Dovresti cercarmi tra i colori complementari, nelle foto, nelle pause di sospensione, nelle musiche che m’accompagnano, nelle sequenze dei titoli che sono poi, le mie dichiarazioni nel bridge della vita.
Se davvero t’interessa.
Provando e riprovando senza imparare molto, questa è la vita mia, non quella immaginata.
La crisi picchia, quasi mille posti in meno nel settore, senza distinzione di nazionalità. Nell’impero della lega, i moldavi e i senegalesi, costano meno e a volte, durano di più. Decine e decine di aziende chiuse, non ci sono possibilità di ripresa a breve: un bollettino di guerra. Le famiglie dei caduti sono avvertite, meglio abbassare per un po’ il tenore di vita.
La sede è prestigiosa, un sacco d’invitati, le hostess in tubino nero, quasi nude. Tra le lamentele, i saluti e i sorrisi, lampeggiano i rolex d’oro. Qualche improbabile fidanzata, 2/3 rifatta giace silente in fondo sala. Non si stava dicendo che ci si salva con le manutenzioni: cominciamo dai corpi.
Segue cena nel parco, gli invitati sciamano tra verdurine fritte e prosecco. Si parla di barche e di case affare, gli antipasti solleticano come gli amori, torna l’ottimismo della vita.
Tranquilli, non sputo nel piatto in cui mangio, casomai in quello del vicino.
Il passato è un film già visto: si sa come va a finire. E’ amato, sopravvalutato, raramente emozionante, serve a poco nel non sbagliare. I ricordi sono episodi di ripasso di questo heimat personale in cui ci siamo conosciuti/riconosciuti. I ricordi servono, sono importanti, grattatina al gatto, ma finisce lì. Fanno buona compagnia, quando non c’è di meglio da fare (come grattare questo gatto), ma finisce lì. I ricordi hanno la funzione di certificare che siamo stati, che abbiamo vissuto in qualche buco di mondo guardando fuori, che abbiamo provato e riprovato, conoscendo il caso e l’intelletto, ma finisce lì. Il gatto s’è stancato e se n’è andato.
Il futuro è altra cosa. Una cosetta infiammabile -il futuro- da maneggiare con sconsideratezza e curiosità. Se si guarda al passato si sa già come andrà a finire. I ricordi, allora, devono stare al loro posto, con una memoria discreta si può raccontare, con una memoria sensuale si può divagare su odori, sensazioni, suoni. Ma la prossima cena sarà la migliore, comunque diversa, ma non sarà il suo ricordo ad impedire il desiderio del nuovo: l’unica cosa che davvero si ripete.
Bei ricordi è come dire bella vita, quella passata aiuta comunque, quella futura è affascinante e ci appartiene.
Quell’estate fu piena di eventi straordinari. Arrivò una bibita nuova che era quasi un’aranciata, solo che si faceva in casa, con le polverette idrolitina. Col doppio della dose sembrava san pellegrino. Se non scoppiava il bottiglione, frizzava come le caramelle, nuove, nuove ed altrettanto pizzicose. Un motorino fu completamente smontato e rimontato, non funzionava prima e non funzionò poi, in compenso uno dei meccanici se ne innamorò talmente tanto che comprò le quote degli altri per procedere in proprio. Dell’amore sbocciato, ne fece poi una discreta azienda metalmeccanica. Mangiavamo panini di salame e olio motore, l’acqua e la sabbia non bastavano a togliere il nero dalle unghie e dai tagli. Ma la morchia non è male se si ha fame di salame. Con i soldi ricavati s’acquistò un giradischi portatile, usato, a valigetta, con valvole EL82 , 2.5 watt, rigorosamente mono, però la testina leggeva anche i dischi stereo. Comprammo anche un disco di un complesso inglese, assolutamente nuovo. Fu un formidabile strumento di attrazione sessuale. Solo attrazione. I vestiti erano svincolati dai calzoni corti, polo e jeans, argentine tagliate per i coraggiosi. Lo scollo a barchetta, un sublime oggetto del desiderio, imperava tra le ragazze. E chinati, chinati perdio, che vediamo. Pensieri a fior di labbra, tifo da stadio trattenuto a malapena. Le sfrontate avevano abbandonato la sottoveste, qualcuna aveva reggiseno a balconcino. E i desideri erano rigorosamente di genere, i maschi da un lato che ostentavano avventure sognate, le donne -che già a quel tempo parlavano tantissimo tra loro, di cosa parlavano poi?