scie

Ciascuno ha seguito una scia, a volte era dentro, macerata da lunghe elucubrazioni, più spesso era fuori. Come la spinta nella folla portava in una certa direzione. Neppure si sapeva bene quale, all’inizio, poi era diventata più precisa, e infine una meta. Si sa che le mete raggiunte lasciano vuoti, risucchiano tutto il tempo dell’attesa. Si sa che dopo una meta non si sa dove andare e che è fatica ricominciare a mettere in ordine pensieri, fatiche, aspirazioni, desideri. E pur sapendo tutto questo, ciascuno non s’accontenta e va da qualche parte con intenzione. Spesso è proprio l’intenzione a non essere sufficiente e la cosa sognata resta poco più d’una curiosità appagata. Mi direte, ma di che stai parlando? Di tutto quello che sta dietro la pazza folla di cui ciascuno di noi fa parte. Anche quella ragazza a cui dissi di non buttarsi via e lei non capiva. E non s’è buttata via, ha vissuto quello che la mia testa rifiutava, posso io giudicare quello che ne è venuto? No, non era la mia scia ma la sua. Ognuno segue qualcosa, si circonda di qualche sicurezza e s’accontenta senza mai accontentarsi davvero. Un detto imbecille dice che è meglio un rimorso di un rimpianto, entrambe le condizioni fanno riferimento al rapporto tra desiderio e colpa, come se non esistesse l’uomo in mezzo e come se ogni felicità non riscattasse, almeno per un poco, una vita fatta di compromessi. Non provare il senso di colpa è necessario per seguire la propria scia, c’è un’etica interiore che parlerà al limite, un chiedere permesso per non perdersi. Forse era questo il senso di quella frase del non buttarsi via: resta te stessa sempre, anche se non sceglierai ciò che a me sarebbe piaciuto. Una libertà insomma, una piccola, grande libertà da spendere, come fa il mio coetaneo nel tavolino a fianco, che si gusta un rosso e non persegue il ridicolo d’essere altro da sé.

 

buon agosto

Ci sono lettere scritte che attendono, di essere spedite e di essere lette. Poi non accade e questa è una di quelle lettere irte di parole, buttate giù di getto perché serviva una risposta a una domanda che, magari neppure c’era stata eppure aveva toccato qualche nervo scoperto o aveva reso palese la percezione dell’assenza. Da quanto tempo non ci si vedeva davvero? Perché il vedersi non è l’incontrarsi da qualche parte, scambiare sorrisi e parole, informarsi sullo star bene dell’altro e volerlo sapere davvero, non è solo questo, che già sarebbe molto, ma è il dirsi qualcosa che non si direbbe a nessuno. Perché ci riguarda, ci rende inermi e si è fatta una fatica immane per estrarlo e capirlo e ora lo si vorrebbe mettere in mani amorevoli e sincere. Così quando ho percepito, tra le notizie e i complimenti reciproci il tuo malessere profondo, mi sono fermato. Volevo chiederti, era una cosa importante, una pozza di buio che si allargava e assorbiva la luce del sorriso. Ma tu dovevi andare. O forse volevi. In fondo è la stessa cosa, si fugge da qualcosa che abbiamo dentro e non da chi abbiamo davanti.
Ci siamo salutati con un abbraccio più lungo, e guardarti andare era già una pena. Un atto di infingardaggine, avrei dovuto rincorrersi, chiederti, ascoltare e dirti che anche a me accade, che le solitudini si riconoscono. E si parlano. E invece ho pensato di scriverti, ma alla fine la lettera è rimasta sul tavolo, a lungo, per poi sparire in un cassetto.
Basta una telefonata. Così si diceva un tempo, adesso è bastato un messaggio sullo smartphone.
Tutto bene, scusa l’umore, avevo la testa altrove. Adesso ho risolto.
A chi si vuol bene si vorrebbe dare ciò che con fatica si è appreso, evitare che i dolori si ripetano. Sono stupidi i dolori perché non apprendono o sono i sentimenti che si credono onnipotenti e invece sono pezzi di noi che si cercano e sono sempre gli stessi anche se ci sembrano nuovi? C’è non poca presunzione e un grande entusiasmo che ci travolge in ogni passione, e forse è necessario sia così perché non si estingua nella cattiveria l’animale uomo.
Ti avrei detto una bella somma di banalità e avrei ascoltato come nuove e grandi, cose che lo erano per davvero, e non assomigliavano a nulla.
Mi chiedo cosa di profondo ci renda simili. La scontentezza che deriva dal sentirsi incompiuti? La voglia di volare e di non ricordare nulla di quello che ci ha impedito di farlo? La necessità di non essere soli ma unici? Non so, parlo a me stesso e a te assieme e mi pare che le parole non siano mai sufficienti a colmare il nulla che assale.
Nel nulla c’è quasi tutto e ciò che manca te lo porti dietro. Forse me l’hai detta tu questa frase o forse è mia. Non importa, mi interessa che il nulla non prevalga sulle passioni, che sia l’avversario con cui si combatte lealmente.
Dobbiamo tracciare confini che non hanno muri perché non ci chiudiamo in fortezze, ma siamo orda che curiosa corre verso ciò che ha tralasciato e ciò che non conosce. Con la semplicità del vivere, che solo ha forza per superare il dubbio, mentre il ristare ci imprigiona.
Ti avrei ascoltato e forse avrei detto poco, anche se tu sai toccare la roccia sotto cui spingono i torrenti. Chissà che sarebbe accaduto se il tempo e il disagio non si fossero accoppiati come animali impazienti. Ogni cosa si ripete diversa, e riaccadrà, ma in fondo è la stessa. Oppure no? Buon agosto, spero con tanto sole sulla pelle e dentro.

