Se la strada mi calpesta, se il mare mi sommerge, se il cielo mi schiaccia, di chi sono io?
Sono terra, acqua, aria? Oppure nella mia pretesa individualità, nella differenza che ostento, nell’offendermi dinanzi all’essere accomunato, in realtà sono pasta nel mortaio, mescolanza tra le dita di un demiurgo al quale incautamente mi sono affidato?
La mia libertà è nell’essere elemento e direzione, cosa ed essenza, passo, nuoto, volo, insieme ghepardo, delfino ed aquila.
Un mattino morbido come la luce che gonfia le tende.
Tempi dolci, anche gli oggetti non hanno fretta. Si mostrano con il piacere languido della notte trascorsa nei sogni. Una pipa sul legno, il computer chiuso, ostrica di facile mistero, piante nell’acqua in controluce, e un taglio di sole che sceglie tra i libri, la musica, le parole per dirsi.
Il caffè spande il suo profumo borbottando, trova il pane tostato, assieme imbandiscono dolcezza alla giornata.
Melenso perché la dolcezza non basta mai, per voglia di coccole, per il miele cristallizzato che si stende sul pane, per il latte, il caffè, per il profumo di casa. Ascolto parole intelligenti dalla radio, le sgrano una per una, le scompongo nel suono, che sia questo uno dei significati dell’udire? Non ascoltare più e render proprio ciò che per altri è diverso? Vedere la trama, perdersi nell’inutile così denso di significato?
Ho preso un pennino largo, non troppo però, un inchiostro comprato a Praga in anni senza luce. Ho arginato i ricordi, eppure ce ne sarebbe da dire, ed ora guardo il tratto che prende possesso della pagina, la scia che asciuga rapida, l’azzurro “brillant” che ne resta. Per essere efficaci bisogna scrivere cose brevi, frasi icastiche, sapere che qui tutti possono leggere. Per avere l’attenzione bisogna sollecitare ciò che è conosciuto oppure sonnecchia e s’agita dentro. Il dubbio deve restare generico, la domanda personale mai troppo intima. Rispettare le regole dell’immateriale dove vanno bene gli stati d’animo, non le anime, che al più, occhieggiano. Come stai? Cosa pensi? E il resto? Non conta, davvero non conta, nello storytelling tutto si consuma subito, anche crudo, ma al banco, non con candele e atmosfera, sguardi negli occhi, comunicazione multi canale, quella è altra cosa.
Non stai scrivendo un romanzo, perdio, e neppure un diario. La comunicazione è una scienza, beh magari proprio una scienza in senso galileiano no, però ha delle regole. E delle eccezioni, vuoi lavorare solo sulle eccezioni, bah…
Se penso che le parole sono nate per descrivere il simbolo e ciò che lo genera. Che oltre ad essere più rapide della paura hanno la lentezza del fuoco governato. Che hanno la pazienza dell’estrarre, del confacere, perché i gomitoli non s’aggrovigliano per caso e c’è un ordine interiore. Se penso a tutto questo, allora capisco che l’utilità è facile e il piacere è difficile. Che questo si può condividere con fatica perché in sé inutile. Che ciò che facciamo, apre o chiude. Tutto. E’ semplice no? Cosa apro e cosa chiudo? Mi isolo o accolgo? Capisco che la “sequela mundi” non è solo il conformarsi, oppure il guardare, l’apprendere, il fare nostro, ma mettere in discussione ciò che lo muove per permettergli di aprire, di procedere. Però se questo è un mondo apparentemente aperto e in realtà chiuso, capisco d’essere inadatto, ma l’essere inadatto ha significati differenti e, a volte, si traduce nel piacere dell’inutile, nel non assomigliare, nel dire che chi capisce è nel cuore. Per quanto, vale, nel mio cuore, ma v’assicuro che per me vale molto e tanto basta.
