo specchio, ben poco uscirà in parole, troppo personali per essere racconto di sé. In fondo ci si vede sempre in terza persona davanti agli altri. Ma in quella goccia di sangue c’è una consapevolezza in più e una riga tirata. Un prima e un dopo.
Mentre buttavo le briciole dal balcone, un piccolo assembramento di passeri si è radunato. Hanno becchettato quel che c’era, con molto senso della realtà, poi hanno divorato anche l’aggiunta, e infine sono sciamati in un volo corto fatto di fili e rami. Appoggi, insomma per stare a vedere. Siccome ho virtù aruspicianti, da quel breve volo, per inferenza statistica, ho tratto questo oroscopo egualitario, che va bene per chi ci crede e per tutti i segni, anche quelli sul muro e sulle scale che non si capisce mai chi li abbia fatti. E va bene pure per chi non ci crede l’oroscopo, perché al volo dei passeri nessuno si può opporre. Néanche Renzi o la U.E.
AFFARI: Distinguiamo, se per affari intendiamo gli aggeggi di solito elettronici, di cui non ricordiamo il nome, e a malapena la funzione, ma di cui certamente non abbiamo nozione del funzionamento, allora siamo circondati da affari che lampeggiano, rassicurano, inquietano e che sembrano avere una funzione consolatoria nelle nostre vite. l’anno a venire sarà ancora più ricco di questi affari che comunque non dureranno, e come gli altri si butteranno senza averne sfruttato le capacità. Se saprete coglierne il limite avvertirete anche un senso di liberazione e quindi affari nuovi vita nuova.
Gli altri affari, ovvero quelli che fanno i tipi in gessato, i conoscitori di vini pregiati che fanno bere agli altri il vino in tetrapack, i possessori felici e condonati, delle ville sul mare che costeggiano le nostre coste perché il mare è in loro funzione non per tutti, quegli affari lì andranno sempre bene. Per tutto l’anno e anche quelli a venire. Diciamo che i gessati appartengono a un altro universo che non ci compete e se i loro buoni affari fanno un po’ andar peggio i nostri, qualche motivo ci dovrà pur essere, ma per ora non sappiamo come metterci una pezza. Anche perché se mettiamo una pezza a loro restiamo un po’ col culo scoperto noi, che le pezze ormai le abbiamo lì.
LAVORO: nel 2015 chi avrà lavoro, lavorerà molto ma sempre con lo stesso ricavo. Alcuni si sentiranno dire: ti ho dato un lavoro e vuoi anche essere pagato? Ma allora non sei mai contento… Però si intravvederanno segnali positivi di uscita dalla crisi,e questo rincuorerà alcuni se avrà effetti pratici su di loro oppure deprimerà altri se non gli cambia nulla. Pare non sia una scelta possibile, quindi cercate di vivere al meglio e di aver fiducia. Per ora non costa nulla, la fiducia, anche se la si potrà detrarre dalla nuova denuncia dei redditi.
TECNOLOGIA: i passeri non erano passeri, erano droni, ma me ne sono accorto dopo. Sono sempre più intelligenti questi droni. La tecnologia ci coccolerà, affascinerà, convincerà per tutto l’anno e anche dopo. Ne saremo conquistati e compreremo un sacco di cose inutili e divertenti, che si rifiuteranno di funzionare quando servono di più. Saremo dipendenti e ci sembrerà di essere più liberi. Tutti i grandi marchi mostreranno novità che renderanno obsoleto e senza valore quello che non avete ancora finito di pagare. Le applicazioni che funzionavano tanto bene non andranno più con i nuovi sistemi operativi. E se con fatica avete imparato a far funzionare il penultimo ritrovato della tecnologia, dimenticatevene perché l’ultimo è diverso, più semplice e incomprensibile. Potete anche considerare cheperfino i droni passeri senza batteria non volano, che fare le 4 operazioni e scrivere su carta può persino risultare intelligente e senza attendere un black out mondiale cominciare a preferire la concretezza del legno, del ferro, delle piume e dei cuori pulsanti (ossia dei sentimenti).
