curricula

Prima di venire a questo colloquio, pensavo a quanto diverse sono le nostre giornate e le vite che conduciamo da qualche parte, e a quanto servano le sensibilità comuni, il modo di vedere le cose e ciò che siamo per comunicare, mettere assieme l’umanità, il bene, l’amore. Poi ho pensato che non era questo il motivo per cui ci vedevamo e ho cercato di darmi un tono. 

Se devo dire le competenze che ho, posso iniziare dicendo che so fare il pane e cucinare. E che mi piace il cibo. Non troppo perché mi sazio presto, e questo magari indica qualcosa, però mi piace mangiare. Ma se devo parlare di ciò che faccio, è meglio si sappia che i miei giorni sono fatti di gioie immotivate, di problemi, di stanchezze, di abitudini a cui tengo, di scrittura. E in più mi piace guardare le persone. Non tutto il tempo, ma quando mi viene.

Se devo quantificare l’abilità linguistica, mi piacciono le parole, parlo il necessario, eppure mi sembra troppo. Mi faccio domande, coltivo dubbi e mi aspetto che i frutti diano certezze, così non faccio quello che dovrei per star bene. Quindi ho un linguaggio impreciso e questo credo dipenda perché usiamo troppo le parole senza attribuire loro il significato che hanno, come ne avessimo paura. Io non ho paura delle parole, temo che spiegare troppo serva a cambiare i significati.

Mi capita spesso di essere stanco e mi nego per stanchezza troppe cose: il cinema, il riposo, la semplicità. Credo che la cifra di questi anni sia la stanchezza, non solo la mia, ma che una gigantesca stanchezza avvolga il mondo e da cosa questa derivi e’ oggetto della mia ricerca. Forse deriva dalla complicazione, dalla necessità di capire anche quando si è stanchi e non si ha voglia. Però le cose comunque si fanno, il mondo procede, i negozi si aprono, gli uffici e gli ospedali funzionano. In fondo della stanchezza che genera abbandono abbiamo cognizione e visione, nelle persone che escono dalle case e pian piano dormono per strada, negli edifici che prima perdono i vetri a sassate e poi le porte e poi tutto si confonde e cade. Quelle sono stanchezze senza uscita, le nostre si fermano alla soglia del sonno e si raccontano che con una buona notte tutto diventa più piacevole. Anche la fatica. Ecco, mi interessa questa stanchezza, che è pure la mia, capirla per risolverla.

Ho accumulato anni. Anche vita ho messo assieme. Ad un cero punto mi sono accorto che il tempo fuggiva in fretta, che natale era appena passato e già finiva l’estate. E’ stato allora che ho rallentato. No, non voglio dire che mi sono fermato, ma ho cominciato a guardarmi attorno e mi sono visto come un colapasta che mette esperienze liquide e non trattiene nulla, così ho cominciato a discutere gli obbiettivi vedendone l’inconsistenza: che obbiettivi erano se non lasciavano traccia. Volevo che da un lavoro, da un sentimento, da una passeggiata restasse qualcosa che mi cambiava. Però lo facevo tra me perché provando a dirlo agli altri mi dicevano: il mondo è così che ci vuoi fare. Ho capito che era un problema mio, perché per me era importante e discutendo la fatica e il suo senso, ho discusso il piacere. Che non era la soddisfazione o la sospensione della mia vita usuale, no, era quella pienezza che durava perché le cose fatte erano quello che mi assomigliavano. Era il piacere altro, quello della psicanalisi, che mi sembrava una costruzione, qualcosa che faceva comodo a qualcuno, che nascondeva qualcosa, come se il piacere si portasse dietro un qualcosa di cui vergognarsi. Ma questo qualcuno mica sapevo chi era, solo che con questo si dovevano fare i conti. Ecco questo è un work in progress, ho detto bene? Qualcosa su cui sto lavorando. 

Insomma vivere, lo si deve scrivere in un curriculum, è equilibrio difficile, come è difficile tenere la schiena ritta se si è alti. Anche se si è meno alti, è difficile, non c’è differenza, ma io sono alto e conosco il mal di schiena per cui so di cosa parlo. E tenere la schiena dritta è necessario, sempre. Anche se si lavora o si fa all’amore, la schiena dritta è la condizione per vedere le cose che accadono, sentirle nostre, non avere paura. Insomma è meglio che si sappia, io alla schiena dritta tengo molto. 

