meriggio

” m’avevano parlato del suo sorriso. Ero venuto per quello.”

La luce si gonfia oltre le colonne, preme sulle vetrate aperte sulla piazza, sui passi lenti del mezzogiorno. 

E’ minuta, gentile e lo smoking nero è ancora più scuro sul bianco dei denti.

Un gioco di cortesie, prima d’ordinare, esserci e non, per dialogare tra sé e trovare un aggancio con la realtà.

E il sorriso è davvero bello, da bambina cresciuta, con gli occhi che partecipano divertiti.

E’ lavoro, avrà pensato, questo signore vestito di lino, è inoffensivo. E’ meriggio, e ricordo le poesie sul meriggio, ma qui è Milano, non c’è campagna ed anche i poeti sono da tempo, in difficoltà.

Dovrei dirle che non penso a lei, che la testa è altrove, che il cibo è eccellente, ma non m’importa molto.

Dopo il caffè doppio, ringrazio: il sorriso è un mezzo che porta al parlar d’altro.

La prossima a chissà.

 

gli insensibili

Questo paese sta diventando insensibile, la solidarietà è scomparsa, anche quella tra omologhi, travolta con l’ideologia e la dissoluzione delle classi sociali. Solo i grandi eventi muovono le coscienze, ma per tempi brevi, scollegati con i dolori e i bisogni. Del terremoto dell’Aquila, cos’è rimasto nella commozione? E dove vivono adesso quelle persone, come lavorano? Quando si rimuove la solidarietà  rimane il bisogno, solitario nella sua disperazione senza aiuto.

Questo paese è stato indurito, consenzienti gli abitanti. Il guasto si è prodotto demolendo i legami comuni, gli archetipi che nessuno si permetteva di discutere, i principi della convivenza.  Ora siamo nella curva che scende, dove ognuno è per sé. Forse per questo la costituzione dà fastidio, basta  leggerne i principi e confrontarli con la realtà. La mia generazione si confrontava con il problema di realizzare la costituzione, questa generazione di politici si misura con la sua demolizione.  E quello che mi stupisce è che l’opporsi sia anch’esso senza solidarietà. Berlusconi, Bossi stanno cambiando il paese, incidono sulle coscienze, sulla percezione del presente e del futuro e larghi varchi di vuoto si aprono nella vita di ciascuno. Perchè dovrei fare sacrifici e per chi? Se i giovani non hanno mobilità sociale, lavoro, perchè dovrebbero aiutarmi, pagarmi le pensioni, la sanità futura?

Le mani non si toccano, parliamo di sentimenti individuali ed almeno questo ci restituisce all’umano, ma che futuro avrà l’amore in un mondo fatto di molecole senza legame?

 

il doppio

 

Il doppio come parte di sè.

La follia contenuta dalla maschera sociale che chiede la morte del doppio.

E’ la persistenza dell’attore, ciò che i moralisti dicono possibile. Ovunque e senza ritegno.

Ma il doppio è cosa più seria, è natura altra, coesistente. Che non ha bisogno di maschera, semplicemente è.

 Le vite semplificate per sottrazione, non ammettono lo sforzo d’essere più d’uno e per loro, Zelig è solo un programma di varietà.

 

 

6 giugno 2010

La prima a farmi gli auguri stamattina, è stata lei, mia madre, ed io glieli ho ricambiati dal profondo del cuore, perchè è stata fatica di entrambi. Allora e poi. 

Giornata pigra, quasi schiva, lenta per volontà e senza bilanci. Quelli li ho stralciati da qualche anno, inutili a me e al fisco altrui. Qualche augurio, qualche assenza corrucciata, un caldo giorno di giugno, senza mare.

Tutto sommato, credo di andarmi bene, anche se voglio cambiare, non farei così tanti sforzi per essere quello che sono. Certo voglio camminare nella vita, esserci, magari più equilibrato, leggero, sereno, ma questo è un work in progress e va bene che non si concluda.

Nella mia testa serenità e forza sono sinonimi e l’una si incunea nell’altra delineando l’uomo tranquillo che avrei voluto essere sin da ragazzo, era l’uomo di Ford, che aveva un passato, idee chiare sul presente, voglia di futuro. Alla fine non è andata così, ma ci ho provato. Ci provo.

