La strada sono gli stop dell’auto che hai davanti e due righe quasi parallele. La strada è la velocità compatibile, i tuoi pensieri e chi ti sorpassa a destra e a sinistra. La strada è la radio che parla e si perde, che racconta e svanisce. La strada ha davanti colline marrone bruciato, crinite d’alberi che affondano le radici in arenarie piene di fossili e sale. La strada taglia le altezze, serpeggia tra salite e passi ma a volte s’infila in gallerie, allora ha paura del buio, la strada, e lo trasmette a chi non ha il volume troppo alto, a chi non parla, non pensa, non sorpassa sfiorandoti e suonando il clacson.
La strada si avvoltola su se stessa ad ogni uscita, dissemina fabbriche, alberghi, distributori, campi e rifiuti ai lati, la strada sa dove andare anche quando tu non lo sai.
La strada è un mezzo e un fine, per questo è sempre in riparazione anche dove non si vede nessuno e ci sono solo i limiti e le restrizioni di carreggiata. La strada è onesta, non ti chiede di correre, di bere troppi caffè, di stancarti troppo, ti assicura aderenza e ti mostra i tuoi limiti.
La strada è lì fuori che aspetta di perdersi dietro di te, è paziente nella notte, sa stare da sola, tollera il giusto, anzi la strada è giusta.
A lato della strada ci sono i colori, anche sopra e davanti, la sera mentre il cielo stende strati di colori caldi nel cielo, ti chiederebbe di fermarti, di guardare attorno, di respirare l’umido che viene dai lati, dai campi bruni, dalle distese d’alberi che corrono verso l’acqua. Ti chiederebbe di ascoltare gli uccelli che raggiungono i nidi, il freddo che entra piano nelle scarpe e risale il giaccone. La strada ti direbbe di attendere, guardarti attorno, ascoltare i pensieri e cercare una locanda per la notte in un paese dove non si va in vacanza.
E in una stanza d’altri tempi, con le lenzuola che odorano di cotone e di fumo di legna, mettersi a pensare che c’è tempo e la strada attende senza fretta. È così scivolare nel sonno, con gli occhi che vedono le rosse luci degli stop che si spengono e il grigio racchiuso tra due linee è solo un tappeto di stanchezze consumate.
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di simmetrie grandi e piccole è fatto il procedere
Certe cose cominciano bene poi finiscono peggio in un rallentare vischioso che affatica sino alla perdita di senso. C’è una legge dell’usura che riguarda l’attrito, ha dei lati positivi perché il tempo leviga le cose.
Fa attrito il bene?
E cosa ne resta nella sua immagine accuratamente polita che conserviamo in noi?
Nel rinnovarsi il bene come muta? E se esso apprende dai suoi errori, cosa diventa?
Di simmetrie è fatto il procedere del ricordo che poi si muta in storia, sono grandi quelle che prendono i molti, li avvincono in sogni apparentemente uguali e poi si consumano nella relativa abitudine all’accadere. Così per i piccoli immensi sogni troviamo simmetria mai eguale e dovremmo sapere come i sentieri sempre incrociano altro cammino, ma ciò non fa deflettore e giudica unico il proprio sentire, com’è giusto sia. Non è la fine che in fondo interessa ma il principio e il suo primo svolgersi, potente ed ogni volta unico. E simmetrico.
Ma allora, cosa affatica il sentire emotivo dopo l’inizio in cui l’entusiasmo soverchia ogni calcolo di tempo?
Forse il ripetersi mai eguale, che torna. Anche per noi che siamo eccezione, mai regola. Torna il tempo che quando s’avverte è già trascorso, già pesa, già toglie. Non è come allora, quando iniziò ed era nuvola impalpabile di ciprea, un soffio di profumo nell’aria da cui essere imbevuti, respirati respirando. Il tempo gassoso dell’inizio è diventato prima olio e poi pietra e ha frenato la corsa.
La dittatura del presente, del perenne decidere senza poter assimilare, è un ansare di pensieri che faticano a coagulare, che sono fatica interiore, un non dirlo mai prima del tempo, perché non sarebbe capito e sarebbe un’offesa. E nel frattempo, se l’abitudine non diventa nuovo, il sapore non c’è più, perché il tempo s’è incattivito in rimasugli. Costretti per recuperarne in senso a cercarlo tra gli spazi. Ciò che non si dice è detto, impreciso nei significati, pauroso nel mancare di contorni. Dilaga, chiede e ripete la richiesta d’essere interpretato.
Uccelli impagliati sognano l’antico splendore. Evocano, ricordano, e rendono il passo più lento, la memoria pasticciata, scrivono cielo e mostrano l’abisso.