il peso dell’anima

Tutto il peso dell’anima è nel nome,
l’essenza invece è sparsa ovunque,
a volte luccica di pioggia e arcobaleni,
altre è corazza che impedisce,
o è legno che cresce e accetta nodi.
Più spesso è aria che s’incontra in un bacio, altre volte è solo carne che s’incontra ed esulta,oppure tace.

E il peso del silenzio dell’anima qual è?
Infinito, così si sente,
come la colpa che non si merita, la decisione malpresa,
o la delusione incipiente.
Allora l’anima avrebbe bisogno di parole che non pronuncia e vorrebbe sentir dire,
d’un soffio che la convinca
che non lei,
ma la parte inutile del mondo le pesa addosso..
Tutto il peso dell’anima è nel nome
in quel soffio che vola
ed è organza, seta, trama di colore
che vola e avvolge e riscalda
e parla.
E, a chi l’ascolta, amando, parla.

uso delle parole

Ci sono parole come arrabbiato, traditore, dolore, importanza, contare, libertà, sovranità, democrazia e molte altre, che meriterebbero una riflessione per capire se possiamo usarle. Cosa facciamo noi per il nostro Paese? Cosa facciamo noi per la libertà? Cosa facciamo noi perché la legalità sia la norma e non l’eccezione? Cos’è la democrazia oggi, in Italia, nel mondo? Ognuna di queste parole contiene un prezzo, una fatica e invece pensiamo di aver pagato il biglietto e di assistere a uno spettacolo. Di avere un diritto all’indifferenza, all’inumanità perché tutto ciò che non ci riguarda direttamente non esiste. È così che il buono si raggrinza in ambiti ristretti e il resto diventa grigio terreno d’opinione, ma cosa ci autorizza a diventare Dei, signori del bene e del male, detentori dell’indifferenza? La colpa è un retaggio antico, spesso usato a sproposito, inutile se non produce frutto, se non aiuta a trovare in noi l’umanità che ci è stata regalata da innumerevoli dolori passati, dal pensiero e dalla vita di chi ha avuto il coraggio di guardare il nero che alberga in fondo all’uomo e di indicare una via d’uscita. Per questo le parole diventano specchio, predizione, futuro e se le parole scaturiscono dalla violenza, la libertà, la democrazia perdono significato, non aiutano a trovare soluzioni umane e non salveranno nessuno. Neppure chi pronuncia quelle parole.

