Agosto

Scorre questo tempo tra piccole, nuove abitudini, rumori inconsueti, pensieri senza contesto. Anche i sogni sono differenti. Ogni volta che si cambia letto accade, come  fossero le cose l’unione tra diverse vite, e cambiandole mutassero le une e le altre. I giorni dell’ozio sono una fantasia dei poeti, la mente è sempre altrove, una passione, un desiderio, comunque tolgono dal contesto mutato, c’è un perseguire l’equilibrio, la corsa, lo stare ansante dopo di essa, il vivere come ricerca d’essere se stessi e quindi altro.

Tempo di vacanza, refoli di tempo differente, anche se siamo noi a dargli senso, egli per suo conto appena ci bada: quello che gli serve per manifestare la propria esistenza e il suo imperio.

 

Fumo notturno

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Fumare fuori, in terrazza, nel buio che avanza. Verso ovest, le nubi hanno ancora striature di grigio, qualche orlo rossastro. Ora la strada è spesso vuota, quando c’è qualcuno, sono auto, persone, pensieri che vanno, che hanno una direzione. Rumore che si dissolve, silenzio, rumore che si ripete. Dalle finestre illuminate delle case tra radure artificiali, qui c’era il bosco, televisioni che parlano, altri silenzi. Si ascoltano molto più gli oggetti delle persone. Qualche voce parla dentro le case, si crede che nessuno ascolti e si è più liberi.

Quando si è giovani si pensa sempre di non essere visti abbastanza, per questo ci si mostra, si parla ad alta voce, oppure ci si duole di non saperlo fare, ma poi tutto diventa relativo. Ma intanto si è perduta l’età delle passioni, quell’innamorarsi della possibilità sino a sentirla concreta. Non si pensa più di studiare qualcosa di strano, d’imparare il sanscrito, oppure indagare su una piccola curiosità che cresce per suo conto e di cui si diventa esperti. E di queste idee non si parla quasi con nessuno perché è una cosa nostra, una passione da condividere solo con chi può capire, perché quella spinta viene da dentro e siamo noi in divenire.

È strano che nella notte ci sia sempre un cane che abbaia, una finestra che si spegne, una voce slegata da ogni contesto. Le luci dei balconi sono immobili, la pipa si spegne spesso, i pensieri corrono ovunque. Si rimpiange ciò che si è perduto, ciò che non è stato o ciò che non è più possibile? L’aria è diventata fresca, i rumori degli aerei che vengono da ovest si confondono col brontolare lontano dei temporali sulle dolomiti. Ogni voce ha il suo suono, ogni silenzio ha il suo suono. Se posso rimpiangere qualcosa è non essermi spiegato abbastanza e aver lasciato pozze di incomprensione, oppure di essermi spiegato troppo e aver tolto ogni speranza. Né l’una né l’altra cosa toccano il futuro, aggiungono consapevolezza alla notte, a quel guardare il cielo che cerca le stelle e non sa mai ben collocarle dentro di se.

Andare

C’è viaggio e viaggio. L’uomo ha dentro di sé la spinta a viaggiare, l’umanità ha popolato il mondo in questo modo. Non è solo spirito d’avventura, volontà di conoscere, sperimentazione di se stessi, queste sono cose che subentrano o collaborano con necessità primarie quali l’ insoddisfazione del luogo in cui si è, il sentirlo minaccioso, insufficiente, angusto. Si va perché manca l’aria, anche se non è facile lasciare un luogo pensando di non tornarci più.  Eppure questa ė una costante nella storia dell’umanità e questo porta alla mescolanza dei popoli, che diventano tali in forza della cultura non del transitorio potere che possono esprimere. Non parlo solo dei migranti che ormai sono un dato strutturale dell’Europa e di molti altri paesi, mi riferisco invece proprio alla spinta ad andare insita nell’uomo e alla difficoltà che altri uomini hanno a riconoscere quella spinta, fino a scambiarla per una minaccia e non un valore. Molti preferiscono viaggiare solo nella fantasia di andare, di fuggire da una situazione in cui si sentono prigionieri, salvo poi difendere tanto strenuamente la piccola patria in cui vivono, a cui pensano di appartenere e che coincide più con un recinto che con un territorio libero. Così ci si confina nell’insoddisfazione. Si resta fermi e insoddisfatti perché si teme di non tornare, di non trovare ciò che si è lasciato e quella forza che dovrebbe rassicurarci di noi mentre andiamo, diventa paura di perdere. Cosa? Chi?