Eppure c’è una luce. Non per necessità di naufraghi. È nella sublime incoscienza che vede oltre il succedersi immoto delle cose, il loro ripetersi. È nella capacità di sapere che non si sa, nel maneggiare la naturalezza del volo sentendo l’aria. Ciò che sta in essa, sapendo che oscuramente, felicemente, ci riguarda.













tutti i giorni che serviranno
Le giornate del ricordo sono importanti, sabato quella contro la violenza sulle donne è stata corale per i tanti che sentono questa società intrisa di problemi, antica nella ferocia e nei pregiudizi, moderna nell’indifferenza e nella rapida smemoratezza. Bellissime le manifestazioni, precedute dalle discussioni, arricchite in convegni, esplose nel colore di striscioni e cartelli, nei cori, nella vicinanza forte interpretata dalle ragazze di ogni età, dagli uomini che sentono la contraddizione in sé. Sono emozioni e consapevolezze che resteranno più a lungo del giorno.
Affrontare il problema della violenza sulle donne e non solo, è questione di velocità corale intuitiva. L’educazione, il cambiamento sociale hanno tempi lenti, la violenza crescente, l’odio verso il debole, il diverso, l’intolleranza hanno tempi velocissimi. È il capire ciò che accade e la consapevolezza che ne consegue che sono urgenti.
Essere consapevoli che la violenza non è il modo naturale di vivere in una società malata di competizione, di potere, di sopraffazione, non è natura umana ma natura deviata ed è assurda nel suo rovinare menti e vite. Avere un futuro personale, affettivo, che rende davvero mobili le vite nel loro scorrere, esclude la violenza, bisogna capire profondamente che essere violenti non è un potere ma la dimostrazione della propria incapacità a gestire se stessi, i propri sentimenti, le proprie azioni. Questa comprensione collettiva e profonda è necessaria e di primaria importanza.
Essere violenti, in qualsiasi modo avvenga, è una debolezza che impedisce il bene proprio e altrui, la libertà di essere. E non è possibile accelerare il bene che radica e che per darsi visibilità ha bisogno di tempo, mentre il peggio è solo consumo e istante, più facile, immediato, ma devastante nei risultati. Oggi la solitudine sembra preferire un nemico da combattere piuttosto che un amico da capire e coltivare. Abbiamo bisogno di una tregua dai luoghi comuni, dal sociale non equo. Le donne hanno bisogno di attenzione e di una tregua che le riconosca appieno in ciò che sono e fanno, per attrezzarsi e diventare più forti e la tregua la può dare chi ha il potere considerando importante la violenza sulle donne, difendendole senza attenuanti.
Per questo non basta una giornata, un’emozione, una solidarietà, ma serve tutto il tempo che abbiamo per cambiare, il rumore che mantenga alta l’attenzione e il capire ciò che accade, della sua gravità, diventi coscienza predominante.
Non ho parlato di Giulia Cecchettin, della sua morte tragica, del dolore e dell’emozione profonda che ha generato in moltissime persone. A Padova un corteo di veglia di oltre 10.000 persone non s’è visto mai, ed erano giovani e di ogni età, accumulati dal senso di smarrimento e dolore che genera una morte ingiusta e assurda. È subentrata la consapevolezza che la morte di Giulia è tutte le morti senza storia, senza notizia, ridotte a fatto, mentre sono violenza senza fine che prosegue nella loro rimozione dal vissuto comune. Da questo dolore spero nasca uno spartiacque, un prima che viene modificato dal dopo. Non sarà facile ma Giulia vive in chi la onora con il voler togliere la violenza dall’amore, dalle relazioni e dalla vita quotidiana e non solo in forza di legge ma per convinzione profonda che muta davvero i rapporti tra le persone.


















l’orologiaio assoluto
Quando una persona che conosci e che spesso è a casa non ti risponde più volte al telefono cerchi qualcun altro che gli è vicino o lo conosce. Ho cercato allora suo fratello, un mio vecchio collega con cui avevamo condiviso, storie, cene, lunghissimi discorsi, vino. Non necessariamente in quest’ordine, ma sempre con il piacere di incontrarci. Neppure suo fratello ha risposto al telefono.
