a proposito di sentire

di molte cose inutili il tempo porta ricchezza

Nella mattina dell’anno ho anzitutto riordinato i pensieri:

c’erano le sconnesse notti, gli eccessi,

l’onnipotenza dei piccoli poteri,

e gesti che mai avrei voluto fare.

Eppure…

Contingenze mi son detto,

perché accanto ad essi sentivo tutte le inutili sopportazioni,

e quelle che semplicemente avevano posticipato decisioni.

C’erano i silenzi e tutte le parole troppo tardi pronunciate,

e anche, mescolate, c’erano altre verità inutili, o beffarde,

tenere o bugiarde, comunque fraintese prima d’essere capite.

Una grande confusione s’è accumulata per aver vissuto,

e se tutto era comunque accaduto,

ora s’accalcava, bisticciava la sua importanza, pretendeva,

insomma il passato s’accapigliava,

e c’era necessità d’ordine,

la fatica di dare a ciascuno un posto.

C’era bisogno di disciplina per impedire che ciò ch’era stato fosse avanti al nuovo.

Così nella mia stanza interiore sono entrato,

ho visto gli scaffali piegati sotto il peso delle pagine incompiute,

la polvere accumulata su quello che era appena ricordato,

ho visto rilucere ricordi e bastava passare un dito,

c’erano passioni stanche e ripiegate,

un sentire acuto sciolto in lacrime passate,

le inconsulte commozioni,

e le troppe battaglie perdute.

Ho dissipato tempo nei talenti ch’erano sembrati.

Ho visto i timori nell’amare,

i rossori e l’esitare,

le faticose promesse mantenute,

ho sentito il cuore ingombro di scelte

e di fatiche,

di possibili vite mai sperimentate,

ma era il passato,

confuso e sconclusionato.

Così pareva,

e allora mentre allineavo sulle pareti tutto ciò che sono stato,

piano liberavo il bianco su cui il futuro avrebbe spaziato,

cercavo la luce che l’avrebbe illuminato,

perché esso, nel vedere ciò che s’era accumulato,

ne fosse fiero e libero in ciò che sarebbe venuto.

sera nell’inverno che chiede

imago mundi

Della geografia del corpo

traccio mappe,

qui la punta d’un dito segue l’altura

là il palmo raccoglie,

altrove si sofferma lo sguardo,

e s’incanta.

Come dargli torto,

se racconta, nell’irriferibile alfabeto

d’improvvisa emozione,

la tenerezza dei luoghi,

Il timore ardito, l’oscurità preziosa.

E di tanta precisione amorosa,

e del tracciar mappe resta il segreto dolce

della scoperta divenuta luogo amato.

un analgesico mite, per favore

Stasera stavo un po’ così, accade. E quando se ne conosce il motivo non è meno doloroso, ma che fare con quel disagio verso il tempo e ciò che porta con sé ? Francamente a me non piace il malumore, non ci sguazzo dentro neppure quando lo ritengo logico o giusto. Un conto e’ la melancolia, quella la conosco,  un conto è il malumore. Già la parola definisce un disagio che sembra provenire all’equilibrio degli umori dell’antica medicina di Ippocrate e mi pare di dargli troppa importanza se pensa di risiedere altrove che dal cervello. È un sentire transitorio da dipanare e separare da altre cose che hanno acuzia, siano esse fisiche o mentali. Sono sentire che implicano, per affrontarli, l’uso di altre energie e risorse. In fondo per questo malstare, si devono chiarire le cose con sé, e con il divario tra ciò che si vorrebbe e ciò che si è.

Non mi convincono, e non invidio, i satolli, i cinetici, i soddisfatti, li sento in cerca con altri modi d’essere. Vivere senza pelle e’ una scelta, qualcosa che ti ricorda in continuo un’ appartenenza, una condizione. Uscire dai malesseri strani e’ possibile, basta sentire meno, oppure diversamente, ma anche il sentire e’ una droga auto prodotta, come le endorfine, e crea dipendenza. Si può scegliere di disintossicarsi facendo scorza, mutando la percezione in indifferenza, ma bisogna sceglierlo, cambiando il modo di sentire se stessi e gli altri. Difficile.

