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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

desiderio

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Vorrei che tu, io, fossimo l’orlo di quella nuvola che sfrangia dal grigio al candido,
mentre parla col cielo che cambia ed è solo bello di sé,
essere la luce che muove le foglie
e tu credi sia vento, mentre è il suo calore che spinge l’aria.
E il riflesso d’un sogno che muta, vorrei fossimo,
la trasparenza del verde denudato dal chiarore,
la pace di essere e stare, apparentemente immoti,
mentre la pelle ciarla leggera dei racconti di noi.

ricostruire il paese e la società

Quando si governa si trasformano le cose, alla fine non può essere tutto come prima o peggio. Credo che una questione nodale sia il non accontentarsi, che non significa non avere limiti. Solo gli stupidi o i mentitori non hanno limiti. Ma cambiare è possibile ed è necessario che il motore sia la passione non l’interesse di una parte piccola rispetto ai molti. Voglio fermarmi su questo tema della passione perché non poca parte del nostro paese è da ricostruire e con le cose si ricostruisce una società. Mai come oggi siamo stati divisi gli uni dagli altri, poveri messi contro poveri, privati di un futuro comune. Per stare assieme si lavora assieme: infrastrutture, territorio, fabbriche, pezzi enormi di città devastate da una edificazione selvaggia e priva di qualità. Per fare tutto questo ovvero ricostruire a misura d’uomo e ambiente, serve passione. Onestà, lavoro, assenza di interesse illecito. Credo che questa opera così grande dovrebbe entusiasmare i cittadini, dovrebbe rendere nuova la politica anche nel suo concetto di limite. Penso che tutto quello che porta distante da questa grande opera di ricostruzione che darà benessere e dignità al lavoro, troverà nuovi materiali, cambierà i cicli produttivi rendendoli più umani e redistribuirà reddito, tutto questo sia un’opera collettiva che non ha alternative se non nelle solite ruberie, privilegi e nuove povertà. Se mi chiedessero cosa sia sinistra ora, direi che sono quelle persone che si mettono assieme per dare a sé stessi e ai propri figli un paese migliore, più equo, giusto, nuovo e fatto da tanti. Perché sinistra è popolo anzitutto e solidarietà.

non ce ne siamo accorti

Un caffè di troppo, uno è sempre in più,
come il passo che s’allunga,
la mano che s’aggrappa al volante,
nell’impazienza del semaforo:
rallenta chi ci precede in coda,
mentre s’accorciano i secondi
e noi ci lasciamo accadere tutto questo,
vivendo vite senza traccia,
perché la fretta non lascia, né sugo né ricordo.
C’è stato un tempo bambino
in cui lenta e pensata era la vita,
e così bella,
che non ce ne siamo accorti.

chiedimi se sono felice

C’è insoddisfazione attorno, non è solo mia, è un diffuso senso di ricerca di qualcosa che a volte non s’afferra, magari s’identifica con qualcuno che non corrisponde abbastanza oppure, semplicemente, è qualcosa che non accade. 

Sembra d’essere in una nube che è la somma di tanti desideri collettivi insoddisfatti, ed è anche qualcosa di più profondo che allontana gli uni dagli altri e non fa vedere  la possibilità di essere più forti assieme.

Eppure mai come in questi anni opportunità e risorse sono disponibili, solo che sono divise in modo pessimo, tanto che sembra di essere poveri in modo più assoluto e cresce l’insicurezza  cosicché il nemico diviene l’altro povero.  Il futuro si restringe per i poveri, i ricchi, i potenti, viaggiano con altre regole, non gli importa o forse neppure s’accorgono dell’ingiustizia e dell’insoddisfazione. Per loro il presente e il futuro non è un problema.

Il problema di questa bolla di malcontento  è verso il basso, effetto forse della competizione esasperata che non punta solo a massimizzare la produzione e l’utile ma invade la sfera dei sentimenti,chiede di più, di essere adeguati prima quasi di essere assieme.