Un mio caro amico mi ha raccontato che più o meno un secolo fa era accaduta una tempesta elettromagnetica solare così violenta che per settimane c’erano state aurore boreali a tutte le latitudini, disturbi dell’umore, tracce sulla crescita delle piante, animali che impazzivano, interruzione in tutte le macchine elettriche che a quel tempo facevano ben poco per tenere assieme la civiltà. in questi giorni c’è una tempesta in corso, ma ci ha regalato solo splendidi tramonti, se avesse voluto infierire l’intera civiltà si sarebbe paralizzata e nessun telefonino, centrale elettrica, macchina ecologica e non ecologica avrebbe funzionato. Che fare in questi casi se non tornare a carta e penna e così ho fatto: un biglietto in cassetta postale con la richiesta di notizie. Dopo qualche giorno è arrivata la telefonata da un nuovo numero e con essa la relazione dello stato di salute non buono del mio amico e ancor peggio quello del fratello. Era in un istituto ormai da mesi, spesso scordava dov’era e cercava il suo banco da lavoro, la lente da mettere all’occhio, gli infiniti cassetti da cui estraeva viti e ingranaggi, poi la sua mente andava ai viaggi innumerevoli fatti in tutte le parti del mondo, in condizioni molto vicine agli abitanti dei paesi che visitava, allora venivano fuori racconti di avventure, di fatti inusitati per l’esperienza comune, di meraviglie viste e perdute, ma ben presenti nella sua mente. I vicini lo ascoltavano, poi pensando fosse un romanzo, ed invece era una vita, si stancavano e andavano dietro ai loro pensieri.
Il mio amico, mi raccontava con precisione cosa era accaduto e accadeva al fratello e a sé e traeva delle conclusioni sul vivere, sulla necessità di avere qualcuno vicino, sulla solitudine che inevitabilmente prende il sopravvento quando ciò che si ha da dire è molto, troppo per chi ascolta e non ha la stessa esperienza. Finché parlava, poi glielo dissi, immaginavo che al fratello, portassero il tavolo da lavoro, quello con il ripiano che aveva una insenatura per il corpo che si inseriva in esso, le fotografie ormai falsate nei colori messe in cornici con altre fotografie messe ai lati come compagnia di terre lontane da tenere vicine e che lui, messo davanti alla finestra come a casa, ricominciasse a mettere insieme macchine, piccoli automi meccanici, orologi che avevano bisogno di essere lubrificati, come accade alla mente quando ricorda e a volte si ferma per guardare lontano, oltre il vetro ma in realtà guarda dentro e vede, e sente, e un ricordo si mescola ai suoni esterni, e ha un sapore che nell’aria non c’è, un colore che non esiste perché è un frullo di luce che per un attimo ha colpito la retina molto tempo fa.
Le sue mani, il corpo stesso era un tutt’uno con ciò che aveva fatto e faceva, la delicatezza dell’entomologo, la sensibilità del pittore, la precisione dell’inventore che organizza in nuovo modo il consueto e rispetta ciò che già funziona per farlo funzionare meglio. Lui era tutto questo, capace di camminare per giorni mangiando banane e cocco in luoghi in cui passavano ben poche presenze estranee, era in grado di vivere tra persone che adottavano i linguaggi sconosciuti o dimenticati, del corpo, del viso, del tatto, delle mani e tornato a casa scaricava la sua piccola macchina fotografica. Faceva stampare le fotografie che erano sempre poche ma ciascuna l’inizio di un racconto, salutava il fratello e riprendeva il suo posto tra suoni di pendoli, battere di secondi, impercettibili sussurri di orologi di gran pregio che solo lui sapeva rimettere in ordine nella città.
Per questo pensai che ovunque fosse avesse bisogno della sua zattera, del suo tavolo, della luce concentrata, della lente sull’occhio e delle pinzette di varie dimensioni, ma tutte minuscole come i cacciaviti e le frese sottili. Pensavo al cassetto dei quadranti dove si mescolavano nobili e plebei in allegra confusione, perché l’utile non dipende dal nome ma da ciò a cui qualcosa serve, pensavo alle viti che erano come i grani di pepe che aveva portato dall’isola delle spezie e che forse per lui avevano lo stesso profumo. E forse pensava, chiamandolo e prendendoli tra le punte aguzze delle pinzette, ai nomi delle cose che ruotano, che trasmettono il moto con lentezze esasperanti, che dominano il tempo e sono così inusitate da richiamare ben altro nella vita quotidiana. Nomi antichi che venivano dal medioevo, nomi dati da eretici ugonotti poi ginevrini, nomi che si erano portati in una sacca gli attrezzi per la misura del tempo, per costruire orologi, assieme alle bibbie e le eresie che avevano rimesso in moto l’Europa e poi le Americhe. Nomi che gli orologiai scambiavano tra loro, che regolavano il mondo, il correre dei treni, gli appuntamenti amorosi e quelli d’interesse, nomi che muovevano migliaia di persone , che li allineavano in catene di montaggio, nomi da campanile quando l’alba e il tramonto, la fame e il sonno non bastavano più. Nomi assemblati con cura senza errore perché in un orologio è il mondo che funziona e il tempo si muove danzando con esso, in sincronia perfetta.