- dall’altro. L’incrocio dei desideri, mai sufficientemente indagato, si attestava su grovigli di romanticismo, voglia di potenza, paura d’impotenza, concetto poco chiaro del limite – come si fa, sei sicuro? e se non vuole?- necessità impellenti. Quest’estate, perdio, non deve finire mai, è da correre a perdifiato. Ma dove? e perchè, con chi? Non importa, basta correre. Le notti. Nasceva il gusto delle notti. L’eroismo della notte, lo sforare ogni limite di sonno, con il vino allungato con la gazosa, la bocca impastata dalle sigarette al mentolo, i tavolini notturni della città arroventata, la coca cola, il mottarello. Parlare di tutto, di niente, nelle notte trascinate oltre il confine della mezzanotte, mezz’ora a sera, a settimana, fino all’una, le due, le tre. Conquiste tangibili, definitive. Stremati dal sonno il giorno dopo in piscina, ebbri di sole, di caffelatte, di cloro, di costumi rossi, blu, rosa confetto. Le giornate lunghissime, pigre, le letture, il primo playboy, il secondo. Si vede tutto. Quasi, non il pelo. E’ incredibile, ma sono davvero così le americane? La tenda, le scatolette, il fuoco sulla schiena: stanotte non si dorme, non potevo girarmi, si vedeva, eccome si vedeva. E lei lo sapeva.
Di quell’estate ho tutto e niente, un insieme di righe scritte con la Pelikan, con lo stesso corsivo di adesso, la lettura furiosa di Pavese. Ma perchè non c’era il Po da noi, perché era a Rovigo, che cazzo serviva il Po a Rovigo, e perchè di Torino ci dicevano ch’era un postaccio dove al massimo si emigrava? L’estate è un fuoco d’artificio, vammi a prendere 5 nazionali, e non fumare che ti fa male, e perchè tu fumi, perchè sono grande e tu sei un ragazzo, un bocia, non lo sai che io andavo nei casini? Non è vero. Va bene entravo solo, non mi lasciavano consumare, solo vedere. Però vado a puttane. No, a me le puttane non interessano, non mi piace, però racconta, dai, racconta.
7 luglio 1960. A Reggio Emilia, ad una manifestazione di protesta per i feriti ed i morti dei giorni precedenti, di Roma e Licata, la polizia spara ripetutamente; vengono uccise 5 persone. Di questi morti di Reggio Emilia resterà traccia nella storia dell’Italia seguente. Il ricordo percorrerà ogni manifestazione di sinistra, ogni festa dell’Unità e manifestazione sindacale, si dirà che quelle morti sconfissero non solo il governo DC-MSI di Tambroni, ma anche l’involuzione a destra dell’ Italia. La canzone di Fausto Amodei è stata tra le poche canzoni di sinistra, davvero di massa, sia per la musica, ma soprattutto per la sensazione di Resistenza rinnovata che trasmetteva a chi la sentiva o cantava. I giovani, che poi fecero il ’68, la tennero mentre buttavano il PCI. Era l’idea che giovani operai, ex partigiani, studenti erano morti in una piazza di una delle città rosse dell’Emilia, per difendere un principio, un valore di tutti. Era l’idea che dalla morte di chi si opponeva potesse nascere il cambiamento di una società ineguale che si avviava ad essere ancora più ineguale. La piazza, i giovani, la protesta, l’ideologia, le divisioni nette, l’identità: da un lato la destra, dall’altro la sinistra. Con due idee diverse di Paese, con due volontà che si misuravano. C’era una voglia, una passione, un sentirsi molti che era forza possente, ragione ragionante, come se le mani che conoscevano il lavoro duro della fabbrica, dei campi, la precarietà del presente, la povertà dei salari contenessero la carezza del futuro. Lo penso ora, quando il grosso del paese è divenuto corpo molle, fuga nel personale, conto di convenienza. E’ stanchezza, scomparsa delle ideologie, assenza di spirito critico, benessere diffuso? Può essere, assieme ad altro, primo fra tutti l’errore del non sostenere la diversità in politica, l’ identificazione tra azione, programma e uomini. Però quella stagione non è solo storia, è un format che si ripeterà, dove altri, in altro modo, possono scrivere. Non è finito il bisogno, l’ineguaglianza, l’ingiustizia, l’attacco alla libertà. Qualcun altro interpreterà la lettura del presente, offrirà soluzioni, infiammerà le teste e i cuori.