Persone mi raccontano i desideri sollevati dal quotidiano, dai sentimenti frustrati, persone che tentano infinite volte fino a sfiancarsi, per trovare un equilibrio che le faccia star bene e al tempo stesso che assicuri che ci sarà una risposta definitiva a ciò che gli pare sia necessario. Non analizzano ciò che li rende precari, il bisogno e il dolore dell’assenza sono spesso troppo grande per non fare parte di meccanismi competitivi.   Così confondono la coazione a ripetere con la speranza che facendo le stesse cose muti il risultato. Non accade mai.

Questa è la follia che passa da una condizione di insofferenza ad una ulteriore e altra insoddisfazione attraverso un percorso che sembrava di liberazione, ma era lo stesso provato altre volte e fallito. Solo che senza analisi profonda della propria condizione non si intuiscono altre vie e si ripete sempre con modalità apparentemente diverse lo stesso percorso.

Non credo sarà mai possibile liberarsi di ogni insoddisfazione  ma di proposito non userò il verbo accontentarsi, perché nell’accontentarsi ci si arrende e non si mutano le esistenze, le cose restano apparentemente in moto mentre si attende che il caso o gli altri lo facciano per noi.

È necessario riconoscere la propria infelicità per creare i presupposti di una felicità possibile. Non  lo vedete il ripiegarsi, il cercare alternative e succedanei, non sentite che il mondo dei rapporti anziché liberarsi semplicemente diventa anonimo e s’incattivisce?

Riconoscere di non essere compiuti, forti, performanti e di aver bisogno degli altri per vedersi. Come sono visto? Cosa c’è di me che metto in secondo piano eppure sono io ?

Le iinsoddisfazioni fanno parte della vita ma non ne sono la costante,  se ciò che viene da altri ci è insufficiente è di per sé fonte di insoddisfazione, chiediamoci se anche noi non creiamo le condizioni per non darci quello di cui abbiamo bisogno. È del rapporto con chi sentiamo vicino che abbiamo bisogno e se esso si nega, semplicemente non ci è vicino.

Sembra tutto molto difficile, abbiamo molti condizionamenti attorno per poter essere liberi del tutto, ma è quello il terreno su cui lavorare ovvero non mettersi nell’insoddisfazione per reticenza, compiacenza, riduzione di sé.
Le intenzioni possono  essere buone ma non è essendo diversi da ciò che siamo che la felicità ci acchiappa. 

Per cui la domanda che dovresti farmi è: sei felice ?

lampioni e imbecilli

Le luci dei lampioni non sono sempre le stesse. A volte più gialle o bianche, sfrangiate al terreno, oppure spezzettate e riflesse dalla pioggia, qualche volta soffuse dalla nebbia; di rado davvero nette. Per questo bisogna attendere che la notte sia davvero fonda e si spengano gli altri laterali chiarori, per cui nel loro momento migliore sono solitarie e riservate a ben pochi occhi. Questo dovrà pur significare qualcosa. 

Comunque non pochi disattenti e scenografici Comuni, usano anche, oggi, mandare luce diretta verso l’altro e si beano di questo riflesso da pulviscolo e da nubi verso il basso che crea atmosfere ovattate e rende impossibile trovare le chiavi se cadono per terra. Possiamo maltrattare chi preferisce il romanticismo degli amanti?  Di certo no, e comunque esse siano, le luci dei lampioni, s’accendono dappertutto, più o meno alla stessa ora e si spengono, quasi sempre, con gli stessi orari. A volte restano accese anche di giorno, e allora sembrano assurde vestigia della notte e un poco offensive, nel loro spreco. Inutili insomma. Esattamente come gli imbecilli. Non voglio dire nulla all’Amministrazione municipale, ma potrebbe gestire meglio gli interruttori crepuscolari e così spargere il rispetto delle cose comuni facendo sapere che sono davvero di tutti. Ma le cose hanno un significato se noi lo attribuiamo loro oppure non ne hanno: esistono e basta.