SESSO: L’anno è aperto e promettente, Marte si incontra con Venere, se entrambi hanno voglia. Se siete degli dei non c’è problema, saranno situazioni idilliache e memorabili, ma se non siete dei guardatevi attorno e pensate a quello che davvero volete, la scelta sarà tra la durata e l’estetica. Come per le lavatrici tedesche. Comunque sia la scelta, visto che le possibilità sono ampie e l’anno favorevole, scegliete il meglio. E se non è vero che chi fa sesso statisticamente (chissà com’è il sesso statistico) vive più a lungo è pur vero che si diverte assai di più. Meditate, meditate, ma non per per troppo tempo, poi datevi da fare.
AMORE: L’ anno che si apre, secondo i passeri-droni è favorevole all’amore. A quello in corso, a quelli non ancora nati, a quelli che si concludono. La pentola del tempo sembra contenga sia la felicità che il dolore e che l’amore abbia la capacità di cucire entrambe e poi di metterle a disposizione come al self service. Abbiate fame e prendete una bella dose d’amore, consumatela che tanto ce n’è ancora, innamoratevi di chi lo merita e vi corrisponde e se vi capita di guardare il soffitto al buio, non è segno d’insonnia o disturbi alla vista, ma della necessità di ascoltare quello che c’è dentro: siete innamorati.
POLITICA: Il premier nel discorso di fine anno ha detto che la parola guida del futuro sarà ritmo: preparatevi a ballare. Sulle possibilità che questo sia un Paese tranquillo, i passeri-droni sono stati chiari: non sarà così. Ci sarà invece tutto il campionario di promesse, improperi, dileggi, speranze che fanno parte della politica non noiosa. Si vota il nuovo capo dello Stato, se ne avete voglia ci sono modi interessanti di partecipare attraverso gli allibratori di scommesse di Londra, di sicuro avranno più brividi delle quirinarie di Grillo. Forse si vota oppure no, ma il vero fatto nuovo è che il premier attuale non giura più sulla testa dei figli, come uno precedente, cosa che rassicura i figli, ma non il resto del Paese. Però promette il cambiamento, quindi non preoccupatevi ci mancherà niente. Allora dipenderà da voi occuparvi di politica, visto che neppure le elezioni mancheranno: potete fregarvene come fa il 50% degli italiani, aderire per opportunità a una parte come fa il 25%, credere a qualcuno o qualcosa per svariati motivi come fa il 23,5%, essere convinti di poter cambiare davvero le cose come fa l’1,5% degli italiani. Comunque sia la vostra scelta non illudetevi, la politica vi braccherà, vi costringerà a discuterne, influenzerà le vostre vite, vi farà inveire, vi darà delusioni e speranze, non le scapperete, allora tanto vale interessarsene davvero.
SELFIE: Sarà un anno favorevolissimo ai selfie, se ne scatteranno a miliardi. Aiuterà molto il riconoscimento momentaneo di chi li scatta visto che pare crescano i problemi di identità, e se nessuno sa chi è davvero meglio si scatti una fotografia e la metta su facebook, magari qualcuno lo riconosce. Tra le tante spazzature in crescita, dopo la plastica negli oceani e nei ghiacciai, ci sono i selfie. Se ne producono miliardi e sono usa e getta, solo che da qualche parte ristagnano e occupano memorie, cloud, sms, mail, social network, ecc. ecc. e stanno intasando tutto. L’anno che verrà non promette nulla di buono al riguardo, continueranno a moltiplicarsi finché ci sarà solo una immagine nelle teste di ciascuno, la propria.
TEMPO: Secondo una recente teoria pubblicata su Nature da due fisici americani sulla direzione della freccia del tempo (i due intervistati, hanno accolto il giornalista in maglietta e calzoncini corti, con delle pantofole interessanti a forma di orsetto quantico) si sono detti contenti della teoria e perplessi sulla comprensione della stessa), sembra che a partire dal momento zero dell’universo, il tempo e la sua freccia si siano espansi in entrambe le direzioni opposte, per cui le frecce sono due, opposte e noi saremmo remoto passato degli antipodi della freccia opposta. Questo provoca una piacevole conseguenza: siamo già stati e abbiamo una possibilità di futuro che già esiste. Tanto vale approfittarne e viverlo allegramente.
Buon anno a tutti, il tempo è una buona cosa, usatelo.
Sul fare o non fare regali a Natale, quanto questi siano un obbligo e quanto un piacere, se essi debbano rispettare i gusti del ricevente o viceversa, se si possa trovare un utile compromesso, se i doni debbano essere misurati sull’importanza, ecc. ecc. ; su questi temi credo che tutti si siano esercitati.