L’orologiaio che aveva conosciuto il mondo, gli orologi d’acqua e di sabbia, le sfere giganti delle torri, gli astrari e la precisione delle menti che sapevano descrivere l’ora dal moto del sole o da quello della luna. Lui che aveva capito che atmos, l’eterno orologio che si muove per le variazioni di pressione era pur sempre un’approssimazione del tempo, come ogni orologio, compreso quello atomico che basa se stesso nei tempi di decadimento di una particella, compreso quello dell’universo dove il tempo conta davvero poco ed è l’energia a farla da padrona finché non emergerà la gravità quantistica a rimettere ordine alle cose. Lui sapeva che ciò che metteva assieme, per quanto preciso, era una approssimazione di una convenzione e che l’esattezza era in chi guardava le cose evolvere, lo sapeva mentre adattava se stesso a ciò che mutava, fosse l’inferno della Dancalia o il verde infinito dell’Amazzonia o semplicemente ricostruire una mozza o un bilanciere perduto. Il tempo era nell’uomo e lo approssimava e da esso era approssimato. Questo lo rendeva leggero su ciò che di mirabile faceva, conosceva il senso del tempo e della sua misura e di tutto ciò che era apparenza e veniva portato al polso, messo su un mobile importante, appeso a un muro pregiato, conosceva il limite. Il tempo ripete se stesso, mentre l’uomo era una fonte continua di meraviglia, questo era il senso dei suoi racconti.
Non gli hanno dato la sua zattera, così penso che dolcemente si sia lasciato andare al flusso dei ricordo, al fiume di tutto il tempo che aveva regolato e che ora non aveva più significato. Penso che ora sia un bel viaggio, l’ultimo che ancora può raccontare senza parlare, certo che chi lo ascolta adesso sarà attento e sorriderà alle sue parole su ciò che è urgente e ciò che non lo è mai stato.











il bandolo e la matassa

Presso il limite della terra fu come un’acqua che imbeve
e mentre l’attenzione scivolava a ciò che in fretta asciuga,
un appoggio si scioglieva,
veniva preso, portato altrove
e così divenne malfermo lo stare
e difficile andarsene.
Accadono cose terribili, disdicevoli anche per i ben pensanti, si disfa la materia di cui è costituito il comune sentire che ci sia una specie, una sua conservazione, un futuro che si poggia sul presente. Cos’è il presente se non è paziente costruzione, il capire dove sta l’errore, non ripeterlo, ripartire, collocare il piccolo, ma grande, contributo che definisce le vite come accesso alla contentezza di essere. Tracciare un confine tra possibile e impossibile, star bene e star male, momento e continuità, desiderio e felicità. Tutto questo è rimesso in discussione perché c’è un filo ma non si vede più dove esso finisca. Cade il principio di precauzione, l’intuito non sorregge e si dimostra fallace perché a cosa non consegue cosa se è l’abisso che si apre. Cave, cave, attenzione, attenzione, dicevano i latini e già poteva arrivare il morso se l’intelligenza non sorreggeva, non diventava modo di tenere la distanza
Noi leggiamo, leggiamo, leggiamo. Viviamo il presente come annuncio di bellezza, ma poco ci curiamo di essere costruttori di progetti comuni. Abbiamo opinioni, convinzioni, principii, tutto importante e personale, cercando il bandolo mentre non si vede la matassa, così il proporre torna a noi, ai principii e alle convinzioni su cui si è costruita la vita. Magari saranno utopie, pezzi di sogno che diventano materia, eppure in questa realtà guasta sono piccole barche su cui è ancora possibile navigare. Ora le domande si affollerebbero e una sola le riassume: basta tutto ciò oppure ciò che è semplice diviene conquista per avere una possibilità di esistere?
non è cambiato niente
Quando il covid infuriava, teneva le persone in casa, riempiva i telegiornali ci si ripeteva in una l’indeterminatezza felice che finita la pandemia, nulla sarebbe stato come prima. E si intendevano i rapporti sociali, l’affannarsi per fare mille cose, la competitività esasperata, tutto questo è molto d’altro, sarebbe mutato in un mondo in cui gli affetti avessero più importanza, certamente più attento alle persone, alla cura, ai servizi comuni, alla salute. Il regno dell’inutile dannoso e del vano brancolare nel buio di una corsa senza meta, sarebbe mutato in un guardarsi attorno e nell’ assaporare le cose che pazientemente ci rassicurano e attendono di essere apprezzate. Tutto poi è mutato come sappiamo, in una ricerca spasmodica di recuperare vacanze, produttività, tempo che libero non è.