Eppure queste note non sono sincere perché non dico che sogno assai, e non di rado mi chiedo quale sia il confine tra l’immaginazione e la realtà. Mi rendo conto che la realtà è ciò che viviamo, ma la viviamo noi e quindi è un po’ diversa da quella di chi mi sta accanto. Così dobbiamo cercare le cose che ci accomunano per parlarne. Vogliamo comunicare, non essere soli. Odiamo essere soli. Anch’io faccio davvero fatica trattare la solitudine, anche se non lo odio, non ritengo sia colpa di qualcuno, credo dipenda da me, da come cerco di farmi assumere. In fondo se scrivo questo curriculum è perché questa è una domanda di assunzione, e un po’ tutti chiediamo di essere assunti, di essere importanti per qualcuno, di mettere insieme le nostre vite in un progetto. E vorremmo interloquire con quel progetto, dire la nostra, motivare la fatica. Anche quando amiamo succede questo, vorremmo avere un motivo per condividere di più, per oltrepassare qualche limite, ma questa è un’altro capitolo del curriculum, se vuoi ne parleremo a parte.

Certo è che i giorni passano e il curriculum si allunga e così lo accorcio, metto dentro quel che mi pare importante. Lo sai che cerco la leggerezza nel tratto del vivere? Che poi dire tratto del vivere è una cosa da esteti e invece io penso sia il togliere quello ce c’è in più, un lavoro per precisare, mettere nitidezza, vedersi meglio. E’ una questione personale, per questo non l’ho evidenziata subito, se ci si presenta per essere assunti non si può dire che si cerca la leggerezza, pare contino altre qualità nell’assunzione: l’intelligenza, l’affidabilità, la precisione, le lingue. E’ un po’ azzardato dire che vorrei avere le virtù di un palloncino rosso. Ecco non si può dire, per cui non tener conto di questa parte del curriculum, pensa che ho fantasia e a volte la fantasia non guasta anche nelle organizzazioni grigie. La vita se non la si controlla si presta a diventare organizzazione.

Poi mi piace l’aria e il sole, camminare. Chissà se conta qualcosa. 

Per me conta, e magari lo capirai anche tu, perché adesso pensi che lavoro, vita, sentimenti siano separati e invece fanno parte della stessa domanda di assunzione. Sai io credo, che in fondo non si vada mai in pensione. Finché ragioniamo almeno e che una assunzione la cerchiamo sempre, magari tra eguali. Proprio eguali no, facciamo simili. Facciamo una cooperativa, che dici?

ottobre

DSC06141

Ottobre era la scuola. E quel cortile mi sembrava immenso. Così vuoto e contornato dalle finestre alte delle aule, era una piazza d’armi per piccoli soldatini schierati. Un luogo per adunate e queste accadevano quando iniziava l’anno scolastico o in quelle feste che sembravano arrivare dalla rivoluzione francese o dal libro Cuore. Noi mica lo sapevamo che arrivavano da così distante, ci lasciavamo educare a qualcosa, in cortile, con le classi, allineati.

Il resto dell’anno, con il tempo buono, serviva per ricreazione, si riempiva di corse, merende, chiacchierate, spinte, risate. Oppure era un contenitore deserto in cui fare correre lo sguardo, incantarsi di neve e di pioggia Era il luogo delle tre stagioni scolastiche, il nostro scorrere del tempo. L’estate era altrove, fatta di terra, sabbia, alberi e cespugli, qui c’era ghiaino, uno spiazzo in cemento e un gruppo d’alberi, olmi credo, che sembravano enormi. Tutto sembrava enorme, anche quello spazio vuoto in cui si poteva correre, cadere, rialzarsi, ridere, giocare, guardare, perdersi, essere rimproverati, e poi comunque, col corpo o con la testa, rientrare nelle classi che profumavano di legno, carta e inchiostro.

A ottobre c’erano subito delle feste, san Francesco che era proprio festivo, ma anche delle feste civili, molto scolastiche, senza vacanza: la festa  del risparmio e quella degli alberi.