Un testimone sopravvissuto, ricordando quanto avvenne in Francia nel 1942, quando furono rastrellati 13152 ebrei, di cui oltre 4000 bambini, poi avviati ai campi di sterminio, disse che la Gestapo da sola non sarebbe mai riuscita ad arrestarne così tanti e che i bambini non li avrebbero presi. Erano stati il governo di Vichy, la polizia francese che aveva proceduto con ferocia e inumanità non richiesta, che utilizzò la delazione e l’indifferenza dei cittadini. Nessuno di quei bimbi sopravvisse e per molti anni nessuno pagò una colpa di inumanità immane. Ecco perché dovremmo stare attenti con le parole e con l’indifferenza perché tutto poi diventa possibile.

piccole passioni

Dicono che una passione possa far crollare un muro, rendere inutile un’abitudine, togliere significato al tempo. Così dicono quelli che le passioni ancora le cercano, dentro di sé oppure negli altri che ascoltano a bocca aperta. Dicono che non gliene importa nulla, a chi ha una passione, che non si sente solo. Anzi. Sostengono che la solitudine non può esserci in una passione. Concludono che non basta mai a chi la prova, la passione, che è come un amore, solo che non manca, che la si porta con sé e la si può condividere. Ma solo con chi la sente allo stesso modo, sennò è inutile e si spreca, la si annega in due occhi divertiti, e il cuore si mortifica e poi la notte ripete: ma come ho fatto a fidarmi, perché l’ho detto così come lo sentivo e chi ascoltava non capiva, anzi mi compativa per quello slancio di assoluto. Eh sì, la passione è un arco di assoluto che non scompare nel proprio cielo e solo chi la prova, e pochi, forse uno o una che può condividerla davvero vede quell’arco. Lo sente come il segno disvelato del senso di un vivere. Non di tutto il vivere, ma di quella parte che ciascuno può scegliere ed è propria. Solo sua e di chi amorevolmente condivide. 

Mi chiese quanti amici avevo. Gli risposi che ormai non c’era più nessuno a cui potessi davvero dire tutto. Che la noia e i tentativi ci avevano condotti nell’abitudine. Ci conoscevamo a memoria e la memoria sapeva ogni modo di dire che si ripeteva, ogni birignao. Vedeva l’insofferenza e sapeva quando era ora di andare. Ma le passioni no, non le raccontavo e pian piano costruivo, anche nelle amicizie, piccoli muri di convenzione. Che sì, forse solo le donne, una donna, poteva essere davvero amica, perché le donne hanno quella capacità di sentirsi riempire l’anima e di attendere che questa non sia una condizione transitoria. Le donne non frequentano il cinismo, gli dissi, perché hanno i figli o gli amori che le trascinano e le fanno volare. E a così a volte capiscono quello che non si può spiegare, sentire come proprio ciò che ancora non comprendono bene ma si può abbracciare.

Lui voleva sapere di più, seguire nel racconto un pezzo di quella vita che era mia e non si disvelava, per questo gli dissi che ormai le amicizie le avevo messe da parte e mi erano rimaste le passioni. Piccole passioni, inesprimibili ai più, che avevano due facce, come le monete, una evidente per le curiosità transitorie, per i commenti affrettati che si dimenticavano subito. E l’altra invece, portava un segno, una specie di cifra o ideogramma, che non spiegavo perché lì c’era il motivo della passione. La sua radice che affondava in me e portava lontano dalla superficie. Così la moneta si lanciava per aria e qualsiasi cosa venisse, pareva ma non era per davvero se non per me o per chi poteva capire. Ma chi aveva la pazienza di capire per davvero? 

E la passione è inutile ai molti e totalizzante per chi la prova. Questo dimostra che solo ciò che non si comunica, per amore o indegnità di chi ascolta, rende vivo ciò che altrimenti verrebbe lasciato, lo trasmette a chi è in grado di accoglierlo, lascia dei segni indelebili e piega le vite verso il senso. Un senso che diverso si ripete e rende diversi, ma bisogna avere passioni per essere davvero diversi.

 