Il secolo scorso è stato il secolo dei sentimenti, nel senso che il ruolo del sentire è stato valutato come condizione alta dell’uomo. Forse anche sopravvalutato, perché tutto questo sentire non ha impedito eccidi immani e inumani, dislocando il sentimento in sfere che non avevano apparentemente relazione con le atrocità che venivano commesse. Gli aguzzini dei campi di sterminio amavano i loro bambini, in primavera guardavano i prati fioriti, ascoltavano Bach e Beethoven, leggevano Goethe e Rilke, quindi sentire non significa essere buoni, neppure e’ una vaccinazione contro qualcosa, pero’ se diventa una scelta crea domande e le domande possono far male.

Il vantaggio delle domande è che hanno risposte e una risposta sincera, anche se fa male, è una terapia che fa crescere, mutare se stessi di fronte alla realtà che accanto ai disastri mostra positività sorprendenti. Certo queste ultime non bastano, solo che ogni tanto ci sarebbe voglia di riposarsi dalla sequenza di distorsioni dell’umano possibile che portano a un continuo racconto della sofferenza e vedere anche il bello che ci attorniato e che spesso non conosciamo. Non è sostitutivo del vedere la realtà ma unisce la speranza alle scelte. È quello che vorrei nella realtà esterna: una tregua e un cessate il fuoco che duri, che lasci vivere, crescere, trovare soluzioni, dare spazio alle cose semplici e belle, all’amore, alla poesia che vede dentro e oltre.

A noi il tempo che viene, e ognuno trovi le ragioni dell’umore in sé e le sciolga se sono aggrovigliate, ma che la realtà ce lo lasci fare, che basti un analgesico mite.

cuocere il pane il primo giorno dell’anno

Ieri c’era il sole limpido e rosso del pomeriggio e un vento di piccole raffiche fredde. Tra l’una e l’altra, l’illusione che si fosse quietata la lama gelida di tramontana. Gli abeti si scuotevano, i larici vibravano perdendo gli ultimi aghi. Immagino, osservassero i mucchi di rametti secchi e di aghi, che erano stati lasciati attorno ai tronchi e ora si disperdevano in colonne e mulinelli.

Di questo inverno strano e parco di neve s’aggirano attorno i ricordi di ciò che si è stati, e nel farlo poi ci si sconsola, attoniti per il risultato, come se il nuovo non si nascondesse nel ripetersi delle abitudini e dei gesti ma mutato, imprevedibile e meraviglioso nel suo risultato. Così pensavo, pasticciando il noi degli affini, augurandomi e desiderando per chi mi è vicino, sia l’abitudine con le sue certezze d’identità come il nuovo che essa produce.

Intanto infornavo il pane.

La sera precedente, c’era ancora luce, guardando dalla finestra, avevo impastato la farina, l’acqua, il lievito.. A lungo e a mio modo, senza la meticolosa minuzia degli appassionati panificatori del web, pensando  piuttosto al fare beneaugurante del gesto. Al coincidere tra parola e sostanza che risiede in ciò che poi diverrà intimamente nostro. E non solo nostro perché sarà diviso con altri, l’aggettivo buono lo distaccherà da qualcosa di consueto perché sarà sempre diverso e il nuovo e il buono coincideranno più con la novità che col ricordo.

Cuocere il pane il primo giorno dell’anno e mangiarne nei giorni che seguono appartiene a una continuità che sento beneaugurante. E anche come lo si pensa, con la parola che diviene fare materiale mi sembra un gesto significativo.

Nella laica modalità dello stare assieme a pranzo ci si sceglie, ma è già un dopo l’aver preparato la mente e il desiderio di condividere, quindi non è il fare, ma il desiderio che unisce. Il cibo lo seguirà sapido, soddisfacente il corpo, oltre il necessario. Così la convivialità diviene eccezione e si distacca dagli innumeri pranzi e cene consumati per abitudine, ed è  condividere lo stare assieme.

Per analogia il fare il pane il primo giorno dell’anno è per me, un fatto simbolico, che precede ciò che poi avverrà, una sorta di auspicio dell’essere assieme.

Fare il pane è sperimentare il senso del miracolo che avviene nel combinare che trasforma le cose. Mobilitare i lieviti, farli agire con le farine, aspettare i tempi e le temperature che li fanno prosperare, e lasciare che si esprimano nella semplicità del soffice e del bianco dentro un involucro di profumata croccantezza oppure dare un sapore ulteriore con l’olio o i semi. Tutto ha una sua bellezza e ogni volta sorprende.