Ascoltavamo giudiziosi la virtù del mettere da parte. Non avevamo nulla, molti di noi portavano abiti rivoltati e rammendi, ma dovevamo mettere da parte qualcosa. Dopo essere stato indottrinato, a casa, osservavo quella cassettina di metallo che la cassa di risparmio diffondeva tra le famiglie, mettevo una monetina e subito mi pentivo. Quante volte ho cercato di invertire il corso del giudizio per una salutare dissipazione delle mie sostanze, niente da fare, la banca aveva pensato ai reprobi mettendo delle lamelle che impedivano il percorso inverso delle monete. Già allora le banche rivelavano la loro natura rapace che teneva ben stretta le virtù affidate ed era impossibile recuperare il maltolto, così mi restava il rimpianto più che la soddisfazione del gesto. L’idea del risparmio però passava nelle teste, anche attraverso i pentimenti e mi piaceva la cerimonia del vuotare la cassettina in banca. Appollaiato con i gomiti sul marmo del bancone altissimo, scalciavo con i piedi sollevati da terra, ma non perdevo di vista l’impiegato che apriva e contava le monetine. Erano cosa mia quelle poche, per me tante, lirette che nelle mie mani bucate sarebbero finite in un pomeriggio tra l’edicola e il negozio di dolciumi e che guardavo scomparire in un cassetto per venire annotate su un libretto di risparmio. Una cifra e tanti sacrifici. Era allora che cercavo di ricordare cosa mi era stato detto nella giornata del risparmio, almeno per conservare un briciolo di soddisfazione visto che altro non avevo in cambio delle mie privazioni. Quei soldi non li avrei più visti, sarebbero finiti in scarpe o maglioni, al più, invocandoli, avrebbero propiziato qualche giocattolo da vacanze. Insomma una ingiustizia, visto che ciò che mi veniva dato era subito in parte restituito, e questo doveva avere qualche significato salvifico, mi avrebbe preservato dalla miseria forse, ma mi pareva così inconsistente quello che avevo, che dovevo ingigantirlo e sentirmi ricco con niente. 

La festa degli alberi era altra cosa, la guerra aveva distrutto molto e bisognava rimboschire. A me sembrava abbastanza immaginifico quello che mi veniva detto, Padova era una città ricchissima di verde e tutt’attorno c’era campagna, i colli erano pieni di castagni e ciliegi. Ciò che non sapevo allora era che quel verde sarebbe stato sostituito da case, palazzi, fabbriche, cementificazione selvaggia, speculazione edilizia. Però non credo che chi ci insegnava a piantare e amare gli alberi prevedesse tutto questo, c’era solo un baco nel ragionamento, nelle teste perché era naturale che fosse così, il progresso erano case e fabbriche e così chi piantava alberi simbolici contemporaneamente nella sua testa li spiantava per far posto al cemento. Comunque ho imparato allora ad amare gli alberi e non ho più smesso, mi sorprende solo che la mia stessa generazione si sia resa responsabile di tali e tanti scempi ambientali successivi. Certo che un dubbio mi poteva pure venire allora, perché non ho mai capito dove venisse piantato quell’albero che veneravamo nella sua festa, non nel cortile, regno del ghiaino, neppure nell’orto del custode che altrimenti in un paio d’anni avrebbe avuto una foresta, insomma compariva e spariva. Ed io che sperimentavo la virtualità dell’albero, mi tacitavo pensando lo portassero fuori città, magari sui colli, dove c’era bisogno e sarebbe cresciuto forte e sano come noi, Almeno così speravo, perché se fosse stato riportato al suo vivaio, a noi ragazzi di città, sarebbe stata raccontata una bugia in più. E non ci avrebbe fatto bene.

ciò che resta non è ciò che c’era

Non ci si ricorda più l’acuto di una decisione, il dolore che ha accompagnato una scelta, lo stare o l’andare, la situazione, i dilemmi tra sé. Non si ha più l’urgenza del mutamento di allora. E ciò che è cambiato diviene abitudine, perde lo smalto che l’aveva reso così attraente e importante, finché sembra sia stato quasi sempre così: il prima è sfumato nell’adesso.

E anche quando si rimpiange un’età dell’oro, o dell’innocenza, questa è ciò che vorremmo aver vissuto, non ciò che davvero è stato. In fondo ci è stato dato solo il presente e il suo desiderio d’essere altro proiettato in avanti. Del passato serbiamo noi stessi, ciò che siamo, non ciò che siamo stati. E del piacere non si ricorda nulla, mentre dei sentimenti che abbiamo provato resta molto, è parlando con essi che ci ritroviamo ora. In fondo l’esperienza se non è sentimento non è.