dei molti inizi e indizi

Anche a pensarci con accuratezza, buttando via il banale (e già questo è lavoro non da poco), l’inizio di una storia è in realtà fatto di molti inizi. Prendiamo il caso più semplice, una nascita, c’è un momento preciso, ci sono persone attorno in grado di certificare, persino il minuto e il segno astrale, c’è una confusione ordinata, un evolvere di sentimenti, ci sono gradualità di sentire e un bambino che inizia a piangere. Ora respira in modo autonomo, è spaesato e ha pure sofferto, adesso ha esperienza del dolore e dell’aria, ma l’inizio della sua storia è prima, molto prima. Potrebbe raccontare dei nove mesi precedenti, se non lo fa è perché la sua memoria aveva altre esperienze, ora totalmente contraddette, se ha pensato, se ha sentito e di certo lo ha fatto, era in un contesto talmente differente che di questo resta solo la sensazione. Ciò che è certo è che l’inizio risale a prima. Per restare vicini nel tempo, è stato quando i suoi genitori hanno fatto l’amore oppure quando si sono conosciuti, o ancora quando un bisogno e una conoscenza progressiva li ha messi assieme; oppure le cose sono state molto meno romantiche e più violente. Comunque sia, l’inizio è certificato molto più da un’esistenza e da un’evoluzione, da rapporti intervenuti dopo e che sono a loro volta inizi, piuttosto che da una data o da un fatto meccanico. Quello che mi pare evidente è che l’inizio è più nella prosecuzione della storia, nel suo farsi e nelle scelte che racchiuso in un momento particolare. Siamo quello che diventiamo e se volessimo investigare avremmo a disposizione molti indizi che partono -e portano- alla conclusione parziale del momento che si vive. E questi indizi sembrano coesistere ed essere fortemente radicati in noi, per cui ci sarà sempre un po’ dello sconcerto del bimbo, della meraviglia del bambino unita alle sue paure, delle timidezze dell’adolescenza, della responsabilità poca o tanta dell’adulto, e così via, nelle nostre scelte e nei nostri atti.

Nei momenti di solitudine o compagnia, ci saranno sempre antiche malinconie e gioie irraccontabili, ci saranno atti gratuiti e cose che non si vorrebbero aver mai fatto, errori, fallimenti palesi ed occultati, glorie vere o farlocche, insomma un mescolarsi di colori, tracce, striature che conterranno ragioni vere o presunte, ma solo investigando in esse ci si accorgerebbe che ogni singolo filo finisce in altri fili e che la nascita non è davvero un inizio, anzi che esiste una indeterminatezza dell’inizio se appena si gratta la superficie.  Siamo quelli che siamo e non è finita, ed è questo non finire che moltiplica gli inizi; siamo nuovi e somma di ciò che è accaduto, a noi e intorno a noi, in fondo legati a una sola verifica: siamo felici di esistere oppure siamo scontenti?

Attorno al letto c’erano le donne, la levatrice, una vicina, mia nonna. Mio padre fumava nella stanza vicina e ogni tanto veniva a vedere come andava. Pentole d’acqua calda percorrevano il corridoio e un lenzuolo di lino era stato suddiviso in lunghe strisce bianchissime. Era notte fonda, le finestre erano aperte sulla via ed entrava un po’ d’aria. Di giugno fa spesso caldo da queste parti, a mia madre non piaceva il caldo e sudava, mia nonna le bagnava la fronte e la incoraggiava. La vicina parlava con la levatrice ed entrambe avevano quella fretta che lascia al tempo il suo corso ma un po’ lo spinge. La levatrice spiegava cosa stava avvenendo, ma mia madre già lo sapeva. Mio fratello dormiva nel suo lettino e non si accorgeva di nulla o quasi. Poi, erano passate da poco le tre, tutto si risolse in un tuffo nell’aria, un detergere il sangue e i liquidi, un pacca sulla schiena e un primo grido mentre i polmoni aspiravano quella cosa nuova che era aria umida e calda della stanza e della città. Mio fratello si svegliò e si mise in piedi sul letto e guardando assonnato, chiese chi ero. Mia nonna tirò un’imprecazione perché non ero una bambina e poi mi volle ancora più bene. Mia madre, disfatta, sorrideva e appena fui pulito e asciugato mi ebbe a fianco. Mio padre guardava ed era felice, pensieroso e forte di volontà. Si rivolse a mio fratello e gli disse: te ghé un fradeo, dormi (hai un fratello). E lui, rassicurato, si stese e riprese a dormire. C’era parecchia euforia attorno, ma la levatrice aveva un’altra chiamata e la vicina il giusto sonno, così dopo un bicchiere di marsala con i savoiardi, se ne andarono, restammo noi. Ognuno con i suoi pensieri, diversi e loro modo belli, Qualcuno avrebbe potuto concludere che era un inizio, ma in realtà l’infinita ruota degli inizi era già in moto e con leggerezza mi prendeva in considerazione.

a chi giova?

Sulla situazione politica che si è creata, la mia percezione è che manchi un legame con il Paese, che non si dica la verità a partire dai programmi elettorali che ciascuno propone. E i primi ad essere presi in giro sono gli elettori. La vicenda del mancato governo giallo verde è emblematica al riguardo, sia nei modi in cui si è svolta ma soprattutto nel suo epilogo, dove esiste un vincitore che comunque incassa e un gabbato che pensava di aver fatto un affare vendendo la sua merce (i propri voti) al migliore offerente.