Dribblare come un funambolo oppure entrare sui parastinchi, a gamba tesa, sapendo che qualcuno si farà male. Funziona così. In campo i desideri stanno al loro posto, ma conta ciò che siamo e sappiamo far davvero. Però non prendiamoci troppo sul serio. E’ un gioco, finisce quando si vuole. E’ solo un gioco, dove non si ride a comando.
Nelle astanterie degli ambulatori, si mostrano le ferite decenti, quelle profonde le lasciamo al medico che non ha pietà.
E’ solo la nostra vita, importante per noi, da giocare come ci viene. Ma non prendiamoci troppo sul serio, nessuno più di noi, sa quando bleffiamo, come trucchiamo le carte per vincere allo specchio. All’ironia dei cannibali, che abbiamo chiamato autostima, un po’ di misura non guasta, ed in campo tra le gambe e la palla si sceglie secondo inclinazione, perché tra tante giocate pur vincere bisogna.
p.s. mi piace scartare, giocare sulla palla e non sul piede, anche quando faccio il terzino. E soprattutto, non mi prendo sul serio.
L’annuncio di un numero monografico estivo: la scienza dell’amore felice.
D’estate l’amore occupa i giornali come la mala sanità ed il caldo. Sembra tutto eccezionale in questa stagione, che si vuota di politica vuota, tutto destinato a spegnersi nel ferragosto per confluire in più banali discorsi settembrini da città. Anche i seri, sentono le malie della stagione e i copywriters di più.
Ma non esiste scienza dell’amore felice, perché non c’è amore egualmente felice, perché la misurabilità della felicità avrebbe le stesse difficoltà del principio di Heisenberg. Perché forse esiste una termodinamica dell’amore generico, ma non di quello felice. Non in termini scientifici, non nella riproducibilità sperimentale. Eppure esiste la felicità in amore, incongrua ed eccezionale modifica delle regole del vivere, ed è ancor più eccezione quando dura a lungo, come tutti gli stati di grazia ha bisogno di ricordo e normalità.
Esiste una condizione che separa la felicità amorosa da ogni altra felicità, ed è l’inebriarsi dell’altro e di sé assieme. Esiste l’eccezione senza tempo che blocca gli orologi degli astri, si regola con la presenza, si allunga con l’assenza. Ma è eccezione e non può permanere. Forse quando parlano di scienza, parlano del darsi misura in un campo che misura non ha, forse parlano della tolleranza vitale che a volte protesta e dice basta, oppure ragionevolmente -si fa per dire- dello scoprirsi un po’ per volta, della novità dell’altro come crescere comune, delle curve della passione e dell’abitudine segreta. Ma come può essere permanente una condizione che si ciba dell’essenza della forza più alterante che esista in natura? Il mondo si fermerebbe spossato se esistesse una condizione di felicità permanente nell’amore.
Ma forse parlano d’altro, del ripetersi di stati, come fossero stampi per stadi d’amore. Plastica, per ciò che plastica non sarà mai. L’amore, casomai è legno levigato dalle dita, acciaio scabro e marmo polito, creta morbida e vetro piegato, il tutto mescolato ogni volta secondo leggi personali, mai più riproducibili. Non c’è scienza dell’amore felice e neppure prevenzione dell’infelicità in amore.
A scelta per parlare delle stesse infinite variazioni della cosa.