l’ordine è un’opzione, non una necessità

Rimettere in ordine il portaoggetti dell’auto è una fotografia di come ci si muove nel mondo. Trovo molti biglietti di parcheggio che non saranno più rimborsati. Li guardo meglio e vedo le città in cui sono stati emessi. C’è Chioggia, Mantova, Vicenza, Roma, Venezia, Treviso, Trieste, Milano, Friburgo e naturalmente molta Padova. Alimento molto le casse comunali. Mi sorprende che le date e l’ora mi ricordino qualcosa, l’attesa di un incontro, un lavoro che poi non è andato a buon fine, un pomeriggio di libertà. Tra le ricevute, biglietti da visita. Ricordo  a malapena chi me li ha dati, per gran parte sono stati progetti che abbiamo condiviso fino a un certo punto, poi non so che sia successo. E’ singolare la percezione che gran parte del lavoro sia stato preparatorio, che molto non abbia dispiegato appieno le possibilità. Accomuno queste attese, quelle degli appuntamenti, quelle dei lavori poi perduti, come se attendere fosse una condizione centrale dell’uomo. Eppure ci sono state molte realizzazioni, ma nel mio lavoro, immaginare e iniziare qualcosa non significa per forza finirla. E’ malinconica questa sensazione di incompiutezza, di attesa vana, come se nella divisione del lavoro non ci fosse la possibilità di avere per intero la gestione di qualcosa di nuovo.

Ci sono alcune ricevute e fatture di ristoranti. Qui la cosa è più allegra perché il cibo ha un suo ricordo particolare, fatto di sensazioni, di sapidità. Trovo due paia di occhiali da sole, uno l’ho cercato per mesi, erano assieme alle gomme da masticare che non mastico più, una trousse ago e filo di qualche albergo per riparare emergenze. I pantaloni che si aprono nel sedere sono un classico, per fortuna raro, dell’imbarazzo, perché si pensa che tutti sappiano e tutti cambino opinione su di noi. Emerge uno spazzolino da viaggio nuovo con relativo mini dentifricio. Il dentifricio si è solidificato ed è totalmente inutile, del resto anche lo spazzolino non ha avuto modo di fare il suo mestiere. Sotto c’è un mini colluttorio appena cominciato. Retaggio di qualche eccesso d’aglio e preparazione ad un incontro successivo. Poi trovo un utensile multiuso, due gélee Perugina pietrificate, ancora biglietti da visita, fazzoletti di carta extracomunitari, una serie di appunti e di numeri di telefono senza indicazione del proprietario. Qui mi fermo perché la cosa potrebbe continuare. Butto tutto o quasi e non oso aprire il bauletto. Mi pare che il portaoggetti sia stranamente vuoto, immemore. Ad ogni cambio macchina, semplicemente si trasferisce un contenuto. Questa era la continuità, e invece ora si ricomincia.

speranza è oggi

DSC03194

Speranza è fare oggi le cose, cercare di mutare ciò che non va adesso. Non importa se poco o tanto, stabiliamo noi la misura, abbiamo un metro in dotazione che è molto preciso con noi stessi. Confesso la mia inanità di fronte ai grandi problemi, riescono solo a farmi star male e così la tentazione è di rimuoverli, come le cattive notizie. In fondo non ci si impiega molto, basta cambiare canale quando trasmettono la cronaca per radio o tv, leggere solo di economia, politica, sport e pochissimo di esteri o di società. Ma un povero alla porta è sempre qualcosa che urge alla coscienza, forse partire da questo non risolve e neppure è una compensazione, ma è un modo di fare. Devo anche dire che non mi piacciono le soluzioni pietiste, non devo scaricarmi la coscienza, non mi va la società così com’è fatta, ecco e non sono talmente abbacinato dalla miseria da non distinguere gli uomini. Se una persona ha fame bisogna rispettare questo bisogno, ma questo non fa né noi, né lui migliori. Ho smesso da tempo di credere che ci possa essere qualcosa che va bene per tutti e questo mi ha liberato dalla presunzione di essere dalla parte della verità, di confondere la capacità di acquisto con il benessere, l’organizzazione sociale occidentale come la migliore. Credo che il relativismo non sia quella bestia che i papi aborrono sentendo messo in discussione il dogma e le verità rivelate. Non lo credo perché anche le religioni hanno grossi esami di coscienza da farsi se il mondo è quello che è, molte domande vengono rimosse e forse non fanno un buon servizio al messaggio che trasmettono se tutto si riassume nella fede. Non mi piace neppure la pretesa che ha la scienza di rappresentare il reale in modo esaustivo. L’una e l’altra risposta, la fede e la scienza, tendono a fornire scialuppe alla solitudine dell’uomo di fronte a sé stesso. Una piccola risposta è fare qualcosa, non toglie la solitudine, ma fa sentire utili, non mette dalla parte del giusto, ma evita il lamento che accompagna l’attesa del fare altrui. Fare ha un contenuto rivoluzionario, non attende che sia l’istituzione a provvedere, bensì pone la propria coscienza avanti a questa. E vale ovunque, nella famiglia, nella politica, nel lavoro. Io che sono egoista perché voglio un po’ di soddisfazione auto procurata, penso di farlo per me, e che se riguarda altri è perché faccio parte degli altri. E se posso dirlo, questa sensazione ha un corollario, mi rende libero di fregarmene del giudizio altrui, è una cosa mia, la faccio perché sto bene, e se serve significa che qualcosa di quello che mi sta attorno lo capisco. Non risolvo nessun problema, se non quello piccolo-grande per me di sentirmi più leggero.   