Si è dissipata la paura (ed è un peccato perché siamo stati male per niente) che ci aveva indicato il nostro malessere in un parlar d’altro, in un essere come ci vogliono, scevri di dubbi, pronti a dire si, incapaci di una reazione che muti la condizione che in fondo, nessuno ha scelto. Come accade in uno stagno, l’improvviso rumore ammutolisce le rane, non capiscono, la memoria si cancella e riprendono a gracidare. Magari una serpe d’acqua ha mangiato una di loro, un luccio ha fatto il pranzo, ma finito il rumore sono rimasti cerchi d’acqua che s’allontanano verso le rive. Come non fosse accaduto nulla e così è bastato che le notizie scomparissero dai telegiornali, che la scienza tornasse nei laboratori e tutto è ripreso come prima, sostituito dal brusio delle guerre che basta si pensino lontane perché non esistano.
I politici che ora governano avevano detto cose importanti durante la pandemia, ma la campagna elettorale è venuta quando è sembrata tornare la normalità che è più precaria di prima, però è sempre normalità. Così non è cambiato nulla se non in peggio, meno sanità, meno attenzione al sociale, più povertà, una crisi alle porte, però chi poteva è andato in vacanza, è tornato a fare mille lavori, a competere, a essere insoddisfatto pensando che questa sia la normalità.
Siamo soli perché quello che ci viene raccontato non solo spesso non è vero ma perché non vogliamo vedere ciò che conta davvero, non sentiamo le altre persone come portatori di problemi uguali ai nostri, vuotiamo il mare con il nostro cucchiaio mentre esso ci minaccia. Sono tutti segni quelli che ci colpiscono per poco tempo, la nostra mente dovrebbe metterli assieme. Una alluvione non è una fatalità, una guerra non è una necessità, un servizio vitale che non funzione non è una normalità. Se non si cambia perdiamo pezzi, persone, umanità, ma soprattutto perdiamo speranza di avere tempo futuro, di durare. I figli che non nascono non sono un problema demografico, ma la disperazione di non essere all’ interno di una società che non lascia soli, che si prende cura, che rende liberi perché possiamo amare non amazzarci di lavoro e di solitudine. Doveva cambiare tutto e non è accaduto nulla o quasi, se non in politica, non nella vita vera e il 50% che va a votare si è stancato, della sinistra e ha dato la maggioranza della minoranza degli italiani alla destra. Anche questo è un segno quando la maggioranza di chi può votare si fa guidare da meno del 30% dei voti. E ora quelli che negavano la pandemia l’hanno cancellata insieme al cambiamento, basta non parlarne più e non è accaduto mai.
Non so se sia la stanchezza di un vagare senza meta che cancella i nuovi segni ci appaiono, oppure la fatica di decrittarli nella loro evidenza perché indicano una strada in cui assieme si può crescere e star meglio, ma costa fatica. Come sempre nella vita, sta a noi mettere insieme la grammatica di ciò che accade, scegliere se stare in pace, con un mondo diverso oppure sperare in una salvezza che qualcuno ci regali e non voler vedere che già ci viene preclusa perché chi ha il potere salverà i pochi che per lui contano. Non lo fanno tutti i giorni? Nello stagno spariscono gli indifesi, quelli che non si rendono conto che in molti possono mutare le cose che li riguardano e il racconto del mondo, così la biscia d’acqua e il luccio ingrassano, ma almeno, loro, non sono ingordi e lasciano le rane cantare.
diatomea
diatomea seppellita
inclusa, lambita, liberata.
Rinata, guardi con occhi antichi
d’ambra, uscire il tempo dalla teca,
sei sulla pelle che ti riporta a vita,
solida di un pensiero lento di spirale:
è articolato il tempo
nel sovrapporsi al desiderio.
Lontano, in un’ansa del giurassico,
con analogie di fossili,
conversavi con stimoli chimici e nervosi,
t’affidavi alle correnti in cerca di un tuo scopo,
ma ne chiedevi un pezzo a chi ti stava a fianco, diatomea.
E il chiacchiericcio che non è mutato,
e ancora tiene cose senza nome e luogo,
era poi lo stesso d’ora?
Anche in quell’era vicini diseguali sparlavano,
il caso si gettava avanti impavido e confuso,
la vita svolgeva gomitoli d’indifferenza vigile,
ma solo quel tanto,
da lasciar credere che la felicità
saltasse come sull’ acqua, il ragno.
appropriata appropriato










Appropriata.