Sto aspettando che le mele caramellino in forno. La casa è silenziosa, specialmente quando i vicini non hanno ospiti. C’è il rumore sospeso che generano le pagine quando vengono girate. Si sente schioccare il fuoco e il bilanciere della pendola che oscilla. Nelle case dove ho vissuto c’è sempre stata una pendola, il battito regolare mi ricorda la vecchia sveglia di quand’ ero bambino. Ce l’ho ancora quella sveglia anche se ha difficoltà a funzionare bene e gli ingranaggi in disordine. In fondo m’assomiglia, è regolare e disordinata, accelera e rallenta, ha qualche anno più di me, ma abbiamo vissuto a lungo assieme. Gli oggetti che hanno seguito innumerevoli traslochi sono ormai pochi e piccoli, avranno un senso finché ci sarò e il ricordo li collocherà in fatti, affetti, cose conosciute e poco raccontabili perché, come gran parte delle vite, non hanno senso se non per chi le ha vissute. Il tempo è una immensa discarica di oggetti che si perdono e di immortalità fugaci. E tenere stretto il proprio tempo significa conservare ciò che emerge, non ciò che teniamo stretti.
Piccoli totem, simulacri e simboli di continuità, quel prima che c’è stato, accompagna, e ciò che consegniamo deve comunque avere una nostra traccia insegnata. La memoria in questi rintocchi regolari. Come il cuore.
Storie, racconto, presente, ricordo che si mescola, sensazioni, ciò che si vede o si prova, spesso entrambi. Raccogliere l’emozione, approssimarla, sezionarla per vederne il cuore, astrarre il generale, l’evidenza di ciò che si ripete, oppure usare termini contenitore, specifici se hanno una storia, gioia, felicità, dolore, disperazione, atonia, catatonia, speranza, è il tempo che regola le serie, come si mescolano e dove si fermano. Ancora metafore, notte, buio, luce, nuvole, strada, vicolo, scrivere di cose, di come esse entrino nel sangue, per dove, le aperture del sentire, del piacere, come si annidino, per sempre, oppure per un poco, la genesi di un’emozione, la sua evoluzione, con pochi aggettivi necessari, un suono, un’immagine casuale, la realtà col minimo di volontà. Flusso. Distrattamente un barattolo viene preso a calci, il suono rimbalza, eccita il calcio successivo, toglie il pensiero, riporta indietro, monello, rimprovero, desiderio, calciare, ancora, rumore, finisce com’era iniziato nel suono che si spegne, pensiero, il flusso riprende, deviato, tenue, si può persino parlare di ciò che si pensa, placebo. Nell’angolo una lampada accesa, luce gialla paglierina, limitata, un cono, sottofondo di musica dal pc, un canale digitale mescola la luce con il clarinetto, il sax e il pianoforte, il pensiero si fa morbido, si ferma sul margine della luce, o dell’ombra, non c’è limite, terra di nessuno quindi terra tua, la razionalità si decompone, si quieta, assenza di parole, sensazioni, fuori resta fuori, scendere dentro mentres’allungano le gambe, rosso, morbido, avvolgente, pulsa piano, tepore, assenza/presenza, tu, insieme eppure soli, solitudine equilibrio dolcezza per sé, comprensione, misericordia. Lista recente di chi non ha usato la dolcezza, poveri che rubano ai poveri. Auto terapia, pace con sé, sonno leggero e vigile.
Come trovare un senso privo di luci nette, una fotografia casuale dove il particolare è prigioniero di un caso, ingrandire, decifrare lo stupore di chi si sente visto, scoprirsi nello stesso stupore. Ciò che passa, passa, non c’è controllo su ciò che resta davvero, i luoghi comuni sono più vitali perché non vengono messi in discussione, abitudini senza riflessione, poco resiste all’analisi, è più forte ciò che si vuol credere, vedere, fede, siamo intrisi di fedi, insicurezze, risposte, labilità di esse, paure, insicurezze che sembrano nuove e in realtà si ripetono, generano fedi. Mania, problemi irrisolti, rinviati, indefinitamente, piacere come risposta, la sua ricerca, c’è felicità nel caso, la felicità del non esserci. Simmetrie, la disperazione è un eccesso, la tristezza è simmetrica, servono punti di riferimento, solidità, tranquillità, assenza di passione, leggerezza che si sbriciola tra le dita, tempo senza nome, né oggetto, un portolano per andare, sennò lentamente si muore, si spegne lo scanner.
Se la pelle è di vetro, si impara a difenderla bene, mai abbastanza però. Ci si applica come si può, chi è fragile è spesso anche ingenuo e non diventerà mai furbo. Però impara ad occultare quel tanto che consente la vita. Se si è fragili è facile essere feriti, è una banalità. Ed è pure banalmente indifferente pensare che a chi accade si sviluppi una sorta di abitudine. No, al più nasce la difesa del ritrarsi e lasciar trasparire poco. Oppure si può scivolare nel cinismo, ma quella è una malattia che uccide anzitempo e chi è fragile non ha voglia davvero di non sentir più nulla. Almeno il pessimismo ancora conserva la capacità d’essere stupiti dal contrario di ciò che si prevede, no, il cinismo è proprio l’incapacità che qualcosa sia positiva e riattivi lo stupore del mondo, insomma non è cosa da fragilità di sentire.