Per questo mi piace fare il pane e ancor più il primo giorno dell’anno, magari non verrà qualcosa di memorabile, non sarà qualcosa da confrontare con quello del fornaio ma è il fare che continua e si rinnova in gesti antichi, conservando memoria di sé e restando buono per più giorni.

Ci si innamora anche delle metafore per sentire la vita che è sempre nuova e non si dimentica di interpellarci mentre continua.

che il tempo sia buono con noi

Non so bene chi sei, e chi può dire davvero di sapere qualcuno? Hai i nomi che mi hai dato, ognuno geloso dì sé oltre l’ apparenza, ma questo era nel conto perché il nostro nome segreto lo doniamo solo a che ci prende davvero in fondo al cuore. Quindi non so chi sei eppure ti scrivo perché c’è del noi quando ci pensiamo. Accade per caso, oppure per intenzione, di pensarti, ma non posso sapere se sei pronto a ricevere il pensiero. Pensarci ci appartiene e se mi chiedo cosa starai facendo, magari immagino e sorrido al pensiero ma so che spesso non ci prendo. Però che accada di pensarci ( magari via distrattamente, direbbe Guccini) ne sono sicuro. Sei la persona con cui vorrei parlare e se lo faccio con la penna, non prendermi per matto.

Volevo parlarti di oggi perché a fine anno mi avevano insegnato a fare bilanci e a trarre insegnamenti, tradurre il tutto in propositi e magari scriverli per poi sentirsi in colpa se non si erano attuati. Da molti anni non lo faccio più e i propositi emergono tutto l’ anno quando mi accorgo che proprio non va. Quando riprendo quella frase che mai mi lascia indifferente: era questa la vita che volevi? In fondo forse sì, anche se le vite immaginate sono sempre differenti e se mi sono approssimato, è stato per strade mai immaginate. E ogni volta ciò che pensavo probabile non accadeva come lo volevo, mentre altro prendeva il suo posto e mi sorprendeva. Quella frase ci chiede del risultato e di dove siamo arrivati ma non dice nulla del presente e del futuro, per questo bisognerebbe mutarla in: è questa la vita che vuoi? È quale vita farai? Per questo penso più agli spropositi che al raddrizzare le cose che ho fatto. Insomma mi perdono e se uso una parola che da queste parti significa qualcosa di negativo e fuori d’ogni ordine non è così che la intendo, sproposito ora è il contrario del programmare, del pensare che dipenda dal mio fare ciò che accade, mentre al più posso approssimarmi, fare ciò che mi pare giusto, ciò che asseconda un desiderio. Insomma liscio il pelo al gatto e il gatto siamo, io e il tempo.

Così mi curo poco degli anni, del loro numero. Credo servano più al calendario che a me. Mi pare ieri che cambiavamo millennio, pensa che ho pure conservato una bottiglia di champagne dello scorso secolo da aprire quando il tempo sarebbe cambiato per davvero. Era una data mitica il 2000, la pensavamo come il realizzarsi di un futuro pieno di meraviglie e totalmente differente da quello in cui eravamo immersi. E invece era solo una continuità, le cose sono cambiate per strada e noi con loro, cosicché la mattina ci si svegliava uguali eppure un po’ differenti. Quello che non cambiava erano i sentimenti, ci siamo sempre innamorati allo stesso modo, abbiamo sempre pensato che non avrebbe avuto fine e se è finito, il dolore è stato iimnane, come sempre. Quindi ho smesso di pensare agli anni e li ho lasciati all’anagrafe. Anche quelli dei calendari sono più una sfida all’ intelligenza che la misura di qualcosa che ci separa da un evento. Pensa a quanto di quell’ evento è stato mutato per strada, reso simile al momento, insomma manipolato per cui ora è più un numero che un inizio. Gli anni hanno questo difetto, ci assomigliano, mentre il tempo è il continuo fluire in cui siamo immersi.

Stamattina sentivo il ghiaccio che si rompeva sotto la neve camminando, e c’era il sole che tracciava ombre lunghe, mi pareva logico che fossero le stagioni a parlare con le vite e che esse contenessero le attese. Le stagioni non deludono, anche con il cambiamento del clima, anche quando fuggiamo altrove perché pare bello essere differenti, esse parlano al nostro corpo. E in fondo è proprio a lui che dovremmo rivolgerci per sentire se è questa la vita che vogliamo, a lui dovremmo sussurrare i desideri, parlare dei limiti e di ciò che non abbiamo esplorato. A lui dovremmo chiedere il possibile e lasciarci stupire, dovremmo fidarci perché ci conosce come nessuno.