Ma ora che accadrà, perché nel vociare di questi giorni, nella confusione, comunque emerge l’immagine di un Paese ancora più diviso. Anzi è come vi fossero diversi paesi, con diversi abitanti che non hanno interessi comuni, ma neppure vincoli contratti, competitori economici, arretratezze sociali e tecnologiche da risolvere e che tutto si possa trasformare in un braccio di ferro tra furbi dove chi vince ha segnato un punto a suo favore e fatto fesso l’altro. E chi è l’altro se non lo stesso Paese. L’assenza di responsabilità politica, cioè il mendacio, il non dire la verità, l’usare la cosa pubblica per fini di parte, come può essere giudicata e castigata dai cittadini? Perché senza responsabilità politica non esiste neppure l’opposizione, sono tutti all’opposizione, e mentre le cose degradano, la nave affonda e ci si arrangia; chi è sulla scialuppa e chi nuota, ma i più annegano. Bisogna farsi delle domande e cercare di salvare il Paese, essere radicali nei rimedi ma rifiutare gli apprendisti stregoni, proporre quello che è possibile fare con i tempi per farlo. Chiedetevi a chi giova tutto questo e forse qualche dubbio vi verrà, come viene a me.

Gli elettori non sono assolti dalla legge elettorale, neppure dalla loro condizione se vogliono davvero uscirne, come non lo è la politica e questa debolezza di statisti, di persone ragionanti, dai forti principi è sostituita dai vocianti. Ci mettiamo nelle mani di guaritori per non vedere la malattia che si chiama illegalità diffusa, diseguaglianza crescente, povertà, debito immane del Paese, sperequazione territoriale della crescita. Non so quale sarà il prossimo segnale che verrà dato e con quanta responsabilità, ma se oltre a spaccare il Paese, si frantumano le possibilità di crescita, di soluzione dei problemi di equità, di risposta alla povertà crescente, non c’è soluzione alla crisi di identità comune. Il radicalismo può essere una soluzione ma il Paese parla di diversi radicalismi, uno per ogni problema e sono tra loro largamente inconciliabili, questo farebbe pensare che un leader che dica la verità, che proponga poche risposte ai problemi principali potrebbe ancora unire, essere creduto perché parla a tutti e unisce. Non so se esista, so che l’odio crescente, la paura, la ribellione non si governano e causano solo disastri.

27 maggio 2018

Molte cose accadono di maggio in Italia, sembra un mese in cui il destino comune svolta, e ci ricorderemo di questa data, delle parole del Presidente della Repubblica che dicevano cose inusuali nei discorsi pubblici. Parlavano di spread, di risparmi degli italiani, di mutui, di trattati da rispettare, di onorabilità del Paese. Si sa le parole sono parole e in politica non è considerato un peccato mentire, dire una cosa e pensarne un’altra. È nel sentire comune attribuire alla politica, non ai suoi frutti, una sorta di recita in cui le offese non sono mai così gravi, gli apprezzamenti sono di maniera, i patti si rispettano se conviene. Ma ieri sera c’era qualcos’altro che rimandava a momenti recenti e passati, c’era ad esempio il referendum sulle modifiche alla Costituzione che non era passato e che rivendicava agli attori della Carta una dignità e un ruolo ben definito, c’era l’eco di una legge elettorale che sembrava più contro qualcuno che per qualcosa e stranamente l’aveva approvata gran parte del Parlamento, c’era il ricordo di altri momenti tragici della Repubblica quando il Presidente si era rivolto alla nazione per superare fatti irreparabili. Tale era stato il momento della uccisione della scorta di Aldo Moro e poi la morte dello stesso Statista. C’era l’impressione forte che il gioco che coinvolgeva tutti si fosse trasformato in una cosa seria e che le parole del Presidente dicessero la verità, la realtà dopo tanta narrazione.