Se non riusciamo a convincere un vicino, a confrontarci con una cultura differente, se abbiamo così poca fiducia in quello che sosteniamo e che dovrebbe difendere le leggi che riguardano tutti allora cosa abbiamo creato veramente? Le domande le abbiamo dentro e coltivano la nostra insicurezza, non sono fuori di noi e sono esse che ci impediscono di capire e di vedere ciò che davvero ci attornia. Andare e tornare questa dovrebbe essere la normalità di un mondo che ha questa spinta a muoversi, altrimenti saremmo ancora un branco di ominidi dispersi tra il rift e gli altipiani etiopici.

il volo notturno

Ci sono un sacco di animali e di cose che volano. Non pochi sono fastidiosi, alcuni allegri,  lo  sono senza saperlo. Volano perché sanno farlo, ce l’hanno nell’essenza e nel dna. Che poi è la stessa cosa. Questo mi farebbe pensare che anche ciò che chiamiamo anima sia in relazione profonda con ciò di cui siamo fatti e dialoghi col dna. Io non volo, ma se volassi non credo sarei fastidioso. Questa notte ho sognato che volavo. Non era un volo d’uccello e neppure un volo planato, era un muoversi armonico di gambe e di braccia che mi manteneva in aria. Come l’aver trovato, finalmente, ciò che permette di appoggiarsi sulle molecole e stare sospesi. Stavo bene nel mio muovermi lento e fluido, sentivo che non pesavo e l’aria interagiva con me. Eravamo amici e senza peso entrambi. Un uccello, un insetto, un aereo anche se volano hanno peso, io non pesavo ed ero contento. E forse stanotte, a loro modo, la fantasia, l’anima, i sogni, parlavano col mio dna.

sterminata l’estate e il mare

La vacanza sembrava infinita. Non c’era una percezione del tempo, si procedeva sino a sazietà e il penultimo giorno era come il primo. Non si tornava mai prima di una fine naturale. Finiva agosto, finiva la vacanza. Erano quattro settimane precedute dall’inizio estate che pure era alterazione d’ogni abitudine e dovere, e quindi vacanza. Allora appresi il significato della parola sterminato e il suo applicarsi all’indeterminato tempo, luogo, spazio. Sterminata era l’estate finché durava agosto. Sterminata era la spiaggia che s’inoltrava tra le altissime dune, tra i fiori spinosi, tra le piante acuminate, tra i percorsi lunghissimi degli scarabei. Prima d’inerpicarsi su una cima, presa sempre di corsa perché scivolava e franava con noi, e prima di rotolarsi giù per un pendio sino al fondo di sassolini e sabbia, non c’era alcun pensiero di fine, di tempo. Era una corsa seguita da una corsa, un gioco che proseguiva in un altro perché oltre quella duna c’erano altre altissime dune, sino all’ultima da cui si apriva il mare. Messo di traverso al tramonto e più propenso all’alba, ma anch’esso sterminato e pieno di tempo, fantasia, cose. Fossero le vele o una nave lontana, i pesci enormi trascinati a riva la sera, i legni e le cose che ogni mattina faceva scoprire, fosse questo e il molto d’altro che mostrava, era comunque una piccola parte di quell’immenso che conteneva e si perdeva in una nebbiolina di calore, là, in fondo, nell’orizzonte. Incontinente il mare, ma contenuto in una testa ricciuta, in un corpo nero di sole, in un ansimare di fatiche gioiose. Contenuto, perché tutto sta dentro nella testa di un bambino, nulla è precluso e superare la paura coinvolge come il racconto che poi si farà d’essa. A cose fatte, nasce lo sterminato tempo di ciò che si potrà fare. Poi.

C’era un prima, un attendere insonne prima di partire, che faceva parte del magico rituale del lasciare, eppoi un dopo, un consumato tempo altrove che avrebbe reso estranea la porta, la scala, le stanze, persino i pochi giochi lasciati. Al ritorno la luce scemava prima, cambiavano gli odori, prima così forti ed estenuati di sole, e ora vellutati d’ombra odorosa di rosse fraganze e di frutta matura. Un senso di cominciamento, meno felice, era alle porte. Se sconfinato era il tempo della vacanza, lo straniamento del ritorno non faceva paura, casomai meraviglia. Cominciava qualcosa, e si era quelli di prima ma diversi, e ci pareva, nuovi.

la grande bellezza

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Mi racconti di come la città sia scivolata dalla speranza alla disillusione, di come la bellezza si sia velata, nascosta in sé, retratta per sdegno. La spazzatura che si accumula, la metro che si ferma, gli autobus senz’aria condizionata e l’impressione di un’ anarchia da rotta che induce il pensiero dell’abbandono. Ma chi non può andarsene, chi è affezionato alla bellezza. Chi la sente come propria motivazione, compagnia, sorella del vivere, che può fare se non oscillare tra la protesta che arrossa il viso e sbotta nelle parole poco ragionate di chi subisce un torto e la rassegnazione che, al pari della bellezza, ritrae in sé, attende tempi migliori; in fondo contando sul fatto che l’evidenza abbia infine una ragione?