La luce entrava dalla finestra e curiosava sui libri scrutandone i dorsi, compitava le sillabe, si soffermava perplessa dinanzi a un suono che non lasciava intuire il suo proseguire. Un titolo annuncia, è uno squillo di tromba, una porta appena dischiusa, una traccia che attira ma non disvela. Ecco la soluzione, il titolo che la luce leggeva era un’impronta che proseguiva all’interno dove essa non poteva vedere. E questo sembrava una limitazione alla luce e alla sua natura che evidenzia ciò che può essere visto mentre spetta all’ombra lasciare le cose nell’indeterminato e nel possibile, ma soprattutto nel non vero. Per scacciare il pensiero, la luce distoglieva lo sguardo e indagava altrove. Sugli oggetti che erano sulla libreria, sul loro ordine che forse ordine non era, ma rispondeva a un pensiero. Alcuni parallelepipedi erano poggiati gli uni sugli altri. Neri o argento, erano pieni di quadranti spenti che per un attimo rilucevano alla carezza dei quanti che colpivano lancette e led, ma non parlavano ed era un attimo perché poi vagava smarrita sull’opulenza di grosse manopole, entrava in cavità misteriose, carezzava spigoli acuti. Strafottente il metallo, rispondeva, prima era stato spazzolato e poi polito, ora si opponeva al raggio che lo indagava e lo rifletteva, deviandolo su pareti, mobili, libri. Quegli oggetti, grossi di potenza, ora silente, erano il confine di distese di rettangoli di plastica traslucida, la luce non poteva immaginare il cd che avrebbero ingoiato per trarne musica, il recitar cantando, perché di primo mattino tutto stava ordinatamente impilato. I cd poteva scorrerli assieme a molti altri, ma erano pudichi nel mostrare le loro colorate copertine. C’era solo colore e lettere, forse nel buio, chiacchieravano tra loro vantando affinità e primati, mormoravano dei momenti gloriosi registrati in tempi in cui il mondo pensava, gioiva, soffriva, diversamente. Dicevano di Alma Rosé, passata dalla gloria dei palcoscenici alla camera a gas, e quel Furtwangler registrato a Berlino in una pausa di bombardamenti a cui si opponeva una settima di Shostachovic, testimone di una resistenza immane che si era alimentata anche di musica mentre le persone morivano di fame e di granate. La luce leggeva, scivolava e si spingeva dentro una vetrina piena di solidi di cristallo e di oggetti. Incauta si scomponeva e rifrangeva tra prismi e cubi trasparenti ma ben più densi e impertinenti dell’aria, così cercava di ricomporsi nell’attraversare coni e sfere, ma gli uni la spandevano mentre le altre la concentravano in punti minuscoli che si spostavano piano con il sole. La luce ogni mattina, entrava silente, cresceva in pienezza sinché l’intera stanza era colma di un a luce che traboccava, gonfiava le tende, mostrava colori nascosti e attendeva che vi fosse un primo muoversi , lo scalpiccio dei piedi nudi, il clangore del metallo della caffettiera che urtava il robinetto e poi la sequenza sapiente delle operazioni che rendono ogni caffè diverso dall’altro perché in sintonia con una mente e un’abitudine. La stessa che muoveva una sedia, scostava la tenda , sedeva e guardava i tetti, fino al profumo e al borbottio che si sarebbe sparso ovunque. Attendeva, la luce piena, lo sbadiglio, l’ultimo, il tintinnare del cucchiaino e la musica che ora usciva dai parallelepipedi risvegliati. Era mattina, era ora e lei era stata appropriata.
Appropriato.
Modo d’essere che mantiene uno stile personale di gesto o parola, mentre si conforma ad un codice accettato dai più, fatto legge per consuetudine. Rassicura nell’appartenere a un gruppo, rassicura il gruppo sull’appartenenza. Di per sé è esteriore, non rivela e non parla se non dell’apparenza. Il profondo, l’intimo, la stessa verità non filtrata dalla appropriatezza sono percepiti come violenti, fastidiosi. Il pensiero, la parola, il corpo devono essere pubblicamente in sintonia, rallegrare e non disturbare.