spazi

 

SAM_0111

 

Leggendo tra le parole, gli spazi, scrivono dall’alto verso il basso, scie che colano tra significati, la traccia dei silenzi.

Mi piace pensare che esista una cultura del silenzio che si trasmette e spostando una lettera, una virgola, un punto anche il silenzio si sposti e racconti d’altro. A chi? All’anima che ascolta, forse, e ha bisogno di sentire che altri odono lo stesso silenzio. C’è uno scrivere perfetto privo di significato per l’emozione. Genera un silenzio sgomento, da assenza. Se ci pensiamo, molto attorno, e anche in noi, mira a questa perfezione. Una sorta di libertà dalla tirannia del sentire. Dove riluce la razionalità, il coltello compie il suo dovere, seziona e guarda, finché alla fine si accorge che ciò che osserva gli sta morendo tra le mani.

Forse per questo ho bisogno degli spazi, di anfratti in cui riposare ciò che vuole parlare, convincerlo che sentire è meglio e suggerirgli che il silenzio è la forma somma del sentire. Le parole hanno simmetrie strane, toccano appena quello che sentiamo e come appunti evocano. Il sogno di chi scrive è emozionare, trasferire un contenuto attraverso un mezzo incerto e approssimato, ma terribilmente evocatore. Quello che io sento e trasmetto è diverso da ciò che prova chi mi legge, questa qualità è riservata ai grandi, ma se supero la paura del sentirmi solo in una stanza vuota, la vera paura di tutti gli umani, posso tentare di condividere un silenzio. Ascoltare prima di dire.

Qualche giorno fa mi veniva raccontata una storia, dolorosa e vera. Mi sembrava di capire, tutti abbiamo cose che possiamo sovrapporre e che abbiamo sentito come uniche salvo poi sentirsele raccontare da altri. E quella storia, come tante, era zeppa di parole, prima buone e poi irate, sentimenti scarnificati e portati allo scoperto, mostrati come ferite. Le parole riempivano la paura che tutto si frantumasse davvero e a me sembrava, invece, servisse  silenzio. Poi mi è tornata a mente una canzone, che descrive qualcosa a cui ci si aggrappa quando finisce un sentimento e per resistere si ribalta sull’altro il ricordo come un’arma lenta e sicura. E si dice, si racconta, si minaccia perché ci si sente vilipesi e c’è il bisogno di attribuire una tale definitività a ciò che si è vissuto che possa far impallidire tutto quello che verrà dopo. Si sa che la passione riprenderà, che l’esperienza nuova sembrerà sommergere tutto ciò che c’è stato prima, ma come una maledizione si vorrebbe tornare a mente quando c’è ricordo e silenzio. E il silenzio che non si è stati capaci di usare come lenimento reciproco, di condividere come dolore, poi dovrebbe diventare l’estrema arma di chi si è sentito lasciato. Si pensa che nel silenzio ci sia la nostalgia e il rimpianto.

Io credo che ci siano questi momenti nella vita, ma che siano davvero propri e che ogni silenzio, se non c’è qualcuno con cui condividerlo e scambiarlo, diventi un tratto personale, una ricostruzione infedele del proprio passato che sola ci appartiene. Ma nel vivere quotidiano il silenzio ha altre funzioni, toglie il rumore che sta attorno come primo effetto e ci riporta a noi. Sembra banale, ma per non sentirci soli abbiamo bisogno di rumore, così si confonde il silenzio con la solitudine. Il silenzio invece supera la parola, riporta nel profondo, ci mette davanti non al passato, o almeno non così di frequente, ma a ciò che siamo e potremmo essere, quindi contiene il futuro. Per questo nel condividere un silenzio di parole si può scambiare molto d’altro e le parole sembrano disturbare con la loro imprecisione. Questo dicevo, non creduto a chi mi raccontava la storia, che c’era bisogno di condividere una fine con il silenzio. Ma non ero io il ferito, potevo discettare sul silenzio, mentre le parole scagliate erano ben più lenitive, forse anche aiutavano ad elaborare.