Così questo è il mio sproposito che auguro a te che leggi, ovvero di saper ascoltare e parlare con te, di sostituire i giudizi con la fiducia in te, di perseguire i desideri che ti approssimano e di non lesinare su ciò che ti pare giusto.

Non facciamolo domani, ma ogni volta che ci viene.

Arrivi a te i mio desiderio che il tempo per noi sia buono.

foto d’interno con famiglia

Quasi tutti hanno gli occhi chiusi o altrove. La macchina fotografica è entrata nella casa, già ha modificato i rapporti tra l’apparire e l’essere. Atteggiarsi è più importante per dare misura dell’essere consoni al ruolo. Ognuna di queste persone ha una vita propria diversa. Siamo in Spagna, prima della grande guerra. L’interno è quello di una casa borghese, già si è superato il limite dell’affetto ottocentesco, il lei appartiene più ai genitori che ai figli. Il giovinotto segna il distacco pur mantenendo il legame. La posa, la camicia con il colletto rigido , il panciotto dal taglio elegante, lo fanno più adulto e un po’ zerbinotto. Ha già avuto le sue esperienze, i suoi amici lo attendono al caffè, è in apprendistato per il vivere.  In Spagna ci sono i casini, i circoli dei borghesi, dei nobili, della caccia e via dicendo, ma fa fatica ad espandersi il cabaret, soprattutto in provincia. La ragazza si affida alla casa, ai genitori, le troveranno un marito, ma i suoi occhi diretti, gli unici che guardano l’obbiettivo, fanno presupporre un’ingenuità, mista a coraggio. Forse il marito lo proporrà lei, anzi il pensiero è già presente. Si esce di casa presto, per maritarsi e per riprodurre l’agiatezza da cui si proviene. Lo status è un contenitore in cui le vite si sviluppano, un incubatore. Sopra l’ottomana, simmetrici ci sono i ritratti dei nonni, probabilmente entrambi morti, sono numi tutelari del ricordo di ciò che si è. I genitori sono intorno ai quarantanni, forse più giovani considerata l’età dei ragazzi, ma già molto maturi entrambi, infagottati negli abiti che diventano corazza verso gli altri e verso se stessi. I mobili, la tappezzeria, l’ampiezza della stanza e le suppellettili, testimoniano una condizione agiata. Adesso possiamo chiederci quali pensieri si aggirano nelle teste, quanto il fotografo abbia celato nel mestiere e quanto abbia lasciato trasparire nelle pose, nella noncuranza del marito sul bracciolo, nel comporre un ritratto rassicurante, che si avvicina più a quella del pittore che a quello di chi ruba lo sguardo e il lampo di pensiero. C’è un’apparente calma e unità, ma avverto una tensione che diverge, ogni persona ha un obbiettivo proprio. Quella che sembra con meno futuro, ovvero con un presente solido da riprodurre, è la madre. E’ ancora nell’altro secolo e la figlia cerca in lei l’affetto, non lo specchio. I due uomini si stanno rincorrendo, il padre tiene a bada, ha un buon controllo della situazione familiare, il figlio avrà le libertà che lui deciderà. Complessivamente l’affetto circola, non sono assieme per caso, la fotografia deve testimoniare un’unità, un come eravamo che sia esemplare. Se ci riesca o meno poi ognuno è libero di pensarlo. Mi interessano i pensieri, li sento tutti diversi, l’unità è il vincolo familiare, ma le vite divaricano. 

inquietudini

Del mondo poi m’informo
e anche della piega che prendono le cose.
Chiedo, ascolto spesso spero,
ma a volte vedo buio,
in quest’inverno che rifiuta il freddo.
Se mi chiedi cosa m’inquieta sono impreparato,
sensazioni, ti direi,
motivi imperturbabili e lontani generatori d’evenienze,
che pare scuriscano le cose.
Allora devo scuotere la testa
perché scappino i presagi,
anche se il pensiero ci ritorna,
si ferma e poi procede,
scrolla e testardo ricomincia.
Abbiamo bisogno di luci limpide
e sentire, di cose semplici da tenere tra le dita,
e mi rifugio in te,
chiedo con dolce discrezione:
mi bastan cose piccole:
il come stai, chi ti gira attorno
eppoi come procede.
Ascolto e mi tranquillizzo un poco,
pensando che nulla poi ci faccia male,
se l’amore conserva il suo potere.
Verso il sonno c’è troppo silenzio,
e della notte mi pare resti il buio,
o che il cuore batta per me solo,
e vorrei chiamarti e dire,
ciò che m’inquieta e prende,
eppure che da tempo non so bene,
però ti parlerei d’altro solo per sentire la tua voce,
perché resta il pudore d’una debolezza tenera
anche se è amore
che illumina e mai chiude.

