flow

Dell’associazione con chart mi piace la parola flow:  è morbida, una flanella leggera di pensiero. Ordinata come un navigatore, svagata come un albero a giugno. Decisa e sostenuta, flessibile e conformante, un bambou che conosce il sole e la tempesta.  Modella regole come cassetti, che contengono con gioia qualsiasi cosa, purché sia semplice e chiara. Ed allora si sente odor di buono per la testa. Vien voglia di gettarla in aria ed osservare come muta ondeggiando. Come un foulard, un lenzuolo al vento.

 

bach alle 6

Per tutta la vita duelliamo con la morte, ansando altrove perché nascondere le paure è fatica. Da bimbi non c’è misura dell’abisso, si vive nel tutto ineluttabile, ma c’è posto e limite alla disperazione. E’ appena dopo quell’età, che la morte si trasforma, diviene un mare carsico che entra sotto la roccia, assumendo altri nomi. A volte è solitudine, immagine del non essere in relazione a qualcosa, qualcuno, e l’essere soli non ha correttivi. Non è la solitudine affollata del bastarsi, ma l’assenza assoluta, la voragine del non amore.

In quei momenti basterebbe una persona amata al telefono per deviare un fiume di pensieri, quelli che il moto della mano scaccia, come animali inesistenti. Sono i ricordi, le discussioni che, per fortuna, infransero la cristalleria interiore,  ora unite al sentimento immemore di sé.

Ferito, ri-marginato, ri-tagliato, senza chirurgia plastica e anestesia: tutto per non essere solo. Basta saperlo.

Oggi il discrimine è il silenzio conquistato, ma quello non pesa, non ha a che fare con l’imago della morte, anzi sostiene che la storia ha pagine da scrivere e penne bene intinte, che c’è solo un momento a cui dare ragion pratica, l’ attesa di un nonsissacché, che vive di suoi tempi.

Quiete alle 6 del pomeriggio, dove attendere è il contrario della solitudine.

considerazioni

Questo è un prosieguo del precedente post, queste parole fanno parte della mia visione del presente. Non mi piace il lamento, preferisco la realtà e cercare di capire cosa sta accadendo, preferirei un’analisi che portasse a conclusioni comuni, poi a ciascuno fare quello che crede. Quello che più m’ impressiona è lo smottamento ideale del paese. Ribadisco del paese, perché nelle teste il frazionismo c’è già e questo per alcuni è un ideale.