Ciascuno ha una sua via e una sua paura per il silenzio, e dal poco che capisco, mi pare che esso contenga molto di me e dell’altro con cui condivido. Per questo cerco gli spazi nel discorso e vorrei capire ciò che davvero mi si vorrebbe dire, cosa si agita e cosa spinge verso di me. 

 

minestrone alla Mendelssohn

Tuberi, verdure fresche, zucchine, peperone, carote, pomidoro (due), verdure congelate. Tutto a tocchetti, prima il soffritto, poi le verdure a stufare e infine a cuocere. 20 minuti di pentola a pressione, alla fine basilico fresco, sale e olio crudo e si può mangiare. Minestrone bollente sul pane tostato. Buono!

Allontano il pensiero dall’altro minestrone, quello della politica italiana, vincolata alle sorti di Berlusconi. E chi se ne frega, non se può più, basta! La stessa minestra per 20 anni, e pure oggi è passato il messaggio con il solito copione dell’attacco ai giudici, dove Forza Italia, è l’ultima spiaggia. E non pochi ci cascheranno ancora. Lasciamoli al loro destino. Anche del governo mi importa poco. Che si può fare quando ciò che si deve salvare, ovvero l’Italia, non è condiviso. Parliamo di due Italie e di italiani diversi, ci sono quelli che sono senza lavoro, oppure anche con il lavoro non arrivano alla fine del mese e quelli che questi problemi non li hanno. Non c’è un solo paese perché la solidarietà non c’è, si toglie l’imu sulle case di lusso e si aumenta l’iva che pagano tutti, che vergogna.  

L’impressione è che tutto sia stato inutile, che i sacrifici di questi anni siano stati bruciati in una fornace, ma soprattutto che siamo finiti in una situazione di prigionia e chi ci tiene prigionieri, è l’eterna vicenda di Berlusconi che passa tutto in seconda fila. I problemi italiani si chiamano lavoro, ilva, inquinamento nel napoletano, servizi a costi sempre più elevati, povertà crescente. E invece si continuano a riempire i giornali di analisi sottili sulla decadenza, e sulle sentenze. Basta non se ne può più. Dopo tre gradi di giudizio, chi di noi, compresi quelli che votano forza italia, avrebbe la possibilità di ottenere tali e tante garanzie, tale e tanta pubblicità, di offendere un potere dello stato senza querele. Nessuno. E quindi il problema non sono i nostri diritti ma un eccesso di garantismo nei confronti di una sola persona. un fatto mai accaduto in una democrazia con tale protervia e insistenza. Così il paese smarrisce la realtà dei problemi e diventa una pentola a pressione.

Libero il cervello, questo problema non deve più condizionarmi, punto sul mio minestrone, ascolto la terza di Mendelssohn e faccio pure il bis.

la rava e la fava

Mattinata colma e calma. Si comincia con una riunione senza odg. I presenti attendono e sono solo. Imprecare contro chi latita non serve, usare il mestiere, puntare sul tre. Il tre è magico, rassicura. Tre punti: stato delle cose, necessità e prospettive, obbiettivi. Arriva la “spalla” è pessimista, lo prenderei a calci sugli stinchi. Mi propongo di cucire le proposte con il motivare, essere realisti, porre mete raggiungibili. Ostento determinazione e fiducia: non ho alternative e quindi deve andare bene. In un’ora si chiude. Saluto e schizzo via verso un appuntamento. Ho 15 minuti per attraversare la città. Ne impiego 20 e sono in anticipo, miracoli dello spazio tempo, aspetto in cortile. Mi piace aspettare, serve per pensare ad altro e sono talmente tante le cose che si possono fare aspettando…

Nell’aria c’è un profumino di salsa al pomodoro. E’ la seconda volta che capito da queste parti all’ora di pranzo e sento lo stesso profumo. immagino pastasciutte generose, canottiere e calzoni corti, il mezzo bicchiere di vino e il pisolo breve dopo pranzo. Fa caldo, c’è un sole sfolgorante e doveva piovere.