Si sedeva sempre allo stesso tavolo, ogni sera, con la sedia verso il tramonto. Questo, mutava con le stagioni, era filtrato dagli alberi e dagli edifici ma c’era un tempo non breve in cui le cose diventavano fondale, scena in modo da lasciar passare una angolatura di luce piena, aranciata o rossa, densa e gonfia di polvere e umidità raccolta nel giorno. La luce invadeva tutto, raschiava le ombre dagli anfratti in cui s’erano rifugiate, toglieva lo sporco alla strada e alle case, distribuiva tutto in una corrente di pulviscolo, alzava le voci, fermava le persone che passeggiavano, mentre le altre già ferme, si voltavano stupite di tutto quel colore improvviso, dei particolari prima inosservati e avevano voglia di commentare. Facevano osservazioni leggere sul tramonto, sulla città che mutava, sul tempo, su chi attendevano o se n’era andato da poco e perdeva quello spettacolo. Come per una recita o un concerto particolarmente importante, il tramonto faceva sparire ciò che era banale ed esaltava quello che s’accordava alla sua importanza, al significato della bellezza, al suo ripetersi diseguale, alla brevità che non è caducità ma modo d’attendere il nuovo che s’annida in quello che è apparentemente uguale o poco differente nello sguardo distratto. Per questo si vestiva in modo appropriato e non si perdeva l’appuntamento, spesso da solo, raramente con la compagnia delle stesse persone, era al suo posto. Il vestito ben stirato, le gambe accavallate con cura, fumava sigarette forti, a quel tempo si poteva fumare nei bar, e guardava innanzi a sé con un sorriso che si mescolava alle parole scambiate con il personale o con i vicini di tavolo. Anch’essi pensava, fossero parte di quel vedere che ciascuno mescolava con i propri discorsi, attese, percezioni della bellezza.. Anche se non era così, lo pensava e tanto bastava, gli bastava. Sentirsi unico e insieme parte di un gruppo , anche in conseguenza del piacersi e del piacere. Pensava a come muta il rapporto con il proprio corpo con l’età e l’umore e lo vedeva già nei ragazzi e nelle compagnie che annullavano ne chiasso il guardare perché era importante, per loro, emergere con forza, acquisire identità prima che il tempo diventasse un crivello che lasciava passare in misura differente le attitudini, i desideri, i progetti. Pensava al tempo e a come esso diventi giudice di noi stessi se non siamo in sintonia con il suo incedere. E sentiva come esso diventi interiorità con il suo passare, abitudine in superficie contenuto nel profondo. Né le une né le altre potevano essere rivelate, sarebbero state inappropriate ma nel silenzio, cercando, si trovava un equilibrio che permetteva alla psiche e al corpo di parlarsi. Questa consapevolezza subentrava in misura differente, non per tutti e spesso tardi e quell’equilibrio era sotto l’identità esteriore, percepibile a chi voleva coglierlo. Il corpo, con le sue sensibilità e intelligenze, non smette mai di parlarci, pensava, ma usa linguaggi diversi: quelli che possiamo capire. Il corpo ha sempre fatto paura proprio per questa sua intelligenza e capacità di comunicare che segue logiche insieme legate al momento e additive di ciò che è stato. Per questo si copriva o scopriva il corpo, per conformità e comodità, ma il pudore era interiore ed era altra cosa.
Finito il tramonto, nel blu che oscillava con lampi di verde e azzurro, si alzava, se c’erano amici, si avviava conversando, se da solo, ripensava alle strade che gli avrebbero prolungato il piacere con le lampade della sera e con la luce che mutava in ombra ciò che prima era ostentato. A volte notava particolari nuovi proprio nell’ombra, e la mente metteva da parte una nuova sensazione che si aggiungeva al bello del giorno.
le ali, verso sera
La tristezza è questo fuoriuscire d’anni,
d’ali esauste verso sera,
nei pensieri rauchi articolati male,
con speranze e passioni,
da troppo volo lise.
E’ questa inquietudine che da qualsiasi posto,
anzitempo mi porta via.
E’ il non essere appieno, come sarebbe stato,
innominato come il non compiuto come ciò che vuol essere mutato.
E’ l’attesa d’ una pioggia che non viene,
lo smorto sole che raschia l’anima alle cose,
è una porta disegnata su un muro che non s’apre,
è pietra che contiene, finestra che mi guarda.
Sul cuscino qualche riccio:
filo che cuce della notte i sogni brevi,
l’aria già frizzante, poche stelle
strappano un sorriso alla nuda pelle.
In chi distratto guarda
sarà compreso lo scivolar stanco dell’ali,
l’abbraccio alle nuvole rosate,
e il saltare da una macchia di sole
a quella appresso ch’è già stella?