C’è però una similitudine che attrae chi per noncuranza viene maltrattato ed è quella dell’entomologo che osserva, classifica, mette sotto teca e ragiona sulla meraviglia inanimata. Affascina il guardare le cose da distante, l’ordine e il ragionare per classi e sottospecie. E’ apparentemente freddo il mondo dell’entomologo, però attrae come liberazione dal soffrire. Si pensa che il rischio si distribuisca nell’attimo dell’etere e poi della formalina, poi tutto è fermo. Ma poi non resta nulla di ciò che prima palpitava, l’attrazione e il pensiero che essa suscitava. Solo la bellezza dei colori, la finezza delle ali, l’immaginazione che tutto questo era leggero e volava. Per questo chi conosce la fragilità del volo, pur nella tentazione, rifiuta d’essere entomologo di altri, sa che per difendersi non bastano le classificazioni, ma casomai volare altrove e più alto. Siamo così imperfetti nel fidarci che nessuna esperienza può davvero far da guida e il prezzo della vita è un compromesso tra una corazza e una leggerezza che consentano di essere liberi nell’universo. Se la pelle è di vetro rafforzare la libertà di dir di no è già un buon compromesso per discernere ciò che poi conta davvero.
La giornata è andata con il passo di corsa e il petto un po’ avanti che si ha verso un traguardo. Chissà qual’era, il traguardo, intendo. E forse per questo a notte ci si ritrova stanchi. Si enumerano le cose rimaste in sospeso, quelle che hanno inciso, o almeno così sembrava, gli entusiasmi fugaci, le piccole malinconie. Tutto rapido. Come passa veloce il tempo, sembra non resti nulla. Gli anni davanti sono indeterminati e questo eterno presente vissuto sempre di fretta sedimenta poco. Forse perché non c’è molto da sedimentare. I pensieri fanno compagnia, sembrano proseguire discorsi propri, un ininterrotto soliloquio che esamina, discetta, scivola, sceglie e ci ripensa. E poi si perde, stanco d’oggetti, in un volo. Meglio.
Fuori c’è silenzio, entra tra le pareti, invade la casa, ingloba i piccoli rumori, avvolge. Il silenzio rallenta tutto, mostra incontrovertibile che siamo in balia di noi stessi, di ciò che vogliamo, delle abitudini e delle inutilità. E’ forse per questo mancato esercizio di libertà che sedimenta poco del giorno? Oppure ora si evidenzia ciò che manca? Sembra banale ma il letto è un buon discrimine per capire se si è davvero soli. Nel letto ci sta quello che si è costruito. Lo si sente tangibile: sono amato, non lo sono? Cosa davvero m’importa?
Tra poche ore è sabato, si ricomincia, sarebbe bello mettere tra le pieghe del tempo qualcosa di me.
Riordinare non finisce mai perché è un ritorno all’innocenza che non era tale e che non è mai esistita, però fa bene provarci. In principio era il caos, poi sono venute le regole, così l’ordine segue un gusto prevalente, la proiezione di una necessità su di noi.
Spesso il disordine si associa allo sporco e così si rafforza l’idea che tutto debba essere messo in una sequenza, riordinare è la condizione della pulizia, e quindi c’è un prima e un dopo, immutabili o quasi, un ciclo che si ripete come se l’ordine fosse solo conservazione e ripristino. Accade anche nelle vite, nei pensieri, nei sentimenti eppure nel disordine potrebbe nascere un nuovo ordine che resisterebbe almeno un poco. Riordinerebbe la vita, ma costa fatica. Parecchia. Spesso si dice che una nuova scelta di ordine andrebbe confrontata con la precedente per stabilire ciò che è migliore. Come si potesse… A volte accade, però nei momenti di confusione o di maggior pressione c’è sempre un ritornare a qualcosa di indefinito che pure calma, fa stare in pace, come se le geometrie fossero conformi all’anima. Anche quando diventano nuove. Solo i bambini riescono a vivere nel disordine e non sentirsene confusi o minacciati, ma poi si cresce.