Appunto, come gli imbecilli, che hanno sempre posizioni nette, magari per poco tempo ma quanto basta per far perdere il senso delle cose, che non servono dove sono collocati e si accendono indipendentemente dalla volontà di chi passa. Sparano sentenze verso l’alto pensando che possano illuminare il mondo, descrivono con nettezza ciò che non serve a nessuno. Magari possono avere qualità aggiunte, aggettivi per renderli precisi, essere vanagloriosi, arroganti, incapaci, atoni, ecc. ecc. Ma di sicuro non ho mai incontrato un imbecille profondo, come non ho mai visto un lampione che oltre a svolgere il suo lavoro non si perdesse nella sua inutilità per gran parte del tempo in cui resta acceso. Era l’esempio della luce e della sicurezza anche quando non c’era davvero nessuno che potesse trarne conforto. Volendo ci sarebbero interruttori volumetrici che renderebbero intelligente il lampione, variatori di luminosità che lo renderebbero efficace, ma si ritengono non necessari, troppo sofisticati, inutili all’uso banale che ad esso è deputato. E’ così anche per gli imbecilli, sono utili all’uso deputato, non devono eccedere o migliorare, devono semplicemente contrassegnare le ore meno luminose delle nostre vite e poi essere arredi del territorio. Nulla di più di ciò che viene loro chiesto d’essere. Esattamente come i lampioni che ci permettono di vedere e di capire, ma non hanno la capacità né di leggere né di imparare. Ma la differenza è che i lampioni quasi sempre  si accendono o si spengono secondo regole precise, mentre gli imbecilli sono sempre accesi e non si guastano mai.

 

 

s’allarga mentre fluisce e finisce

Un fluire che porta via la vita, è sangue, esce per una violenza. Non è una macchia, neppure una pozza, è un piccolo lago di vita in cui essa annega. Imbeve lenzuola, ricopre asfalto, colora l’acqua ma non è mai cosa. Prima portava vita, generava pensieri, sentimenti, era futuro e presente assieme, scorreva e toccava ogni minimo equilibrio di quel sistema incredibile che è un corpo vivo, pensante, amante.

Mancano i vocaboli giusti per le morti violente delle donne, hanno motivazioni che non sono motivi. Pretesti, insufficienze, errori di valutazione d’amore ma non dell’assassinio. Uomini che uccidono le donne. sono più frequenti di quanto si pensi e si racconti perché molti omicidi avvengono in testa, nelle quotidianità, nella gelosia, nell’impotenza che diventa violenza. Omicidi raccontati, mostrati nelle serie televisive, nei film. Le donne sono un tema forte perché suscita sentimenti, ma la riflessione si ferma nell’atto. Chi racconta il dolore che accompagna l’estinguersi della vita, l’incredulità, la consapevolezza che sta finendo? Nessuno e non è giusto. Non c’è mai un racconto della fine, di quando c’è ancora la coscienza mentre la vita se ne va. Si racconta il dopo, si usano parole come raccapriccio, vittima, efferato, oppure si punta sulle avvisaglie che nessuno ha voluto vedere, si indaga sulla personalità dell’assassino, mai emerge il motivo vero, ma una ragione complessiva: la gelosia, il rapporto “malato” di un amore possessivo, dove le parole sono sporcate nel diventare scusa. E la scusa non c’è mai.

Si descrive il fatto per similitudine, si usano schemi interpretativi che riconducano alla dinamica dell’evento, si usano parole che potrebbero essere usate in contesti differenti e non tragici, mancano le parole assolute dell’orrore e così scompare la vittima, la morte stessa diventa un fatto processuale, non un evento assoluto. Scompaiono le botte, il ricatto psicologico patito, la costrizione, ciò che c’era prima e questo assieme a ciò che avviene durante l’omicidio, il fluire del sangue e l’abbandono della vita viene rimosso, espunto perché il racconto della violenza o è rigettato o è fonte di una giustificazione. Sembra necessario a chi osserva, a chi è vivo, che il male sia inserito nella normalità: può accadere e quindi fa parte dell’universo in cui viviamo.