il nove di ottobre
Il nove ottobre era una sera come le altre, l’autunno, i primi freddi, l’anno scolastico iniziato da poco, i compiti mezzi fatti e qualche pensiero leggero per il giorno dopo. La mattina del dieci ascoltai la radio, faceva parte del rito della colazione. La notizia del Vajont, della frana del monte Toc, sovrastava le altre notizie. Si percepiva una disgrazia grande, la radio diceva che era colpita Longarone e poi Erto e Casso, ma questi paesi molto meno. Non c’era misura del disastro, parlavano di un’onda che aveva scavalcato la diga e poi si era riversata su Longarone risalendo i declivi e trascinando tutto verso il fiume. Nessuna stima delle vittime, solo che stavano affluendo i soccorsi, gli alpini, l’esercito.
Andai a scuola con quella notizia, ne parlammo prima dell’inizio della lezione, poi, fatto inopinato, l’altoparlante che avevamo in classe si mise in funzione. C’era un annuncio, il preside parlava a tutti comunicando che una grande tragedia era avvenuta e che uno o forse più nostri compagni, stavano tornando a casa. Erano studenti come noi, solo fuori sede e attratti dalla buona reputazione della scuola. Non sapevano nulla della famiglia. La mattina scorse grigia, senza troppa voglia di scherzare, qualcuno riuscì a portare in classe una copia dell’edizione straordinaria del Gazzettino. C’erano molte foto ma erano macerie, come dopo un bombardamento. Si parlava di centinaia di morti forse di più, ma i morti non c’erano, trascinati dall’acqua che aveva riempito la Piave. Il fiume sacro che raccoglieva disgrazie.
C’era scuola anche il pomeriggio, arrivava qualche notizia in più, i morti erano sempre senza numero ma crescevano. La sera, tornando a casa, cambiai le solite abitudini di perditempo, mi sembrava che la città fosse più buia o forse era il fanale della bicicletta che non bastava più. La sera con le edicole affollate, i gruppetti di persone davanti ai bar, era strana, in un sovrapporsi di voci che davano interpretazioni, che amplificavano la disgrazia con le congetture, i dubbi. E se la diga fosse crollata? Il disastro si faceva più netto e parlandone a casa, ripetevano le parole della radio, della televisione. I giorni successivi aggiunsero particolari sempre più neri, i morti che non si capiva quanti fossero, i ritrovamenti a chilometri di distanza, l’opera degli alpini e degli altri corpi mobilitati, le interviste, il racconto dell’orrore dei ritrovamenti, il cimitero devastato. E tutto questo per una distanza che portava al mare, con una conta degli assenti che non era numero ma scomparsa, come mai fossero stati e invece erano persone con affetti, legami, vita, presenza nelle strade, nelle case. Tentavo di capire chi erano i miei compagni di scuola che erano andati alla ricerca della famiglia, cercavo un viso, un cappotto, un taglio di capelli nella memoria, mi pareva, ma era solo un lampo che non Illuminava, pensavo che forse li avevano trovati i genitori, i fratelli, i nonni o forse erano scomparsi e cercavano con i militari. Nessuno ci diceva nulla e non ho mai saputo.
Nessuno degli insegnanti parlava più del necessario, non ci fu nessun tema in classe. Parlavamo di più a casa o tra noi, poi sempre meno. Le perizie che avevano assicurato la sicurezza della diga e dell’invaso erano state fatte nella nostra orgogliosa e centenaria università e un senso vago di colpa invade a le strade, le parole, gli stessi palazzi, appariva che il disastro si poteva prevedere, che era certa una frana ma prevista più contenuta. E i morti a chi dovevano chiedere conto? Nei mesi che valicarono l’inverno è poi negli anni successivi venne fuori il peggio, le case comprate per avere gli indennizzi, le somme ridicole per togliere le parti lese dai processi, mentre come per la prima guerra mondiale, il fiume o il mare, ogni tanto restituiva qualcosa, a ricordare che a monte era accaduto un disastro che aveva interrotto migliaia di vite e che non c’era rimedio né possibilità di sanare ciò che non sarebbe mai stato. La nostra era pietà e rabbia, era un senso di ingiustizia generatore di infinite domande, ma noi eravamo sicuri fino a prova contraria, eravamo inermi non al caso, non solo a quello ma all’avidita, all’imperizia, era toccato a innocenti e questo non aveva una ragione, non era fortuna, non era caso, non per così tanti, era qualcosa che ci sfuggiva come ci fosse una volontà vieta, buia, deviata che colpiva perché non eravamo nulla. E a questa si aggiungeva la parte peggiore dell’uomo:l’avidità. Anche ora è così ma allora non lo sapevamo. Noi avremmo vissuto, gioito, costruito esistenze nuove, fatto cose semplici e difficili, avremmo accumulato tempo e vita, loro no e nessuna giustizia li avrebbe risarciti di nulla di quello che era loro, solo loro, e gli era stato tolto.