E‘ la testa delle persone che è cambiata, che ci fanno gli alpini nella lega? Il nord est era unitario per volontà, la serenissima veniva ricordata, ma non era il futuro e bastava fare una regione a statuto speciale come la Sicilia e tutto si sarebbe risolto, invece se l’italia venisse spaccata in tre, oggi pochi da queste parti, andrebbero in piazza. E’ un vezzo della sinistra essere il primo nemico di se stessa, lamentarsi della scarsa attenzione o delle critiche interne, non preoccuparsi delle ragioni dell’altro. I movimenti sono movimenti, i partiti sono altra cosa, hanno regole e obbiettivi lunghi. La difesa della costituzione si fa in piazza, in parlamento, sui giornali, per strada perché è patrimonio di tutti, non solo di qualcuno. Bossi non lo capisco quando parla, perchè lo applaudono, mi pare dica cose scontate in cui molti vogliono trovare chissà quale saggezza politica. Però un obbiettivo l’ha chiaro, l’ha ripetuto anche oggi, ed è quello dell’ autodeterminazione di una parte dello stato. La lega è al governo per quel motivo, per la separazione. Nessuno si ricorda cosa diceva Bossi a favore della Serbia durante la guerra in Kossovo, ma i Serbi, non sono fratelli, devono restare a casa loro, come tutti gli altri. Questo frazionismo del paese si chiude in un’enclave fatta di Veneto, Lombardia, Piemonte, una potenza economica per l’Italia, ma politicamente nulla. Come al solito lo specchio del paese è dentro di noi, la confusione della sinistra è la nostra confusione, c’è stato un tempo in cui essere assieme era più importante che difendere le proprie posizioni fino alla dissoluzione, in quel tempo, la cultura politica, cioè l’arte del possibile, produsse passi in avanti, fece accettare il diverso in nome di un bene comune che riguardava l’intero paese. Berlinguer è un esempio di moralità dell’agire pubblico, di approccio scomodo all’economia, di capacità di guardare ciò che cambia ed ha pochi riscontri, ma lo stesso potrei dire per altri visionari del dopo guerra, Olivetti ad esempio, Calamandrei. Visionari sta per persone che vedevano innanzi e non avevano interessi personali da difendere. Se i giovani non leggono il passato, non possiedono il presente, non capiscono cosa gli accade, accettano la loro miseria e precarietà. L’altra sera, tra imprenditori, dicevano che il futuro sarà fatto di soli contratti precari, per tutti, che se si vuole il manifatturiero bisogna stare sui mercati, che è una bubbola pensare che l’innovazione risolva tutto. L’innovazione decentra e restano le produzioni compatibili con il mercato, alle condizioni di mercato. Si osservava che in altri anni un allungamento di 18 mesi dell’età pensionabile non sarebbe passato sotto silenzio, il fatto che le donne nel pubblico impiego vadano in pensione 5 anni dopo, avrebbe causato proteste enormi, e così il blocco dei contratti, che il positivo di questi anni di lega e pdl è che la sinistra non c’è più in piazza, nelle proteste, che il paese ha cambiato testa e questa è una grande vittoria. Queste cose il Pd le dice, ma fa la manifestazione nazionale in un palazzetto perchè il paese non è più con lui. Cosa ci guadagna chi sta perdendo diritti, ad isolare chi lo può rappresentare? Non c’è più un’area politicamente stabile a nord; nel Piemonte, la deriva è forte e Chiamparino non sarà il prossimo candidato a Torino, se la lega porta a casa Milano e Torino un passo ulteriore verso la secessione sarà stato fatto.Sono stanco di sentirmi dire dov’è la sinistra, mi chiedo dove sono le persone di sinistra, in quali luoghi si sono ritirati, cosa stanno aspettando. E’ l’inanità del brontolio che mi fa paura, significa che la convenienza è protestare a casa propria e non esserci. La domanda è sempre la stessa: cosa sono disposto io a fare per il mio paese, per la mia idea di presente e di futuro?

divergenze parallele

Non sottovaluto, semplicemente non capisco. Ovvero capisco in parte questa attribuzione oracolare d’intelligenza politica. Nelle frasi di Bossi, c’è una semplicità disarmante, un costante rovesciamento di presupposti, dov’è l’intelligenza politica? Il Moro del centrosinistra, delle convergenze parallele, il Berlinguer del compromesso storico, mettevano in campo aggregazioni nuove per governare mutazioni, cambiamenti collettivi determinanti, ma in questo traccheggiare dov’è la novità politica di cambiamento? Forse si dovrebbe dire che sotto questa muina, ci sta la separazione del nord, la formazione di uno stato non federalista, ma antiunitario. Quelli che condividono la strada di governo, chi, all’opposizione, porta avanti la strategia dell’attenzione, dovrebbero chiedersi se questa prospettiva è accettabile oppure se la dissoluzione del paese non sia il male politicamente assoluto. La lega sta tra la gente, ascolta e risponde, si interessa, questo atteggiamento politicamente nuovo le ha permesso di far transitare messaggi che un tempo erano etichettati sotto il termine di traditore della patria, il massimo del disonore. Accanto a questi messaggi si è accompagnata la blandizie delle paure, governate ed eccitate, che altri neppure sapevano capire, Il mix è oggi devastante e il segnale è nei commentatori politici, i maestri di pensiero che tra parole semplici, giorno dopo giorno, colgono ciò che vorrebbero sentire. Non ciò che viene detto. E così si rinuncia all’analisi del reale, si passa al culto dell’oracolo supportato dalla speranza che sia buono. Che renda possibile il mutamento senza fatica. E perchè dovrebbe farlo? Se ogni cosa ha un prezzo, il prezzo sarà la dissoluzione del paese e la sua separazione in tre pezzi, già molti pensano che non sia troppo grave. Erano gli stessi che pensavano che la lega non fosse un fenomeno serio.