L’Italia ha un debito di 2400 miliardi di euro, è il terzo Paese più indebitato al mondo, ma gli altri si chiamano Stati Uniti, Giappone, Cina, Francia, Regno Unito, Germania, cioè Stati che hanno tassi di crescita spesso il doppio del nostro e soprattutto meno segnati da disfunzioni strutturali che si chiamano lentezze burocratiche, illegalità diffusa, evasione contributiva e fiscale, precarietà lavorativa, sociale, geografica. In queste condizioni ci si trova come una famiglia che ha bisogno di un mutuo per pagare la casa in cui abita e la banca accende un’ipoteca sul bene, finché si è solvibili e si paga la casa che si considera propria, resta tale, ma quando non si paga più, si perde tutto perché in realtà quella casa era del creditore. Per questo le parole che hanno un significato assoluto poi non si possono esercitare fino in fondo se non si è credibili. Sovranità ad esempio, è una parola reale e forte solo quando si è realmente liberi, ovvero non si dipende da altri per la nostra modalità di vita. Io credo molto alla libertà e alla sovranità e so che queste parole hanno un prezzo, come credo molto alla Costituzione e so che non si può difendere quando fa comodo e metterla sotto i piedi quando è fastidiosa. So anche che l’equilibrio dei poteri è una garanzia per tutti e non solo per alcuni, che il Presidente della Repubblica non può essere di parte ma sopra le parti. Questo accade in particolare nei momenti di crisi, Mattarella viene da un’area politica precisa eppure quell’area è quella più in crisi in base alle sue decisioni di ieri sera. Non ha fatto il conto becero, del lasciamoli governare, si schianteranno da soli. Neppure si è messo in attesa a guardare come fosse una farsa da gustare assieme ai pop corn. Anche perché sa bene che un governo che fallisce lo paga l’ intero Paese e di più, le parti deboli di esso. Ha cercato di assecondare, ha esplorato, ha atteso che due partiti fermassero una sua decisione e che cercassero il loro tentativo di accordo. Poteva fare altre cose? Certo, ad esempio dare un incarico pieno a Di Maio o a Salvini e attendere che fosse il parlamento a bocciare, poteva farlo, ma credo avrebbe incluso il trasformismo dei parlamentari nell’incarico visto che nessuno aveva i numeri necessari. Quindi ha seguito la strada tracciata dalla legge elettorale per tre quarti proporzionale e di necessità coalizionale se non si raggiunge il premio di maggioranza.

Però una cosa non poteva farla, ovvero far finta di niente e firmare tutto quello che gli veniva proposto, ha ribadito che ci sono prerogative di controllo del Presidente che non possono essere toccate e che assicurano che chiunque vinca avrà delle regole da rispettare: il patto costituzionale nel suo insieme e i trattati firmati, perché essi sono garanzie interne ed esterne per l’intera nazione e non per una sola parte. Di questo dovremmo essere consci, ovvero che se un capo partito può agire per interesse politico, il capo dello Stato deve agire per interesse della Nazione. È opinabile il suo agire? Certo perché le leggi hanno una interpretazione, ma non per questo si abrogano e io sto con la Costituzione e il Presidente, sapendo che è questa la garanzia di un terreno comune per la politica. Gli altri possono alzare la voce, mentire, guardare a piccoli interessi, ma chi rappresenta l’Italia è solo con se stesso e la Costituzione e finché la difende e la applica, anche quando posso avere opinioni diverse, io sto con lui. A difesa della Costituzione.

scrivo storie

Scrivo storie. Le raccolgo, oppure le possiedo perché sono miei ricordi. A volte le storie diventano così mie che non le condivido. A volte i ricordi cambiano perché vedono dietro quello che c’è stato, non sono più solo fatti, ma motivazioni, necessità. Così ho scoperto che la colpa non è una cosa semplice da definire e neppure da attribuire e che chi ha vissuto, ha ancora molto da vivere se ascolta quello che dentro gli racconta il giusto e l’ingiusto. Ho scoperto, ma tardi che vedo le cose cose che vedono gli altri, ma con i miei occhi e il mio passato e questo diventa una storia. 