Non è così perché non vi è necessità del male. C’è stata una deviazione nel possedere, quando è accaduto? Diventa un’altra parola deviata, che non tiene conto della volontà: perché non voleva più? Perché un amore era finito, e ci sono state ragioni ma una in particolare riguarda i sentimenti che finiscono o si rinnovano sennò sono crisalidi vuote, convenienze.  Ma nella gamma del sentirsi amati e di amare, il rifiuto non viene insegnato e così non viene ammesso. Sembra che tutto sia naturale nell’amore, nello stare assieme, non è così perché la condizione del progetto iniziale muta, perché c’è un mondo che si muove fuori casa, perché si fanno errori e si fanno cose giuste. Insegnare l’evolvere dei sentimenti non ci pensa nessuno. Ma questa non è una scusa, quante cose non ci vengono insegnate e le portiamo dentro perché sono giuste. Resta quel sangue che fluisce, s’allarga e spegne, toglie una possibilità infinita di amore e di umanità, diventa cronaca ma non è così, una vita che cessa per violenza è sempre oltre la cronaca è una privazione che riguarda chi aveva diritto di sognare, respirare, sorridere, piangere, vivere. 

 

la recensione

Attendevo la recensione di un libro che non era mio. Cercavo sugli inserti culturali, nella spalla delle pagine interne. Niente. Il libro l’avevo letto, a tratti mi era piaciuto, non un capolavoro, certamente una fatica non da poco, alla fine mi era sembrato un esercizio e un bisogno di una persona che ha necessità di scrivere. Lo capivo bene, ho la stessa necessità, solo che lui ci riusciva molto meglio. Se pensate a una forma di invidia, vi sbagliate perché non erano quelle le cose che avrei voluto scrivere. Non quelle trame, non quei dialoghi, neppure le descrizioni mi andavano bene, non era quello il mio modello. Mi piacevano le storie che si aprivano con leggerezza e nei sottintesi tenevano altre storie cosicché il libro ti restava in testa, tornava, si riapriva in quella frase e si riconnetteva a qualcosa che sentivi o avevi letto altrove. Una storia sopra un fiume, come un pattinare sul ghiaccio guardati dai pesci. E la recensione non usciva, forse l’editore non aveva gli agganci giusti. Avete mai pensato a quanti libri arrivano nelle redazioni culturali, a come si legge un libro da recensire, a quali pressioni più o meno subdole deve sottostare un lettore di professione che può fare vuotare un magazzino o mandare al macero scatole di libri mai aperti. Almeno un tempo c’erano i remainders, adesso neppure la carta valeva il suo peso. Comunque la recensione non arrivava e mi chiedevo se attendevo una stroncatura o una moderata celebrazione, se nelle parole altrui avrei letto le mie oppure avrei visto ciò che non avevo notato o capito.
Man mano il tempo dalla pubblicazione si allontanava, perdevo le speranze e un po’ mi spiaceva, come mi spiace non avere chi legge ciò che scrivo, pensavo all’autore che magari se ne fregava perchè scriveva altro o forse ci meditava sopra. Si scrive per necessità e per essere letti e chi pubblica,per essere comprato, letto, recensito, se mancava qualcuna di queste azioni non restava nulla e chi scrive lo sa che non resterà nulla m ci speravo sempre. Una mancata recensione era solo il segno di un libro di troppo. E questo mi spiaceva, perché le fatiche dovrebbero essere gratuite e limitate, anche nello scrivere, ma non  è così. Forse per questo continuiamo a scrivere e ad attendere recensioni che è un po’ come attendere un gesto di amore che quando non arriva a tempo lascia un vuoto. Un piccolo vortice che risucchia sotto, dove forse non si respira.

