l’aria presumeva la nuova stagione

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C’è nell’aria una vaga apprensione,
come usa, non di rado, agli uomini la vita.
La delusione viene senza compagnia,
prende, divora l’orlo delle ore di luce.
Fuori, nell’aria che presumeva la nuova stagione,
l’erba s’è oscurata nel freddo.
Luci nette hanno traversato l’ombra appesa,
e si sono soffermate sulle finestre, curiose delle coste dei libri.
Il tramonto s’è acceso,
odorava di nulla,
se non delle età altrove vissute.

Pace è parola breve, inconscia dove vive,
chiude in sé l’abitudine
e con fatica s’apre per accogliere.
Nel profondo d’ogni vero dubbio
c’è il germe della tempesta,
un nonnulla improvviso che non s’era compreso,
ed è già suono di basso,
pedale d’organo e vortice d’abisso,
che ruota e aspira ogni quiete.
L’ora invoca il sogno e il sonno che ripara
ma anche l’agire per arginare noi dal nulla che s’annulla .
.

chissà cosa attendi

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La sera che sgrana le cose,
le offre alla verità della notte
ma usa cura a difendere il verde,
la nota d’un canto,
il riposo della placida serpe che dorme nel fosso.
Là dove si scioglie la luce
un pensiero s’imbeve di te.
Chissà cosa attendi,
dove scivola ciò che t’interroga
mentre nel cielo tracci cobalto e zaffiro
e del tempo ch’è solo tuo tieni il pensiero.
Pudico un canto riga lo spazio,
altera il senso d’eterno imperfetto,
è scarto eppure gioisce,
cosciente d’essere ciò ch’è rimasto.

crescere

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Il freddo era più freddo e più caldo il corpo.
Nel pomeriggio cominciavano a fiorire desideri,
nuovi come l’età,
densi e vischiosi,
d’un ordine difficile
nell’ordine bambino.
Guardarsi crescere in ogni dove
e capire poco mentre ci si forma,
di quel tempo vedo il colore,
del rosso carico di lampi e del blu che cade,
mescolati nel buio della conoscenza nuova.
L’anelata chiarezza,
mentre tutto era esagitato e fermo,
era nel fresco d’acqua lasciato scorrere tra dita
e aveva un nuovo senso,
com’era senso il sentire acuto
del tempo tra necessità piegato
e poi disteso nelle improvvise voglie.
Crescere è fatica senza riconoscenza
e nome,
nido di paure e liquido metallo
dove il futuro cova
e traccia per suo conto.
Di quella età vedo le forze e le ferite,
la gioia che cercava guida,
tutto, ora, s’allinea
mentre coriandoli ne estraggo
per il carnevale della vita.
Tra pensose identità e silenziosi sbagli
c’è stata allegria e passione
e sono certo d’essere
perché allora sono stato.

ritornare la sera

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Per prati cosparsi di bianco,
bagnati di luna e di neve,
preghiamo la terra ed il cielo,
perché s’uniscano,
anche in questa patria
sacra di fatiche e d’acque lustrali,
e sia a loro offerto il nostro sentire
d’essere molti fino al cuore del mondo.
Forse l’ansia del cuore
non reggerà la luce di casa,
il suo tornare all’umano dire
con l’abbraccio dell’amore e del fuoco.
E così la fatica del pensiero
nell’aria e del buio, sarà infranta.
Oppure no
e appena oltre i vetri d’una casa,
deposti i timori e l’intuizione dell’oltre,
basterà per un poco, lasciarsi andare,
stanchi di camminare fino al dolore.
Nel silenzio caldo, allora,
porre lo sguardo al cielo,
che amorevolmente accudisce
e spinge l’amore
sarà trovare equilibrio e pietà nel fare.

hai…

Chiusa la porta
ora l’aria è una lama che sfugge,
la luce batte sui vetri, 
sgomita, apre varchi, 
chiede alle probabilità,
che gli occhi socchiudono,
che il sogno inizi. 
Là dove il verde si guarda
e s’intenerisce di sé 
chiedi a chi tiene conto,
dei fili dell’erba, 
d’ogni orma passata, 
del volo in ogni sua specie. 
Vedi come scava la luce nei muri, 
cogli l’ombra dei passi 
che addolcisce la pietra, 
E senti del cuore gli inciampi, 
il canto sommesso delle cose in disparte, 
e il dire tuo, nel pensiero che esita,
diviene cura eccessiva del gesto,
sino al sospiro che ammutolisce. 
Immagino la penombra, 
il rumore della quiete 
e l’offerta che sceglie, 
dal senso la forma del dirlo,
accosti il sentire
come fosse colore
e dissona o converge
del tutto la piena armonia.

acque stanche d’uccelli

pensare d’essere pensati

specchi, inquieti specchi

mattina

Un mattino morbido avvolge le finestre nella luce,

le tende si gonfiano di tenui colori,

È un tempo dolce che chiede ascolto, anche gli oggetti non hanno fretta,

si mostrano

col piacere languido delle cose,

che osservano il respiro lungo della notte.

Trascorsi i sogni, grani d’infanzie mai chiuse,

il risveglio è gemma di voglia

che si protende verso l’aria nuova.

I profumi del caffè sono densi e quieti.

annunciano che c’è tempo

e sarà nella corteccia d’altro tempo.

Un brusio sommesso

arriva da lontano,

incauto, indifferente,

è decrittata immagine di vita

che si svolge,

libro che il vento sfoglia è non fa leggere.

La pipa sul legno attende,

il computer è chiuso:

piante nell’acqua in controluce,

mentre un taglio di sole sceglie tra i libri,

la musica,

le frasi per dirsi.

Intanto la radio racconta,

appende parole,

le cuce con fili sottili.

Le sgrano una per una,

le scompongo nel suono,

che sia questo uno dei significati dell’udire?

Non ascoltare più,

render proprio ciò che per altri è diverso, vederne la trama,

e perdersi nell’inutile

così denso di significato.

esecrare