Dove finisce la sottile linea del lecito nei sensi? Perché non c’ è solo il vedere di sguincio, ma l’uso di tutti i sensi: esiste un odorato indecente e un tatto voglioso, un udito pruriginoso, un gusto scostumato. E non è solo applicato al sesso, ma anche al voyeurismo che cerca le nudità, il carpire il nascosto, l’emozione morbosa. Il sesso che è cosa troppo vitale, allegra e seria, per confonderlo con la prudérie di derivazione post cattolica. C’è nel sesso, un gioco del mostrarsi che non è l’equivalente del vedere di nascosto. Una linea sottile del pudore dove ognuno lascia ciò che vuol far vedere. E la decenza implica il mostrarsi a chi può vedere la persona e non la superficie. Conta anche il contesto, una spiaggia nudista è un luogo casto, la casa e chi ha l’accesso conclamato al vedere intimo, sono luoghi senza vergogna, un amore è il contenitore d’ogni nuda intimità. Ovunque e comunque, il limite si sposta, parte dal morboso ed invade il quotidiano, l’immaginazione è molto più pudica di una rivista di gossip. Guardare dal buco della serratura e scandalizzarsi pubblicamente, come se il nome, il pudore, le voglie fossero scisse dalla stessa persona, è invece, l’evoluzione del senso deviato del pudore. Pudore è ciò che esercito su di me, ciò che metto in comune e non impongo, ciò che non uso a mio vantaggio. E il confine del libero esercizio d’ogni nudità va dal reale al virtuale. Come non si può imporre ad una persona d’essere nuda su una spiaggia, in un luogo, fosse pure una casa, davanti ad altri, così sarebbe una violenza nei confronti per chi è costretto a vedere. Allora il discrimine su cui corre la linea sottile del vedere è la libertà del vedere e dell’essere visti, in una sorta di patto reciproco e non ciò che si mostra. E questo limite mentale applicato secondo libertà e convenienza, quanto vale in rete? Quante nudità vengono esibite da quelli che non mostrano nulla di fisico e propongono il virtuale anatomico? Un tempo si parlava di comune senso del pudore, come fosse esistito davvero un codice comune che misurava centimetri di pelle, l’altezza dell’elastico delle mutande, il volume geometrico visibile della rotondità dei seni. Il limite era il capezzolo e il pelo che rispondevano ad una sbavante pruderie da astinenza. Allora il il nudo aveva odore di sagrestia, mentre c’era una bulimia del vedere e l’immaginare non aveva limiti. Ora si immagina molto meno e il superamento del limite sembra essere la misura dell’individuo. In ogni campo, politico, sociale, intellettuale, la proposizione di sé, è esibizione, muscolo guizzante ed oliato, nudità indifferente perché senza contesto. Allora perchè non dovrebbe essere spostato il limite nel cattivo gusto, nell’indecenza, nella parte sconfinata dell’ imposizione dei propri vizi come normalità? Lo spostamento del confine non riguarda più la nudità, ma un comune sentire che ottunde le teste e i corpi, li rende tutti simile, tutti esposti. La nudità indecente è debole, ma a chi serve? Certo non al sesso, mai così vilipeso e geneticamente modificato da togliere il gusto e lasciare l’involucro. Questo mi infastidisce e il mio pudore coincide con la nudità che dedico a chi voglio.
Il comune di Torino ha sancito che vi possa essere certificazione dell’unione civile con la dizione “vincolo affettivo”. E’ una scelta di civiltà riconoscere che la volontà degli uomini è ciò che conta davvero nello stare assieme e che questo ha effetti sociali ed economici. Ma non condivido si confondano le cose dicendo che questo riconoscimento burocratico è finalmente sancire che l’amore è un vincolo. Per stare assieme non occorre essere innamorati. L’amore è un vincolo in un ambito del tutto diverso da quello dei bolli, perchè produce effetti dentro le persone e lo fa finchè esiste, poi diventa un obbligo. La legge si occupa di quest’ultimo aspetto e se parla della sfera affettiva, lo fa parlando d’altro. Una scelta di civiltà, quella di Torino, finalmente, ma l’amore è incivile e non sopporta i bolli e gli impiegati.
La sera mi aspetta davanti alla porta del bar di Anna. E’ bellissimo Fulvio. Gli parlo a bassa voce, gli faccio i complimenti, per un po’ ascolta e poi mi guarda interrogativo, alza la testa e offre la gola bianca per una carezza. Nell’andare al dunque, credo sappia che regala molto più di quanto riceve. Fulvio è il gatto del corso e del vicolo, e il nome non è casuale, è il suo pelo fulvo di gatto comune europeo, bellissimo e lucente. Ha un collare blu con biglietto da visita: guarda bene chi sono, sembrava dirmi la notte in cui l’ho sequestrato in casa, pensando che fosse un gatto smarrito. Lui, accondiscendente, ha sopportato la mia ignoranza sulla sua vita di gatto libero e domestico assieme. Si è lasciato accarezzare e con pazienza ha aspettato la libertà. Tra noi l’intelligenza era dalla sua parte. E’ così anche adesso, non gli basta un miciomicio al sottogola, se coccole devono essere, siano! Nel caso tratta con sufficienza la mia fretta, si gira e se va.