Era marzo e c’era già estate. Accade così in Eritrea. La mattina era piena di sole e percorrevo una strada tra due campi minati. Accade spesso in questi luoghi che manchino i soldi per togliere quello che può far male, allora si tracciano percorsi. La strada era asfaltata e bambini in fila indiana ne percorrevano il ciglio tornando a casa da scuola. Avevano le divise colorate delle scuole da cui venivano. Erano bellissimi come solo i bambini e i popoli che hanno preso geni da altri popoli sanno essere.
I bambini conoscevano il limite, non c’erano gare a rincorrersi, si parlavano, ma l’uno alla nuca dell’altro. E ridevano oppure ascoltavano in silenzio, aspettavano di essere al sicuro per sovrapporre le voci.
C’era un territorio precluso attorno e nessuno ci poteva far nulla anche se si stendeva libero alla vista e c’erano alberi, jaracande in fiore, fichi d’India pieni di frutti e case vuote che si consumavano al sole. Le case di mattoni cotti al sole si addolciscono piano piano, lasciano andare una polvere rossa di argilla sottilissima che poi trovi dappertutto, sulle cose, sugli abiti, sul corpo. Ci si abitua, come alle mine. Tempo prima una compagnia di sminatori danesi aveva lavorato in quei luoghi, era un aiuto alla popolazione locale. Poi il governo aveva chiesto loro di pagare per fare il lavoro di assistenza perché nessuno poteva portare aiuto in un posto solo ma doveva dare un contributo al governo e i danesi se n’erano andati. Erano rimasti sentieri poco segnalati e insicuri in una estensione enorme di terra, un tempo coltivata, abitata e fertile, ora punteggiata di carcasse di veicoli e carri armati. Era la rappresentazione del supplizio di Tantalo, c’erano i frutti ma non si potevano raccogliere. Ogni tanto qualcuno ci provava, poteva andar bene o male, ma un vecchio che aveva un’età senza rughe mi aveva spiegato che non provavano quasi più: perché aggiungere morti a una guerra finita da dieci anni?
La sensazione era di essere prigionieri della poca sicurezza possibile, di muoversi solo con gli occhi. Andavo piano e arrivando nella piccola città vedevo i bambini che entravano nelle case di mattoni crudi cotti al sole. Era come vivere su una carta geografica: si andava dal punto A al punto B, si seguiva la strada e poi si restava tra le case. Alcuni, i più vecchi, conoscevano l’italiano, parlavano volentieri. Avevano un discorrere fatto di lunghi intervalli di silenzio, come per cercare le parole e raccogliere le idee. Offrivo loro una birra e passavo il tempo guardandomi attorno. Uno si offerse di farmi da guida, accettai solo di essere portato in periferia, se esiste una periferia in un pugno di case. Appena fuori, sotto un grandissimo sicomoro c’era una scuola coranica. I bambini erano attorno al maestro e avevano delle tavole di legno su cui erano scritti delle sure in arabo. Leggevano assieme, ad alta voce. Come mi videro, ci fu il silenzio, il maestro parlò con chi mi accompagnava e capii che disturbavo e dovevo andarmene. L’albero era immenso e allontanandomi vidi uno dei bambini, che avevo incontrato sulla strada arrivando, era ancora con la sua divisa rossa e blu. Stava seduto su un ramo e ascoltava, poi si voltò guardandomi, pensai al Zaccheo del Vangelo. E mi sorrise. Tornammo, il paese era davvero piccolo e nell’unica osteria c’erano i mercanti di cammelli che avevano finito il loro lavoro, offrii il pranzo alla mia guida: youghurt di latte di cammella e il pane injera  per intingere e pulire la scodella. Era una guida semi silente, gli chiesi del passato e del presente. Rispondeva parlando della stagione, del caldo che arrivava e del mercato, che oltre ai cammelli, si era ridotto a sole merci cinesi o quasi, mentre le donne continuavano a tessere scialli di garza per avvolgere la testa e le spalle, che poi faticavano a vendere. Era un po’ triste per questo, ma era il mondo che arrivava. Ci salutammo, gli diedi un po’ di denaro e mi sorrise come il bambino: ero uno straniero, pagavo qualcosa, ma non c’erano né stranieri né lavoro.
Ero in un luogo che non permetteva di muoversi come si voleva, ma io sarei tornato e lui non sapeva dove andare.

Il pomeriggio lo passai seduto all’ombra a bere birra chiara e la vita mi pareva asincrona e bellissima.  

qui non si parla di politica

Un tempo lo si trovava scritto nelle osterie: qui non si parla di politica. Era un cartello stazzonato, con qualche mosca spiaccicata, retaggio del fascismo e dei suoi pericoli. Poi di politica si è parlato molto, spesso di squincio per dire con chi si era, autodefinirsi senza grande fatica, e l’ideologia aiutava molto. Anche chi era anti qualcosa era comunque parte di un gruppo in cui circolava qualche risposta e non pochi perché. Poi è subentrata l’indifferenza. Più o meno negli anni 80/90 quando fare politica aveva acquisito assieme alla Milano da bere, una sua rarefazione ideale, ma tutto era già nato prima.