senza vergogna

Un paese senza vergogna. Lo fu a guerra voluta e perduta, lo fu nell’applaudire le leggi liberticide, poi nelle leggi razziali. Lo fu ridendo delle censure e applaudendo il potente locale o supremo. Lo fu quando sparivano gli amici e i conoscenti e veniva negata amicizia e conoscenza. La lotta partigiana, il no di Cefalonia e della divisione Acqui, le divisioni che combatterono accanto agli inglesi e americani per rifare l’Italia, furono il sussulto dell’onore, la riconquista delle libertà di pensiero prima che di azione. Poi pian piano è tornato il paese sonnolento, connivente e normale. Non è un giudizio morale ma la percezione che la società italiana abbia nuovamente dismesso degli argini, tolto delle virtù civili e sostituite con quello che esisteva anche prima, ovvero l’essere sempre con chi vince, glorificare il furbo, portare col sorriso il sottile disprezzo delle regole comuni.
Questo ha prodotto la classe politica che ci governa e non solo da ora. Ma quando leggo i sondaggi che danno la lega oltre il 32% e dilagante nel centro sud, mi chiedo dove sia la vergogna di chi è stato vilipeso ripetutamente in questi anni, dove sia la sua dignità se cerca il consenso di chi lo considera ancora cittadino di seconda serie.
I voltagabbana sono una realtà ma nelle famiglie un tempo si insegnava l’onore, si rispettavano le persone, si pagavano i debiti perché era un disonore non onorarli. Si teneva al proprio buon nome che nasceva dalle scelte e dalla coerenza.. L’ospitalità era un modo per sancire la propria presenza sociale, il poter dare misura di sé. L’uso del  potere almeno esteriormente rispettoso della legge, oggi ministri si danno vanto di non onorare leggi dello stato e ne ricevono plauso. Si gloriano di conservare nel potere, sottosegretari condannati in giudicato per bancarotta. E crescono nei consensi.

Per questo penso che si siano abbattuti gli argini e la vergogna dilaghi, non più sentita come tale, non più considerata una consapevolezza che abbassa lo sguardo e arrossa il viso.

voglia di andare a Trieste

A Trieste ci sono strade che partono in piano, hanno quell’aria di chi è distratto e bighellona seguendo un pensiero tutto suo,  quasi non ti riconosce tant’è assorto,  e se lo saluti, il tuo saluto si perde in un cenno e un mezzo sorriso. Si ferma e sembra non sappia cosa dire, salvo poi raccontarti di qualcosa che è accaduto. Forse eravamo assieme, ti dice, ma non ricorda. E prosegue, poi si ferma e ti saluta in fretta lasciandoti in mezzo alla sensazione di non aver capito nulla o quasi e se non l’avessi salutato, ti dici, sarebbe stato meglio. Intanto la strada non è più in piano, s’inerpica sempre più ritta e stretta e ti pare che sia quella giusta, ma non ne sei sicuro. Insomma sei ansante, in un mare di perplessità e sai che Prosek sta sopra di te, mentre dietro hai il mare. E lo guardi quel mare, ogni tanto, perché devi fermarti a prendere fiato, è un arco che sembra inghiottire acqua, che si beve tutto l’Adriatico, e il sole lo illumina radente da Duino a Muggia, e tu ti fermeresti a guardare, magari bere un bianco fresco con un po’ di formaggio e l’uovo sodo e il pane da sbocconcellare seduto a un tavolo tondo col piano d’alluminio, ma non c’è nulla di tutto questo, solo la salita, il sole, il mare e il monte. E tu ti chiedi dell’incontro di prima, ma soprattutto che ci fai da solo in questa salita che non finisce e bisognerebbe essere in due. Bisognerebbe non aver nulla da fare, non bisognerebbe pensare ed essere già arrivati perché è vero che il viaggio è il cammino ma tu qui ci sei venuto apposta e se nessuno ti aspetta ci sono i ricordi che ti accompagnano ma se invece c’è qualcuno in attesa, allora devi cancellare tutto: le sensazioni, quello che è stato e soprattutto quello che si è dissolto prima di essere. Per questo vai avanti e vorresti fermarti, metti da parte un desiderio, lo confondi in un tramonto che forse c’è stato, oppure no e non importa. E il passo si aggiunge al passo, finché arrivi a un piano e non c’è nulla ancora, nulla che assomigli a ciò che dovrebbe esserci, sarà un po’ oltre, sarà oltre la funicolare, sarà nel bar della piazza, ciò che è certo è che non sei, non sei nel posto giusto. Eppure è questo il posto giusto, dove sei è il posto giusto, avevi voglia di tornare a Trieste.