Ti confesso che, distante e quindi poco addentro alla meccanica dei ricatti che indubbiamente si sono instaurati generando impotenza, sarei propenso al decidere forte, uscendo dall’infingardaggine, magari per poi pentirsi, ma almeno aver fatto qualcosa per mutare ciò che sta attorno, e quindi sé. Un paio di mesi fa, a Napoli, capitale anch’essa derelitta e conservata solo nelle parti in cui la bellezza deve mostrarsi perché evidente, visitai al museo archeologico nazionale, le collezioni classiche dei Borboni, ad essi giunte o per scavi a Pompei ed Ercolano, oppure attraverso l’eredità dei Farnese, e di quella statuaria imponente mi restò l’impressione, assieme allo stupore per tanta bellezza creata, che solo un tempo si potè conservarne l’idea del goderne, del mostrarla, dell’indicare l’assenza di misura proprio portandola a cultura, a meraviglia. Ciò che serviva ai potenti per magnificare sé, serviva poi a tutti, per cui l’appartenenza ad una città, a un luogo, a una stirpe, generava rispetto e cura, mentre ora, che in piccolissimi interessi s’era dissolta l’idea d’ essere partecipi di un tutto, emergeva una sciatteria e un disprezzo del bene comune che alla fine generava il brutto. Non è forse questa una delle idee che abbiamo della bruttezza, veduta nell’incuria di sé, della propria immagine, della possibilità d’essere anche per altri e non solo per sé? Per questo, quando mi racconti delle tue giornate faticose, sento il limite di un Paese che non trova una via d’uscita alta, che non crea un orgoglio e una cultura adeguata al tempo, ma si perde nella furbizia e nel tornaconto. Neppure i potenti sanno essere tali e si valgono di mille piccoli interessi che non sanno dominare e sono da essi ricattati. Quindi non il diritto e il giusto, ma l’abuso, il privilegio e la furbizia elargite che poi si riversano su chi è più debole e non può difendersi.

Di questo ho tristezza, come della spazzatura che si accumula agli angoli e penso che noi tutti diventiamo rifiuto nel perdere dignità, nel non usare fermezza e mano dura contro i furbi che nel privilegio sguazzano. Si corrompe un’etica, se mai c’è stata, del bene comune e con essa, dal basso, si compiono tante piccole sopraffazioni. Questo non tollero e, seppur distante, ti capisco. E sento come un ferire noi tutti il continuo non affermarsi del diritto, ma dell’abuso. Io spero ci sia una via d’uscita, lo spero per tutti noi e non per quelle frasi fatte che dicono che il pesce puzza dalla testa, ma per la convinzione che senza uno scatto d’orgoglio smotteremo anche noi in una china dove l’essere stati sarà solo ricordo e tristezza per non aver saputo, voluto, potuto.

l’apparenza chi inganna?

Nell’apparire, cioè nel conformarsi ad altri, c’è lo straccio passato sul mobile, la spugna sul secchiaio,  i libri spostati da dove erano utili, l’asciugamano pulito e cambiato perché stropicciato.

Dentro e fuori ci si predispone a un giudizio e questo non sarà sulla verita, ma su regole che chissà chi avrà stabilito. L’ordine esteriore contrasta con quello interiore, e per fortuna è così perché io sono il mio disordine, la mia non conformita, le mie cose eccessive,  i miei odori discreti,  la mia sciatteria oziosa, le mie frette improvvise. Le mie passioni non devono essere spiegate, gli angoli pieni di oggetti, apparentemente senza senso, sono le mie curiosità. Insomma, il mio disordine è vivo, unico e solo riferibile a me, il resto non mi appartiene e se mi adeguo, è per il minimo tempo indispensabile a non farsi porre domande. Ecco a cosa serve l’ordine: a non rispondere perché non si ha voglia di dire, di raccontare cosa ci sta dietro, ma da giustificare non c’è nulla, proprio nulla.