Si dice adesso che tornino i fascismi, che l’istinto autoritario sempre presente nelle azioni e nel pensare umano, prenda il sopravvento. È il bisogno di un capo quando non c’è più un padre e anche la madre diventa incerta, oppure è quel bisogno di non avere responsabilità, di delegare che ha ucciso la cultura della partecipazione. E a cosa  si può partecipare se tutto attorno dice che sei in competizione, con tutti, nel lavoro, nella coda al supermercato, nel trovare un posto all’asilo per tuo figlio? La competizione atomizza, riduce la persona a non dover chiedere perché mostrerebbe le proprie debolezze, oppure fa chiedere il non dovuto, la raccomandazione, comunque riduce gli spazi di fiducia, abroga le regole comuni. Quest’ultima parte diventa fondamentale, senza regole comuni tutti sono avversari o nemici e in politica si assiste ad una condizione esilarante in cui tutti vorrebbero essere all’opposizione. Questo è il combinato disposto di anni di balle, di narrazione della realtà, di irrisione degli ideali, di demonizzazione del noi, che hanno demolito il senso comune. Non si parla della bellezza della differenza ma del culto della differenziazione, non si disquisisce sul perché siamo assieme e in tanti possiamo fare più della somma di ciascuno ma del rifiuto di stare assieme.

Si sono create delle realtà prive di prova effettuale, insomma verosimili ma non verificabili. È la narrazione che dice a chi sta peggio che non è vero, è la statistica che parla di lavoro in crescita a chi non lo trova, e diventa la colpevolizzazione di non vivere nella realtà giusta, ovvero quella raccontata. E siccome le narrazioni sono diverse e per paure o speranze differenti, ognuno sceglie la sua, salvo poi scoprire che era una balla, che non è possibile, o meglio che chi racconta effettivamente gli darebbe ciò che promette ma qualcuno glielo impedisce. Un cattivo si trova sempre, un complotto affascina, ma la realtà non cambia.

Se si dovessero dire quale siano i compiti identitari della politica democratica, a mio avviso, si dovrebbero individuare in due priorità: ricomporre la realtà in una sola, quella che tutti vivono, poveri e ricchi, e fare della politica una scelta individuale. Non è una cosa nuova, dopo il 1943 chi scelse l’antifascismo e la resistenza fece queste due cose. Prima di essere comunista o democristiano o socialista o repubblicano, scelse di vedere la realtà del fascismo che era ben diversa da quella che era stata raccontata per vent’anni e unificò la sua realtà con quella degli altri antifascisti. L’altra scelta fu quella che lo riguardava nei confronti della politica ovvero se contare o meno nel creare il proprio futuro; poteva essere indifferente, opportunista, ignavo, oppure scegliere. In molti scelsero e cominciarono a creare un paese condiviso. Chi era all’opposizione voleva prendere la guida del Paese per portare innanzi un benessere più forte, ma agiva all’interno della stessa realtà.

Tutto questo si è smarrito e nella politica, è compito della sinistra rimettere assieme la realtà dei bisogni con quello che viene raccontato. È compito della sinistra dare risposte che riguardino i problemi reali non le conquiste immaginarie che non si traducono in vita quotidiana. È compito della sinistra fare della politica una scelta individuale che mette insieme, che partecipa a un noi. È compito della sinistra far sì che la competizione serva anzitutto a chi perde mentre premia chi ha più qualità. Non è difficile spiegare questo concetto, se chi concorre non vince deve avere la possibilità di far meglio e di vincere la prossima volta. Ci dev’essere un noi anche quando si ha l’eccellenza perché il Paese cresca, altrimenti si allarga l’abisso tra i pochi primi e i tanti ultimi e questi non si solleveranno più. Si cresce assieme perché ci sono idee diverse e un tessuto comune, regole comuni, legalità comune.

Qui non si parla di politica ma di condizioni per farla, di onestà e pulizia, di un arrivare alla sinistra e non di dire: io sono di sinistra ma mi va bene tutto quello che impedisce l’equità. La notizia buona è che non c’è nulla che non possa essere fatto meglio e a servizio di tutti, quella cattiva è che non ci verrà mai regalato. E adesso ognuno decida perché la decisione è personale.