L’incontro dura 5 minuti e riattraverso la città. Il bello delle città medie è che tutto è vicino, magari ci si impiega un’ora per il traffico, ma è vicino. Mentalmente attiguo.

La mattinata continua verso il pomeriggio. Centro studi: dopodomani c’è il convegno. Devo ancora iniziare a ragionare sulla mia relazione. Potrei parlare del nulla: non so nulla, sono un esperto. Cerco di raccogliere le idee su un lavoro precedente, tra miriadi di contrattempi e decisioni da prendere. Bisogna sostituire l’addetto alle riprese, ispezionare la sala. Fatto tutto per telefono. Che meraviglia il telefono quando serve a risolvere. E che dannazione quando dall’altra parte rimandano le decisioni. Manca il ministro, non si sa se verrà qualcuno in sua vece, anche l’assessore manda un sostituto. Già, forse veniva solo perché c’era il ministro. Il rischio è che si squaglino tutti.  Allontanare il negativo, calma, le cose si risolvono. Sembra un cubo di Rubik, si mescolano le relazioni e i colori, speriamo resti un cubo. Le certezze sono rimandate al pomeriggio. Mi viene in mete Garcia Lorca e le fatali 5 della sera. Non accade nulla alle 5 della sera, solo in Spagna ci sono le rese dei conti, qui al più pensano all’aperitivo.

E’ strano che il tempo in cui dovremmo fare altro di urgente si accorci, che qualche impiccio nuovo e non rinviabile si sovrapponga. Rinvio la relazione, qualcosa inventerò, mi alzerò presto domattina. Mi sembra d’essere tornato a scuola quando il presto alla mattina metteva a posto la coscienza sull’orlo della paura. Domattina non ci sono per nessuno. Forse, dipende. Quel che è certo è che qualcosa mercoledì bisognerà dire. Magari che sia consequenziale, nuovo e magari con qualche spruzzo di intelligenza: una cosa impossibile. Resta l’insalata di rava e fava, invocare la narrazione, alludere, lasciar intuire. Sì ma qualche idea domattina dovrà uscire.

Calma e gesso che le settimane passano e pure i convegni. 

puzza

La povertà puzza, la vecchiaia puzza, i giovani da tempo puzzano, nella puzza intellettuale che distoglie il pensiero dalla realtà, si rifiuta l’immagine di ciò che potremmo diventare. Così viene accantonato, segregato, tolto potere e possibilità di parola alla stragrande parte della società.

I ricchi si trovano tra loro, si frequentano, sono introdotti, hanno amicizie, si scambiano favori. Lo fanno nei circoli esclusivi, nelle barche, nei salotti, nelle feste e nelle loro associazioni. I poveri sono soli, i giovani sono soli, i vecchi sono soli. Non sono forza ma debolezza, non hanno gruppi di pressione, lobby, non contano nei parlamenti, sono divisi persino nella povertà, nell’indigenza. Questo è il dramma di questa società, i deboli hanno accettato di essere ricondotti alla solitudine. Gli hanno mentito, gli hanno detto che bastava l’ingegno, la volontà per progredire nella scala sociale, l’arrichissez vous ha sprofondato tutti nella solitudine illudendo che fosse possibile arrampicarsi in una scala sociale a cui sono stati tolti i gradini intermedi. O poveri o ricchi. Un lavoratore ogni 4 è sotto la soglia di povertà, se guardiamo i giovani non arriviamo a uno su due. E’ tollerabile tutto questo? Può essere che si accetti indefinitamente di aver perso la capacità di vedere il proprio presente e il proprio futuro?

E’ stata compiuta una gigantesca operazione di trasferimento dei fallimenti: dagli stati, dalle banche, dalle imprese, dalla finanza si è trasferito sugli individui più deboli il fallimento dello stato e delle imprese mantenendo i privilegi per chi ha causato quel fallimento. E tutto sembra senza rimedio, senza possibilità di cambiamento se non per un intervento magico che ristabilisca un’età dell’oro in cui c’è lavoro, protezione sociale, rispetto dei diritti. Così si racconta la favola che nel mercato globale la ricchezza possa essere a portata di mano, che basti un’idea vincente, un prodotto che diventa di massa, dicono : non è stato forse così con il cellulare, con la tv, con i computer? In realtà nel mondo globale il successo e la ricchezza si polarizzano ancora di più perché l’asticella si alza indefinitamente e scavalcarla diventa impossibile. Competono sistemi che si basano su intelligenze collettive e asservite alla produzione di denaro, che orientano interessi e abitudini, che condizionano stili di vita privi di etica. Non ci sono intelligenze sociali in competizione, sistemi di benessere, ma individualità e ricchezze in competizione. Quindi senza capire cosa accade gli sforzi diventano palliativi  e vani, distolgono l’attenzione dalla realtà che diventa sempre più misera.