Con il procedere degli anni contano meno le virtù, più le passioni ed anche un po’ i vizi. Le abitudini sono servite molto quando c’era da tenere assieme il personaggio. Oggi posso dire che il pessimo individuo con cui convivo, dialoga felicemente con me, si accapiglia e baruffa, ma un bicchiere di vino assieme non lo rifiuta mai. E la vita non è forse una grande, bella scazzottata?

Gli auguri servono sempre molto, però tengo più alla vostra presenza, silente o meno. Siete una bella compagnia. Grazie.  

 

 

la cattiva cultura

Poi, alla fine, uno se ne accorge del lavoro fatto: ho una cattiva cultura e l’ho costruita con metodo ed intelligenza. Avete presente la buona cultura? Io sono quello simmetrico che permette alla buona cultura di manifestare la sua presenza. Senza di me, la mediocrità trionferebbe, sono una pietra di paragone necessaria. Chi ha cattiva cultura in tempo di cravatte, non sceglie il disegno, ma porta il colletto aperto. E non è facile farsi una cattiva cultura, tutti sono capaci di essere studiosi e volonterosi, ma per fare lo scansafatiche culturale a vita occorre genio.  Tempo fa mi hanno citato il trota come ragazzo promettente per il mio settore. Nulla di più sbagliato, il ragazzo di cattiva cultura supera la maturità studiando altro. Disorienta col sapere speculare per cui anche l’insegnante fa i conti con le proprie lacune e piomba nel dubbio. E colto dal terrore dell’abisso proprio, promuove la cattiva cultura affibbiandole una patente di maturità.

Mi chiedevo se l’opera del ministro Gelmini possa essere assunta ad esempio per la propagazione della cattiva cultura, ma purtroppo non è così, ciò che viene proposto è buona cultura declassata. Un succedaneo senza caffeina, cose da tempi di guerra e da poveri senza futuro. Per chi conosce la cattiva cultura è solo una miserabile copia, spaccio di incultura oltre la modesta quantità.

Vorrei un riconoscimento, spesso penso che non sia giusto che anni di applicazione non abbiano il loro posto sociale.  Potrebbe essere uno s-dottorato ad honorem, una cattedra d’insegnamento brunettiano sull’assenteismo alla Sgarbi come s-corso universitario, qualcosa che educhi verso l’uso alternativo della cultura e della morale corrente, che provochi una mobilità sociale verso il basso. Come le messe joculorum del medioevo dove attraverso la bestemmia si trovava un equilibrio con il dio che toglieva anzichè dare. La smobilità sociale praticata dalla cattiva cultura è l’unica grande alternativa di giustizia sociale: si retrocede perchè non si merita, non come ora che chi merita precipita verso il basso e deve emigrare.

Magari lo dico a Tremonti che queste cose le capisce al volo.

n.b. Cattiva cultura è interesse a ciò che non serve, che non ha valore economico. E’ rifiuto del dover sapere, come lo studio del sanscrito ai tempi dell’inglese. Cattiva cultura è parlar d’altro, presumere l’interesse per le proprie ubbie e poi tacere perché non c’è comunicazione. Cattiva cultura, è applicare l’ironia al sapere, è non prendersi sul serio. Mai!

l’odore della cina

L’odore della Cina, è l’odore della necessità. Promana dagli abiti a pochi euro, dalle plastiche dei giocattoli e degli utensili. E’ l’odore del riciclo mal fatto, dell’apparenza mal riuscita. L’etichetta dice 70% seta, 30% cotone, ma nè il cotone, nè la seta hanno questo odore. L’ho trovato ovunque in europa, questo odore della necessità. Nei mercatini moldavi o polacchi, in paesini dove il fango si toglie sulla soglia di casa con i ferri infissi sulla soglia. Mi ha inseguito in Francia e in Germania, tra formaggi, salumi e birra cruda nelle bancarelle delle sagre. L’ho sentito in sardegna e in puglia, in negozi immersi in luci vivide, talmente spogli e pieni di merci accatastate da respingere il cliente.

Rifiuto questo odore, non il pensiero di ciò che ci sta dietro. Capisco che tra i pochi benefici della globalizzazione, c’è la crescita di chi moriva di fame, ciclicamente, a milioni, ma questo odore è il marchio della povertà che ci insegue dentro le case.