Ho trovato un po’ di chiarezza, dopo anni di insoddisfazioni, che se da un lato ha ristretto i doni a chi conta per me ed è vicino fisicamente, dall’altro cerca di continuare attraverso il dono un dialogo, un interesse.
Hai letto Coriandoli nel deserto di Alessandra Arachi ?
No, di che parla?
E’ una sorta di lettera d’amore molto bella. Tieni te lo regalo.
Ma mi hai già fatto un regalo.
E te ne faccio un altro. Vedrai ti piacerà.
Ma era destinato a qualcun altro e l’aveva già letto ?
Qui il dialogo potrebbe finire, il libro tornare nel sacchetto e una amicizia avere un po’ di sana sospensione per capire ciò che davvero ci tiene uniti. Invece ho detto la verità, ossia che l’avevo visto in libreria e comprato perché sapevo che di lì a poco l’avrei incontrato. Una giustificazione non dovuta perché, a volte, bisogna sopportare le distorsioni mentali, anche negli amici. E non è una questione di sincerità, o di buona educazione, ma di come ci si pone di fronte a un regalo. Non è necessario contraccambiare, ad esempio, l’imbarazzo non dovrebbe esserci, casomai l’emozione, e allora dovremmo chiederci perché un dono, che non è altro che un dono, dovrebbe generare un’ asimmetria? Questo apre un discorso infinito che riguarda ogni rapporto “amorevole”, restiamo al contesto, un dono è un darsi, un’attenzione oggettivata, un reiterato modo di dire che si vuol bene. Se chi lo riceve pensa ad altro, mette in discussione l’intenzione. Anche se fosse vero, anche se fosse un regalo riciclato, un rapporto e un dare sarebbe sminuito. Questo mi fa pensare che i regali si possono sbagliare, ma bisogna darli alle persone in grado di riceverli. Chi non sente che dietro un dono c’è altro , oppure lo banalizza, semplicemente non lo merita. E neppure la nostra attenzione sentimentale merita.
Mi vedeva scrivere ogni sera. Quando uscivo dalla caserma, andavo alle poste centrali o in un bar e scrivevo. Lui passava andando altrove, ma i percorsi dei militari erano sempre gli stessi. Fu forse per questo che mi chiese di scrivere una lettera. Sapeva scrivere, mi disse, ma la sua scrittura era incerta nell’ortografia, ripetitiva nei contenuti e invece voleva fare bella figura con una ragazza. Avrebbe copiato quello che scrivevo e la lettera sarebbe diventata la sua. Allora c’erano manuali per comporre testi in tutte le stazioni, copia da uno di quelli, gli dissi. Lui ci pensò e poi mi rispose: no, le lettere che si scrivono, sono diverse. Tutte diverse. Sono vive. Quella lettera la scrissi, non ne conosco l’effetto,andammo in reparti diversi e lontani, ma l’idea che le lettere siano vive è vera.
Le lettere più belle che ho scritto, quelle che avevano sin troppo di me, spesso non le ho spedite. Altre le ho scritte nella mia testa ed erano altrettanto belle, piene di legami forti e di vita, messe poi sulla carta si adattavano al mezzo perdendo colore, intensità, smalto. Alcune sono poi partite, altre ingrossano i miei fascicoli di carte. Mi è sempre piaciuto scrivere a mano, meglio con la carta giusta, bianca e senza righe, con la stilografica. Già il mezzo è un’attenzione verso chi riceverà e l’inchiostro stabilisce una intimità che è quasi un colloquio. Ubbie, romanticherie, una parte di me.
A mie lettere importanti non è stata data risposta, con le parole dette a voce si è inteso sostituirla. Non era lo stesso, ma anche questo era un segno che c’erano attenzioni diverse. Quando si scrive c’è un’urgenza, qualcosa vuole uscire e sa che resterà. La lettera è un soliloquio in presenza spirituale dell’altro. Gli si parla e si dice ciò che si ha dentro senza interruzioni. Alla fine le cose non saranno esattamente le stesse di quando si è iniziato, scrivere aiuta a capire, modifica. La propria visione delle cose meriterebbe un’altra visione delle stesse e del mondo. Un parlare di sé che vada oltre le paure, quella di mostrarsi, anzitutto. Se non accade, il mondo continua, significa che non è grave.