pensare in tempo di festa

C’è un tempo in cui le promesse, le fanfaluche, le stesse parole vengono a noia, nel senso che non fanno più nessun effetto. Pensate se fosse festa tutto l’anno, dopo una settimana non si saprebbe più che fare, così emerge un bisogno di normalità che investe presente e futuro. Forse è la stanchezza di una realtà che è mistificazione e porta tutto sul presente e nel personale. Forse abbiamo cancellato troppo facilmente la sindemia da covid in un’ansia di scordare che ha abrogato i problemi che erano emersi con le paure del contagio e le convulse e parziali risposte che l’hanno accompagnato. Forse è la guerra in Ucraina e l’immane eccidio di Gaza che sembrano non riguardare e si riducono a un continuo rifornire e usare armi senza pensare che ci sono centinaia di migliaia di morti e nessuna trattativa per la pace. Forse sono i riti della politica che si ripetono, l’ eterno barcamenarsi del PD, le trasformazioni del M5S, il tramonto di Salvini che oltre a lagnarsi non dimostra alcun talento, la Meloni che diventa un gigante della destra che ama la famiglia, la sua, la fine patetica del berlusconismo, ecc ecc. Tutto annegato tra panettoni e povertà estreme. Ci si abitua a tutto e non è bene, perché il peggio dilaga. Ma anche questo è un lamento e non produce nulla, non cambia la realtà, che dipende troppo spesso da una lettera di assunzione o di licenziamento, che non muta la perenne perdita di speranza sull’Italia che riguarda i giovani e quelli che a 50 anni devono inventarsi un lavoro. C’è una progressiva disperazione che accompagna la povertà crescente, è un regalo della meritocrazia e del familismo che ha potere e denaro e quando non lo ha, prende a calci chi sta peggio. Ma chi si merita davvero di essere povero, di avere fame, di non avere cura né solidarietà? Invece pian piano si fa strada l’idea che chi non arriva ad avere successo ne porti anche la colpa e che il nemico sia chi ha ancora meno e accetta di tutto per non morire di fame. Di dignità si parla sempre meno, il lavoro come mezzo per avere realizzazione e vita dignitosa non esiste quasi più, ma si frammenta in piccole schegge di appartenenza sociale e poi di rifiuto reiterato della realtà. Nella meritocrazia c’è la competizione non la dignità che rende uguali in partenza e durante la corsa. Ci si accontenta duellando col vuoto di senso, di futuro, di presente, di patria. Casa or è dove si vive e fare lo sguattero a Londra o raccogliere mele in Australia dà una dimensione terribile dell’abbandono, della perdita di credibilità di un Paese verso i suoi giovani. Nessuno provvede davvero e non resta che competere. I poveri, i deboli, gli esclusi saranno oggetto di carità, se va bene, e la dignità si perde così, pian piano, nella consapevolezza che non siamo comunità ma individui. Terribile vero? Eppure è così e le distanze tra la speranza e la realtà si allungano, a questo dovrebbe pensare la politica, la sinistra in primis, ma anche chiunque pensi davvero che gli uomini valgano qualcosa. E non basta lo dica il Papa, dobbiamo dirlo noi che lo pensiamo. Anche nelle piazze che si affollano di senza partito e che esprimono questo bisogno di pulizia interiore, di solidarietà, non si percepisce che è festa tutto l’anno quando c’è un noi che difende l’io, quando ci si riconosce e si è contenti di farlo.
Verranno uomini di buona volontà, sono sempre arrivati, per far rinascere nella giustizia sociale di cui tutti abbiamo bisogno. Speriamo arrivino in tempo perché mai come ora le minacce alla vita e alla libertà sono alte, perché la guerra si afferma come ipotesi concreta e folle, perché l’ambiente non attende per gustarsi alla vita. Speriamo e facciamo ciò che è possibile, la somma dei molti possibili delle buone volontà genera l’attuazione del sogno.