auguri e anche no

Oggi la cristianità è parata a lutto. È il tempo in cui la speranza è scemata e si è conclusa la predicazione di un mondo diverso con la morte del Cristo. È il giorno in cui un corpo è stato consegnato alla morte, un messaggio è stato apparentemente sconfitto. Pensate al Cristo morto, poi chi crede in Lui ne vedrà la resurrezione, altri si soffermeranno sul messaggio e sull’uomo, altri ancora faranno esercizio di furbizia e si terranno quella fede che serve perché non si sa mai. Non appartenendo a queste categorie mi colloco nella quarta ovvero in quella che non è indifferente all’ingiustizia, al prevalere dell’uomo sull’uomo, alla privazione della libertà, alla negazione dell’evidente vantaggio che chi più ha consegue nei confronti del povero. Il Cristo è morto, ma la parola prosegue il suo corso, pone domande che non possono essere eluse sulla giustizia, mostra l”evidenza dell’esistenza del male. Ovvero della privazione del benessere per alcuni, che poi sono maggioranza. Un morto non muore mai davvero se ciò che ha rappresentato è un punto di riferimento, un modo di vedere la realtà. Muore il corpo ma non ciò che esso ancora è.
In questi giorni ci si augurano cose indeterminate, bisognerebbe capire cosa vorremmo accadesse. Mi soffermo su questa dimensione dell’augurio: di sicuro vorremo che a chi ci è caro, noi compresi, accadessero eventi di normale benessere, che esso fosse un modo per stare bene nel profondo. Agli altri, con la gradualità che i sentimenti introducono, vorremmo fossero felici di essere dove e con chi sono. Qui gli auguri si rarefanno, diventano distanza, indifferenza. Possono rovesciarsi nel loro contrario ovvero diventare ostilità. Non si augura il bene a chi pratica il male, a chi usala religione come schermo per conculcare le speranze di altri uomini. Non si augura il bene a chi giura sulla testa dei figli perché quei figli diventiamo tutti noi e non vogliamo avvalorare ciò che non condividiamo. Per questo augurare non c’è spazio se non nella speranza che chi usa gli altri a fini propri, chi invoca un messaggio che va oltre l’uomo per giustificare ciò che fa, si ravveda. Per chi non crede, il Cristo è morto ma il suo messaggio resta, per chi usa il Cristo contro l’uomo è morto il Cristo e ciò che ha portato come messaggio.
Un tempo la distinzione la facevano i vescovi, era anatema ciò che usava il Cristo contro l’uomo, veniva detto il nome e ciò che era esecrabile, una candela accesa nelle mani di ciascun partecipante veniva rovesciata e spenta, oggi è tutto relativo, ma non il male e ciò che lo permette o perpetra.
Non mi resta che l’augurio per voi che credete che ci sia giustizia, che la felicità non sia un caso, che il bene è possibile, di giorni che siano come li desiderate e vi assomiglino. Di voi c’è bisogno nel mondo e della vostra ricerca della felicità.