Di sicuro, chi ho amato ha avuto mie lettere, gli ho raccontato quello che provavo e quello che speravo. Non c’erano molti particolari della giornata, ma molti immutabili di sicuro. Il rapporto tra ciò che ci sembra non mutare in noi e ciò che ci accade attorno è un esercizio fine di discernimento. Specie se si è innamorati. Ci sono cose importanti che vengono fuori e sono la pazzia che salva ed è irripetibile. Spesso le parole sono state una gabbia nelle sensazioni, quando ho cercato di spiegare troppo mi sono perso, e allora ho chiesto alla parola scritta di modularsi con quello che sentivo, di affinarci assieme. Ho messo la pazzia del sentire nelle parole, confondendo immagini e analisi, legami e paure. E comunque ho scoperto molto di me raccontandolo a chi pensavo avesse una capacità di capire. Un esercizio di certezza e un affidarsi. Anche quando le lettere sono rimaste nel cassetto, il cuore ne era stato preso.
Mi è sempre piaciuta la posta, la definitività dell’imbucare, immaginare il percorso, la lettura, il riscontro. E finché tutto questo accadeva, anche il ripensare a ciò che avevo detto. Pentendomi non di rado, avendone paura o gioia. Conoscendo la sostanza delle parole, il loro potere, mi interrogavo sino alla risposta. E quindi lo scrivere lettere è stata un’ attività dinamica del sentimento, nulla è mai rimasto fermo. L’attesa dell’altro e il dirsi. Come un abbracciare anche quando era un addio, perché il bene, se c’è, non lascia mai davvero e se non c’è si abbraccia il nulla.
S’era messa a fare i biscotti. Farine, burro, uvetta a mollo nel latte, mandorle, zucchero, uova, lievito. Nella ciotola le farine mescolavano i colori in scie, attendevano il giallo delle uova e il paglierino del burro sciolto, ne veniva un aranciato omogeneo che si scoloriva nello zucchero. Mescolare, mescolare a lungo, con il braccio che sentiva la consistenza dell’impasto e la morbidezza crescente. Si lasciava andare, l’impasto, a quella violenza morbida e la densità, prima granulosa si rasserenava e diventava liscia. Una amalgama omogenea che inghiottiva uvetta e mandorle, golosa essa stessa di sé. Una crema densa ch’era quasi un peccato suddividere in piccole losanghe, cerchi, animaletti da formina che sarebbero bruniti nella piastra: era bella così.
Con gli ingredienti e le proporzioni, e un po’ d’amore per i propri gesti, il risultato non muta.Accadesse anche nei sentimenti… Fare, pensò, era un antidoto al pensare, all’oppressione che sentiva. Sapere che dalle sue mani sarebbe uscito qualcosa di buono, sembrava rassicurarla. E come l’accudire, fare biscotti o torte per sé e per i bambini era mettere del dolce in mezzo alle difficoltà. Perché per un attimo restasse l’amore. Anche in bocca. Solo l’amore. Cos’era la gelosia se non una malata forma d’amore? Malata di rifiuto, d’insicurezza, di possesso. E il possesso stesso era conseguenza della non certezza. Un giudizio su di sé, non sull’altro. Amato, desiderato, mancante quanto mai eppure non raggiungibile. Gelosia e cose dolci assieme, e una malinconia infinita, impotente, come un lasciar scorrere sangue da una vena aperta, che non fa abbastanza male e intanto toglie le forze. Languore del lasciarsi andare. Scorre il sangue, lo spirito, la stanchezza. tutto assieme. Prima tumultuava dentro sulle pareti, sciacquava veloce nelle curve, invadeva il cuore e colmava tutto fino all’ultimo capillare, cosicché la malinconia era in tutto il corpo. Ovunque. Ho un alluce malinconico. Pensò. E sorrise, con quell’allegria discreta che avrebbe voluto condividere con lui, che avrebbe voluto potesse essere sua. Chissà che fai a quest’ora? Pensò. Con chi sei. Chissà se mi pensi. Nella gelosia non si accetta d’essere meno che importanti all’altro, eppure c’entriamo noi, solo noi, è un’importanza non condivisa. Dove ho sbagliato. Pensò. Oppure non c’era nessun errore e ciò che ci condanna alla mancanza è qualcosa di distante, un vuoto che ci sembrava di poter colmare, ma che non ha limite e allora pretende d’essere esclusivo e vuole tutto per sé. Incolmabile mancanza non tollera l’insicurezza. Come ai funerali. Come si vivrà senza?