lo sconto, ovvero mind flow

Troppe discontinuità logiche nei miei flow mentali: salto, surfeggio sulle if della curiosità, addenso. E parlo da solo o quasi. Nel linguaggio parlato, non è così. Spiego, riassumo, ritorno sui concetti, aspetto la comprensione. Lo scrivere in questo spazio è cosa diversa e non ho nessuna voglia di cambiare. Lo sconto, in questo caso,  è il dar scontato che esiste tra omologhi.

Oggi, per forzare l’estate, giacca chiara, camicia bianca e calzoni neri a righe sottili, la colonna sonora prevede Ravel, Garbarek, Strauss con Kleiber (il mio direttore preferito), Massive Attack e Beatles. Stasera blues. Buona giornata a voi che camminate.

 

 

 

 

Franceschiello, la dignità senza diminutivi

« Traditi egualmente, egualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo dalle nostre sventure; ché mai è durata lungamente l’opera della iniquità, né sono eterne le usurpazioni.  »

Francesco II di Borbone

Francesco II di Borbone era cugino di Vittorio Emanuele II, in linea dinastica forse lo precedeva, fu spogliato del regno, del tesoro della corona, dei beni personali. Resistette come poteva, con generali imbelli e pagando la scarsa consapevolezza di un popolo, di fatto senza patria. Colpe ne aveva, ma non tutte quelle che gli attribuì la propaganda dei vincitori. Pretese il suo dall’esilio e rifiutò i compromessi con dignità inusuale. In poco più di un anno di regno, fece più opere e riforme di molti governi attuali. Forse a 150 anni dall’unità, proprio per fare gli italiani, come sosteneva Cavour, un poco di risarcimento storico sarebbe dovuto, servirebbe a rimettere le coscienze a posto.  Era entusiasta delle lasagne, non delle escort e già questo basta per renderlo simpatico. 

compagni di viaggio

Sono buoni compagni di viaggio, i poeti. Allegri, malinconici consapevoli, umorali, imprevedibili, prendono con gli occhi ed offrono realtà mutate. Governano un altrove, si fermano in posti strani, senza motivo. Ascoltando, immaginano suoni, e li raccontano, mentre inaffidabili, gestiscono il tempo con fantasia egocentrica.  E nel viaggio la luce si aggiunge  alle cose,  senza fretta, perchè i poeti viaggiano con i sensi, cercano i luoghi, ma non ne hanno uno.


 

venezia e no

Oggi Venezia era immersa nella luce ondeggiante dell’afa, nel fortore degli angoli, nell’umanità sudata. L’assenza d’ombra del mezzogiorno toglieva spessore alle pietre, al mistero che si rintanava nelle calli. Una città di pietra percepita vera, dove la plastica sono i turisti e la vita si nasconde.

Cammino, su itinerari indigeni, allungo per non ricascare nell’acquario.  Ma poi si deve tornare e tutto ridiventa fasullo: cinesi che comprano maschere fatte in Cina, borse fatte in Cina, scarpe con l’odore della Cina. Tutto, democraticamente,  patocco per tutti.  Solo i nigeriani con le loro mercanzie sono anomali, perché vendono falsi fatti in Italia.

Un po’ di patriottismo, perdio.

 

ritorno

In mare non c’è colore,

così sente al ritorno il marinaio,

e il cuore che fiotta, avrà pure un senso

come questo prendere senza lasciare,

nel tempestoso chiudersi del gorgo,

tutto dentro, solo dentro.

Pensa il marinaio, 

nel ritorno che non è mai tale

finché non c’è porto davvero,

alla nube che s’avvicina

curiosa di passione,

e che la terra punisce con un lampo,

o forse l’accarezza.

All’unisono col cuore,

l’acqua fiotta sui colori,

fuori, dentro,

e tutto è dentro.