tende a righe

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Un cane abbaia nella calura del meriggio. È un insistere malato, fatto di scoppi di voce senza oggetto, s’abbassa e poi riprende. A fermare il sole, sulla porta, c’è una tenda pesante, a righe. È fatta di quei tessuti che si trovavano un tempo ovunque, dai mercatini ai negozi. Ed erano gli stessi delle sdraio al mare, quando ancora erano fatte di legno e la tela era di canapa e cotone pesante tinta in filo. Abbiamo avuto tende simili ovunque. Ogni casa di parente aveva le stesse tende. La nonna, (non la mia, io avevo una nonna personale), abitava in periferia, dove le strade diventavano sempre più strette e tortuose e le case e i campi si confondevano. Lungo la strada s’addensavano piccole costruzioni, dietro c’erano piccoli appezzamenti coltivati a vigna, a granturco, a orto, ogni tanto un’ osteria che nulla aveva di diverso, dalle altre costruzioni, se non una piccola aia sotto la vigna, i tavoli e gli uomini che cercavano l’ombra fumando. Le case erano basse, sovrastavano di poco il granoturco maturo e viste dai campi sembravano spuntare tra gli steli come fossero parte del campo. Di fianco avevano un orto, le zigne, le dalie, una rosa rampicante, gerani e garofani in vasi di conserva. La porta che dava sull’orto, d’estate, era aperta; gli scuri delle camere accostati. I davanzali la mattina presto accoglievano cuscini e lenzuola, poi col crescere del sole e del caldo, tutto s’accostava, ma non la porta che restava aperta e riempiva la cucina di una luce densa di penombra. E la tenda pesante si gonfiava d’aria fresca interna che lottava con l’aria rovente che voleva entrare.

Il pavimento era di mattoni rossi allineati di taglio in spine e disegni. Giocavo per terra seguendo le commessure come cigli di labirintiche strade. Steso, sentivo il profumo acuto del pomodoro che scivolava sotto la tenda, e anche allora un cane abbaiava. Le ore pomeridiane erano silenziose, gli uomini al lavoro. Le donne facevano lavori da calura: qualche rammendo, l’uncinetto, e parlavano piano anche se nessuno dormiva. Ma il sole era un lottatore, gonfiava la tenda e gettava all’interno vampate di odori selvatici, caldissimi e forti: erbe, piante, granoturco che biscottava le foglie. Allora qualcuna delle donne si alzava, accostava la tenda e prendeva una caraffa di acqua freschissima, tagliava i limoni, aggiungeva lo zucchero e mescolava. Da ultimi, pezzetti del ghiaccio acquistato il mattino. Quel bicchiere imperlato di brina, il liquido fresco e nebbioso, mi sembrava un nettare e l’unica ragione per cui quel cane, che ne era privo, continuasse ad abbaiare sotto al sole. E invece era a catena come noi, ma noi non lo sapevamo.

cosa c’è di nuovo?

Tenere bene a mente questi nomi: Germania, Austria, Finlandia, Slovenia, Estonia, Olanda, sono gli stati che diranno se si potrà trattare con la Grecia. Quelli che hanno più sovranità degli altri. Tenere a mente anche questi quattro nomi: Germania, Olanda, Estonia, Finlandia: sono quelli che devono approvare l’accordo nei loro parlamenti. Questi hanno ancora più sovranità. Voi pensate che un’Europa che umilia una Nazione e non ha nessun processo di unione dei popoli in corso abbia un futuro? In queste trattative non c’è stata una parola sulle miserabili condizioni del popolo prigioniero del debito, non una considerazione su chi si è arricchito, non un pensiero che considerasse sia le banche salvate che le aziende fallite, nulla sul lavoro perduto, sulla diseguaglianza cresciuta, sulla povertà acquisita.
Questa non è la mia Europa, non è quella di Spinelli, ma neppure quella di Adenauer e Schumann. Non è l’Europa dei socialisti e neppure dei democristiani che avevano conosciuto la guerra e la necessità del rispetto comune e della pace, Non è l’Europa che mette assieme ed esclude la volontà di potenza, questa è altra cosa e m’ interessa poco.
Non c’è nulla di nuovo e non s’è  imparato nulla, non siamo più vicini, siamo prigionieri. E ciò che accade non promette nulla di buono perché ogni gesto verrà ricordato, ogni umiliazione tornerà a galla. E c’è un corollario in ciò che è accaduto: chi crea un debito pubblico ha una responsabilità che non è solo politica, ma personale. L’ha già fatto l’Islanda. È una cosa nuova, ci pensi chi governa: il popolo può chiedere conto, non solo la finanza internazionale.