Vuoi più bene alla mamma o al babbo? Domanda stupida, inutile, volevo essere voluta bene da entrambi, non volevo bene a quel fratello che mi portava via il loro amore. quell’amore fatto di disponibilità e attenzione. A che serve essere come ci viene chiesto, se poi l’amore non è sufficiente, se non è disponibile quando necessita, se non c’è quando lo si implora muti perché afoni di dire. Eppoi dovrebbe essere naturale riceverlo, no? Invece non è così, non basta mai. Poi quando si cresce, si intromette il piacere e allora tutto sembra complicarsi e scomplicarsi. Il piacere condiviso lega assieme, è la porta della confidenza, misura di qualcosa che si riproduce sempre diverso, a voglia, ma è un mettere le mani avanti su un futuro partendo da una felicità. Sennò cosa resta? Per questo la gelosia è un dialogo con sé prima che con chiunque altro, un dialogo che se non ha risposte scava, disgrega, devasta. Quando emerge cosciente , la rovina è già inarrestabile. solo l’altro la può arginare, farci ridere assieme. Che stupida. Pensò.S’era seduta e le mani giocavano con gli stampini dei biscotti. Però tu rassicurami, ti prego. Chiamami. Dimmi che solo noi, solo noi possiamo essere insieme. Felici. Dimmelo in qualche modo, fammelo sentire, perché così potrò lasciarmi andare alla fiducia. Ho paura di perdermi. di scivolare in una solitudine senza fine. Ho paura di avere freddo. Quel freddo che non va via e tu ti mette coperte, scaldi la boule, soffi sulle mani e c’è sempre una lama che risale e ti prende tutta. E sai che non avrai più caldo. Più.
Le voci dei bambini che bisticciavano, del cane che era impegnato a chiedere un suo ruolo nel litigio, la fecero lanciare un richiamo. Alzò la voce. La fece scura, imperiosa. Minacciò. Ma era distante con la testa. Non le importava molto, presa com’era da quel flusso di pensieri che s’ingolfavano dentro, s’attorcigliavano, diventavano circolari e ripetitivi. Un mantra negativo. E anche se sembravano tanti, poi erano uno solo: mi manchi. Lo disse ad alta voce perché avrebbe voluto lo dicesse lui: mi manchi. E voleva sentire il suono avvolgente di quelle emme che si sovrapponevano, così lo ripetè sempre più rapido: mi manchi, mi manchi, mi manchi, mi manchi … finché divenne un sussurro, un soffio, come un bacio che stava per posarsi sulla nuca. E allora chiuse gli occhi socchiudendo le labbra e aspettando arrivasse. Mi manchi. Ripetè. Uno dei bambini entrò con una grossa lacrima che scendeva, cominciò a protestare le sue ragioni e si convinceva con il discorso mezzo urlato e mezzo a singulti. Arrivò anche il cane e cominciò ad abbaiare a tratti, guardando alternativamente lei e il bimbo. Come si aspettasse qualcosa. Lei si chiese perché le lacrime a volte non sono simmetriche, ma ne cade una sola all’inizio, da un solo occhio mentre la testa soffre intera. O forse non era così e si poteva soffrire a mezzo? Prese in braccio il bimbo, gli diede il dito pieno di impasto dolce da succhiare. E mentre si quietava pensò alla bocca di lui. Pensò che avrebbe voluto tornare indietro. essere bimba e donna allo stesso tempo. Essere tenuta, compresa, capita, amata. E che tutto cominciasse su un foglio bianco con una parola ancora da scrivere, da declinare, da condividere. Ci si innamora della mancanza di essere amati, e così si pronuncia quella parola. E ci si crede perché sembra non ci siano alternative. Forse qui c’è una radice di malessere che finisce nella gelosia. Pensò.
Era finito il giornale radio, la voce dell’annunciatrice disse: Tempo previsto per domenica… Il bimbo dormiva succhiando il dito. Il cane s’era accucciato sui suoi piedi e sembrava appisolato. Guardò fuori. Era già scuro, la notte s’era mangiato il giorno, le cose, la possibilità. Le sembrava di non aver combinato nulla. E allora desiderò profondamente di uscire, camminare, essere distante da sé, mentre fuori pioveva e l’acqua lavava i vetri, gli alberi, l’asfalto, ogni pena.