Il vero salto di qualità per il mondo dell’economia, del denaro, quello che da sempre non puzza, sarà togliere l’odore da ciò che si compra, riconsegnare la merce alla sua dignità di manufatto dell’uomo per l’uomo.

parliamo d’altro

 

Sulla soglia d’una notte quieta,

nel pomeriggio, parliamo d’altro.

Lasciamo correre le dita tra curve di cotone,

e parliamo d’altro.

Col soffio della lingua, alle paure anonime di luce.

parliamo d’altro.

E  così alla seta che s’ appoggia e vola,

nel silenzio del pomeriggio, parliamo d’altro.

Fin sulla soglia d’una notte quieta,

già soli,

parliamo d’altro.

 

 

 

la verità e la repubblica

La verità vive per suo conto, con i suoi tempi, usa mezzi e persone imprevedibili ed emerge quando vuole.

E’ meno verità quando è scomoda, se parla attraverso ladri ed assassini, quando comunque non verrà creduta e lascerà tutto come prima?

Ed allora la repubblica cosa festeggerà?

A proposito di Falcone, di pentiti e collaboratori di giustizia, di parlamentari e giudici, di architetti e faccendieri.

l’astrologo dubbioso

 

Sono una persona razionale.

Da giovane ho studiato fisica, matematica e chimica, impianti industriali e scienza delle costruzioni, le meccaniche dei rapporti sociali e la storia, per questo sorrido quando qualcuno vuol predire il mio futuro attraverso gli astri e il mio segno zodiacale.

Leggo come dovrei essere, nel mio nascere nei gemelli e col mio ascendente ariete. Ma è un insieme di caratteri così largo che ci possono stare tutte o quasi, le mie nature concorrenti. Quelle sì le conosco bene, ma dipendono da me e magari potessi dire che qualcuno le ha determinate.

Continuo a leggere e colgo altre somiglianze, allora mi chiedo se sono io che mi adatto alla descrizione prendendo ciò che conosco di me, oppure davvero quelli nati da queste parti dell’anno erano già indirizzati.

Ci penso, mi guardo allo specchio e vedo il solito libero arbitrio integro, le contraddizioni intatte con l’età, le scelte, magari difficili, a disposizione. Mi dico che se non fossi libero, avrei fatto molte corbellerie in meno, che tutte le mie certezze sarebbero più povere. Però…

Non credo alle predestinazioni, però la mia povera conoscenza è piena di limiti. Ho bisogno di attaccarmi al razionale per giustificare le mie scelte ogni giorno, per tenermi assieme col presunto collante della terreità. Quando penso alle scelte forti fatte in passato, le devo confermare col presente e non posso chiedermi se era davvero giusto, quando ho chiuso rapporti, fatto star male gli altri. Il torto doveva stare tutto da quella parte e non posso mettermi in discussione nelle scelte di allora perché se guardo avanti, vedo il futuro restringersi e così devo consumare il presente come se questa realtà che tocco, mi dà gioia o mi dispera fosse l’unico orizzonte. Per questo mi racconto la storia del razionale elevato a dio del reale: per restringere il campo di scelta, anche se so che non è vero e che ciò che tocco esaurisce solo una piccola parte della realtà. Avevo torto, almeno in parte, quando decisi di tagliare, non ho volli capire almeno quanto non sono stato capito, c’erano altre vie, ma non le ho volute percorrere. Allora fu così e si ripeterà ancora, ma se lo riconosco, ho bisogno di abbracciare un reale più vasto per collocare le mie ragioni relative.

Ed allora penso a ciò che ho dentro e che non è razionale, penso alla materia dei sogni, a quello che esiste nella mia vita e non comprendo, ai sentimenti e alle passioni. Penso che sono fortunato a sognare e che mi alimento di questa capacità per essere reale e fare ciò che non conosco.

Solo lo stolto vive nei sogni, ma chi ha entrambe le possibilità, il giorno e la notte, si pone il dubbio che la realtà sia più larga del suo cervello e che non sia tutto così netto e spartito.  Il mondo che si esaurisce nel tangibile è ben più povero di ciò che vivo e se accolgo il non razionale, come l’astrologo dubbioso, ho più paura, ma sono più ricco di vita.

E allora mi pare un limite grande non sognare.