Il capitalismo finanziario genera l’incapacità di essere liberi dai vincoli che stanno strozzando i popoli degli stati attraverso i debiti sovrani e questo non mollerà la presa finché il debito non sarà pagato, indovinate da chi. Senza una reazione il futuro sarà fatto di schiavitù reali e libertà apparenti. Ma se si attacca il virus che è stato instillato, ovvero la solitudine, le cose possono mutare. Abbiamo necessità di parlarci, di usare il reale, quello che vediamo e l’intelligenza per capire profondamente che le cose non si risolvono da sole. Uscire dalla solitudine significa ridiventare società, essere forti e agire come pressione per il mutamento. Non ci sono soluzioni magiche, dipende dalla nostra capacità di essere solidali, avere obbiettivi comuni. Questa è l’unica strada.

un nome a ciò che attende

DSC00281

Dovremo restituire le parole, quelle che abbiamo usato e quelle trattenute, dovremo riportarle umilmente, consci che sono ormai vecchie, un po’ sgangherate, alcune consumate, molte confuse, altre mai adoperate. Le abbiamo usate, sembravano nostre, splendenti, quando dicevamo di noi ad altri, a chi più e a chi nulla, le abbiamo usate con leggerezza e parsimonia, scialacquate e trattenute, erano per noi in attesa e a piacimento le abbiamo adoperate.

Che ne abbiamo fatto?

Ci sembrerà strano non ci verrà chiesto del loro uso, ma è indifferente per chi ce le ha date, solo a noi non lo è, e in fondo ci spiace che proprio non gli importi delle nostre abilità accumulate. A noi sono servite, anche quando non sono bastate, quando non venivano, quando di lacrime si sono rigate, hanno portato fuori ciò che voleva uscire, e molto si è celato dietro ad esse.

Se davvero importasse si potrebbe condividere tra noi una pena: abbiamo dato un nome a ciò che contava?

E’ importante un nome, nel cuore c’erano caselle in attesa d’essere riconosciute, era importante per loro un nome, più del fare che si scioglie nel silenzio, più di quello che gli altri dicono di noi, più di tutte quelle parole prestate, più di quelle altrove allegramente donate.

E’ importante un nome, ogni sentimento ha un nome, ogni persona che conta ha un nome, ciò che teniamo e ci tiene assieme ha un nome, di questo non dovremmo tenere pena, perché quel nome è stato dato, era nostro e l’abbiamo donato.

oppure, detto in altro ritmo:

Dovremo restituire le parole,

quelle che abbiamo usato

e quelle trattenute,

dovremo riportarle umilmente,

consci che sono ormai vecchie, un po’ sgangherate,

alcune consumate, molte confuse,

altre mai adoperate.

Le abbiamo usate, sembravano nostre,

splendenti, quando dicevamo di noi ad altri,

a chi più e a chi nulla,

le abbiamo usate con leggerezza e parsimonia,

scialacquate e trattenute,

erano per noi in attesa e a piacimento le abbiamo adoperate.

Che ne abbiamo fatto?

Ci sembrerà strano non ci verrà chiesto del loro uso,

ma è indifferente per chi ce le ha date,

solo a noi non lo è,

e in fondo ci spiace che proprio non gli importi

delle nostre abilità accumulate.

A noi sono servite, anche quando non sono bastate,

quando non venivano,

quando di lacrime si sono rigate,

hanno portato fuori ciò che voleva uscire,

e molto si è celato dietro ad esse.

Se davvero importasse si potrebbe condividere tra noi una pena:

abbiamo dato un nome a ciò che contava?

E’ importante un nome,

nel cuore c’erano caselle in attesa d’essere riconosciute,

era importante per loro un nome,

più del fare che si scioglie nel silenzio,

più di quello che gli altri dicono di noi,

più di tutte quelle parole prestate,

più di quelle altrove allegramente donate.

E’ importante un nome,

ogni sentimento ha un nome,

ogni persona che conta ha un nome,

ciò che teniamo e ci tiene assieme ha un nome,

di questo non dovremmo tenere pena,

perché quel nome è stato dato,

era nostro e l’abbiamo donato.